SANT’ANTIMO DAL 1950 AL 1978
GIOVANNA CHIANESE - ANTIMO PETITO
Sant’Antimo è un comune a nord di Napoli, poco distante dalla Terra di Lavoro, con
cui divide un territorio dalle tradizioni secolari, un tempo assai fertile e prospero. Uscito
dalla guerra sin dal settembre del 1943 con l’arrivo degli Americani, il paese visse fino ai
primissimi anni Cinquanta un periodo di forte degrado sociale, non dissimile per
contraddizioni e problematiche da quello di altre realtà del Sud.
Il disagio di buona parte della popolazione con appena il necessario per vivere si
manifestava a vari livelli: il sovraffollamento nelle case basse, dove spesso si concentravano
anche più di dieci persone, la mancanza o l’inadeguatezza dei servizi igienici, dovuta ad una
rete idrica non estesa a tutte le aree del comune, l’analfabetismo dai tassi altissimi, la
precarietà delle infrastrutture considerata la poca diffusa energia elettrica e l’assenza
quasi totale dell’illuminazione pubblica e del sistema fognario (1).

Allieve del laboratorio di economia domestica presso l’Orfanotrofio
di S. Antimo Immacolata Concezione. Fine anni Quaranta del Novecento
Particolarmente drammatica era la condizione dei fanciulli: quotidianamente essi si riversavano
negli angoli delle strade o nelle corti dei palazzi, denutriti e svestiti e senza scarpe o indossando
i più anche nei mesi freddi, un paio di zoccoli appena sbozzati, perfettamente uguali, con
tomaia ricavata dalla tela. Molte bambine trovavano accoglienza presso l’orfanotrofio
Immacolata Concezione in via A. Diaz, dove le suore Riparatrici del Sacro Cuore
potevano almeno offrire qualcosa da mangiare e un lettino pulito per dormire (2). Altre
invece dovevano restare a casa per badare ai fratelli più piccoli, poiché quelli appena
ragazzini seguivano i genitori per aiutare in campagna, disertando così la scuola.
Come altri paesi limitrofi Sant’Antimo conservava un’economia a prevalenza agricola,
caratterizzata dall’ortofrutticoltura (3) e da colture intensive tipiche come quella del mais, del
grano e della canapa, lavorata prima a Marcianise e poi a Frattamaggiore (4).
I contadini costituivano la classe socialmente più oppressa e tartassata poiché, sia in quanto
mezzadri che coadiuvanti, stavano alle dipendenze dei proprietari terrieri. Il loro lavoro
iniziava molto prima dell’alba e sopra carri trainati da buoi o da cavalli o addirittura a
piedi raggiungevano i campi da coltivare anche nei dintorni di Sant’Antimo e in altre
località distanti per poi tornare verso sera; gli arnesi ancora rudimentali non alleviavano
certo una fatica a tratti disumana.
Un’élite di artigiani poteva dedicarsi ad attività più redditizie, ma pur sempre collegate
all’agricoltura: erano per es. gli arrotini, i fabbricanti di calessi molto richiesti per il trasporto
delle merci affidato ai cosiddetti vaticali e i bottai che intrecciavano particolari cesti utili
per la vendemmia.
Decisamente in crisi era la categoria dei tartatari, cioè degli addetti alla lavorazione del
cremore di tartaro che nei decenni passati aveva reso celebre Sant’Antimo nel mondo
per l’esportazione del suo prodotto più puro e raffinato, meglio noto col nome di
cristalli di Sant’Antimo (5).
V’erano poi in gran numero i manovali, generalmente sottopagati, ma assai esperti del
mestiere, vista la lunga tradizione che i santantimesi vantano nel settore edile e l’antica
devozione per S. Vincenzo Ferreri, protettore per antonomasia dei muratori (6). Questi
solitamente si ritrovavano nella piazza principale per attendere i capomastri che
arruolavano chi era disposto a lavorare alla giornata. All’edilizia facevano riferimento pure
i marmisti (scalpellini e marmorari) che più tardi organizzeranno le loro originarie botteghe in
vere e proprie fabbriche reclutando i necessari operai addetti alla lavorazione dei marmi.
Opportunità di guadagno erano offerte anche dalla festa patronale, soprattutto ai torronari
e i fuochisti: i primi allestivano le proprie bancarelle nella piazza e per le vie principali del
paese per vendere torroni, nocciole e frutta secca; i secondi, invece, eseguivano
spettacoli e gare pirotecniche fabbricando fuochi a base di polvere pirica e materie
coloranti, anche a fini di commercio (7).
Le due banche presenti a Sant’Antimo non garantivano certo gli interessi dei lavoratori,
poiché l’unica attività che li accomunava era quella legata a piccoli prestiti con tassi abusivi
perché non ancora regolati da alcuna legge.

Via Roma a S. Antimo.
Anni Cinquanta del Novecento
In un contesto realmente asfittico non si prospettavano da parte dell’Amministrazione
soluzioni decisive per un risveglio civile della comunità santantimese; questo naturalmente
facilitava l’emergere di organizzazioni criminali capeggiate da guappi, i quali imponevano
i loro piccoli taglieggiamenti e la loro legge, anzi la loro giustizia; ad essi si dava il Don e i
loro nomignoli come Vient ‘e terra, Vurpicielle avevano sulla gente un forte impatto
emotivo.
Segnali di cambiamento iniziarono a manifestarsi tra gli anni Cinquanta e Sessanta, quando
Sant’Antimo come altre zone a nord-est di Napoli, conobbe una fase di rilevante crescita
demografica. I dati ISTAT sui censimenti del 1951 e del 1961 registrarono infatti presso
lo stesso comune l’aumento di circa 4000 persone su un totale di 18.356 abitanti, una
cifra destinata a salire ancora negli anni a venire (8).
In termini di popolazione attiva Sant’Antimo poteva allora contare su un numero di lavoratori
(circa il 25% ) inseriti in alcuni settori industriali sorti ai margini e all’interno del suo
territorio.
L’agricoltura continuava ad essere praticata, anche se in misura leggermente ridotta, poiché
s’avvertiva già l’abbandono di terreni che di fatto restavano incolti (9). Tale fenomeno era
collegato alla domanda di mano d’opera generica richiesta appunto dalle prime industrie
del nostro comune, anch’esse favorite, almeno nella fase iniziale, dalle leggi per gli
interventi straordinari del Mezzogiorno (10).
Molti operai precari ed ex contadini, nel desiderio di migliorare le proprie condizioni di vita,
preferivano tuttavia emigrare nell’Italia centro-settentrionale o all’estero, in particolare in
Svizzera e in Germania e in altri paesi del nascente Mercato Comune Europeo.

Carrozze del tram sul tratto Napoli-Aversa. Anni Cinquanta del Novecento
A partire dai primi anni Cinquanta le principali fabbriche (11) operanti sul territorio di Sant’Antimo
erano: il Mulino e Pastificio, ampliato nel 1952, dei Fratelli Improta e Figli, la Richardson-Merrel,
ex Cutolo, fabbrica produttrice di emoderivati, che attiva un interessante centro di ricerca
e l’industria di ceramica e materiali da costruzione, Moccia; tutte e tre situate sulla SS. 7
bis, l’unico nodo stradale che allora univa il napoletano, in particolare i vicini comuni di
Melito, Giugliano e Sant’Antimo, alla provincia di Caserta.
Altre fabbriche erano localizzate sulla Contrada Ottaviello che ha ancora un facile accesso
alla SS. 7 bis e sulla provinciale Casandrino - Colonne di Giugliano con particolare riguardo
alla Stanzieri, specializzata nella produzione di casseforti e materiali elettrici e alla SIMAL,
la Società Industriale dei Mastantuono, addetta alla lavorazione di alcool e liquori, quasi
concorrente a livello produttivo con l’industria di Palma Francesco e Figli, pure impegnata
nel settore della lavorazione di mele e vinaccia, capace di assicurare lavoro a circa 200
operai (12).
Nel paese inoltre erano attivi i tre lanifici che segneranno un forte sviluppo locale a cavallo
con gli anni Sessanta, rispettivamente l’INALLA, la LANARIA PARTENOPEA, il lanificio
di Ponticelli Vincenzo che tra il 1956-1958 nel loro insieme occupavano circa 220 addetti
ai lavori (13) e diverse industrie a conduzione familiare, per la lavorazione delle noci, di cui le
più rappresentative per incremento di esportazioni e vendita del prodotto furono quelle
dei Di Lorenzo e dei D’Amodio (14).

Lo sviluppo dei Comuni a nord di Napoli, da A. Rao,
L’area di influenza di Napoli, E.S.I., Napoli 1967
Nei lanifici, nell’industria delle noci come in altri settori allora nascenti o in fase di sviluppo (15),
la mano d’opera era in prevalenza costituita da donne, perché caratterialmente più adatte
a lavori di grande attenzione e pazienza, come ad es. l’attività della sgusciatura in riferimento
alla manifattura delle noci. In verità, l’aumento del grado di femminilizzazione della forza
lavoro occupata in fabbrica (16), oltre ad essere uno degli aspetti più significativi dell’evoluzione
in senso industriale di Sant’Antimo e di altri centri del napoletano, fu anche indice di un mutato
carattere nell’istituzione familiare soggetta ad un graduale decentramento richiesto dalle
necessità o dalla libera scelta dei suoi membri. In definitiva, le famiglie, specie quelle
contadine e del ceto borghese, iniziavano ad uscire dai limiti angusti del modello patriarcale
di qualche decennio addietro presentandosi come un’istituzione più libera, meno esclusiva
e più aperta (17).
Intanto la compagine sociale di Sant’Antimo andava lentamente prendendo una più diversa
ed articolata connotazione: alle antiche famiglie dei notabili (Verde, Sorbo, Cappuccio,
D’Agostino, ecc.) da sempre detentrici del potere economico ed amministrativo locale,
servite dai coloni che lavoravano le loro terre, si affiancava la classe impiegatizia ed
operaia, stipendiata o salariata, protagonista con qualche ritardo di un certo benessere
economico caratteristico degli anni Sessanta. Si aggiunga la fascia di popolazione meno
abbiente, costituita da disoccupati, ragazze madri, proletari etc. non trascurabile nella
società santantimese di quegli anni. E’ questa la classe che riceve l’assistenza ed i sussidi,
anche in natura, dalla commissione della Cappella di Sant’Antimo e dall’ECA che proprio
in questo periodo si istituisce con una nuova sede in via Lava, dopo il trasferimento dei
suoi uffici da via Sambuci.
La nascente classe media di mano in mano fa propri gli status symbol del momento, non
più solo appannaggio dei ricchi: grazie ai facili guadagni può usufruire dei benefici del
cambiamento economico in atto, con l’installazione dei primi telefoni o l’acquisto delle
FIAT Cinquecento e Seicento, della vespa PIAGGIO o ancora degli elettrodomestici
allora introdotti, in particolare la televisione che si diffonde dal 1954.
A proposito della televisione, il nuovo mezzo destò meraviglia ed interesse anche in coloro
che all’inizio non ne poterono disporre: noto infatti nel paese il bar Pedata non lontano dalla
piazza principale di Sant’Antimo, dove la sera si seguivano in TV spettacoli mai visti prima;
tuttavia, anche presso alcune famiglie ospitali che offrivano accoglienza nelle loro case era
possibile ascoltare in orari convenevoli i pochi programmi trasmessi allora dalla RAI. E’
da sottolineare che la fruizione del mezzo televisivo ebbe come risultato quasi immediato
un evidente ampliarsi di esigenze culturali, soprattutto da parte di persone ancora analfabete
che esprimevano il bisogno di uscire dal proprio stato d’inferiorità prendendo parte ai
numerosi corsi di scuola popolare organizzati a Sant’Antimo da diversi enti ed associazioni
tra gli anni Cinquanta e Sessanta (18).
L’aumento demografico che si registrò nel decennio 1951-1961 fu dovuto a vari fattori:
tra essi la frequenza dei matrimoni di coppie giovani che favorì il moltiplicarsi delle nascite (19);
l’abbassamento dei tassi di mortalità infantile; il trasferimento dal capoluogo e dalla
provincia presso il nostro comune di un folto numero di lavoratori-operai, in considerazione
del fatto che quasi tutta l’area nord di Napoli, gravitante attorno ai comuni di Casavatore,
Frattamaggiore, Grumo Nevano, Mugnano, Casalnuovo, Acerra etc. fu oggetto
d’insediamento nella seconda parte degli anni Sessanta (20). Come sostiene Arcangelo
Cappuccio (21) fu proprio “la favorevole congiuntura economica, che aveva investito
positivamente l’area (…) e il relativo diffondersi di un discreto benessere” che indusse
“molte famiglie ad investire nell’acquisto del bene casa”.

Via Trieste e Trento a S. Antimo. Anni Cinquanta del Novecento
Venne così delineandosi l’urbanizzazione di Sant’Antimo, fenomeno strettamente collegato
all’industria e alla società di massa e che nella sua fase iniziale interessò i terreni a ridosso
di via Roma, principale arteria cittadina che immette sulla provinciale Casandrino - Colonne
di Giugliano in direzione per Napoli. Da quella arteria lo sviluppo edilizio si propagò lungo
altre direttrici provinciali: via Principe di Napoli, via Croce, il viale G. Marconi di
collegamento con l’agro aversano e via G. Galilei, l’antica via degli Olmi, che unisce
con i vicini comuni di Casandrino e Grumo Nevano (22).
Ai sensi della Legge 43 del 1949 sui provvedimenti volti ad incrementare l’occupazione
operaia anche a Sant’Antimo vennero acquistati dall’Istituto Nazionale delle Assicurazioni
porzioni di territorio da destinare al piano INA-Casa (23). La costruzione del primo rione
popolare avvenne nel 1955 in via E. Fermi e prevedeva l’assegnazione di 20 alloggi per
famiglia distribuiti in tre corpi di fabbricato. Tra il 1956 e il 1961 furono edificati i tre rioni
INA-casa nei pressi della stazione ferroviaria, lungo il viale G. Marconi, per un totale di
54 alloggi, mentre nel 1964 su una superficie di 50 ettari di terreno in via Roma, delimitata
dalle odierne vie D. Colasanto e G. Arenella, venne edificato un altro complesso di case
popolari a schiera a due piani del tipo B comprendente circa 40 alloggi.
Lo sviluppo dell’edilizia economica e popolare richiedeva comunque l’applicazione di
precisi criteri urbanistici da stabilire in un costituendo Piano Regolatore. Tale necessità
era stata già posta nel 1962, parallelamente al varo della Legge 167, ma disporre di un
essenziale strumento di controllo edilizio non era forse nell’interesse dell’Amministrazione
comunale di Sant’Antimo. La conseguenza fu che ovunque si presentasse la possibilità si
costruì “alla men peggio (…) creando un insediamento agglomerato e privo di servizi” (24) e
dalle infrastrutture inesistenti; l’opposizione di sinistra riuscì a bloccare per alcuni anni i
lavori per l’edificando quartiere 167 in via Principe di Napoli; questi però iniziarono
dopo il 1970 (25).
A pagare maggiormente le conseguenze del processo di urbanizzazione in atto furono i
contadini che, a causa della riduzione degli spazi agricoli, trovavano nell’emigrazione
l’unica chance per la sopravvivenza.
Intanto, l’incremento della popolazione santantimese aveva comportato grossi problemi
oltre che nella ricerca della casa (26), anche nell’organizzazione della scuola, in particolare di
quella elementare. Infatti, la crescita degli alunni frequentanti costrinse il Comune a
prendere in affitto alcuni locali in via Diaz e poi in via Lambrakis, poiché l’unico edificio
scolastico (27), il I Circolo Didattico, intitolato nel 1951 al sottotenente Pietro Cammisa, martire
di Cefalonia, non era idoneo a contenere l’intera popolazione scolastica del paese. Fu per
questo che si iniziò a pensare ad un secondo edificio scolastico da realizzarsi nella zona
detta S. Gennariello, precisamente a lato destro del viale G. Marconi su un lotto da
espropriare a Nicola D’Amodio. Dopo anni di lavoro l’edificio fu inaugurato nel 1962
assumendo il titolo E. Fermi dal nome della strada sulla quale si erge; non essendo
inizialmente autonomo fu fino agli anni Settanta alle dipendenze della Direzione
Didattica del I Circolo.
Diversa si presentava la situazione della scuola materna, il cui servizio era esclusivamente
affidato all’iniziativa privata (28). Riguardo, invece, alla scuola media unica, questa fu praticamente
inesistente nei primi anni della sua istituzione. Senonché nel 1964 gli amministratori
individuarono nel fondo Mastroianni sito in via Roma l’area per la costruzione di un nuovo
edificio da adibire a scuola media (29). Quest’opera fu “un grande beneficio arrecato al paese,
in quanto le singole famiglie, oltre le inevitabili preoccupazioni, risparmiarono le spese di
viaggio per inviare i loro figli alla scuola di altri Comuni della provincia di Napoli.” (30)
Se dunque il servizio scolastico risultava in qualche modo migliorato agli inizi degli anni
Sessanta, lo stesso non può dirsi di altre infrastrutture ancora precarie e carenti. Il servizio
sanitario di fatto non presentava ambulatori idonei all’esercizio della loro funzione: i locali
presi in affitto dal Comune erano piccole stanze d’appartamento, insufficienti per l’utenza
assai notevole dei santantimesi, considerata anche l’importanza che in una comunità
rivestono il diritto alla salute e la qualità della vita. Va ricordato anche che il servizio
sanitario a Sant’Antimo dipendeva dall’INAM (Istituto Nazionale Assistenza Malattie)
di Frattamaggiore e dunque per particolari visite ed esami ed altre certificazioni mediche
occorreva spostarsi dal paese.
Circa i trasporti l’unico efficiente servizio era quello delle Ferrovie dello Stato: ancora
oggi la stazione di Sant’Antimo-Sant’Arpino, situata alla fine di via G. Marconi, oltre allo
spostamento abbastanza frequente a Napoli e Caserta, consente, con la vicina fermata ad
Aversa, collegamenti anche a livello nazionale.
Tuttavia, il problema dei trasporti su rotaie fu avvertito in tutta la sua gravità fino ai primi
anni Sessanta; esso “interessava l’intero ambito provinciale e si manifestava in continue
proteste, che spesso sfociavano in veri e propri tumulti” (31). Eppure il servizio delle Tramvie
provinciali carente “per numero di corse e cattiva qualità del servizio” doveva assicurare
il trasporto di un gran numero di lavoratori del settore edile che quotidianamente
convergeva su Napoli per raggiungere i numerosi cantieri aperti in quegli anni da Lauro
e Ottieri. A curare gli interessi di questi lavoratori fu soprattutto l’opposizione di sinistra
che si scontrò in prima linea nello sciopero degli autoferrotramvieri indetto nel
dicembre del 1961 (32).
Altri contrasti andarono però ben oltre il problema del tram; si reclamava la politica
padronale degli industriali che sottoponeva a duro lavoro la classe operaia, soprattutto
femminile, sottopagata e vicina ai licenziamenti; si rivendicavano servizi sociali di base
come l’erogazione dell’acqua e la pubblica illuminazione praticamente inadeguati o
inesistenti su gran parte del territorio. Furono più di tutti i comunisti a denunciare con
comizi e volantini le condizioni precarie in cui versava gran parte dei lavoratori santantimesi,
continuamente licenziati, costretti al lavoro nero o ad emigrare per trovare occupazione
altrove (33). Questi erano i germi di un nuovo malessere sociale che di lì a poco doveva
segnare spinosamente il destino del nostro comune.
Tra il 1968-1978 Sant’Antimo ritrova una sua diversa dimensione sociale ed economica,
pur tra molte difficoltà e contraddizioni. Nel censimento generale della popolazione del
1971 il comune risultava composto da 21.467 anime, con 581 nascite registrate l’anno
successivo rispetto alle 617 censite nel 1961 (34). Evidente dai dati raccolti anche il calo
del 50% circa degli agricoltori che tra il 1961-1971 passavano da 676 a 372 unità (35).
Fino ai primi anni Settanta, infatti, afferma C. Formica, “insieme all’esodo delle categorie
contadine aventi contratti di lavoro e legami con la terra molto precari, si verifica anche
l’abbandono dei campi da parte di un’enorme massa di piccoli proprietari, in misura
quasi doppia a quella dei salariati, i quali invece in un mercato di lavoro più rarefatto,
traggono motivo per rivalutare le loro prestazioni nei confronti del lavoro autonomo,
tanto che in alcune aree riescono a conseguire salari vicini a quelli degli impiegati.” (36)
Le attività produttive restavano legate soprattutto all’edilizia che impegnava ingenti
forze-lavoro, più di 5.000 addetti (37), fino a divenire lungo tutto il decennio ed oltre la
principale attività economica del comune.
Dalla metà degli anni Sessanta Sant’Antimo diviene teatro di una urbanizzazione selvaggia
e disfunzionale come quella che allora stava praticamente coinvolgendo l’intera area nord
di Napoli. Diverse famiglie del ceto medio, grazie ai guadagni divenuti più remunerativi,
cercavano in una casa di proprietà il principale investimento ai loro risparmi. In genere,
si costruivano edifici ad un solo piano a limite dei principali assi viari, per avere almeno
all’inizio la sicurezza di un’abitazione; poi in un secondo momento si procedeva con
l’innalzamento di altre parti della struttura. Il tutto realizzato per lo più abusivamente,
poiché, com’era nella mentalità di allora, il passare del tempo avrebbe dato motivo
alle autorità politiche di intervenire in modo opportuno.
Non trascurabile il fatto che, dopo 25 anni dalla ricostruzione postbellica, a dispetto di una
popolazione di oltre 20.000 abitanti ed in continuo aumento, i vari istituti preposti alla
costruzione di case popolari nel solo comune di Sant’Antimo avevano realizzato meno
di 100 alloggi per singola famiglia (38). Per tale ragione s’erano ripetute numerose proteste
nei confronti dell’Amministrazione comunale da parte di proletari e di lavoratori precari
costretti a vivere ancora disagiatamente in abitazioni malsane e soggetti ai periodici
aumenti dei fitti.
Per assicurare, quindi, nuove case anche ai lavoratori e agli operai era necessario disporre
di nuovi progetti per l’edilizia economica e popolare. Pertanto, nel 1970 veniva consegnato
in via Roma un intero rione di case popolari composto da tre fabbricati per un totale di
20 alloggi; mentre nel 1972 furono avviate le pratiche inerenti la legge 18-4-1962 n. 167
che a favore del nostro comune aveva già stabilito, ma non realizzato per ragioni
burocratiche, una progettazione di opere infrastrutturali primarie. Come area edificatoria
venne scelta ed espropriata la zona a verde prospiciente sulla provinciale Sant’Antimo -
Cesa; l’appalto dei lavori fu assunto dalla GESCAL e sui lotti contrassegnati dal piano
di edificazione 167 veniva prevista la costruzione di circa 700 vani, oltre all’area stradale
che salda l’accesso della zona alla stessa provinciale Sant’Antimo - Cesa (39).
Tuttavia, di fronte all’urbanizzazione dilagante che interessò il nostro comune negli anni
1968-1978 dovevano essere prese le necessarie misure. Il rischio era quello di investire
troppo le aree aperte ritenute fondamentali alla qualità della vita nella cittadina. Fu così
che il sindaco di Sant’Antimo, Diego Del Rio, alla guida di un’amministrazione a
maggioranza comunista, avviò un’opera di programmazione edilizia sulla scorta di un
Piano regolatore che venne redatto nel 1973 dall’architetto Maria Pia Saggese (40). Si
trattava del primo Piano regolatore di cui Sant’Antimo si dotava dopo la ricostruzione
post-bellica (41). Tale Piano è utile per comprendere gli aspetti socio-economici del comune
nei primi anni Settanta, in quanto, oltre ai criteri attraverso cui attuare la nuova pianificazione
urbanistica, esso offre una visione alquanto sommaria (42) dei servizi sociali riguardanti le
attrezzature collettive, le infrastrutture di comunicazione e la scuola, nonché delle
principali attività produttive e commerciali del tempo.
Nel 1973 Sant’Antimo risultava invaso da “una eccessiva estensione del tessuto urbano,
con un conseguente ulteriore impoverimento del già scarso patrimonio di attrezzature
pubbliche, collettive e sociali.” (43) Negli ultimissimi anni Sessanta solo le zone del paese
contigue al centro storico vennero dotate delle più elementari infrastrutture di servizio
quali l’acquedotto e la rete fognaria; quelle aree, invece, urbanizzatesi abusivamente o
comunque in tempi successivi, ne erano totalmente o quasi prive. Del resto, i lavori di
impianto dell’acquedotto non erano stati ancora ultimati, poiché occorreva modificare
i vecchi tronconi troppo esigui nel diametro e ristrutturare l’approvvigionamento idrico
dall’acquedotto del Torano, insufficiente per i bisogni della popolazione
santantimese.
A dare priorità e maggiore impulso alla bonifica e ai nuovi impianti dell’intero sistema
fognario del comune fu tuttavia anche l’epidemia di colera scoppiata a Napoli e nella
provincia nell’agosto del 1973; ciò contribuì senz’altro a non più tralasciare gli annosi
problemi igienico-sanitari di alcune aree del paese, dove l’acqua piovana provocava
ristagni o allagamenti per mancanza o insufficienza di tombini. La realizzazione di una
nuova ed efficiente rete fognaria fu comunque avviata: essa interessava quelle strade
ancora da asfaltare ed altre come l’ex viale Guglielmo Marconi interamente privo di
fogne e coperto da enormi lastre di piperno; in via di completamento, invece, la
copertura di un alveo che prima attraversava il paese a cielo aperto raggiungendo
dopo un lungo percorso i Regi Lagni.
Circa l’elettrificazione, Sant’Antimo era alimentata da due elettrodotti a 220 e 60 Kw
con derivazione dalla sottostazione di Frattamaggiore e da altri due elettrodotti di 150
Kw derivati dalla sottostazione di Casavatore. Diversi quartieri tenuti prima nell’oscurità,
vennero finalmente dotati di illuminazione pubblica.
A partire dalla fine degli anni Sessanta le possibilità di collegamento tra il nostro comune,
i paesi limitrofi e il capoluogo si allargano. Oltre alla già efficiente stazione ferroviaria
Sant’Antimo - Sant’Arpino, sarà garantita una serie di pubblici trasporti su strada
sostituendo alle ferrotramvie i primi autobus della TPN. Questi furono relativamente
utili alla popolazione scolastica del paese - peraltro in continuo aumento - costretta a
gravitare su Aversa, Frattamaggiore e Giugliano, spesso in situazioni di disagio, per
proseguire gli studi d’istruzione secondaria. A Sant’Antimo infatti non esistevano
ancora istituti statali superiori, mentre per gli altri gradi di istruzione, eccettuate le medie (44),
inizia il boom, per così dire, della privatizzazione, soprattutto della scuola materna.
L’istituto Sacro Cuore di Gesù risultava ancora l’unica pre-scuola in condizioni
ottimali ed in sede appropriata; le altre scuole materne istituite nel corso degli anni
Settanta o mancavano di spazi vitali o erano gestite da maestre inesperte, ma comunque
con sezioni sempre stracolme di bambini (45). Tra le materne private si distinse in questo
periodo per organizzazione e per scelta del personale docente l’istituto Don Bosco,
ubicato in C.so Unione Sovietica in uno stabile di recente fabbrica, noto come palazzo
Cesaro. Inaugurato nel 1969 dai sacerdoti cogestori D. Domenico Petrone e D.
Pasquale Puca, tale istituto divenne per tutti gli anni Settanta ed oltre la vera scuola
d’élite di Sant’Antimo. Esso era frequentato soprattutto dai figli della classe perbenista
del paese, per la quale pagare la scuola significava acquisire un certo prestigio sociale,
poiché vigeva la convinzione che la scuola pubblica non offrisse uguali opportunità
educative. Molti bambini che frequentavano la materna presso l’istituto Don Bosco
avevano la possibilità di continuare lì i loro studi, poiché lo stesso istituto era l’unica
scuola privata dotata anche di classi elementari. Quest’ultime in un certo qual modo
andavano a sopperire alle mancanze strutturali di cui il comune di Sant’Antimo soffriva
in riferimento alla scuola elementare statale: i soli plessi del I e del II Circolo Didattico
con la succursale in via Lambrakis non riuscivano nel loro insieme ad ospitare il numero
di allievi ogni anno iscritti; ragion per cui s’era costretti a ricorrere ai turni pomeridiani.
Lo stesso problema toccava la scuola media Giovanni XXIII, non idonea a contenere
nelle proprie aule l’enorme massa di studenti, i quali erano obbligati ogni settimana a
ruotare con un giorno d’assenza dalle lezioni.
Nel settore delle attrezzature collettive si registravano le deficienze più basilari: del tutto
assenti o insufficienti le strutture per la vita associata, la cultura ed il tempo libero; lo sport
era unicamente praticato nel campo di calcio, già funzionante dalla fine degli anni
Sessanta e nelle due palestre coperte della scuola media e della P. Cammisa. Per tale
ragione nel nuovo Piano fu compresa l’attuazione di nuove ed utili attrezzature sportive
con la costruzione di un palazzetto e di una piscina coperta da realizzarsi in prossimità
del campo di calcio, vicino alla stazione ferroviaria. Anche gli spazi verdi minacciati
dall’edilizia privata e popolare per la loro indiscussa utilità ad una cittadina sempre
più alle prese col traffico degli autoveicoli (46), vennero salvaguardati: nel 1977 fu inaugurata
in via Roma la prima villetta comunale di Sant’Antimo; sempre in via Roma nello stesso
anno iniziarono i lavori d’impianto di una seconda villa che si prevedeva molto più ampia
ed attrezzata (47). Queste opere furono per Sant’Antimo di grande significato civile, poiché
a ritroso nel tempo la popolazione non aveva mai usufruito di simili servizi.
Riguardo alla vita delle associazioni santantimesi, è da rilevare che nell’arco degli anni
Settanta i gruppi cattolici si chiudono nelle specificità dei loro ambiti: non vi è più quella
collaborazione stretta che li aveva invece contrassegnati nel trascorso decennio. La
sezione locale delle ACLI verrà sciolta nel 1968 a causa di contrasti interni; mentre
l’ACI presente nelle realtà parrocchiali del paese (48) tenderà a ripiegarsi su se stessa senza
trasparire all’esterno con alcunché di concreto per le necessità del momento. Anche la
FUCI guidata ancora da Mons. Domenico Meles non sembra essere caratterizzata da
particolari fermenti in ordine alla contestazione giovanile del 1968; presa in quel periodo
dall’organizzazione di festini per i soli soci oppure limitata alla sua formazione cristiana
quando una nuova guardia di fucini dal Convento del Carmine si trasferisce nella nuova
sede della chiesa madre. Al di là della FUCI, comunque, la presenza di universitari a
Sant’Antimo tra gli anni Sessanta e Settanta testimonia dell’affermazione di un ceto
medio di buona cultura: abbastanza diffusamente si avvertono una diversa coscienza
civile e una vigile attenzione sul valore dell’istruzione come mezzo di escalation
sociale.
Accanto alle associazioni suddette, non ve ne erano altre di spessore, eccettuate forse
quelle dello sport (calcio, basket, atletica) promosse soprattutto da privati cittadini. Va,
tuttavia, ricordata la formazione tra il 1972-1975 di gruppi politici sovversivi di estrema
destra o di estrema sinistra che a Sant’Antimo provocarono disordini e tumulti nel tentativo
invano di sovvertire l’ordine pubblico scagliandosi contro la politica urbanistica della
Giunta Del Rio (49).
Alla base di tali atti v’era sicuramente anche lo scontento della classe operaia che proprio
a metà degli anni Settanta è tartassata da licenziamenti continui e da una politica industriale
deprimente che non accennava a soluzioni alternative. Le tradizionali industrie del paese
entrano di fatto in crisi perché il mercato non accetta più certi prodotti nostrani: la
lavorazione delle noci e della lana in particolare che era stata la fortuna di Sant’Antimo
nel dopoguerra, sarà osteggiata dalla concorrenza dell’America, della Francia e
dell’Australia con l’imposizione della noce californiana e di Grenoble e della lana
Merinos. L’antica distilleria dei Palma nel 1976 ricevette dall’Amministrazione
comunale un temporaneo ordine di chiusura “per le proteste di migliaia di cittadini
causate dagli insopportabili odori provocati dal ciclo lavorativo, le cui esalazioni si
spargono (spargevano) nell’aria attraverso la rete fognaria, appestandola per un raggio
di qualche chilometro.” (50) Stessa crisi investì anche le industrie collocate sulla SS. 7 bis:
la fabbrica di ceramica Moccia e la multinazionale Richardson-Merrel. Quella della
Ceramica Moccia fu soprattutto una crisi strutturale, dovuta al non adeguamento di
tecniche e formati innovativi che diversamente avevano reso la fortuna delle ceramiche
del sassuolese, in provincia di Modena. A seguito di trattative di mercato sempre più
stagnanti, nella primavera del 1974 furono licenziati e messi in cassa integrazione una
ottantina di operai; altri lavoratori, invece, vennero smistati altrove, in altri stabilimenti
della stessa ditta. L’anno successivo fu la volta della Merrel (51) che nella filiale di
Sant’Antimo aveva una delle sue più importanti sedi specializzate nel settore biologico
e che per contraddizione anni addietro aveva fatto richiesta al comune di un suo
possibile allargamento. Nel 1975 invece la fabbrica dichiara lo stato di fallimento
arrivando a licenziare ben 371 dei suoi addetti tra operai ed impiegati (52). Alcuni di questi
si uniranno in quel periodo agli scioperi di altri disoccupati napoletani per protestare
contro gli straordinari all’Alfa, contro il lavoro stagionale della Cirio, contro la
smobilitazione dell’Italsider (53).
Cosa avvenne esattamente nella politica statale per l’intervento straordinario del Mezzogiorno,
nella quale lo stesso sindaco Del Rio aveva posto inizialmente le sue speranze tentando
d’inserire Sant’Antimo tra i comuni napoletani dell’Area di Sviluppo Industriale?
Afferma a riguardo lo storico Francesco Barbagallo: “La politica degli incentivi per
l’industrializzazione del Mezzogiorno ha prodotto (…) un notevole sviluppo quantitativo
dell’economia meridionale, che si è rivelata peraltro incapace di fornire un posto di lavoro
ai suoi abitanti e di frenare quindi l’emorragia migratoria verso il Nord, l’Europa e il resto
del mondo (…). L’intervento straordinario, strutturalmente incapace di risolvere la ‘questione
meridionale’, non è riuscito a ridurre il divario tra Nord e Sud a tutti i livelli, fallendo nel
complesso l’obiettivo, ripetutamente annunciato, del riequilibrio tra le due aree del paese.
L’industrializzazione fondata sulle agevolazioni e gli incentivi al capitale - quando non è
servita a fini speculativi e clientelari - ha portato al finanziamento per la localizzazione nel
Sud di industrie ad elevato contenuto di capitale e scarso numero di addetti…” (54). Barbagallo
parla giustamente di un falso miracolo meridionale che, anziché produrre sviluppo e
sbocchi occupazionali, ha contribuito ancor più ad ingigantire il fenomeno della
disoccupazione e quello ad esso connesso dell’emigrazione.
A Sant’Antimo il numero di disoccupati era di fatto elevatissimo (55) in considerazione della
crisi economica che stava attanagliando non solo il nostro comune, ma anche l’intero
hinterland napoletano: secondo i dati forniti dall’Ufficio Regionale del Lavoro al 30
settembre del 1974 gli iscritti nelle liste di collocamento ammontavano nell’intera provincia
napoletana a 120.716 unità (56). Tra l’altro a metà degli anni Settanta anche a Sant’Antimo
venne aperto il primo sportello del locale ufficio di collocamento, che per anni ha funzionato
col principio della chiamata numerica, secondo cui il datore di lavoro poteva chiedere
tot persone da assumere e l’ufficio segnalava i primi in graduatoria per la qualifica richiesta.
Questo era un sistema che nella teoria doveva garantire equità, impedire la discriminazione
e soprattutto la speculazione sul bisogno di lavoro lucrando con l’intermediazione della
manodopera. Praticamente non fu sempre così come dimostrarono le proteste dei
disoccupati napoletani, per i quali era importante il “controllo del collocamento” per
evitare che fossero “abolite le chiamate nominali e i concorsi attraverso i quali in realtà
passano quasi tutti i posti di lavoro e che per anni sono stati non solo gli strumenti del
clientelismo politico, ma anche un’enorme occasione di corruzione attraverso la
compravendita dei posti di lavoro…” (57).
La massa crescente dei disoccupati santantimesi trovava comunque diverse alternative
occupazionali quali il lavoro nero, il lavoro a domicilio, l’emigrazione o anche l’inserimento
in altri ambiti lavorativi. Presero, infatti, avvio a Sant’Antimo altre attività, anche solo a
livello familiare, che facevano leva sulla lavorazione delle pelli e delle stoffe; si confezionavano
indumenti in pelle, abiti a basso costo e jeans. Il lavoro minorile e quello in nero crearono
utili che diedero ad alcune famiglie un nuovo benessere anche a costo di sacrifici e
sfruttamenti enormi (58). Sant’Antimo, almeno per
alcuni anni, divenne centro di smistamento per fiori che giungevano dall’Olanda e dall’Egitto.
Gli esercizi commerciali si moltiplicarono (59);
gli affari e gli interessi furono tali che alla Banca Popolare si affiancava la Banca Commerciale
con un discreto numero di clienti abituali. L’obbligo scolastico portato sino alle scuole medie
fu in grado di reclutare una classe lavoratrice di media cultura, che, attraverso percorsi del
tutto nuovi, trovò lavoro qualificato nei cantieri della costa, nella Olivetti, nell’Alfa Romeo
di Pomigliano d’Arco e nell’indotto che esse hanno generato.
La riduzione degli addetti all’agricoltura fu così compensata dall’aumento degli attivi nel
secondario e nel terziario, come si evince dalle statistiche ISTAT già del 1971 (60).
Solo l’occupazione femminile, rapportata agli anni Cinquanta e Sessanta, diminuì
fortemente per l’esuberante offerta di lavoro maschile e per la “scarsissima qualificazione
professionale che quando anche le condizioni del mercato del lavoro lo consentissero,
impedisce (impediva) a molte lavoratrici uscite dall’agricoltura e a molte casalinghe di
inserirsi in processi produttivi” (61).
Circa il fenomeno dell’emigrazione è da registrare un’interessante inversione di tendenza.
Dall’analisi dei dati nazionali sull’emigrazione relativi al decennio preso in esame emerge
che la spinta migratoria, sia estera che interna, toccò livelli decisamente infimi. In particolare,
la corrente emigratoria europea registrò un vero dimezzamento rispetto al decennio
precedente (62). Un andamento del tutto eterogeneo ebbe, invece, il flusso degli espatri
extra-europei. Dal 1972 al 1976 si registrarono anche a Sant’Antimo tantissimi rimpatri
dalla Germania, dalla Svizzera e dall’America; rimpatri che ebbero certamente un loro
peso sulla compagine demografica del comune, sulla sua urbanizzazione (63)
e sulle già precarie potenzialità di sviluppo economico.
Come sostiene Arcangelo Cappuccio, Sant’Antimo subisce negli anni Settanta “una
modernizzazione senza sviluppo”, diversamente dal passato ventennio. Questo infatti:
“presentava una maggiore vivacità economica e un’articolazione sociale ben più strutturata,
che si riflettevano (…) nei rapporti sociali, ma che li vivificavano a vantaggio di una
maturazione della coscienza sociale e di una più consapevole partecipazione alla lotta
politica. Il potere politico esercitato dai notabili, la presenza di una borghesia commerciale,
un diffuso proletariato impiegato nelle tradizionali produzioni (…), l’affermazione di nuclei
consistenti di classe operaia negli insediamenti industriali nati a ridosso dell’Appia (…)
accanto a figure di operai specializzati e quadri tecnici, contribuivano a disegnare una
società con caratteristiche moderne, suscettibile di ulteriore crescita (…). Quando con
Del Rio il comune finalmente imbocca la strada della pianificazione economica e territoriale,
per meglio favorire e organizzare lo sviluppo produttivo, l’economia entra in crisi e con
essa tutte quelle attività sviluppatesi dal dopoguerra. Ecco perché, come sempre è
accaduto, l’edilizia costituì il grande rifugio di tanta parte della società santantimese.
Il fenomeno contribuì a diffondere un cattivo urbanesimo inserendo a pieno titolo
Sant’Antimo nella fascia suburbana di Napoli, trasfigurandone definitivamente
l’identità …” (64).
Note:
(1) Le misere condizioni in cui versava la popolazione di Sant’Antimo
nei primissimi anni Cinquanta non si differenziavano nella sostanza da quelle del secondo
dopoguerra. Cfr. su tale argomento N. CAPASSO, Sant’Antimo fra le due guerre.
Politica ed amministrazione attraverso i documenti dell’archivio comunale, Atellana,
Collana di Studi e Ricerche del Comune di Sant’Antimo, Eurostampa, Sant’Antimo, 1999,
pp. 65-66, 69-71, 77-84.
(2) L’Orfanotrofio femminile Immacolata Concezione, indirizzato
anche alle bambine bisognose di Sant’Antimo, fu un’istituzione voluta dal Rev. Francesco
Pietroluongo nel suo testamento spirituale del 1897. Nel primo cinquantennio del Novecento
la gestione di detto orfanotrofio era passata dall’Ordine delle Immacolatine alle Suore
Riparatrici del Sacro Cuore. Su quest’ultimo ordine cfr. Sac. Prof. G. MARINELLI,
La serva di Dio. Isabella de Rosis, fondatrice della Congregazione delle Suore
Riparatrici del Sacro Cuore, Napoli, 1959.
(3) Come frutta tipicamente locale si coltivavano noci, uva tipo
“asprinio” e mele annurche usate anche come rimedio per malattie da raffreddamento.
(4) Solitamente i germogli del granturco erano utilizzati dai contadini
per fare freschi materassi; mentre gli avanzi del grano ed altri prodotti vegetali di risulta
servivano come postura al bestiame. Sulla lavorazione della canapa cfr. S. CAPASSO,
Canapicoltura e sviluppo dei Comuni atellani, ISA, Frattamaggiore, 1994.
(5) Negli anni Cinquanta le poche industrie del Sant’Antimo impegnate
nella lavorazione del cremore di tartaro cessarono la loro attività a causa di enormi difficoltà
economico-organizzative che attanagliavano il settore già prima dell’immediato dopoguerra.
Per una storia dell’industria del tartaro a Sant’Antimo cfr. il saggio di L. DE MATTEO,
I cristalli di Sant’Antimo. Storia dell’industria del cremore di tartaro nel Mezzogiorno,
pp. 10 e 33 in “Catalogo della mostra documentaria sul cremore di tartaro”, Atellana, Collana
di Studi e Ricerche del Comune di Sant’Antimo, Tip. LUX, Sant’Antimo,1996.
(6) La devozione dei santantimesi per il santo dei muratori data dal
Seicento. Sant’Antimo in passato era noto per l’attività dei tagliamonti, ovvero di quei
manovali che scendevano nelle grotte scavate sotto terra per tagliare la pietra di tufo utile
per le costruzioni. Nei primi anni Cinquanta del Novecento, in onore di S. Vincenzo Ferreri,
venne eretta dai Cesaro, nota famiglia di costruttori santantimesi, una decorosa cappellina
lungo la provinciale per Cesa. Nel 1964, inoltre, un gruppo di muratori si costituì
nell’associazione S. Vincenzo Ferreri, ancora oggi esistente in via B. Di Martino.
(7) Tra i fuochisti di Sant’Antimo si sono distinti i Perfetto e i Di
Matteo, ancora oggi richiesti in diversi paesi per animare con i loro spettacoli pirotecnici
feste civili e religiose.
(8) Fonte: ISTAT. Censimento generale della popolazione anni
1951-1961-1971.
(9) E. MANZI, L’aumento del suolo improduttivo a danno delle
colture intensive: il caso della pianura napoletana, in “Ambiente e sviluppo del
Mezzogiorno”, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1974, pp. 91-103.
(10) Sulla politica dell’intervento straordinario e la Cassa del
Mezzogiorno cfr. M. D’ANTONIO, Stato ed Economia nel Mezzogiorno dagli anni
’50 ad oggi, in AA.VV. “Il governo demografico dell’economia”, De Donato, Bari, 1976,
e E. MAZZETTI, Il Nord del Mezzogiorno. Sviluppo industriale ed espansione urbana
in provincia di Napoli, Edizioni di Comunità, Napoli, Milano, 1966.
(11) Per un inquadramento generale sulle industrie di Sant’Antimo
e dell’intera provincia di Napoli dal 1930 al 1960, cfr. Dizionario Biografico delle Industrie
e degli industriali napoletani, D’Agostino, Napoli, 1960.
(12) Ibidem.
(13) Ibidem.
(14) Sulla lavorazione delle noci cfr. V. FORTE, Aspetti e problemi
della coltura della noce, Ed. agricole, Bologna, 1962, tratto da “Frutticoltura”.
(15) Ci si riferisce in particolare al settore calzaturiero che per buona
parte degli anni ’50 conobbe un aumento notevole di manodopera femminile cfr. E. ESPOSITO
- P. PERSICO, Artigianato e lavoro a domicilio in Campania, Franco Angeli / Studi
Economici, Milano, 1978, pp. 111-145.
(16) Tenendo presente i dati ISTAT relativi alla Regione Campania
anni 1951-1981, si registra una presenza di popolazione femminile attiva, distinta per settori
di attività, in aumento negli anni Cinquanta-Sessanta ed in declino, con la perdita di 500 unità,
a partire dal 1978. Cfr. C. SCOTTI STANGANELLI, Considerazione sulla condizione
della donna nella realtà socio-economica napoletana, Ed. Simone, collana La Clessidra
n. 402, Napoli, 1984, pp.11-16.
(17) Per un’analisi socio-economica della struttura familiare nelle
società a capitalismo avanzato (con particolare attenzione alla situazione italiana) cfr. L.
BALDO, Stato di famiglia. Bisogno privato collettivo, Etas Libri, Milano, 1976. Cfr.,
inoltre, con particolare attenzione alle dinamiche del mercato: D. DEL BOCA, M.
TURVANI, Famiglia e mercato del lavoro, Il Mulino, Bologna, 1979.
(18) Enti ed associazioni che gestivano a Sant’Antimo corsi di educazione
popolare negli anni Cinquanta e Sessanta erano ad es. il CIF, il CAF, L’UNSALS, l’ACAI,
l’ODACEF, l’ARFIP, l’ENAP, la IAL e la CISL.
(19) Solo nell’anno 1961 l’ISTAT registra per il Comune di
Sant’Antimo 123 matrimoni e 617 nascite.
(20) In E. ESPOSITO - P. PERSICO, op. cit., pp. 117-118.
(21) A. CAPPUCCIO, Politica e Società in un Comune dell’area
napoletana. Sant’Antimo,1952-1998, Libreria Dante e Descartes, Napoli, 2001, p. 22.
(22) Ibidem, p. 23.
(23) Sul piano INA-Casa cfr. in generale P. DI BIAGI, La grande
ricostruzione. Il piano dell’INA-Casa degli anni ’50, Donzelli, Roma, 2002; nello specifico
della realtà napoletana provinciale cfr. ISTITUTO AUTONOMO CASE POPOLARI,
Celebrazioni. Napoli 1908-1988. Ottanta anni di attività edilizia per Napoli e
provincia, Editore Gallo, Napoli, 1989; per il Comune di Sant’Antimo si vedano i
documenti (elenco rioni, fabbricati, alloggi, etc.) conservati all’Istituto Autonomo Case
Popolari della Provincia di Napoli, Ufficio di Zona, Rione Secondigliano (NA).
(24) A. CAPPUCCIO, op. cit., p. 23.
(25) Ibidem.
(26) Si veda più innanzi il periodo 1968-1978, p. 5.
(27) Sulla storia della “Pietro Cammisa”, prima scuola elementare
eretta nel Comune di Sant’Antimo cfr. N. CAPASSO, op. cit., pp. 62-64 e la dissertazione
di laurea di F.DI SPIRITO, Testimonianza e documenti della vita scolastica quotidiana
dal 1908 al 1947 a Sant’Antimo, Istituto Universitario “Suor Orsola Benincasa”, Napoli,
aa. 2002/2003.
(28) Esistevano diverse sezioni di asili gestite dalle Suore Riparatrici
del Sacro Cuore, dalle Suore di Mugnano, dal CIF e da una scuola per l’infanzia privata
intitolata al suo fondatore, l’Ing. Sen. Nicola Romeo.
(29) Sulla storia controversa inerente l’area e il progetto di edificazione
della prima scuola media di Sant’Antimo, cfr. A.CAPPUCCIO, op. cit., pp. 23-25, e
“L’Inchiesta”, anno VII,n.1,7marzo 1964.
(30) A. M. STORACE, Ricerche storiche intorno al Comune di
Sant’Antimo (rivedute ed aggiornate da Teofilo Fotino), F.lli Macchione, Aversa, 1966,
p. 21.
(31) A. CAPPUCCIO, op. cit., p. 31.
(32) Ibidem, p. 29.
(33) Sul lavoro nero cfr. C. DE MARCO, M. TALAMO, Lavoro
nero, decentramento produttivo e lavoro a domicilio, Mazzotta, Napoli, 1976.
Sull’emigrazione dell’Italia Meridionale negli anni ’50-’60 cfr. A. BAGLIVO, G.
PELLICCHIARI, Sud amaro. Esodo come sopravvivenza. Libro bianco sull’Italia
depressa, Centro Orientamento Immigrati, Sapere, Milano, 1970 (qualche dato).
(34) Fonte: ISTAT Censimento generale della popolazione. Dati
sommari per comune. Anni 1961, 1971, 1972.
(35) Ibidem.
(36) C. FORMICA, Lo spazio rurale nel Mezzogiorno. Esodo,
desertificazione e riorganizzazione, Edizioni scientifiche italiane, Napoli, 1979, p. 14.
(37) COMUNE DI SANT’ANTIMO, Una pianificazione
democratica per assicurare case e lavoro ai cittadini di Sant’Antimo, luglio 1970,
p. 3.
(38) Ibidem.
(39) COMUNE DI SANT’ANTIMO, Occupazione e case per i
lavoratori di Sant’Antimo, gennaio 1972, p. 9.
(40) Diego Del Rio, napoletano d’origine, fu sindaco di Sant’Antimo
dal 1969 al 1979. Il suo impegno a far redigere un Piano Regolatore Generale per Sant’Antimo
fu in realtà dettato dalla cosiddetta Legge ponte (n. 765 del 1967);la legge sul regime dei suoli
che obbligava i comuni entro i sei mesi dall’entrata in vigore a dotarsi di un proprio regolamento
edilizio. Cfr. A. CAPPUCCIO, op. cit., p. 47.
(41) Il precedente regolamento edilizio era del 1939.
(42) Nel nuovo P.R.G. di Sant’Antimo mancano i dati statistici
del 1971.
(43) M. P. SAGGESE, Piano …, op. cit., p. 11.
(44) Oltre alla già menzionata “Giovanni XXIII” in via Roma, a
Sant’Antimo funzionavano fino al 1977 altre due scuole medie: una era la succursale della
“Giovanni XXIII”, ubicata in via Principe di Napoli, l’altra, invece, nata come “II Scuola
Media”, più tardi intitolata al celebre concittadino “Nicola Romeo”, era prospiciente sul
Corso Italia. Nel 1977 il numero degli alunni di Sant’Antimo frequentanti le scuole medie
era di 1242. Cit. in V. E. ALOIA, V. GAUDIELLO, Il sistema scolastico nella provincia
di Napoli, CPE, Napoli, 1977, p. 345.
(45) Il numero di bambini frequentanti le sezioni di tutte le scuole
materne private di Sant’Antimo s’aggirava sulle 700 unità, cit. in V. E. ALOIA, op. cit.
(46) Le strade principali del comune di Sant’Antimo (via Roma,
via Principe di Napoli, via Croce e via Diaz) presentavano notevoli carenze strutturali, poiché
rendevano difficili la circolazione degli autoveicoli e il passaggio dei pedoni. La disposizione
di una serie di sensi unici non riuscì, almeno in parte, a risolvere tali difficoltà. Lo stesso
problema riguardava le strade extraurbane quali la provinciale Giugliano-Casandrino
(attuale Corso Europa), la provinciale Contrada Ottaviello e la S.S. 7 bis, principale
nodo di collegamento di Napoli alla provincia di Caserta, posta in prossimità della zona
industriale di Sant’Antimo. Tale strada, con una carreggiata di mt. 8,00 di larghezza e
due banchine laterali di mt.5,00 risultava insufficiente alla rilevante mole del traffico
ed era spesso causa di incidenti.
(47) Si tratta della villa comunale Diego Del Rio che è stata
aperta ed inaugurata circa vent’anni dopo dal sindaco di Sant’Antimo, Arcangelo
Cappuccio.
(48) Nel decennio 1968-1978 a Sant’Antimo v’erano quattro
parrocchie: le due storiche quali il Santuario di Sant’Antimo e la Chiesa dell’Annunziata
e S. Giuseppe, la Chiesa di S. Antonio da Padova, costruita nel 1960 per volere di Mons.
Antonio Teutonico, Vescovo di Aversa e la Chiesa di S. Lucia, edificata tra il 1974-1977
su iniziativa del Sac. Pasquale Puca.
(49) Afferma a riguardo Arcangelo Cappuccio: “Gli scontri fisici,
i pestaggi, particolarmente a ridosso delle politiche del 1972, erano all’ordine del giorno. A
Sant’Antimo ci furono disordini a seguito della rimozione della tabella viaria intestata al
deputato socialista greco Lambrakis, con tanto di arresti. Altri tumulti al comizio del
generale Birindelli, presidente del MSI (il palco fu capovolto). La sezione del PCI fu
più volte oggetto di assalti. Sant’Antimo era una piazza rossa e quindi c’erano opposti
prestigi da difendere. Sono anni di grande tensione emotiva, a cui non si sottrae lo stesso
Del Rio. Per aver rimosso alcuni manifesti del MSI affissi, a seguito dell’attentato fascista
di Catanzaro, in cui perse la vita un operaio, fu denunciato dal MSI e sospeso dal prefetto
per qualche mese. Ma gli eventi più gravi, anche perché direttamente riferiti all’attività
politico-amministrativa avvennero nel dicembre del 1974 e produssero una reazione del
consiglio comunale con l’approvazione di un documento sull’ordine pubblico ed una
successiva manifestazione popolare in piazza della Repubblica promossa dall’amministrazione
nel febbraio del 1975. Gli episodi riguardavano l’esplosione di un ordigno nella casa
comunale- mentre si svolgeva una manifestazione di cantieristi -, la deflagrazione di una
bomba – carta posizionata nell’auto dell’assessore al commercio e presidente dell’ECA,
Carmine Liguori e, più grave di tutti, l’agguato in cui fu gambizzato il consigliere comunale
comunista Domenico Petito, Una vera escalation di atti violenti conclusisi con il grave
ferimento dell’appuntato dei carabinieri Salvatore Irollo (febbraio 1975)” Cfr. A.
CAPPUCCIO, op. cit., p. 77.
(50) A. CAPPUCCIO, op. cit., p. 76.
(51) Sulla Richardson Merrel si veda l’interessante articolo di
G. LOCATELLI, La ex Merrel. Storia di una ricerca, in “Orizzonti Economici”, n.
10, giugno 1977, pp. 106-109.
(52) A. CAPPUCCIO, op. cit., p. 76.
(53) Cit. in F. RAMANDINO, I disoccupati organizzati.
I protagonisti raccontano, Feltrinelli, 1977, pp. 22-23.
(54) F. BARBAGALLO, Lavoro ed esodo nel Sud.1861-1971,
Guida editori, Napoli, 1973, p. 182.
(55) La percentuale approssimativa dei disoccupati a Sant’Antimo
era del 30% ca. della popolazione.
(56) Cit. in Mercato di lavoro. Iscritti nelle liste di collocamento,
in La congiuntura economica in Campania, IV trimestre, 1974.
(57) F. RAMANDINO, op. cit., p. 20.
(58) Afferma a riguardo F. Ramandino: “ La maggior parte
dei lavoratori sfuggono ad ogni accertamento legale, non sono dichiarati, perché fanno
lavoro nero nelle fabbriche, nei fondaci, nei cantieri, a domicilio, privi di qualsiasi contratto.
I rami principali di sfruttamento sono settori delle confezioni e dell’abbigliamento, il settore
conserviero, l’edilizia, ma anche quello metallurgico (…).L’enorme massa, presente al
Sud in generale (…), di sovrappopolazione relativa consente queste particolari forme di
sfruttamento. Ad ogni inasprirsi delle leggi della concorrenza sul mercato, come ad es. è
avvenuto (…) nel settore delle pelli e dei cuoi, guanti e scarpe in particolare, e ad ogni
tentativo di riscossa dei lavoratori, gli industriali rispondono con una ristrutturazione che
vede da una parte la concentrazione in grandi aziende capitalistiche, dall’altra il
decentramento produttivo, che assume due forme: la grande fabbrica si scompone in
tanti reparti dislocati, ognuno per una fase o un tipo di lavorazione; appena i lavoratori di
una fabbrica danno segno di volersi organizzare, ecco che la fabbrica stessa minaccia di
chiudere o addirittura scompare …” Cfr. F. RAMANDINO, op. cit., p. 10.
(59) Nel 1971 vennero censiti a Sant’Antimo 558 addetti al
commercio. Fonte: ISTAT.
(60) Rispetto al 1961 a Sant’Antimo si registra un aumento degli
addetti ai servizi (289 unità nel 1861 e 461 unità nel 1971) ai trasporti e comunicazioni (169
unità nel 1961 e 201 nel 1971) ed alla pubblica amministrazione (279 unità nel 1961 e 352
unità nel 1971). Cfr. anche F. BARBAGALLO, op. cit., p. 195.
(61) Ibidem, pp. 196-198.
(62) In termini quantitativi si passò dalla media di 243.358 emigrati
(di cui 137.420 nell’area comunitaria) del periodo 1956-65 ad una media di 130.185 unità
(66.592 nella CEE) tra il 1966 ed il 1975. Cit. in S. MONTI, Il Mezzogiorno nel mondo.
Flussi e Riflussi migratori, Loffredo, Napoli, 1989, p. 228.
(63) Anche le famiglie santantimesi emigrate, una vota tornate al
paese d’origine, erano intenzionate a costruirsi una casa di proprietà con i guadagni del loro
lavoro all’estero o nei principali poli industriali del Centro-Nord d’Italia.
(64) A. CAPPUCCIO, op. cit., pp. 80-81.