PADRE GIUSEPPE CAMPANILE DELL’ORDINE
DEI PREDICATORI: ERA DI S. ANTIMO
IL PRIMO STUDIOSO DEL KURDISTAN
NELLO RONGA
1. Cenni biografici
L’autore della prima Storia del Kurdistan, pubblicata a Napoli nel 1818 e ristampata ancora
recentemente a Parigi dall’Istituto Kurdo, nacque a S. Antimo (1) in provincia
di Napoli il 19 dicembre 1766 (2). “Fu allevato dagli onesti e divoti
genitori (3) nella pietà e nella religione. Ancor giovinetto vestì l’abito
religioso (4) nell’ordine de’ predicatori, ove fece rapidi progressi nella virtù
e nel sapere. Di fresco ordinato sacerdote, gli fu dato l’incarico d’insegnare filosofia, indi
teologia (5), al che adempì con somma lode. Ardente di propagare
il Vangelo, s’annoverò al famoso Collegio de propaganda fide (6)
in Roma” (7).
Nel 1802 dopo aver frequentato la scuola del Collegio per qualche anno ed aver imparato
l’arabo e nozioni di medicina, fu inviato dal papa Pio VII (1740-1823) in Asia come prefetto
delle missioni della Mesopotamia e del Kurdistan. Aveva trentasei anni.
La missione aveva sede a Mossul e lì il nostro risedette fino al 1815.
“Fu instancabile nell’esercitare tal ministero, correndo quelle regioni, poco curando intemperie
di stagioni e difficoltà di sentieri, e delle sue fatiche raccolse sempre ubertose messe. Menò
al cattolicesimo alcuni popolati villaggi, cioè Vvassad, Ilzol-Kabin, Sciak, Mar-Jako, Pesciabur,
Serèe-Aurè, Bedàr, Sciaranere, Apeiin e Dezi, e nel 1811, dopo molte fatiche, ridusse alla
soggezione del romano pontefice i vescovi cattolici caldei residenti in Alkuse, che arrogavansi
il potere di nominare i loro successori senza l’approvazione della S. Sede Romana” (8).
Nel 1815 ritornò a Napoli, ma non poté rientrare nel convento perché nel decennio
francese (1806-1815) molti monasteri anche dei domenicani erano stati soppressi. Tornò
quindi a S. Antimo, dove visse qualche tempo. A metà dell’anno 1816 inoltrò una richiesta
al governo borbonico per godere della pensione che era stata accordata ai monaci costretti
a lasciare i conventi. Il 7 settembre di quell’anno, infatti, il Ministero degli Affari Ecclesiastici
scriveva al Prefetto di Polizia: “Il padre maestro Domenicano Giuseppe Campanile ha esposto,
che nel 1802 per disposizione della S. Sede fu destinato Missionario Apostolico, e prefetto
delle Missioni nella Mesopotamia, e nel Kurdistan; e che dopo aver in quelle regioni esercitato
il suo sagro Ministero per quattordici anni, a gravi spese si è recentemente restituito in
S. Antimo sua patria.
In seguito alla domanda del richiedente diretta ad ottenere la penzione monastica, ed un
sussidio per altri suoi bisogni per gli arretrati; avendo Sua Maestà ordinato di prendersi
informo sulla verità dell’esposto riservatamente da voi qual prefetto di polizia; vi partecipo
tal Sovrana determinazione per l’adempimento.
7 Settembre 1816
Si è scritto anche al Ministro degli Affari Ecclesiastici per prendersi informo riservatamente
sulla verità dell’esposto dal Marchese di Fuscaldo ministro in Roma” (9).
Dal 1816 fino a poco prima del 1820 è probabile che il nostro risiedesse a S. Antimo,
dove scrisse o rivide la Storia della Regione del Kurdistan che fu pubblicata nel 1818.
Che non fosse in convento e che avesse dismesso l’abito talare è dichiarato da lui stesso
nella dedica della Storia dove si firma ex Domenicano ed ex prefetto delle missioni di
Mesopotamia e Kurdistan. Forse proprio perché abitava a S. Antimo ed era in più stretti
rapporti con la Curia aversana, il nostro dedicò l’opera a monsignor Agostino Tommasi,
nominato vescovo di Aversa il 2 giugno di quell’anno e che il Campanile afferma di conoscere
da circa cinque lustri, probabilmente perché ambedue maestri di teologia.
Dopo il rientro dei Borboni a Napoli (1815) e la firma del Concordato con la Santa Sede
(1818) si consentì la riapertura di una parte dei monasteri. Il grande convento-guida dei
domenicani era S. Domenico Maggiore; particolare cura fu, quindi, posta nella scelta dei
frati che dovevano entrarvi a far parte. Il vicario generale Gaddi non a caso esortò il padre
provinciale napoletano Pacini a “non andare alla cieca e a scegliere per S. Domenico
Maggiore “gli uomini più distinti”, da prendere “da tutti i priorati del Regno”, perché la
“famiglia” che si voleva insediare in quel complesso doveva “esser composta da uomini
scelti e capaci” e tali da essere in grado di “somministrare i lumi necessari per lo stabilimento
dei conventi in tutto il Regno”" (10). Tra i primi ad essere ammesso,
il 18 gennaio 1820 nel riaperto convento, fu padre Giuseppe Campanile (11),
il quale si era trasferito precedentemente in un convento di Castellammare di Stabia, che pur
se non ufficialmente forse di fatto aveva incominciato ad ospitare i frati.
Il 13 giugno del 1820, subito dopo la riapertura di S. Domenico Maggiore, al nostro fu
riconosciuta, nella seduta svoltasi nel convento, la laurea in teologia da una commissione
formata dal Padre Maestro Provinciale Tommaso Pacini, dal Padre Maestro Luigi Vincenzo
Cassitto delegato generale e priore, dal Padre Maestro Pellegrino de Pactis ex provinciale
e dai Padri Gallucci e Lombardi (12). Da quella data il nostro entrava a
far parte del gruppo di frati che collaboravano con il padre provinciale di S. Domenico Maggiore
nella gestione dell’ordine o, come detto più sopra a “somministrare i lumi necessari per lo stabilimento
dei conventi in tutto il Regno”. In un verbale del 29 aprile 1829 il nostro figura presente a
una riunione del consiglio sotto il provinciale Luigi Montera nella quale si discussero 10
punti che andavano da problemi gestionali a indicazioni per l’insegnamento della
filosofia (13).
Il 3 agosto del 1830 fu scelto come Rettore delle Sante Missioni per la Nazione
Napoletana e capo della cosiddetta Sciavica per la Capitale (14).
“Giunto all’età di 73 anni fu assalito da infermità che in pochi giorni lo spense” (15).
Morì a Napoli il 12 marzo 1835 (16).
Vari autori riportano la notizia che il Campanile al suo rientro a Napoli fu professore di
lingua araba nell’università (17). Riteniamo che la notizia sia inesatta perché la prima cattedra
di lingua araba istituita a Napoli nel 1811 fu assegnata al sacerdote Angelo Maria De
Simone di Gallipoli, che non tenne mai lezione perché non aveva studenti. La cattedra fu abolita
nel 1821 e ripristinata nel 1847 (18). Il Campanile fu sostituto di lingua araba
nel liceo di Napoli, come egli stesso scrive nella Storia del Kurdistan (19).
2. Le opere
L’opera più importante che Giuseppe Campanile ci ha lasciato è la Storia della regione
del Kurdistan e delle sette di religione ivi esistenti, pubblicata a Napoli nel 1818.
Decisamente minori sono: Le gesta del glorioso martire S. Antimo, edita a Napoli nel
1829 (20) e la Sacra Tragedia del prodigioso martire S. Antimo,
probabilmente di poco posteriore.
Non abbiamo rinvenuto tracce invece della sua attività poetica della quale danno notizia
vari autori. In proposito il De Tipaldo annotò: “Scrisse pure anche altre piccole opere,
tra le quali parecchie sono di poesia, in cui egli sentendo molto innanzi, n’ebbe gran fama,
fino ad ottenere onorevole posto tra gli accademici Arcadi e Peloritani” (21).

Ma torniamo alla opera che gli ha dato notorietà in tutto il mondo, la Storia del Kurdistan.
Nella Dedica al vescovo aversano Agostino Tommasi (22) il nostro ricorda di
aver presieduto per 14 anni le Sante Missioni in Asia e quindi, ricco di notizie sullo stato religioso, politico,
ed economico di quelle regioni ha scritto un’opera “che riguarda la distinta descrizione del
Kurdistan”. Il saggio, continua il nostro, è ancora più importante in quanto i popoli kurdi
sono soliti “chiuder ad ogni estero l’accesso tra loro, dal che infinite difficoltà e pericoli
derivano a danno di quelli, che volessero penetrarci” (23). Pericoli che il nostro
conosceva bene perché nel 1785 proprio a Djézireh sulle rive del Tigri era stato assassinato il domenicano
Vincenzo Ruvo per non esser riuscito a guarire il fratello moribondo del signore del posto (24).
Quindi, continua Campanile, non deve destar meraviglia se scarsissime ed inesatte sono le
notizie registrate nei libri di geografia sul Kurdistan e negli scritti dei viaggiatori
sinora pubblicati.
A fronte delle difficoltà esistenti è da evidenziare l’importanza di quelle regioni che confinano
con la Russia, la Persia e gli Stati Ottomani, e sono ubicate sulle sponde del fiume Tigri nelle
vicinanze della regione dove “si consumò la grand’opera della Creazione”. Costretto quindi
“a correr tutti i rischi per l’adempimento della mia santa incombenza stimai di trarne profitto
anche per il bene della letteraria repubblica, rimarcando le notizie tutte, che riguardan popoli
così sconosciuti. Imitai in tal guisa l’esempio di tanti illustri missionarj, dalla diligenza de’
quali si ottennero le più accurate relazioni de’ popoli, che han visitati per istruirli nei principj
della nostra augusta Religione” (25).
“La mia spedizione nell’Asia ordinata dalla Santità di Pio VII felicemente regnante, per mezzo
Propaganda fide nell’anno 1802 in qualità di prefetto apostolico nella Mesopotamia, e
Kurdistan, ove mi trattenni sino all’anno 1815, mi somministrò occasione d’introdurmi in
questa gran regione. Il linguaggio che imparar mi convenne per esercitare colà il sacro ministero
per cui ero messo; la medicina, che come sotterfugio era io necessitato praticare per non
dare all’occhio ad una nazione sospettosa d’infedeli; e la sorte finalmente favorevole, che
incontrar mi fece sul genio de’ due Basci di Musul, e dell’Amadia, che meco benignavansi
consigliare negli affari più ardui, ed interessanti de’ loro dominj, facilitarono le mie ricerche,
e l’adito mi aprirono ad esser testimonio di vista, e di udito” (26).
Il saggio si articola in nove capitoli e va dalla descrizione fisica della regione alla individuazione
dei vari principati; dalla descrizione della religione ai costumi kurdi, ai loro modi di vestire;
dalle varie sette (scemisti, sabei) all’importanza militare, politica e commerciale
della regione.
Giustamente nella prefazione all’edizione francese, nel 1962, padre Thomas Bois scriveva (27):
“Senza alcun dubbio l’autore farà riferimento a certi eventi del passato, come la fondazione
antica d’Amadieh e quella più recente di Sulaimanieh o la pseudo-conversione al rito jacobite
degli adoratori del Sole di Mardin, ma il suo progetto sembra essere quello di volerci istruire
sui costumi che egli ha conosciuto, dei fatti di cui è stato testimone, dei personaggi più o
meno importanti che ha incontrato. Tutto quanto egli ci riferisce sulla geografia, la situazione
economica, la vita sociale e religiosa è complessivamente esatto. Nelle sue descrizioni nulla
è cambiato da allora perché egli conosce bene il Paese per averlo percorso in tutte le
direzione durante una dozzina di anni. La sua testimonianza è dunque interessante, soprattutto
per il fatto che lo scrittore è uno dei primi Europei ad esser vissuto fra i Curdi. A parte
Niebuhr che l’ha preceduto in un viaggio apostolico (1766), gli altri viaggiatori che hanno
attraversato il Kurdistan gli sono tutti posteriori e le informazioni che forniscono, per quanto
possano ritenersi apprezzabili, restano, malgrado tutto, estremamente frammentarie e
disorganizzate, a differenza delle sue che sono state raccolte con precisione in un quadro
d’insieme”. Nel 1809 diede “una esatta notizia (scritta) del Kurdistan” al generale francese
Gardane che ritornava da una missione in Persia e che “compiacquesi onorare per qualche
giorno” la sua casa. Con uguale premura arricchì “di notizie Kurde i dotti scritti di Monsieur
Giuseppe Rousseau nel passaggio, che fece da console della nazione Francese d’Aleppo
in Bagdad” (28).
A Mossul fu proprio il Campanile a fondare la missione che mantenne viva per una
settantina d’anni la scuola per gli studi fondamentali della curdologia.
Le altre due opere del Campanile sul santo protettore del suo paese natale Le gesta del
glorioso martire S. Antimo e la Sacra tragedia del prodigioso martire S. Antimo,
traggono origine da un motivo accidentale.
Negli anni che dimorò a S.Antimo, dal 1815 al 1820, i suoi concittadini gli chiesero di
scrivere la vita del santo protettore. “Ma le mie varie giornaliere occupazioni non
permisero, che avessi tosto aderito alle pie lor brame. Ma che! Le premure, dice
Campanile, giunsero alle importunità”. Ma il nostro non sembrava intenzionato ad
affrontare una fatica “per raccogliere dalle caligini delle remote età qualche mal fondata
notizia”. Ma poi il ricordo delle tante invocazioni che aveva rivolto al santo durante la
sua permanenza in Asia, e la reminiscenza dei tanti gravi pericoli dai quali egli l’aveva
salvato lo spinse, più dell’amicizia dei suoi compaesani, a tentare l’impresa.
E’ probabile quindi che dopo la riapertura del convento di S. Domenico Maggiore,
dopo gli anni venti, il Campanile si dedicasse a questo lavoro. “Mi occupai a tal uopo
per varj mesi, quasi in tutti i giorni, nelle pubbliche, e private biblioteche frugando
dappertutto onde rintracciar le notizie, di cui avea uopo. Consultai annosi Scrittori,
ed eruditi Istoriografi. Svolsi gli autori più accreditati, ed i più sensati critici, ed alla
malagevole impresa diedi cominciamento, benché mal sicuro dell’esito. Ma sia per
la buona mia ventura, o per effetto dell’ottima educazione de’ miei concittadini, essi
mostraronsi appagati” (29). Le gesta del glorioso martire S. Antimo,
videro la luce nel 1829 e probabilmente dopo, se non contemporaneamente, fu scritta la Sacra
Tragedia, che si rappresenta ancora a S. Antimo durante la festa del Santo patrono (30).
Le due operette hanno un valore puramente affettivo. Nella prefazione alla prima
l’autore scrive: “Questo piccolo lavoro è scritto con la naturale ingenuità. Ho riferito
le cose a misura di ciò, che mi hanno presentato i più sinceri autori, senza punto
alterarne i fatti: il che forse sarà il solo pregio, ch’esso possa vantare.
Voglio pur lusingarmi, che il benigno lettore scorrendo con occhio indulgente questa
qualunque siasi operetta, riconosca almeno in essa il divoto animo dell’autore verso
un Santo così prodigioso, il di cui culto egli si sforza promuovere, ed altro desio
non nutre, se non quello di vederlo propagato” (31).
L’opera è dedicata a Don Alfonso D’Avalos, marchese di Pescara e Vasto,
gentiluomo di camera di Sua Maestà.
L’ultima operetta, scritta negli ultimi anni della sua vita, la Tragedia del prodigioso
martire S. Antimo, forse vide la luce subito dopo la morte dell’autore. Infatti essa,
contrariamente alle due opere precedenti, non è dedicata ad alcuno, né contiene
pagine di prefazione.
La rappresentazione si articola in tre atti e racconta alcuni episodi della vita del Santo,
alcuni suoi miracoli e la sua decapitazione ad opera dei pagani.
Il dramma religioso detto anche Rappresentazione sacra, come è noto, ha origini
molto antiche, le sue prime manifestazioni risalgono al medio evo ed i testi erano
scritti in latino. Nei secoli XII e XIII si ebbero le prime rappresentazioni nelle lingue
nazionali con il contemporaneo inserimento di un più aperto e ingenuo gusto popolare.
In Italia le prime Rappresentazioni sacre si ebbero in Umbria tra la fine del XII e il
principio del XIII secolo e nacquero strettamente legate all’inizio del movimento di
rinnovamento religioso sorto nell’Italia centrale. Nei secoli XV e XVI si ebbe il loro
sviluppo più spettacolarmente complesso e letterariamente più maturo, particolarmente
in Toscana. Successiva è la sua trasformazione in dramma teatrale laico e popolare.
In genere l’opera era rappresentato in piazza con attori dilettanti; gli autori erano per
lo più anonimi e scrivevano più per devozione che per desiderio di fama. Il gusto era
decisamente popolare ed andava incontro alle esigenze di offrire diletto ed edificazione
morale al popolo. Il Concilio di Trento, nel tentativo di sottrarre all’elemento laico il
pieno dominio delle manifestazioni religiose, sanzionò il divieto o comunque la limitazione
delle rappresentazioni sacre. Tuttavia esse sopravvivono ancora oggi in quasi tutta Italia
e rappresentano un elemento più folkloristico che religioso, con testi non molto antichi
che in genere non risalgono a prima XVII secolo.
Prima del concilio di Trento Aversa ebbe una produzione di Sacre rappresentazioni
veramente notevole; esse erano rappresentate, durante il secolo XV, nelle chiese e
particolarmente in quella dell’Annunziata (32). Oltre trenta di quelle rappresentazioni
sacre, composte da poeti locali, sono giunte sino a noi grazie alla trascrizione da
parte di cittadini aversani, tra i quali spicca Jeronimo de Fulgore. Raccolte in due
grossi volumi manoscritti, intorno al 1568, sono conservati nella Biblioteca
Nazionale di Napoli.
Il testo di Campanile è posteriore e risale alla prima metà dell’800, ma ha
caratteristiche e scopi analoghi alle opere simili anteriori.
Chiudiamo questa breve nota riportando una bella canzoncina kurda che il
Campanile tradusse e inserì nella sua opera maggiore. A questo “componimento
erotico”, scrisse, “ci si è adattata una musica non insoave, ed è cantato quasi da
tutta la gente galante nelle radunanze con un accento assai gradevole. Nel tradurla
mi sono impegnato, per quanto ho potuto, di adattarmi alle imagini del loro
gusto nazionale” (33).
Canzoncina kurda
composta dal Mir di Agarì
Tabascen rescià rahana
Az nascem bekkam bejana
Oh nero, alto basilico
Del più vezzoso aspetto!
Da te lontano io spasimo,
Né so trovar ricetto.
Jarkamen melaham delana
Ahh jarè pe mna scirini
Cagion sei sola, ed unica
Per cui si strugge il core;
Sol tu in quest’alma fervida
versi il piacer d’amor.
Hale derde men tebini
Per te, se fra miei palpiti
Ti volgi a me serena,
Il duolo stesso è amabile,
Dolce è di amor la pena.
Az cubkem ta na dit avini
Oimè ! Già l’alma è timida,
Che ognor fa il sen tuo privo,
E sasseo, ed insensibile
Di amor al dardo estivo.
Tabascen bia belava
Ta beskan ghertì konava
Qual lungo, e steso salice
Le piante stringe, e allaccia;
Tal tu mi chiudi impervio
Fra le tue care braccia.
Jarkamen belek ciava
Quegli occhi tuoi sì languidi
Son foglie tremolanti,
Che vero amor lampeggiano
Sugli occhi degli amanti.
Nell’edizione francese Thomas Bois riporta questa canzoncina in lingua italiana e motiva la
scelta nella constatazione che essa “est plus une paraphrase qu’une traduction exacte de la
chanson”. Non gli sembrò opportuno, quindi, tradurla in francese facendo perdere ai versi
quanto vi aveva aggiunto, con la sua sensibilità poetica, Campanile nella traduzione
dal kurdo.
Note:
(1) Alcuni ritengono che Campanile sia nato a S. Antonio (Napoli) o a
Castellammare di Stabia. Ma è lo stesso domenicano, nei suoi scritti, come vedremo in seguito,
a dirci d’essere nato a S. Antimo. A S. Antonio in provincia di Napoli lo fa nascere Leo
Benvenuto, Dizionario degli italiani all’estero, 1890. Incerto sul luogo di nascita è anche
Michele Miele, L’epoca contemporanea in Gerardo Cioffari e Michele Miele, Storia dei
Domenicani nell’Italia meridionale, vol. 3, p. 487: “Il p. Campanile era nato a Castellammare
di Stabia (per altri a S. Antimo) in provincia di Napoli nel 1866 (la data di nascita è
anticipata da alcuni al 1862)”. L’incertezza di Miele nasce dalla lettura di un documento,
di cui parleremo in seguito, nel quale il Campanile è detto proveniente da Castellammare di
Stabia. Ma, come ha ritenuto lo stesso padre Miele rileggendo il testo del 1820, la località in
quel caso si riferisce al convento di provenienza del frate e non al luogo di nascita.
(2) Il documento al quale si faceva riferimento prima recita: “Campanile
MRO Giuseppe, nato 19 dicembre 1766 da Castellammare assegnato in S. Domenico Maggiore”,
cfr. Archivio Provinciale Ordine dei Predicatori, S. Domenico Maggiore Napoli, Registro
dei provinciali, I vol., p. 55. La data di nascita è anticipata al 1762 da De Tipaldo, Biografia
degli italiani illustri nelle scienze, lettere ed arti…, vol. 4, 1837, da Benvenuti Leo,
Dizionario degli italiani all’estero, 1890 e da altri sulla loro scia.
(3) Della famiglia Campanile di S. Antimo sappiamo che un Belisario
era segretario del comune alla fine del XVIII secolo; un Tommaso, sacerdote regio nella
parrocchia di Pizzofalcone a Napoli, figlio di Francesco e Orsola Puca, fu considerato reo di
stato alla caduta della Repubblica napoletana del 1799 e subì il sequestro dei beni. Un Francesco
Paolo Campanile fu sindaco del comune nel 1820. Sui primi due vedi Nello Ronga, Il 1799 in
terra di lavoro, Una ricerca sui comuni dell’area aversana e sui realisti napoletani,
presentazione di Anna Maria Rao, Vivarium - Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Napoli
2000 e dello stesso La repubblica napoletana del 1799 nel territorio atellano, prefazione
di Gerardo Marotta, Istituto di Studi Atellani, 1999. Su Francesco Paolo e sulle condizioni di vita
nel comune in quegli anni vedi Nello Ronga, Terra di lavoro nel decennio francese, Dai
Luoghi pii laicali alla pubblica assistenza in diocesi di Aversa, e I tiramantici e le
rotelle bolognesi, Note per una storia dei Luoghi pii di S. Antimo, in preparazione.
(4) Non sappiamo in quale convento. All’epoca l’ordine dei domenicani
contava varie sedi a Napoli, ad Aversa e in altri comuni della diocesi.
(5) Evidentemente nello stesso seminario dove si era formato.
(6) La Congregazione della Propaganda fide fu fondata nel 1622 da
papa Gregorio XV con lo scopo di diffondere il cristianesimo nelle zone dove ancora non
era giunto e di difendere il patrimonio della fede dalle eresie. Questo dicastero della Santa
Sede ha avuto, in pratica, il compito di organizzare tutta l’attività missionaria della chiesa.
Giovanni Paolo II ha modificato, nel 1988, il suo nome in Congregazione per l’Evangelizzazione
dei Popoli.
(7) DE TIPALDO EMILIO, op. cit. Scarse notizie sul nostro sono
in A. M. STORACE, Ricerche storiche intorno al comune di S. Antimo, Napoli 1887,
pag. 133. Nulla aggiungono Amat di S. Filippo, Pietro, Biografia dei viaggiatori italiani,
1882 e IMPERATORI UGO E., Dizionario di italiani all’estero, 1956.
(8) DE TIPALDO, op. cit.
(9) ASN, Ministero degli Affari Ecclesiastici, f. 1413, ff. 343-52.
(10) MICHELE MIELE, op. cit., p. 486.
(11) Insieme a lui, della diocesi di Aversa, furono ammessi i padri
maestri Benedetto Cangemi (di anni 62) di Aversa e Michele Ruggiero (62 anni) di Caivano;
i padri baccellieri Vincenzo Errico (63 anni) di Grumo e Antonio Casaone (forse Coscione)
(60 anni)di S. Arpino; tra i fratelli conversi Gabriele Borzacchiello di 70 anni di S. Antimo,
Vincenzo Cinquegrana di 62 anni di S. Arpino; tra i novizi, alla data del 25 maggio 1822,
figurano il nipote di Giuseppe Campanile, Vincenzo di 16 anni e Raimondo Maria Di Donato
di 18 anni di S. Antimo, Lodovico Maria Magri di Cardito di 20 anni; cfr. Luigi Gugliemo
Esposito O.P. I Domenicani in Campania e in Abruzzo, Napoli-Bari 2001, p. 162-164.
(12) Il documento recita: “Addì 13 giugno 1820 fu laureato il Padre
Maestro fra Giuseppe Campanile dal P. M. Provinciale Pacini, P. M. Cassetto delegato
generale e Priore, P.M. Pellegrino ex provinciale, Gallucci e Lombardi, e dopo la professione
della fede, laurea che fu unanimemente per voti segreti approvata et accettata ecc.”, cfr.
APOP, Registro dei provinciali, I vol., p. 59.
(13) APOP, Registro dei provinciali, I vol., pp. 127, 128.
(14) L. G. ESPOSITO, op. cit., p. 146. Di Sciaviche oltre a
quella domenicana ne esisteva anche una dei gesuiti. Il termine probabilmente deriva da
“sciabica, rete da pesca”, cfr. F. D’ASCOLI, Nuovo dizionario dialettale napoletano,
Napoli 1993.
(15) DE TEBALDO, op. cit.
(16) Benvenuti e Imperatiori lo fanno morire nel 1833.
(17) T. BOIS, prefazione in R. P. GIUSEPPE CAMPANILE
O.P., Histoire du Kurdistan, traduit de l’italien par le P. P. Thomas Bois, O.P.
Institut Kurde de Paris, 2004, p. 6. Il testo di padre Thomas Bois è stata tradotto in
italiano dalla professoressa Enza Di Francesco, che ringrazio.
(18) ALFREDO ZAZO, L’ultimo periodo borbonico, in
AA.VV., Storia dell’Università di Napoli, Napoli 1924, pp. 537-538.
(19) Nel frontespizio del testo egli si qualifica come: Professore
in sacra teologia, prefetto delle missioni della Mesopotamia, e Kurdistan, sostituto di lingua
araba nel pubblico liceo di questa città, pastore arcade col nome di Liside Metimneo,
ed accademico peloritano detto il Deliberato.
(20) Il titolo del saggio riportato dopo la dedica e la prefazione
è: Ragguaglio della vita del gran martire S. Antimo. L’operetta fu ristampata nel
1848 a Napoli da Nicola De Simone col titolo: La vita del prodigioso martire
S. Antimo.
(21) DE TIPALDO, op. cit.
(22) Il Tommasi fu vescovo di Aversa dal 1818 al 1821. Fratello
del ministro borbonico Donato, fu ucciso ad Aversa il 9 novembre 1821 da Carmine
Mormile mentre tornava al palazzo vescovile.
(23) G. CAMPANILE, Storia della regione, op. cit., pp.
III e IV.
(24) MICHELE MIELE, op. cit., p. 487.
(25) G. CAMPANILE, Storia, op. cit., pp. IV e V.
(26) Ivi, pp. XV e XVI.
(27) T. BOIS, prefazione, in R. P. GIUSEPPE CAMPANILE
O.P., Histoire du Kurdistan, op. cit., p. 5.
(28) G. CAMPANILE, Storia, op. cit., p. XIX.
(29) GIUSEPPE CAMPANILE, Le Gesta del glorioso martire
S. Antimo, esposte dal padre maestro Giuseppe Campanile dell’ordine de’ predicatori, tra
gli arcadi Liside Metimneo, Napoli dalla tipografia Cataneo, Fernandes e Comp., Strada Medina n. 5, 1829.
(30) La Sacra tragedia fu stampata dalla stessa tipografia degli
altri scritti del Campanile e ripubblicata ad Aversa nel 1858. L’opera che si rappresenta
nei giorni della festa patronale è una edizione rivista nel 1929 e nel 1962 dal sacerdote
Amodio Chiariello. Recentemente la Tragedia, nelle tre versioni, è stata ripubblicata a
cura di Carmine Di Giuseppe dall’Amministrazione Cappella S. Antimo P. M.,
S. Antimo 2007.
(31) G. CAMPANILE, Le gesta, op. cit., pp. 16-17.
(32) FRANCESCO TORRACA, Sacre rappresentazioni del
napoletano, cfr. Archivio storico per le province napoletane, n. 4 (1879), pp. 114-162.
(33) G. CAMPANILE, Storia, op. cit., pp. 211-212.