S. GIUSTINA AD ARZANO: FRA INDAGINE
STORICA E TRADIZIONE POPOLARE
FRANCESCO LENTINO
All’inizio del XX secolo, la città di Arzano venerava in maniera particolare la Vergine
Immacolata e due personaggi santi: S. Agrippino, suo patrono, e S. Giustina. Del
primo bisogna constatare ancora la mancanza di uno studio completo e specifico,
aggiornato di tutte le recenti scoperte derivanti dalle scienze moderne, prime fra
tutte l’agiografia e l’archeologia. Si resta pertanto fermi alle pregevoli, benché
limitate, conclusioni a cui pervenne il sacerdote arzanese Don Geremia Piscopo.
S. Giustina invece non è stata mai interessata da un approfondimento ricerca/indagine
condotta con metodo scientifico; se ne sono ben presto impossessati la tradizione, il
folklore e la devozione popolari, facendola diventare protagonista di una tragedia,
“La tragedia di S. Giustina, vergine e martire”, che nel corso del secolo scorso
riscosse grandi consensi.
Quanti si sono messi alla ricerca di documenti sulla vicenda storica e agiografica di
questa Santa, si sono imbattuti in notizie leggendarie e spesso contrastanti. Questo
articolo non vuole, e forse non può, assolutamente essere uno studio scientifico
completo su S. Giustina in quanto si è constatata anzitutto l’assenza di fonti dirette.
Tuttavia a lei è stata dedicata ad Arzano una cappella nel complesso di S. Agrippino,
sede di una congregazione, la quale ha anche avuto un archivio proprio. II mancato
riordino delle carte e l’abbandono in cui versa tale archivio rappresentano il secondo
motivo della difficoltà nel reperire una qualche notizia.
I parroci che si sono recentemente succeduti alla guida della comunità parrocchiale
di S. Agrippino sono riusciti a preservare il materiale d’archivio dalla totale rovina
e dall’inevitabile oblio. In questi ultimi tempi, tuttavia, l’associazione "Agrippinus"
nelle persone del presidente Salvatore De Rosa e dei suoi diretti collaboratori ha
ritenuto opportuno, nella ricorrenza del 160° anniversario dalla traslazione delle
reliquie di S. Giustina da Roma ad Arzano, recuperare la memoria di un culto che
ormai langue mediante la pubblicazione di quanto è stato possibile reperire intorno
alla figura venerata. Nonostante le lodevoli intenzioni dei curatori di quel volume,
il tempo a disposizione dell’autore è stato estremamente esiguo e ha permesso di
compiere solo un primo passo verso la riscoperta della storia della martire e delle
vicende che hanno caratterizzato l’origine e la diffusione del suo culto
ad Arzano.
1. IL CULTO A S. GIUSTINA IN ITALIA
Gli studi specialistici in materia agiografica, che si occupa della vita dei santi, dei loro
insegnamenti e miracoli e dei loro culti, conoscono più di un personaggio che porta il
medesimo nome della vergine venerata ad Arzano, Giustina.
In questo breve studio non possiamo prenderli in esame tutti, ma ci limiteremo a coloro
che sono venerati il 13 luglio, giorno in cui la città di Arzano festeggia la martire
Giustina.
Si conosce un gruppo di sante composto da Giusta, Giustina ed Enedina, tutte venerate
come martiri in Sardegna. Sconosciute alle più antiche fonti agiografiche, sono state
introdotte dal Baronio nel Martirologio Romano al 14 maggio (1) sulla scia
di alcuni studiosi sardi che riportavano tradizioni locali e raccontavano della venerazione delle tre giovani
nella cattedrale della città episcopale di S. Giusta, a cui era stata dedicata una basilica
nel secolo XII.
Se non fosse per la vicinanza cronologica nella commemorazione delle sante martiri sarde
con quella della Giustina venerata ad Arzano, non si riscontrerebbero altri elementi che
possano legare i due culti.
In Italia il culto più famoso legato al nome di Giustina è quello che si perpetua nella città
di Padova (2). Esistono documenti risalenti almeno al V secolo, che mostrano
l’antichità del suo culto, mentre per le notizie biografiche bisogna attendere almeno l’XI secolo.
Venanzio Fortunato la nomina più volte nelle sue opere (3), ma solo a partire
dal XII secolo le fonti letterarie recano numerose informazioni su di lei che si sono conservate in alcuni
codici, circa una decina, dispersi in numerose biblioteche italiane ed estere. Raccogliendo
tradizioni esistenti nelle diverse epoche in cui sono state redatte, la vita di s. Giustina di
Padova si può così sintetizzare: la giovane, membro di una distinta famiglia padovana,
nel periodo di Diocleziano fu arrestata per la sua fede in Cristo e condotta in tribunale
davanti a Massimiano. Nonostante i numerosi tentativi, vani, di farla apostatare, fu
condannata a morte e trovò la vittoria in Cristo il 7 ottobre del 304. II suo corpo fu
sepolto a ovest dalla città, nei pressi del teatro romano.
La basilica patavina, fatta costruire verosimilmente da un vir clarissimus, Opilione di cui
resta un’iscrizione databile fra fine V e inizio VI sec., restò in piedi fino al 1117, quando
fu distrutta da un terremoto. Officiata già dall’VIII secolo dai monaci benedettini, fu da
loro ricostruita in maniera meno splendida. A motivo della nascita e della diffusione della
Congregazione di S. Giustina, proprio a partire dalla sua chiesa per opera di Ludovico
Barbo (1418), i benedettini costruirono in seguito un tempio più degno che, iniziato nel
1521, fu completato solo nel 1587. Nel 1627 il corpo della santa fu collocato in una
doppia cassa di piombo e cipresso e riposto sotto l’altare maggiore.
Il culto alla martire patavina ricevette un grande impulso grazie alla sua elezione a protettrice
della città di Venezia, che aveva conseguito la vittoria di Lepanto nel 1571, proprio nel
giorno della sua festa.
Se il culto subì un forte indebolimento nel periodo della soppressione napoleonica dei
monasteri, la riapertura di quello di s. Giustina nel 1919 ne ha permesso il rilancio.
Nel caso di Giustina di Padova non sono constatabili sensibili convergenze con il culto
della martire omonima venerata ad Arzano, ad eccezione dei tormenti patiti e del martirio,
narrati nel racconto agiografico. Tuttavia, tali elementi risultano essere topoi letterari,
largamente diffusi tanto nelle passiones antiche quanto in quelle più recenti, piuttosto
che indicatori di una tradizione cultuale comune.
Diverso è il discorso se si parla di similitudini con il culto di un’altra Giustina, quella
venerata a Trieste insieme a s. Zenone (4). La loro passio
è stata pubblicata per la prima volta da Manzuoli (5) nel 1611
derivata dai documenti della chiesa di Trieste, come annota Ferrari (6),
ma senza precisarne la data. Si tratta di un racconto tardivo, forse della fine del medioevo
e anche Lanzoni riconosce numerose somiglianze con il racconto dei martiri Dorotea e
Teofilo. Secondo il racconto agiografico, Giustina rifiuta più volte le nozze e per questo
è denunciata a Fabricio, preside romano di Trieste. Costui verifica la persistenza della
giovane a mantenere il voto di castità e la rinuncia a sacrificare agli dei e per questo la
sottopone alla flagellazione, all’eculeo, ai tormenti delle mammelle fino alla condanna per
decapitazione. Mentre viene condotta al patibolo, le si avvicina un ufficiale dei soldati, di
nome Zenone, che la invita per scherno a mandargli dal paradiso la frutta del suo sposo.
Dal luogo in cui l’attendeva il martirio, Giustina invia un fanciullo a Zenone con i frutti
promessi estraendoli dal suo seno e Zenone li accetta ridendo. Lo Spirito Santo lo investe
subito e lo spinge a confessare Cristo. Per questo viene denunciato al preside e sottoposto
ai tormenti fino alla morte avvenuta il 13 luglio 289.
Lanzoni ritiene che Giustina e Zenone siano due martiri originari di Verona e solo in un
secondo momento emigrati sulla sponda istriana (7) e nella cattedrale
di Trieste si veneravano, almeno al tempo di Manzuoli, le reliquie dei due santi. Il 21 gennaio
del 1859 ne fu realizzata la ricognizione e la nuova collocazione in due cassette, tuttora
conservate nella cappella dei ss. Ermagora e Fortunato, dei corpi santi.
2. SANTA GIUSTINA AD ARZANO
I fatti narrati a proposito della Giustina triestina sono molto vicini a quelli che si ricordano
e si tramandano tradizionalmente nella città di Arzano. Qui non si conservano, o forse non
sono state ritrovate e debitamente valorizzate, le testimonianze più antiche del suo culto.
Esso si è impiantato lì dove si conservava, almeno dal 1598, il culto verso l’Eucarestia
grazie all’operato della Società del SS. Sacramento, la cui finalità consisteva nel portare
la comunione agli infermi, procurare l’olio per l’altare maggiore della parrocchia, curare
il decoro dell’altare della cappella omonima e il culto al SS. Sacramento (8).
Proprio nella Cappella del Sacramento furono traslate le spoglie mortali di S. Giustina il 25 aprile 1858,
per interessamento dei padri della missione detti anche “verginisti” (9), il cui
operato e il fervente sostegno al culto della santa ne favorirono una rapida diffusione tanto che
la cappella sopracitata cominciò a chiamarsi di S. Giustina, benché il titolo giuridico fosse
rimasto quello del SS. Sacramento.
Recenti ricerche di archivio, hanno riportato alla luce un diploma, che si credeva smarrito
e di cui dava notizia già don G. Maglione (10), storico della città della provincia
partenopea. Si tratta di un decreto di ricognizione, ancora conservato presso l’Archivio Parrocchiale
di s. Agrippino, in cui si dichiara l’autenticità dei resti mortali della santa conservati in città.
Trattandosi del più antico documento che attesti il ritrovamento del corpo santo e la
possibilità di recargli un culto, sarà necessario analizzarne a fondo alcuni passaggi per
cercare di cogliere fra le righe notizie che ancora sfuggono.
Viene nominato anzitutto il responsabile del ritrovamento e della concessione del corpo
santo alla città di Arzano: si tratta di un frate, Antonio Ligi Bussi, dell’ordine dei frati minori
conventuali, arcivescovo di Iconio, prelato domestico del Santissimo Nostro Signore,
assistente al soglio pontificio e vicegerente di Roma.
Egli rivestì numerose e importanti cariche negli ultimi tempi dello Stato Pontificio, alcune
delle quali molto prestigiose. Non potendo approfondire in questa sede la natura e la
finalità di tutti gli incarichi da lui espletati, si può con certezza affermare che il suo era un
ruolo preminente nella gerarchia ecclesiastica romana. Quale di queste sue cariche gli
permettesse di decretare l’autenticità di un corpo santo è una questione che andrebbe
approfondita.
Tuttavia egli è firmatario di una ricognizione in cui dichiara che tale corpo appartiene a s.
Giustina e che esso è stato estratto dall’antico cimitero cristiano di s. Ermete, ubicato
sulla via Salaria Vecchia.
Del cimitero di S. Ermete (11), come di altri presenti a Roma, si conservano notizie
in documenti medievali, spesso nelle guide, o per meglio dire itinerari, utilizzati dai pellegrini per visitare
le tombe dei martiri della Chiesa (12).
Il cimitero che essi identificano con le parole ad clivum cucumeris è proprio il cimitero
di S. Ermete o anche detto di Bassilla, dal nome della fondatrice. E’ la prima catacomba
venuta alla luce prima del 1578: nel 1576 il papa Gregorio XIII (1572-1585) donò il
terreno ai Gesuiti del Collegio Germanico per costruire un edificio, la Pariola, per la
cura dei Gesuiti ammalati.
A. Bosio (1575-1629) (13), il primo intellettuale specializzato nello studio delle
catacombe romane, visitò questo cimitero il 7 dicembre 1608 e lo riconobbe grazie a un’iscrizione
che menzionava Bassilla e un architrave con un’iscrizione filocaliana (Herme...inherens).
Scoprì anche un’epigrafe del 234 e diede notizia anche di alcune pitture che ai suoi tempi
non si vedevano più, ma di cui gli parlarono i Gesuiti, situate in un’abside di un oratorio
medievale e riscoperte nel 1940.
M. A. Boldetti (1663-1749), uno fra i primi “custodi delle reliquie e dei cimiteri” ricorda
spesso il cimitero per l’estrazione di corpi santi (14).
Fu invece Padre Marchi (1795-1860) (15) a dare grande rilievo allo studio
della basilica di Sant’Ermete. Egli interpretò l’edificio come il ninfeo di una villa romana, poi
trasformato in basilica. Fece anche un restauro molto invasivo.
Quando Marchi aveva già concluso la sua opera, il 21 marzo 1845, venerdì santo, fu
scoperta da un fosso la tomba di San Giacinto, l’unica tomba di martire trovata intatta.
3. LE FONTI PIU’ ANTICHE
Il cimitero è ricordato tre volte nella Depositio Martyrum, contenuta nel Cronografo
Romano del 354 e contenente il più antico calendario dei martiri venerati a Roma,
in relazione ai martiri lì sepolti:
V KAL. SEPT. Hermetis in Basillae Salaria vetere
III IDVS SEPT. Proti et Iacinti, in Basillae
X KAL. OCTOB. Basillae, Salaria vetere, Diocletiano IX
et Maximiano VIII consul(ibus)
A proposito di Bassilla è sorto un problema: il cimitero esisteva già nel 234, stando
all’iscrizione trovata da Bosio, ma Bassilla morì nel 304. Come si spiega lo scarto
temporale tra le due date? Sono state proposte varie ipotesi, tra cui:
- Bassilla potrebbe essere morta in età molto avanzata;
- Bassilla intervenne successivamente in un’area già esistente nel 234;
- esistettero due Bassille (16).
Bassilla entra nella Passio S. Eugeniae (VI secolo) ed è considerata una patrizia romana
nipote di Gallieno, le cui vicende si intrecciano con quelle di Eugenia, martire della
via Latina.
Alcune iscrizioni ricordano Bassilla; due di queste si trovano ai Musei Vaticani (di Crescentia
e di Aurelius Gemellus).
Nel Martirologio Geronimiano, il primo calendario universale della Chiesa e conservato
in codici medievali, si ricordano i quattro martiri già noti e si aggiunge la commemorazione
di Massimiliano al 26 agosto:
VII KAL. SEPT. (26 agosto) Romae in cimiterio Basillae Maximiliani
V KAL. SEPT. (28 agosto) Romae via Salaria vetere in cimiterio Basillae Hermetis
III ID. SEPT. (11 settembre) Romae via Salaria vetere in cimiterio Basillae sanctorum
Proti et Iacinti, qui fuerunt doctores christianae legis, sanctae Eugeniae et Basillae
X KAL. OCT. (22 settembre) Romae via Salaria vetere in cimiterio eiusdem natale
Basillae
Nell’Index coemeteriorum (VI secolo) il cimitero è detto Cymiterium Basillae ad
sanctum Hermen via Salaria vetere.
Il Liber Pontificalis, nella vita di Pelagio II (579-590), ricorda la costruzione della chiesa
di Sant’Ermete, detta cymiterium (Hic fecit cymiterium beati Hermetis martyris).
Adriano I (772-795) basilicas cymiterii sanctorum martyrum Hermetis, Proti et
Iacincti atque Bassillae mirae magnitudinis innovavit. Dal momento che Proto e
Giacinto erano sepolti in una cripta sotterranea le basiliche devono essere quelle di Ermete
e probabilmente una di Bassilla.
Ciò è confermato dalla Notitia ecclesiarum che nomina in ordine: una basilica di Bassilla,
un’altra di Massimiliano e una terza di Ermete, al quale è dedicata una basilica ipogea; poi,
il luogo della tomba di Proto e Giacinto è detto spelunca. Infine, la Notitia ricorda un martire
Victor, probabilmente un’invenzione nata da un’errata lettura dell’ultimo verso di uno dei
carmi damasiani, in cui la parola victor è in realtà un epiteto di uno dei due martiri.
Il De Locis menziona Sant’Ermete dopo Panfilo e ricorda anche i martiri Crispus e
Herculanus, ed erroneamente Leopardus, che in realtà non era un santo ma un presbitero
sepolto presso il martire Giacinto.
L’Itinerarium Malmesburiense pone il cimitero di Sant’Ermete, come anche quello di
Panfilo, sulla via Salaria Nova e dice che la porta Salaria, da cui la via usciva, si
chiamava porta Sancti Silvestri.
L’Itinerarium Einsidlense pone Bassilla sulla sinistra della via Pinciana.
4. I MARTIRI DELLA CATACOMBA DI S. ERMETE
Le antiche fonti sopra elencate ricordano allora sei martiri deposti nel cimitero di Bassilla o
di S. Ermete. Anzitutto Bassilla, ricordata nella Depositio Martyrum come defunta nel 394.
Le teorie più recenti tendono a identificare questo personaggio con l’omonima proprietaria del
terreno da cui il cimitero ha poi preso nome. La sua sepoltura è ricordata come posta in una
basilica subdiale della quale ad oggi non resta traccia.
Proto e Giacinto, menzionati nella Depositio Martyrum, sono segnalati dagli itinerari medievali
come posti in spelunca e i ritrovamenti archeologici hanno confermato questo dato. Secondo
le antiche notizie che ci riporta già pp. Damaso in uno dei suoi celebri carmi in onore dei martiri,
essi sono germani fratres, mentre la passio Eugeniae, tarda e ritenuta leggendaria, li fa eunuchi
che istruirono Bassilla nella fede cristiana, poi martirizzati nella persecuzione di Valeriano.
Anche Ermete è ricordato nella Depositio Martyrum ed è indicato come sepolto sub terra.
Sulla sua tomba, posta nel livello inferiore della catacomba, fu costruita una basilica,
verosimilmente semipogea.
Alcuni dei testi sopra citati ci riportano la memoria di Massimiano o Massimiliano il quale,
secondo la Notitia Ecclesiarum, era sepolto in una basilica subdiale, finora non identificata,
ma distinta da quella di Bassilla. Di questo personaggio non si conserva ad oggi alcuna
memoria. Allo stesso modo viene menzionato Vittore, un personaggio nato dalla cattiva
lettura dell’ultima riga del carme damasiano in onore di Proto e Giacinto, in cui si dice
hic victor meruit palmam prior ille coronam, come già sottolineato da p.
Ferrua (17).
5. IL CULTO DEI MARTIRI AL TEMPO DI PIO IX
Se della martire Giustina venerata ad Arzano non si trova traccia né nei documenti più antichi
relativi al cimitero di s. Ermete né nelle note riportate dagli studiosi che se ne sono occupati,
non necessariamente significa che le notizie riportate nella lettera dell’arcivescovo Antonio
Ligi-Bussi siano inesatte o, cosa ben peggiore, false.
Alcune riflessioni storiche relative alla ricerca dei corpi santi e alla nascita dell’archeologia
cristiana quale scienza storico-critica, potranno dirimere la questione.
Si è a lungo parlato di G. Marchi come di colui che ha riportato lo studio delle catacombe,
specie quelle romane, a criteri più scientifici che apologetici (18). La sua esperienza
fu segnata dalla scoperta di quella che ancora oggi è l’unica tomba di martire trovata intatta. Intenzionato
a realizzare una grande opera in tre volumi, quasi una sintesi di topografia cimiteriale romana,
dovette accontentarsi dell’edizione in fascicoli del primo volume de Monumenti delle arti
cristiane primitive nella metropoli del cristianesimo - Architettura.
Delegò allora la continuazione della sua opera a R. Garrucci per la pittura e la scultura e a
G. B. De Rossi per l’epigrafia. Il primo riuscì a pubblicare dal 1844 in poi un’opera
monumentale ed ebbe il merito di dare inizio alla costituzione del Museo Pio Cristiano al
Laterano, dal 1963 collocato nel Vaticano, per diretto interessamento di Pio IX nel 1854,
al fine di raccogliere le antichità cristiane rinvenute negli scavi delle catacombe (19).
Accanto all’opera di Garrucci va ricordata quella di G. B. De Rossi, autore di numerose
esplorazioni in catacomba e di altrettante pubblicazioni in materia di archeologia cristiana (20).
Ebbe un rapporto privilegiato con Pio IX, il quale fu assai sensibile verso i monumenti antichi,
specie quelli cristiani. Grazie agli enormi mezzi messi a disposizione dello studioso romano
per le sue ricerche, l’archeologia cristiana prese corpo sia come ambito di ricerca sia
come materia scientifica.
Fu sempre Pio IX, i16 gennaio 1852, a istituire la Pontificia Commissione di Archeologia
Sacra “per custodire i sacri cemeteri antichi, per curarne preventivamente la conservazione,
le ulteriori esplorazioni, le investigazioni, lo studio, per tutelare inoltre le più vetuste memorie
dei primi secoli cristiani, i monumenti insigni, le Basiliche venerande, in Roma, nel suburbio e
suolo romano e anche nelle altre Diocesi d’intesa con i rispettivi Ordinari” (21).
Fu dichiarata “pontificia” da Pio XI nel Motu Proprio I primitive cimiteri dell’11 dicembre 1925,
ampliandone i poteri. A seguito dei Patti Lateranensi (art. 33 del Concordato) ebbe estesa la
sua autorità e sfera d’azione e di studio a tutte le catacombe esistenti sul territorio italiano (22).
Il nuovo Concordato del 1984 (art. 12) ha confermato questo stato di cose per le catacombe
cristiane: “Nei luoghi ad essa affidati nulla si può modificare senza il suo permesso; essa ha la
direzione di qualunque lavoro da praticarsi e ne pubblica i risultati; stabilisce le norme per
l’accesso del pubblico e degli studiosi nei sacri cemeteri ed indica quali cripte e con quali
cautele si possono adibire per la sante liturgia”. Alle attività della Pontificia Commissione
erano coordinate, e lo sono tutt’ora, quelle della Pontificia Accademia Romana di
Archeologia. Fondata nel 1810 col titolo di Accademia Romana di Archeologia, si
richiamava da un lato all’Accademia delle Romane Antichità, istituita nel 1740 da Benedetto
XIV e dall’altro alla Accademia Romana creata da Pomponio Leto nel sec. XV. Per
concessione di Pio VIII ebbe il titolo di “Pontificia” nel 1829. L’Accademia mantiene viva
quella che fin dalla sua costituzione fu la sua originaria peculiarità: promuovere lo studio
dell’archeologia e della storia dell’arte antica e medievale; curare in maniera particolare
l’illustrazione dei monumenti archeologici ed artistici di spettanza della Santa Sede; adempiere
alle sue finalità attraverso comunicazioni scientifiche, conferenze, pubblicazioni. concorsi e
ogni altra forma di indagine e di studio.
Pio IX, sebbene impegnato nelle turbolente vicende che hanno segnato gli ultimi tempi dello
Stato Pontificio e i primi vagiti del Regno d’Italia, ebbe molto a cuore le vicende legate alle
scoperte archeologiche che si andavano facendo in quegli anni. In particolare nel pomeriggio
dell'1 Maggio 1854 il pontefice giunse in carrozza sulla Via Appia dove De Rossi lo
accompagnò nella visita della catacomba di s. Callisto e della “cripta dei Papi”. Ne rimase
così impressionato che volle stampati a proprie spese i risultati delle ricerche e De Rossi le
raccolse in un’opera monumentale di tre volumi, Roma Sotterranea, che pubblicò negli anni
1864, 1867, 1877. Inoltre fece acquistare tutte le vigne che circondavano la parte del podere
denominato S. Callisto, che ancora oggi costituisce una vera isola verde nella Roma
moderna.
In un periodo segnato dalla vivace attività di riscoperta delle antichità cristiane e allo stesso
tempo della tutela e valorizzazione degli antichi luoghi della fede cristiana, forse segnate da
intenti apologetici nei confronti del razionalismo assoluto e moderato combattuto dallo stesso
Pio IX, mons. Ligi-Bussi, che viveva e operava nelle alte sfere della Curia romana, in qualità
di sacrista del Papa (praelatus domesticus), di vice-vicario per la città di Roma (vicegerens),
insignito delle cariche onorifiche di arcivescovo di Iconio e vescovo assistente al soglio pontificio,
doveva ben conoscere quanto accadeva intorno agli antichi cimiteri di Roma. Forse i suoi
incarichi curiali lo chiamarono a compiti di diretta responsabilità sulle escavazioni e pubblicazioni
relative. E’ annoverato, come sopra indicato, fra i consultori dell’Inquisizione e come tale aveva
assunto il compito esplicito di mantenere e difendere l’integrità della fede, esaminare e proscrivere
gli errori e le false dottrine. Per questo motivo forse è uno dei responsabili che concedevano
l’imprimatur, l’autorizzazione, alla stampa di opere letterarie.
In che relazione si pone mons. Ligi Bussi con l’escavazione e la frequentazione del cimitero
di s. Ermete è fatto che sfugge a questo rapido studio. A proposito dell’antico cimitero
romano va sottolineato che, se nel 1845 il solo ipogeo con la tomba di s. Giacinto fu invaso
da una frana, non vuol dire che il resto della catacomba fosse rimasto inaccessibile. In che
modo, tuttavia, l’alto prelato sia entrato in possesso del corpo santo di Giustina è argomento
che deve essere affidato a un’ulteriore indagine documentaria.
Allo stesso modo è difficile ipotizzare quali rapporti intercorressero fra il vicegerente di
Roma e un altro personaggio citato nella lettera di autenticazione delle spoglie di s. Giustina,
un tal don Ruggiero Scommegna, definito come visitatore e superiore della congregazione
della Missione. Con tale denominazione si intende la congregazione fondata da San Vincenzo
de’ Paoli nel 1625 e approvata da papa Urbano VIII il 12 gennaio del 1633. Si tratta ancora
oggi di una “società di vita apostolica” composta da sacerdoti e da laici consacrati, che hanno
come vocazione particolare l’evangelizzazione dei “poveri” soprattutto attraverso le missioni
popolari. I suoi membri sono anche detti Paolini, Lazzaristi o Vincenziani e a quanti
compongono la comunità, o provincia, di Napoli è riservato anche l’appellativo di Verginisti,
a motivo dell’ubicazione della loro casa nel quartiere partenopeo dei Vergini.
Non è ancora stato edito uno studio specifico su questo personaggio citato sia nella lettera
testimoniale sia sul libretto del sacerdote arzanese F. Maglione di cui diremo subito dopo.
Alcune notizie possono essere ricavate da un articolo comparso sul quotidiano
La Gazzetta del Mezzogiorno nel 1992 (23). In esso si parla di padre
Scommegna (1806-1880) come uomo dottissimo in teologia, filosofia e astronomia, e appartenne alla
Congregazione della Missione, riportando le parole di uno studioso della città pugliese,
M. Cassandro (24). Originario di Barletta e ben presto membro della Congregazione della
Missione, si era messo subito in luce per le sue doti umane e culturali, tanto che ricevette
rapidamente rilevanti incarichi tra i quali quello di Superiore Provinciale della sua
Congregazione, un ruolo importante che valicava i ristretti confini regionali per estendersi
a tutte le province campane e siciliane. Entrato a far parte della commissione che designava
i vescovi, fu egli stesso proposto almeno due volte alla missione episcopale, rinunciando in
entrambe le occasioni. Ruggiero Scommegna si spense a 74 anni nella città di Napoli.
Si tratta di notizie troppo scarne per poter accennare una qualsiasi pista di riflessione,
ma si può certamente ipotizzare che il ruolo di provinciale di una congregazione, lo ponesse
a stretto contatto con la Curia Romana. La constatazione della sua presenza come membro
e protagonista di una congregazione volta alla missione e all’evangelizzazione dei poveri
può portarci a due brevi considerazioni: un affare delicato, quale la traslazione di un corpo
santo, non poteva che essere affidata alle mani del superiore dell’ordine, il quale ha
accompagnato di persona la preziosa reliquia fino ad Arzano; la comunità arzanese
veniva riconosciuta come povera, nel corpo o nello spirito.
Benché i risultati siano minimi, costituiscono non tanto un punto di arrivo delle ricerche,
ma un punto di partenza per ulteriori e più approfonditi studi di natura storica, culturale,
religiosa, sociale, demografica e folcloristica sulla città di Arzano.
6. UN INEDITO TESTIMONE DEL CULTO DI S. GIUSTINA IN ARZANO
Nella quantità scomposta di carte, fogli, libri e manoscritti conservati, senza ancora un
ordine archivistico, è stato ritrovato anche un librettino cartaceo che reca interessanti
notizie circa il culto di s. Giustina ad Arzano. Non può dirsi una vera e propria fonte,
ma reca testimonianza di quanto conosciuto da un sacerdote arzanese nella prima
metà del XX secolo.
Nella copertina del testo è riportato semplicemente il nome di questo sacerdote,
Francesco Maglione. Di lui si conservano al momento scarne notizie: figlio di Domenico
e di Aruta Lucia, nasce ad Arzano nel 1881 e ivi muore nel 1949. Sempre in copertina
è riportato il titolo del piccolo manufatto: S. Giustina ver. e mart. a Trieste. Una mano
diversa annota, sempre in copertina, una notizia già menzionata nel corpo di questo lavoro:
La traslazione dell’urna santa da Roma ad Arzano avvenne il 25 aprile 1858 per
opera dei Padri della Missione (Verginisti). R.mo Padre Scompegna. Superiore.

Arzano 1958: in occasione del 1° Centenario della traslazione di s. Giustina,
le reliquie della Santa sono portate in processione
E ancora sul retro della copertina c’è un’altra nota: vedere Bollandisti / 13 Luglio / S.
Giustina e S. Zenone.
Il testo fino ad ora inedito riferisce che sotto Diocleziano e Massimiano, la città di Trieste
era retta da Sappricio, il quale era venuto a conoscenza di una vergine, di stirpe romana
che venerava il Dio cristiano. Il reggente ne ordina l’arresto e la comparsa in giudizio,
tenta invano di farla apostatare dalla fede cristiana finché non la sottopone ai flagelli
(guanciate, verghe nodose, l’eculeo e uncini di ferro). Sentendosi vicina
alla morte Giustina prega così: Amabilissimo mio Dio, che fino dalle fasce, quale pupilla degli
occhi mi hai custodita, soccorri in questo punto la fiacchezza di questa tua serva,
che ha bisogno di aiuto: raccogli fra le tue pietose braccia quest’anima, la quale
in breve, lasciate le umane spoglie, partirà da questo addoloratissimo corpo.
Sapprizio, reputando queste parole un gesto di scherno, ne ordina la decollazione. Il
giorno della morte di s. Giustina è fissato al giorno 13 luglio dell’anno 286.
Il testo manoscritto riporta in conclusione una nota: Di S. Zenone che festeggiasi pure
il 13 Luglio insieme con S. Giustina narra la tradizione che essendo egli uno degli
ufficiali di Saprizio, scherzando pregò Giustina quando s’incamminava al supplizio
che gli mandasse dei pomi del giardino del suo Sposo Gesù. Giunta Giustina al
sito determinato chiama a sé un fanciullo e porgendogli un fazzoletto pieno di
bellissimi pomi che si leva dal seno, li mandò a Zenone, il quale si convertì, e
morì anch’egli martire. Però anche di S. Dorotea raccontasi un fatto simile.
- Da alcuni anni a questa parte SS. Zenone e Giustina festeggiansi in diocesi il
giorno seguente cioè il 14 luglio.
- Quanto fu superiormente riferito su S. Giustina fu copiato dalla Storia di Trieste
del carmelitano triestino fra Ireneo della Croce.
Allo stato delle conoscenze non possiamo dire come mai questo libretto sia giunto tra
le mani del sacerdote arzanese, ma si potrebbe trarre qualche indicazione dal nome di
un altro prelato citato nell’ultima di copertina: vengono indicati un nome e un indirizzo,
cioè Monsig. Budignoni Giovanni Via S. Michele n. 10. Trieste. Dovrebbe trattarsi
di mons. Budignoni Giovanni, parroco della basilica di s. Giusto a Trieste tra la fine
dell’800 e la prima metà del ‘900. Sembra quasi che il testo sia stato redatto dal sacerdote
arzanese per il prelato triestino, forse perché il primo aveva reperito alcune antiche notizie
relative a S. Giustina e alla vicenda del suo martirio. Infatti a conclusione del testo si legge
Quanto fu superiormente riferito su / S. Giustina fu copiato dalla Storia di / Trieste
del carmelitano triestino fra Ireneo / della Croce. Si fa riferimento a Ireneo Della Croce
(Trieste 25/5/1625 - Venezia 4/3/1713), un frate carmelitano scalzo, al secolo Giovanni
Maria Manarutta, che si dedicò allo studio delle curiosità triestine con il proposito di
inquadrare la storia cittadina all’interno di quella europea. Nel 1698, a Venezia, pubblicò
Historia antica e moderna, sacra e profana della città di Trieste. La seconda parte
della sua opera fu edita postuma da P. Tomasin nel 1881.
Non si conosce ancora il motivo della trascrizione, si può tuttavia ipotizzare che Francesco
Maglione abbia voluto ragguagliare il triestino circa la devozione a s. Giustina che si
perpetuava ad Arzano, considerando che le notizie da lui conosciute fossero simili a
quelle della martire triestina.
Tuttavia il primo annota nel suo libretto un riferimento bibliografico importante: vedere
Bollandisti / 13 Luglio / S. Giustina e S. Zenone. Le notizie relative alla Giustina
arzanese vanno cercate per lui nella voce elaborata dai Padri Bollandisti negli Acta
Sanctorum per il giorno 13 luglio, il giorno dedicato a Zenone e Giustina, martiri
di Trieste, di cui si è riferito all’inizio. Maglione conosce, o probabilmente ricopia,
le notizie che ha letto in quest’opera citando anzitutto Nicolaus Manzolius, che non
è altri che lo studioso istriano (25), Nicolò Manzolio già citato a proposito della
s. Giustina di Trieste. Allo stesso modo ricorda l’opera di un certo padre Ferrario, cioè F. Ferrari
autore dei cataloghi dei santi, anch’essi già citati sopra, e quella del gesuita J.
L. Schöanleben (26).
Non si posseggono testimonianze più antiche di quelle citate, ad eccezione dei documenti
d’archivio in possesso della Curia arcivescovile di Napoli. Copia degli atti in questione
è presente nell’archivio parrocchiale di S. Agrippino, di cui si sospetta che non sia
completa. Tuttavia si rimanda ad un ulteriore studio per l’approfondimento di tali
dati archivistici.
In maniera esemplare viene qui riportata una copia degli Atti della s. Visita Pastorale
avvenuta nel 1884, quando reggeva la chiesa di Napoli il card. Guglielmo Sanfelice e
s. Agrippino aveva come parroco Gennaro Vitale. A pochi anni dalla traslazione del
corpo di s. Giustina si dà una descrizione degli ambienti e degli arredi sacri presenti (27):
“Si lodano il P. Spirituale ed i confratelli per l’abbondanza e la pulizia degli
argenti ed arredi sacri. All’altare si metta una nuova pietra nera perché
l’attuale none secondo rubrica.
La pianeta bianca rotta nel davanti se non si può aggiustare convenientemente
si metta fuori uso.
Si levino tutti i veli che sono attaccati alla mensa.
Si esibiscano alla segreteria della S. Visita i sacramenti dai quali emerga la
seguita celebrazione degli obblighi ...”.
Le condizioni della cappella non sembrano essere le più floride, anche se si lodano
l’abbondanza degli arredi sacri e della suppellettile in argento. Non si fa riferimento
ad immagini e per ora bisogna concludere che dell’iconografia di s. Giustina resta ben
poco o quasi nulla (28). Diverso è il discorso per le produzioni artistiche
di tipo teatrale. Grande riscontro ha avuto negli anni passati la tragedia di s. Giustina, alla cui stesura
ha certamente contribuito il racconto agiografico dei martiri di Trieste. In essa compaiono
sia il reggente di Trieste, anche se con il nome di Fabiano, sia le torture a cui viene
sottoposta la santa, ma compare anche Zenone, che non appartiene alla originaria tradizione
agiografica. Le notizie conservate dal sacerdote Maglione hanno costituito la base per la
realizzazione di un racconto di s. Giustina di Arzano? A quei tempi erano reperibili notizie
più antiche di quelle che possediamo oggi? La tragedia di s. Giustina è stata elaborata in
ambiente arzanese dalle notizie conservate presso la parrocchia di s. Agrippino?
A queste e ad altre domande si potrà rispondere con un nuovo e approfondito studio sulle
fonti e le vicende di Arzano, sui documenti dell’archivio diocesano di Napoli, sulle relazioni
fra Santa Sede e missioni al popolo, sul valore del culto dei martiri nella pastorale
ecclesiastica fra ‘800 e ‘900.
Note:
(1) H. DELEHAYE, Martyrologium Romanum ad
formam editionis typicae scholiis historicis instructum (= Propylaeum ad
Acta Sanctorum Decembris) Brüssel 1940, p. 188.
(2) Cfr. A. AMORE, Giustina, in BB.SS. VI, op. cit.,
coll. 1345-1348. Per una bibliografia essenziale cfr. BHL 4571-4575; NBHL
NS 4571-4573; AA.SS. Oct. III, Anversa 1770, pp. 790-826; AB X (1891),
pp. 467-470; F. LANZONI, La storia delle diocesi, op. cit., pp. 911-914;
H. DELEHAYE, Commentarius Martyrologium Romanum, op. cit., 1940,
p. 440; R. ZANOCCO, La “Passio beatae Iustinae virginis et martinis”,
in Bollettino della Diocesi di Padova 11 (1926), pp. 425-433; A. BARZON,
S. Giustina vergine e martire di Padova, in BDP 34 (1949), pp. 269-314;
P. FRUTAZ, in LThK, V, col. 1227; G. PREVEDELLO, S. Giustina
martire di Padova. Note biografiche, Padova 1972; per una bibliografia
recente cfr. A. NANTE (a cura di), S. Giustina e il primo cristianesimo
a Padova, Padova 2004.
(3) VENANTIUS FORTUNATUS, Vita Martiri I,
F. Leo (a cura di), in MGH Auct ant IV, Berolini 1881. VENANTIUS
FORTUNATUS, Carmen VIII, 169, F. Leo (a cura di), in MGH Auct Ant IV,
Berolini 1881.
(4) Cfr. BHL 9000; P. KANDLER, Atti dei ss. Mm.
Tergestini (1847), quinto loco; A. NIERO (a cura di), Zenone e Giustina,
in BB.SS. VI, col. 1481.
(5) N. MANZUOLI, Vite et fatti de santi et beati
dell’Istria con l’inventione de loro corpi, Venezia 1611, pp. 60-64.
(6) F. FERRARI, Catalogus sanctorum Italiae in menses
duodecim distributus, Mediolani 1613, P. 431; F. FERRARI, Catalogus
generalis sanctorum, Venetiis 1625, p. 287.
(7) F. LANZONI, Le diocesi, dalle origini al principio
del secolo 7° (an. 604), Faenza, 1927, p. 864.
(8) G. MAGLIONE, Città di Arzano. Origini e
sviluppo, Arzano 1986, p. 132.
(9) Cfr. Archivio del Comune di Arzano, Delibere
Decurionali 1.5.1858.
(10) G. MAGLIONE, Arzano, op. cit., p. 134, nota
152.
(11) Per una bibliografia essenziale sulle caratteristiche
di questo cimitero cfr. V. F. NICOLAI, Strutture funerarie ed edifici di culto
paleocristiani di Roma dal IV al VI secolo, Città del Vaticano 2001; PH.
PERGOLA, Le catacombe romane. Storia e topografia, Urbino 2002, pp.
115-119; L. DE SANTIS - G. BIAMONTE, Le catacombe di Roma, Roma
2005, pp. 156-164.
(12) Per notizie sugli itinerari medievali cfr. anzitutto:
R. VALENTINI - G. ZUCCHETTI, Codice topografico della città di Roma,
vol. II, Roma 1942; Itineraria et alia geographica in CC Series Latina 175,
Turnholti 1965, PP. 284-343, P. TESTINI, Archeologia Cristiana, Bari
1980, pp. 26-29.
(13) A. BOSIO, Roma Sotterranea, Roma 1632 (rist.
anast. 1998), pp. 560-569.
(14) Cfr. M. A. BOLDETTI, Osservazioni sopra i
cimiterij dè Santi Martiri ed antichi cristiani di Roma, Roma 1720.
(15) G. MARCHI, Monumenti delle arti cristiane
primitive nella metropoli del cristianesimo - Architettura, Roma 1844-1847,
pp. 191-199; tav. XXXVIII.
(16) Su Bassilla cfr. F. SAVIO, in NBAC 18 (1912),
pp. 11-23; P. FRANCHI DE’ CAVALIERI, Note agiografiche, in Studi e
Testi 27, Roma 1915, pp. 121-126.
(17) A. FERRUA, Epigrammata damasiana, Città
del Vaticano 1942.
(18) Sui nuovi orientamenti dell’archeologia cristiana
cfr. G. MARCHI, Monumenti delle arti cristiane primitive nella metropoli
del cristianesimo - Architettura, Roma 1844-1847; sulle personalità di
Marchi e De Rossi cfr. E. KIRSCHBAUM, P. Giuseppe Marchi s. j. Und
Giovanni B. De Rossi, in Gregorianum 212, pp. 564-606.
(19) Cfr. F. PROCACCINI M MONTESCAGLIOSO
Commemorazione del p. Raffaele Garrucci, Napoli, 1885; F. BERNABEI,
I primi passi di due grandi Archeologi: G. Fiorelli e R. Garrucci, Catania,
1921; G. BOCCADAMO, Il Garrucci epigrafista, in La Civiltà Cattolica,
quaderno 2123-2124 (1938); IDEM, La figura di Raffaele Garrucci: col
sussidio di epistolari e documenti inediti, in La civiltà cattolica, quad.
2118 (1938).
(20) N. PARISE, De Rossi, in Dizionario Biografico
degli Italiani, vol. 39, Roma 1991, pp. 201-205; Giovanni Battista De Rossi
e le catacombe romane, Città del Vaticano 1994.
(21) Cfr. A. FERRUA, I primordi della Commissione
di Archeologia Sacra. 1851-1852, in Archivio della Società romana di storia
patria, 91, pp. 251-278.
(22) Cfr. Acta Apostolicae Sedis, Inter Sanctam Sedem
et Italian Conventiones 18 feb., 15 nov, 1984, Città del Vaticano 1985.
(23) Cfr. Gazzetta del Mezzogiorno del 27 febbraio
1992; altre notizie si possono ricavare, oltre che dal voluminoso materiale
d’archivio della casa vincenziana dei Vergini, anche da G. GUERRA - M.
GUERRA, Storia dei missionari vincenziani nell’Italia meridionale:
dall’arrivo a Napoli, 1668 al Concilio ecumenico vaticano 2, 1962,
Roma 2003.
(24) Cfr. M. CASSANDRO, Barletta nella storia e
nell’arte, Barletta 1956.
(25) Si fa probabilmente riferimento a N. MANZUOLI,
Nova descrittione della provincia dell’Istria, Venezia 1611.
(26) J. L. SCHÖNLEBEN, Carniolia antiqua et nova,
voll. II, Labaci 1680-1681.
(27) Atti s. Visita G. Sanfelice, p. 282.
(28) Notizie sull’iconografia di Zenone e Giustina sono
riportate in A. NIERO, Zenone e Giustina, in op. cit., col 1482; l’iconografia
più antica e diffusa di s. Giustina è quella legata alla martire di Padova: cfr.
G. PREVEDELLO (a cura di), Giustina. Iconografia, in BB.SS., coll.
1348-1349; IDEM, Origine ed evoluzione dell’immagine di s. Giustina, in
S. Giustina, op. cit., pp. 115-126; Giustina, in Dizionari dell’arte,
Milano 2004, pp. 197-198.