LE MALEFATTE DEI RUFFO DI BAGNARA
CONTRO LE BONE GENTI
DEL FEUDO DI S. ANTIMO (1)
NELLO RONGA
Premessa
Il 1647 fu un anno particolare per la città e il Regno di Napoli perché ebbe inizio la rivolta, detta
di Masaniello, contro la politica degli spagnoli che occupavano il Mezzogiorno d'Italia. Scoppiata
il 7 luglio di quell'anno, vi avevano concorso «gli stolti espedienti finanziari e le odiose gabelle (2)
fatte imporre dai viceré, ma altrettanto le prepotenze e l'egoismo economico della nobiltà» (3). Il
dominio di Madrid, iniziato circa un secolo e mezzo prima, si sarebbe ancora protratto per
altri 60 anni, fino al 1707.
I comuni del Regno durante i primi 150 anni di dominazione spagnola erano stati in gran parte
infeudati; i baroni erano passati da cinquantuno a circa mille (4) e nei feudi disponevano di un potere
quasi assoluto perché certi della propria impunità. La possibilità per i cittadini e per le università
di «adire i tribunali regi rappresentava un'eventualità chimerica, problematica e dagli esiti quanto
mai incerti. Anche per le difficoltà - non del tutto casuale o disinteressata - della scientia iuris a
distinguere tra gravamina e diritti legittimamente esercitati. La solo certezza era rappresentata
dalle persecuzioni che si sarebbero scatenate quando i feudatari avessero presagito l'intenzione
delle vittime di chiedere giustizia» (5). Le condizioni di vita dei cittadini, specialmente di quelli che
abitavano nelle università dove il barone gestiva il cespite feudale come un patrimonio familiare,
«nel senso che tutta la famiglia del feudatario era coinvolta nella sua gestione» (6), erano pessime
dal punto di vista sia economico, per le continue usurpazioni a danno delle università e dei singoli
cittadini, sia civile per le frequenti vessazioni cui erano sottoposti, spesso anche
nella loro onorabilità.
Inoltre «... la partecipazione della Corona spagnola alle grandi guerre europee dal 1618 in poi
e, ..., la crisi economica, anch'essa europea, da quegli stessi anni in poi provocarono una stretta
possente della pressione fiscale, amministrativa, politica, finanziaria della monarchia sulla città
(di Napoli) e su tutto il Regno» (7).
Non meraviglia, quindi, che la rivolta da Napoli si propagasse velocemente nelle province e
che in molti comuni il popolo si levasse in armi contro il governo centrale e contro i baroni
che gestivano i feudi con prepotenza e tirannia. Forse riecheggiarono, nella sostanza, i vecchi
canti che gli abitanti di Sant'Agata di Calabria, in occasione del riscatto del feudo dal barone
nel 1633, cantavano: Avia nu gaddu e lu fici capuni: Fora baruni, fora baruni! (8)
Per tentare di correre ai ripari il viceré, duca d'Arcos, «autorizzò le municipalità ad inviare a
Napoli "due persone, a dire le loro ragioni che se li farà giustizia". Alcuni baroni tentarono
d'impedire la partenza dei deputati, ricorrendo alla violenza o alla frode» (9). La duchessa Fulvia
del Tufo di Vallata, ad esempio, per impedire agli Eletti di rivolgersi al Collaterale «fece
"mazziare" gli amministratori comunali, uccidere un prete, sfregiarne un altro. Un oppositore,
evidentemente troppo combattivo, morì dissanguato dopo un tentativo d'evirazione ed altri
avversari, rinchiusi in un carcere napoletano, furono fatti tacere con il veleno» (10). «Ma alla fine la
rabbia del vassallaggio fece accumulare sui tavoli della Cancelleria un considerevole numero
di denunce che, accuratamente trascritte tra i Partium del Collaterale, costituiscono un
campione assai significativo della feudalità seicentesca e dei suoi abusi» (11).
1.1 - Gli Eletti di Sant'Antimo chiedono giustizia
Il feudo di S. Antimo, che in quel periodo contava 679 (12) fuochi (poco
più di 4.000 abitanti) (13),
era di proprietà della famiglia Ruffo di Bagnara dal 1629. Carlo, nel 1641, era riuscito a farlo
elevare a principato dal re Filippo IV, acquisendo lui e i suoi successori il diritto di fregiarsi
del titolo di principe di S. Antimo (14).

Stemma della famiglia Ruffo
(Napoli, cappella di palazzo Bagnara)
I Ruffo (Francesco, Carlo, Giuseppe, Paolo, Francesco) tennero il feudo fino al 1756 quando
lo vendettero al principe di Teora Francesco Maria Mirelli.
Il duca godeva dell'imperium merum et mixtum, cioè «reggea la giustizia, decideva delle
cause civili, criminali e miste, aveva la potestà del gladio, delle quattro lettere arbitrarie, di
comporre i delitti, mutar le pene da corporali in pecuniarie, rimetterle in tutto o in parte,
transigere, fare indulti e grazie, creare governatori, consultori, assessori, luogotenenti, erarii,
camerlenghi, mastri di fieno, baglivi, mastrodatti, caporali, armigeri, e altri ufficiali, e amoverli.
Dalla Camera Baronale dipendevano le carceri e quant'altro occorreva per l'attuazione dei
poteri feudali i quali da remoto tempo s'estendevano benanche sul casale di Friano, che da
epoca precedente il 1600 ha fatto sempre parte di Sant' Antimo.
Accanto a un tale potere del Barone, nell'interesse dello Stato, eravi un Governatore, e,
nell'interesse amministrativo dei cittadini, l'Università» (15).
Ma, come vedremo, il potere dell'università era quasi nullo nei confronti del feudatario, oltre
che per la impunità di cui questi godevano, anche per la presenza di un partito baronale che
rendeva possibile ogni forma di angherie e più agevole l'annientamento degli oppositori. La
nascente piccola "borghesia" locale si divideva tra i favoreggiatori, che costituivano il partito
baronale, e i suoi oppositori; la scelta di campo, mai definitiva, sempre o quasi sempre,
aveva origine dalla volontà di difendere gli interessi propri e quelli dei propri sodali,
contrabbandandoli, come oggi, per interessi collettivi.
Nel 1647 l'università, attraverso i suoi eletti, Paolo Fiume e Giovan Battista della Puca, fece
sentire la sua voce con tre memorie, una del 30 luglio e due del 16 agosto. E di cose da
denunziare ne avevano le "bone genti" di Sant'Antimo; i Ruffo, infatti, sin dall'acquisto del
feudo si erano caratterizzati per una condotta tirannica e vessatoria.
1.2 - Le malefatte di Paolo Ruffo
La prima memoria è contro Paolo Ruffo, locatario, dal 1644, del feudo di proprietà del
fratello Carlo, duca di Bagnara.
Don Paolo, scrivevano gli Eletti, aveva commesso e continuava a commettere reati «enormi,
gravi e pregiudiciali contro l'honore» dei «poveri cittadini» e contro i loro beni.
I primi reati denunciati erano stati commessi contro «le robbe di essi»: il locatario costringeva,
minacciandolo di morte, colui che prendeva in fitto le gabelle dell'università a comprare anche
quelle della chianca e del funiciello della dogana, dal duca usurpate all'università, facendo
sottovalutare le gabelle comunali di un importo che si aggirava sui cinquecento ducati e
pretendendo la sopravvalutazione, di pari importo, di quelle baronali.
Col pretesto di aver venduto ad alcuni Eletti 13 cantara (pari a 1158 chilogrammi) di salame di
pessima qualità, «verminosa e puzzolente» che non valeva più di dieci ducati il cantaro, don Paolo
ne aveva preteso il doppio e, poiché il pagamento non era stato effettuato in tempo, aveva
imposto un interesse del dieci per cento. Aveva costretto, quindi, gli Eletti e altri cittadini a
rilasciare polizze a suo favore di importi diversi, per incassare il credito che asseriva di vantare.
L'autorizzazione all'emissione delle polizze veniva estorta di notte quando il notaio Carlo Giaccio,
insieme alla Corte baronale, su mandato del Ruffo, si recava nelle case dei designati
minacciandoli di arresto.
Al comportamento malavitoso del Ruffo, per la verità, faceva riscontro una condotta degli Eletti
altrettanto esecrabile; l'acquisto di alimenti «verminosi e puzzolenti» era stato fatto, ovviamente,
per distribuirli alla popolazione affamata. Ma oltre ai cibi guasti i cittadini erano costretti anche a
bere vini della stessa qualità e, per giunta, sbolliti, che i fratelli Paolo e Fabrizio Ruffo obbligavano
ad acquistare al prezzo di quelli ottimi.
Una fonte inesauribile di soprusi era costituita dall'amministrazione della giustizia, che il Ruffo
cedeva a terzi per un importo esorbitante, facendo intendere ai compratori che potevano fare
quello che volevano per recuperarlo, sottoponendo i cittadini a qualsiasi vessazione.
Per fittare le sue terre a un estaglio doppio di quello corrente, Paolo Ruffo "esonerava" gli affittuari
suoi dal pagamento delle gabelle comunali, che ricadevano così sugli altri cittadini. Costringeva
inoltre coloro che non avevano voluto fittare le sue terre a pagargli ugualmente l'estaglio. Altre
volte faceva massacrare di frustate, dal suo schiavo Valentino, chi non volevi prendere in
fitto i beni baronali.
Costringeva i cittadini a comprare i suoi prodotti agricoli a prezzi esorbitanti e se non pagavano
in tempo li malmenava insieme ai loro familiari Caterina Torno, ad esempio, moglie di un suo
creditore, «donna honorata et d'età de cinquanta anni, la quale fu ingiuriata pessimamente da
detto don Paolo et dopo di sua propria mano la pigliò per i capelli et la strascinò per terra
malamente», dopo chiamò il solito schiavo Valentino e le fece assestare cento "volpenate" (16),
lasciandola quasi morta a terra.
Con comportamenti di una arroganza inaudita, mandava i suoi servitor a vendemmiare nelle terre
altrui e ne faceva saccheggiare le case, asportandone mobili e masserizie.
A volte si appropriava delle doti delle donne costringendo i mariti, con le bastonate e il carcere,
a cederle senza compenso al notaio Carlo Giaccio suo erario, che poi gliele trasferiva.
Faceva pestare chi non si levava in tempo il berretto in sua presenza. Fingendo di vantare credito
da qualcuno, mandava i suoi servitori a cacciare le mogli dalle case, a saccheggiarne i beni e
faceva sbarrare le porte per evitare che le donne potessero rientrare. Cosa che fece alle mogli
di Leonardo Martorello, di Donato Basile, di Giuseppe Storace, di Decio Morlando e d altri.
Mandava i suoi servi a casa di contadini agiati a prendere, con la forza gli animali da fatica, cavalli,
buoi, asini per lavorare le sue terre, senza corrispondere il dovuto.
Essendo stato carcerato senza motivo Vincenzo Martorello, il figlio di questo, Michael Angelo,
medico, gli portò una lettera di raccomandazione del Reggente (17) Antonio Caracciolo; Ruffo gettò
la lettera in un pozzo e al giovane, che aspettava l'esito della raccomandazione, diede tante
bastonate fino a che la mazza non si spezzò e disse: questa è la mia risposta.
L'onore dei cittadini era calpestato fino al punto da praticare violenze sessuali pubblicamente.
Una ragazza, ad esempio, venne fatta prelevare da suo letto, perché ammalata, e, condotta
nel castello baronale, fu stuprata. Per costringerla a ritirare la querela obbligò il padre a tenerla
serrata in casa sotto la minaccia di farla frustare dal Valentino.
Nemmeno davanti ai soldi raccolti dalla religiosità popolare si fermava la sua avidità; con la
minaccia del carcere si impadronì della somma che Scipione Di Spirito aveva raccolto tra i
fratelli della Congregazione della Purificazione.
Pochi giorni prima che scoppiasse la sommossa di Masaniello fece fare il censimento di tutti gli
animali da lavoro e tassò ogni cavallo per dieci carlini, ogni bove per cinque, ogni somaro per
sei. Tali importi dovevano essere pagati ad agosto. Nessuno aveva avuto «ardire di parlare e
dimandare la causa perla natura tirannica di detto don Paolo».
Caterina Sforza venne picchiata prima da don Paolo e poi dal suo schiavo Valentino, perché il
Ruffo era convinto che questa gli stesse facendo una fattura.
Ma le malefatte erano iniziate già dal tempo dell'acquisto del feudo da parte di Francesco Ruffo
ed erano poi continuate sotto il figlio Carlo. Ambedue infatti avevano costretto l'università a
cedere loro la gabella sulla carne e a stipulare un mutuo per un preteso credito di cinquemila
ducati con l'interesse del 22 per cento; prestito che la duchessa madre avrebbe concesso
all'università tramite Clemente Altomonte, suo protetto.
In più, dall'acquisto del feudo i Ruffo avevano fatto pagare agli abitanti del casale di Friano
metà delle gabelle e delle varie imposizioni dovute all'università di Sant'Antimo con un danno
di circa cinquecento ducati all'anno.
1.3 - Le nefandezze di Carlo e Fabrizio Ruffo
A questi primi misfatti segnalati dagli Eletti seguirono quelli commessi dal duca Carlo.
Nel 1640 questi voleva che il gabellotto Leonardo Martorelli gli consegnasse parte delle entrate
dell'università, al suo rifiuto, motivato dal fatto che queste erano sotto sequestro, il duca lo colpì
violentemente con spintoni e pugni ingiuriandolo gravemente e se il Martorelli non si fosse rifugiato
nella chiesa parrocchiale di certo l'avrebbe ucciso.
Avanzando la stessa richiesta al gabellotto Domenico Clariello ed ottenendo la risposta che
quell'importo era stato assegnato dal Reggente al marchese Matonto, il duca voleva colpirlo con
un pugnale sfoderato e più volte gli batté la testa contro il muro, affermando che nella sua terra
non dovevano riconoscere altra autorità che la sua.
Sempre il duca, andando a caccia con Giovanni Giaccio ed essendo caduto nelle acque di Ponte
Rotto un uccello da lui colpito, pretendeva che il Giaccio si gettasse nell'acqua per prenderlo e
ricusandosi questi, a motivo della sua età e della freddezza e profondità dell'acqua, l'assalì con un
pugnale e di certo l'avrebbe ammazzato se questi non si fosse gettato subito in acqua.
Anche la duchessa di Fiumara, madre del duca Carlo, era di una signorilità da far invidia alle donne
di malaffare. Infatti un giorno si recò con la figlia e molti servitori a casa di Decio Perfetto e ambedue
cominciarono a ingiuriarne la moglie, chiamandola, tra l'altro, puttana. Essendo intervenuto il figlio
Domenico, chierico, a difesa della madre, dicendo che ella era una donna onorata, la duchessa e
la figlia ordinarono ai loro servi di ammazzarlo. Lo ferirono gravemente «et in ultimo avendo(lo)
fatto inginocchiare in terra si fecero basciare li piedi».
Il fratello del duca, Fabrizio, suo giovane agente generale (18), un giorno giunto a Sant'Antimo da
Napoli con altri cavalieri si recò a casa di Angelella Chiariello, che aveva in fitto uno dei mulini, le
scassarono la porta e portarono via con la forza la figlia «vergine» Masinella e la condussero nel
Palazzo (19). Lì Masinella trovò molte altre zitelle, tutte strappate dalle loro case con la violenza, le
fecero «colcare con loro sopra alcuni matarazzi buttati per terra, ogni Cavaliero pigliandosene
una a modo di Serraglio et il detto don Fabritio se pigliò detta Masinella quale sverginò». Dopo
l'orgia le ragazze restarono per qualche tempo nel Palazzo, ancora gradite ospiti del Ruffo, finché
riuscirono a scappare. Qualche tempo dopo, recatasi Angelella Chiariello, madre di Masinella,
al Palazzo per pagare il fitto del mulino, il duca, che era con molti cavalieri, disse «io la tal notte
hebbi la figlia di questa donna con molte altre et ce le tenimo insieme con li tali altri cavalieri» e
continuò fornendo particolari che la decenza consiglia di tacere (20).
La violenza di Fabrizio Ruffo, se di norma scadeva nella volgarità e arroganza, a volte diventava
comica, come quando assalì, per futili motivi, Scipione Morlando «li corse sopra et li scippò li
mostacci et diede molte bastonate et li disse molte ingiurie volendo anco che detto Scipione di
sua bocca dicesse che era cornuto, et lo fece ginocchiare in terra et basciare li piedi a molte
persone che stavano in sua conversatione».
Fabrizio inoltre teneva in casa ai suoi ordini «alcuni giovani di malissima vita», che all'occorrenza
bastonavano o ammazzavano chi si opponeva ai suoi voleri. Fu il caso di Tommaso Morlando che
avendo reclamato perché il Ruffo si era impadronito di un cavallo di sua proprietà, questi, dopo
averlo bastonato, gli ordinò di andarsi a consegnare nel carcere; non avendo, il Morlando,
immediatamente ubbidito fu rintracciato dagli sgherri e ucciso.
Don Fabrizio, come abbiamo già visto, aveva una intensa attività sessuale, infatti oltre a organizzare
orge nel Palazzo chiedeva anche in prestito le mogli dei suoi vassalli. Più volte fece dire a Nunzio
Stanzione che voleva sua moglie Tolla (21) Verde «per godersela carnalmente». Avendo
questo ricusato, adducendo a motivo, si noti, non l'assurdità della richiesta, ma che «sua moglie era una donna
honorata et di bone genti», di notte lo fece catturare e, dopo averlo maltrattato e bastonato, lo
calò in un pozzo minacciando di lasciarlo morire là se non gli avesse concesso la moglie. Avuta
la promessa dal marito, minacciò di morte i parenti della donna, se si fossero opposti. Avutala in
suo "possesso" «l'ha tenuta in sua casa molti anni di notte e di giorno come amica».
Come emerge chiaramente dalle memorie degli Eletti di Sant' Antimo, ma il fenomeno riguardava
tanti feudi, gli episodi portati all'attenzione del viceré riguardavano tutti le "bone genti", ossia la
nascente piccola borghesia imprenditoriale e delle professioni. Nessuno dei fatti riportati da
Fiume e Della Puca vedeva coinvolti gli ignobili, cioè i contadini e i cittadini comuni, segno che,
quando i soprusi riguardavano questi, rientravano nella norma ed erano considerati legittimi. Del
resto è indicativo l'episodio sopra riportato, relativo a Giovanni Giaccio, aggredito dal duca
durante una battuta di caccia. Per difendersi dalle pretese ducali di farlo tuffare nell'acqua gelide
di Ponte Rotto, Giaccio oltre a far presente le difficoltà oggettive: la sua età, la profondità e la
freddezza dell'acqua, ricorda che egli non era un «huomo ordinario di detta Terra ma
di buone genti».
La stessa rivolta del 1647 aveva tra le sue motivazioni la rottura del precario equilibrio che si era
instaurato tra gli interessi dei baroni e quelli delle "buone genti". «Fino a quando, scrive Rovito,
la violenza feudale si esercitò su braccianti e contadini, il sistema resse bene e poté evolversi.
Al più produsse un brigantaggio che però finì per essere utilizzato dalla feudalità per consolidare
il suo potere. I problemi cominciarono quando gli interessi del barone si scontrarono con quelli
di élites professionali che si sentivano soffocare dal monopolio baronale su ogni attività
economica, ed umiliate da prestazioni personali» (22).

Giacomo Farelli, Fabrizio Ruffo
(Napoli, chiesa di S. Giuseppe dei Ruffo)
2. - Note biografiche di Fabrizio Ruffo
«Arrossisco di essere tanto filosofo in teoria e così povero uomo in pratica», scriveva Voltaire
alla fine della prima metà del XVIII secolo (23). Il filosofo francese parlava dei giorni
felici che avrebbe potuto trascorrere con la sua amante se avesse avuto, come sembrava razionale, la forza di
abbandonare gli onori e dedicarsi all'amore.
E' indicativa questa frase di Voltaire per ricordare quale divario possa esserci tra i vari aspetti
della vita di un uomo.
Anche se in maniera abbastanza diversa, molta differenza c'era tra la vita quotidiana e quella
"pubblica" del Ruffo, violentatore di donne in privato e celebre comandante della flotta navale
dei cavalieri di Malta.
Il nostro nacque nel 1619 probabilmente a Bagnara, figlio cadetto di Francesco (I duca di
Bagnara + 1643) e di Imara Ruffo, che aveva acquistato i feudi di S. Antimo e Friano nel 1629
da Ippolito Revertera della Salandra, e fratello di Paolo, Vincenzo, Tommaso (che sarà
arcivescovo), Giovanni e di Carlo (II duca di Bagnara), erede del feudo (24).
Fu avviato dal padre alla carriera monastico-cavalleresca sulle orme dello zio Bernardo, primo
membro dei Ruffo di Bagnara a vestire l'abito gerosolimitano. Nel 1641 conseguì il titolo di priore
della Bagnara, successivamente quello di gran priore di Capua e il grado di capitano generale
della flotta di Malta.
Nel 1647 lo troviamo a Sant'Antimo, agente generale del fratello Carlo, che aveva ereditato
il feudo.
Partecipò con la flotta dell'Ordine di Malta alla guerra di Candia combattuta tra la Repubblica
di Venezia e l'Impero Ottomano per il possesso dell'isola di Creta che durò dal 1645 al 1669.
Nel 1660 catturò tre velieri turchi ed espugnò le fortezze di Santa Veneranda, Caloiro e la piazza
di Lampicorno. Nel 1661 catturò un ricchissimo vascello sul quale pare fosse imbarcata una
delle mogli del sultano e il figlio, «che andavano alla Mecca a sciogliere il voto di peregrinazione.
L'infelice Sultana favorita morì di dolore dopo pochi giorni di prigionia, ed il figlio, non mai
reclamato da Costantinopoli, venuto all'età della ragione, prese l'abito di San Domenico. Le
dovizie di che grandemente trovò fornito il vascello, furono quasi tutte concedute al Capitan
Generale; il quale ne usò in buona parte alla costruzione di questo grandioso palagio (palazzo
Bagnara a Napoli, in piazza Dante). E ne volle architetto Carlo Fontana, alunno di Bernini e
maestro di Vanvitelli, il cui disegno fu d'innalzare sopra un basamento di pietre leggermente
bugnate due quartieri soprapposti in un ordine ionico con attico superiore. I pilastri e le cornici
erano di piperno, e la faccia esterna della fabbrica lavorata a mattoni» (25).
L'anno dopo il giorno di San Ruffo, 27 agosto, il nostro affondò 7 galee turche e 4 le catturò
portandole a Malta.
«Si distinse sia per la notevole abilità in campo militare, con le vittoriose imprese contro i Turcheschi,
che gli procurarono riconoscimenti solenni e ricchi bottini, sia per l'efficiente amministrazione del
patrimonio, che conferì poi nel Monte omonimo fondato nel 1691 a beneficio della sua famiglia
per risollevarla dalla grave crisi finanziaria in cui si dibatteva ormai da decenni» (26).

Lapide dedicata a Fabrizio Ruffo
(Napoli, chiesa di S. Giuseppe dei Ruffo)
Svolse proficue attività economiche, acquistò lo Stato di Maida nel 1690 per 148.000 ducati,
numerosi fondi, soprattutto a Melilucco (27), impiegò «notevoli capitali, provenienti
in parte dai ricchi bottini lucrati nelle vittoriose imprese militari, in investimenti mobiliari (commercio della seta,
mutui a mercanti e agli stessi familiari, titoli di stato con arrendamenti di tabacco, seta, zafferano
e acquavite e pagamenti fiscali di numerose università), compere di beni burgensatici, come il
palazzo a Port'Alba a Napoli costato 22000 ducati, e feudali (oltre allo stato di Maida anche le
terre di Popone, Arbusto e S. Antonio acquistate per 50 000 ducati). Fabrizio riuscì così, nella
seconda metà del Seicento, in una fase congiunturale di ripresa ancora debole dopo la grave
recessione di metà secolo, ad accumulare un cospicuo patrimonio, di cui poté disporre alla sua
morte previo pagamento di 11000 ducati all'ordine gerosolimitano» (28).
«Numerosi e consistenti legati furono inoltre previsti dal gran priore di Capua per opere pie e
per mantenere e spronare alla vita ecclesiastica e militare e agli studi di diritto i discendenti di
sei famiglie di casa Ruffo ... per i quali erano stabiliti sussidi pluriennali a condizione che si fossero
dedicati con serietà e profitto, da documentare con apposite attestazioni,
alla carriera intrapresa» (29).
Pensò alla salvezza della sua anima ordinando che dopo la sua morte se ne desse avviso «alli
signori governatori delli Monti della Misericordia e delle Anime del Purgatorio» dei quali era
confratello (30) affinché provvedessero ai «soliti suffragi», inoltre «nella chiesa dei
padri gelormini di questa città, o in altre chiese, che meglio pareranno al sig. duca di Palma, con quella maggior
celerità, che sarà possibile si celebrino mille messe di Requie, per l'anima mia, e secondo le mie
intenzioni; la maggior quantità di dette Messe, che si potrà nel giorno della mia morte, e l'altra
nelli giorni immediatamente seguenti», altre 5000 messe dovevano essere celebrate successivamente,
ancora sei messe al giorno «in futurum et perpetuum» dovevano essere celebrate nella cappella
di palazzo Bagnara. Ordinò varie opere pie: 12 ducati al mese dovevano essere distribuiti ai
poveri il lunedì, il mercoledì e il venerdì fuori palazzo Bagnara; 200 ducati erano destinati a
maritaggi da assegnare a «figliole povere, vergini, orfane della Terra di Fiumara di Maro e di
Maida». Quattro ragazzi, uno di Bagnara, uno di Fiumara, uno di San Roberto e uno di Maida
dovevano essere mantenuti, a sue spese, nel seminario di Napoli per farsi sacerdoti. 40 ducati
era l'appannaggio destinato a un cappellano per celebrare una messa al giorno sull'altare di San
Rufo nella cappella da lui eretta nella chiesa di San Giovanni a Capua (31).
Costruì un altare di padronato della famiglia nella chiesa di San Giuseppe dei Ruffi, già esistente
nel 1607 e intitolata a Santa Maria degli Angioli (32). Nella stessa chiesa fondò il Monte a beneficio
della sua famiglia.
Ai lati dell'altare sopra due colonne sono poste le armi dei Ruffo e in basso due lapidi che narrano
le gesta del nostro. Sull'altare c'è una tela forse di Giacomo Farelli (33) che raffigura San Ruffo e
ai suoi piedi il volto di Fabrizio.
Il nostro nel testamento espresse il desiderio di essere sepolto nella chiesa di San Filippo Neri,
detta dei Gerolomini e propriamente nella cappella dei Ruffi della Natività di Cristo
Signore Nostro (34).
Morì a Napoli il 21 febbraio del 1692.
Chiudiamo questa breve nota biografica ricordando quanta differenza spesso vi sia tra le cronache
ufficiali e quelle domestiche e come la complessità dell'animo umano consenta di avere caratteristiche
molteplici e solo apparentemente in contrasto tra loro.
3. La cappella Ruffo
Nel palazzo Bagnara ancora oggi c'è la cappella di famiglia. Vi si accede dall'esterno, attraverso
una porta situata, venendo da Capodimonte, dopo l'ingresso del palazzo, e dall'interno attraverso
una porta sul lato sinistro sotto l'androne, che dà nella sacrestia della chiesetta.
Fu costruita su progetto di Domenico Lecce con la supervisione di Francesco Picchiatti (35), attivo
a Napoli in quasi tutta la seconda metà del secolo.
Ai lati dopo l'ingresso principale vi sono due lapidi, apposte da un nipote di Fabrizio, nelle
quali sono narrate le gesta dello zio ed è riportata la data di morte avvenuta il 21 febbraio del 1692.

Ingresso secondario alla cappella Ruffo
nel palazzo Bagnara a Piazza Dante a Napoli
Sull'altare vi è una tela, forse del Solimena o di un suo allievo, «raffigurante la Gloria di San Rufo,
Vescovo e Martire, sormontata da due Angeli con Colomba (Spirito Santo) e Corona in
gesso policromo.
Al centro della volta: Stemma della famiglia Ruffo in gesso policromo. Ai lati dell'altare: due Busti
di Sant' Aspreno, primo vescovo di Napoli e di San Gennaro, protettore della città.
Sulla Cantoria: resti di un vecchio organo. Sulla parete destra: grata del matroneo della famiglia.
Sul lato sinistro: recente edicoletta dedicata dai calafati all'Immacolata e a S. Francesco.
Dal 1925 al 1970 la Cappella con retrostante Sacrestia è stata sede della Confraternita
dell'Immacolata Concezione e San Francesco dell'arte dei Calafati (36) (già nella chiesa di Santa
Brigida).
Di tale Confraternita restano in Sagrestia, oltre a numerosi documenti manoscritti da poco trovati
nell'adiacente sottoscala e non ancora inventariati, anche una Tela con Santa Brigida (da restaurare),
un bassorilievo ligneo di Sant'Anna, Maria SS. e il Bambino Gesù (da restaurare) ed una lapide
marmorea, che ricorda il restauro del tempio dedicato a Santa Brigida, realizzato nel 1713 per
l'interessamento e la munificenza del marchese di Terzio, Nicola Navarrete.
Attualmente la Cappella è sede dell'Arciconfraternita del Santissimo Rosario in San Domenico
Soriano che vi si dovette trasferire nel 1982, cedendo, per disposizione del Vicario Arcivescovile,
la propria plurisecolare sede di via San Domenico Soriano alla parrocchia di San Domenico
Soriano, resa inagibile dal sisma del 1980» (37).
Negli ultimi mesi la cappella ha subito due furti (38), il primo in data 6 marzo 2008 con
l'asportazione dei seguenti oggetti: stampa di Gesù bambino e Croce con cornice ovale dorata, statua di S. Gennaro,
in mezzo busto con due ampolle di circa 50 cm, Madonna addolorata (cm 70) con vestito nero e
fazzoletto bianco, bassorilievo ad arco in legno di cm 120x70) con Sant'Anna, Maria e bambino
Gesù su sedia e anime purganti sotto (del secolo XVIII?), 10 piccoli candelabri con doppio manico
in ottone di circa 20 cm, tre pianete con stola (colore rosso, bianco e violaceo), vecchio piviale
bianco e velo omerale (bianco), 7 tosoni dei confratelli con antico medaglione della Madonna del
Rosario in metallo, mezzo busto di S. Gennaro in bronzo di cm 70 su base in legno dorato, mezzo
busto di Sant'Aspreno in bronzo di cm 70 su base in legno dorato, Bambino Gesù con cuore in
mano (cm 35-40) in gesso (lesionato), Madonna vestita con Rosario, manto e corona su base
dorata, cornice ovale dorata (cm 90)(60) con Sacro Cuore (stampa), Immacolata con corona
e aureola di stelle su nuvola con scritta "Maria" e due angioletti con piede su testa del
serpente, su base dorata.

Quadro di Francesco Solimena o di un suo allievo
(più probabile) sull'altare di S. Rufo
(Napoli, cappella di palazzo Bagnara).
Il secondo furto è del 12 maggio con l'asportazione delle seguenti opere: n. 2 acquasantiere a muro in marmo di cm 40x50 aventi lo stemma dei Ruffo, una statua di San Francesco e una di Santa Chiara in gesso di circa cm. 80, un leggio su asta in metallo, 2 portalampade di metallo (cm. 22) montate su due torce marmoree unite lateralmente all'altare, un campanello a mano, una tela ad arco di circa metri 1,40x0,80 con Sant'Anna e la Madonna bambina, una piccola acquasantiera in marmo a muro, una statua di Cristo risorto su base dorata, di circa cm 70, un Cristo schiodato dalla Croce (cm. 50), un divanetto in mogano con reticolato di paglia, tre poltroncine in mogano con rete di paglia (due con cuscino), un antico tabellario per indicare l'anzianità dei confratelli, 3 piccoli candelabri con doppio manico, in ottone di circa 20 cm., un calice d'argento con patena, una pisside piccola dorata, una pisside porta ostie, due ampolline in vetro con piattino per acqua e vino con piattino, antichi paramenti sacri non in uso, e, infine, un antico ombrello per processione del Sacramento.

Bassorilievo ligneo: S. Anna con Maria
e bambino (secolo XVIII?;
Napoli, cappella di palazzo Bagnara)
4. Appendice documentaria
4.1. Prima Memoria degli Eletti
Università di Santo Antimo (39)
Philippus etc.
Magnifici viri. Ci è stato presentato il seguente memoriale ed capi. Videlicet; Illustrissimo et eccellentissimo
Signore, l'Università di Santo Antimo espone a Vs eccellenza come da tre anni sono che don Paolo Ruffo, fratello del duca
di Bagnara (40) Padrone di essa terra, se ritrova affittatore (41) di essa et in
questo tempo ha commesso eccessi tanti enormi et delitti gravi et pregiudiciali all'honore dei poveri cittadini et anco nelle
robbe di essi et in dies va commettendo nuovi disordini sempre peggiori et più pregiuditiali, per il che
supplicano Vostra Eccellenza fare riflessione all'infrascritti capi et di quelli pigliarsene diligentissima
informatione acciò tanto enormi delitti non restino senza il dovuto castigo et essa povera Università
et suoi cittadini restino sollevati da tante oppressioni.
Videlicet (42): primo come qui anno del detto tempo di anni tre che detto don Paolo Ruffo è stato
affittatore in detta terra per accrescere li suoi affitti baronali ha fatto vendere le gabelle della Università cinquecento
ducati meno della loro valuta, con minacciare quelli che volevano affittarsi le dette gabelle, che se non
se pigliassero la gabella della chianca che il duca della Bagnara havea usurpata alla Università et anco
il jus del fonicello della gabella della dogana, l'haveria fatto morire di bastonate, et molte volte fatto
carcerare et altri minacciati mentre detti affitti non possevano rendere al più ducento cinquanta l'anno
unito con l'affitto della casa della chianca et esso l'ha fatto pagare ducati seicentotrentacinque l'anno
con farlo mancare dall'affitti della Università quello che si poteva affittare meno. Detto affitti della
chianca et fonicello, usurpati sotto diversi colori a detta Università, et quello lo possono deponere
l'eletti gabelloti per tempore e per detti tre anni et altri essendo cose notorie. Secondo come per un
suo figurato credito sotto pretesto d'havere improntato ad alcuni Eletti di essa Università 13 cantara (43)
di salame di pessima qualità verminosa et pozzulenti che non possevano valere più de ducati dieci il
cantaro, quando ben fossero stati buoni, esso don Paolo ha tirato il prezzo a ragione de ducati venti
il cantaro, et perché diede dilazione di alcuni mesi a fare detto pagamento, per la mora ha voluto
ducati dieci per cento, per la quale causa ha carcerato più volte la maggior parte delli migliori cittadini
di detta terra et costrettoli a farsi fare polise (44) di banco, forsivamente dentro de carceri,
ascendentino alla somma de ducati cinquecento, con mandare la Corte unita con notar Carlo Giaccio la notte per
carcerare tutti quelli altri cittadini che non volevano fare dette polise et quelli per non andare carcerati
davano licenza al detto notare che le facessi.
Et ultimamente non contento di fare dette polise ha fatto carcerare molti cittadini delli migliori di detta
terra dentro di un criminale (45) pessimo con manifesto pericolo della loro vita et l'ha mandato
una cartella per ciascheduno tassandoli chi ducati ottanta, chi cinquanta, altri quaranta et altri trenta senza dire
perché causa le vuole, atteso detti carcerati non li devono cosa alcuna et di detti salami si han dato a
molti altri cittadini per forza per prezzo esorbitante, quali per essere di tanta pessima qualità non li
trovavano a vendere, con carcerare quelli che non li volevano pigliare et detti poveri cittadini ci hanno
perso più della metà oltre tanto interesse di carceratione per la renitenza in volerlo pigliare, con servirse
detto don Paolo nelle dette carcerazioni et altre che fa ordinariamente delli schiavi et suoi servitori non
chiamando mai la Corte di detta terra per detti servitii, per lo che se ne sono nati
gravissimi inconvenienti.
Terzo come da tre anni ch'è stato affittatore have sempre venduto la mastrodattia (46) et
Capitaniato (47) unito insieme per ducati seicento cinquanta l'anno per la quale causa li
poveri cittadini sono stati trapazzati et non hanno avuto mai luoco di giustizia, atteso detto don Paolo sempre ha detto
a detti affittatori che pagassero ad esso et del resto facessero quello che volessero, acciò detti affittatori con maggior facilità
l'havessero possuto soddisfare li detti affitti, et in questo presente anno per fare guadagnare al Mastro
d'atti contro ogni ragione have incusate le cautele contro li gabelloti per ducati quattrocento et fattoli
pagare la pena dell'incusa contro ogni ragione. Quarto come per accrescere maggiormente le sue
entrate have constretti con violenza con giocare de mano et con carcerare li poveri cittadini a pigliare
l'atti delli suoi territori per ducati otto e mezzo il moio, non potendosi affittare più de ducati quattro
come è solito ordinariamente in detta terra et per haver maggiormente l'intento l'have fatto esenti di
tutti li pesi universali et gabelle et anco del regio donativo, con ordinare all' Eletti et gabelloti che non
li molestino et in particolare quelli affittatori delle taverne et territorii di Friano; et a quelli che non hanno
voluto pigliare detti affitti oltre le lunghe carcerazioni con farli pagare detti affitti benché non l'habbiano
seminati, l'have anco maltrattati di bastonate come a Lonardo Turco, Palmerino Galofalo et altri, et li
suoi Ministri et erari hanno con questi detti affittatori con promessa di non farli tenere detti affitti et
dopo benché non l'habbiano seminati sono stati costretti a pagarli come sopra.
Quinto come li mesi passati volendo dare in affitto la chianca di Friano per forza ad Antonio Gaudino
se lo fè chiamare dentro del suo Palazzo et li disse che avesse pigliato detto affitto; quello essendosi
scusato di non posserlo fare per ritrovarsi intricato in altri affitti, detto don Paolo fè ligare detto Antonio
ad una colonna della stalla da uno schiavo chiamato Valentino et con un volpino lo fece battere tanto
che lo lasciò quasi morto et cossì mezzo morto lo fè strascinare dentro di una camera nel suo Palazzo
dove lo tenne carcerato per molti giorni, quello avendone fatto istanza a superiori esso don Paulo per
timore lo licentiò. Sesto come li mesi passati avendo venduto a credito molta quantità di canape a
diversi cittadini forzosamente per prezzi esorbitanti et in particolare a Francesco De Leoro quale non
avendo possuto cavare il ritratto di esso per la qualità di quello, avendoli tardato il pagamento detto
don Paolo fè chiamare Catarina Torno in casa, moglie di detto Francesco, donna honorata et d'età
de cinquanta anni, la quale fu ingiuriata pessimamente da detto don Paolo et dopo di sua propria mano
la pigliò per li capelli et la strascinò per terra malamente et dopo chiamò il detto Valentino, suo schiavo,
con il solito volpino et fattala strascinare dentro una camera in sua presenza li fè dare cento volpenate
che la lasciò quasi morta in terra. Settimo come li mesi passati havendosi fatto chiamare Marc'Antonio
Verde, persona vecchia et da bene, il detto don Paolo lo si tirò dentro un camerino et li disse latro
voglio che mi facci una polisa de ducati cento. Il detto Marc'Antonio li respose che mentre non havea
mai negoziato con lui non li dovea dare cosa nessuna, che perciò non dovea fare detta polisa et di fatto
senza altra parola il detto don Paolo li diede molte bastonate maltrattandoli malamente e serrandoli in
detto camerino li fece saccheggiare la casa da detto schiavo et servitori levandoli tutti li mobili et anco
si mandò a vendemmiare il terreno di detto Marc'Antonio.
Ottavo come l'anno passato avendo fatto carcerare Pietro Aniello Serino sotto pretesto che li dovesse
dare non so che somma di denari, lo fece spogliare nudo dal detto Valentino, suo schiavo, e con un
bastone lo fece battere malamente, et poi lo mandò carcerato, il tutto per spogliare la moglie di detto
Pietro Aniello delle sue doti. Come in effetto si pigliò senza regio assenso, per mera forza et per non
morire di bastonate come un cane in dette carceri et il strumento fu fatto in faccia di notar Carlo
Giaccio, suo erario, et da quello ceduto a detto don Paolo. Nono come li giorni passati diede molte
bastonate a Luise Verde ed ad un altro napoletano di casa Cava per non aversi levato in tempo la
barretta a detto don Paulo.
Decimo come fingendo di esser creditore di alcune persone de fatto ha mandato detto Valentino, suo
schiavo, et altri servitori et cacciato le moglie di essi pretesi debitori per forza dalle case loro, chiudendo
dette case senza sapere per qual debito, come la moglie di Leonardo Martorello, la moglie di Donato
Basile, la moglie di Giuseppe Storace, la moglie di Decio Morlando et altre, et saccheggiata la casa di
Camillo Galofaro col levarli tutti li mobili et cacciatoli da sua casa sotto pretesto che il genero di detto
Camillo habbia tenuto l'affitto della sua taverna, con chi detto Camillo non have avuto che fare cosa
alcuna, ne deve dare al detto suo genero et mai ha negoziato con detto don Paolo di cosa nessuna,
il che etc. Undecimo tra l'altre angarie che usa a detti cittadini ogni giorno manda li suoi creati et
schiavi per le case di poveri cittadini pigliando cavalli, bovi et altri animali per mandarli in diversi parti
per suo servitio, et non solo non li dà mai sodisfatione, ma detti suoi servi et schiavi vanno ricattando
detti cittadini usandoli molte violenze, insolenze et aggravij che sono insopportabili contro li privilegij
et essentioni che godeno essa Università et suoi cittadini, in virtù di decreti del Sacro Consiglio.
Duodecimo come tenendo indebitamente carcerato Vincenzo Martorello dal quale voleva polisa de
ducati quaranta senza nessuna causa et avendo Michael Angelo Martorello Medico, figlio di detto
Vincenzo, portato una lettera di favore del Regente Antonio Caracciolo al detto don Paolo Ruffo,
questo havendo buttato la lettera dentro de un pozzo, diede tante bastonate al detto Michel Angelo,
sin tanto che il bastone fu spezzato in minutissime parti et disse questa sia la risposta.
Decimotertio come avendosi fatta pigliare da sopra il letto Maria Perfetto, giovane che stava malamente
malata, stata strupata et querelato da essa di tal delitto, Michele Domenico Perfetto volse che detta
Maria facesse la remissione per forza al detto Domenico havendola tenuta serrata in sua casa con
minacce di farla bastonare dal detto solito Valentino, schiavo, conforme in effetto la fece fare per
forza et contro la volontà di essa Maria. Decimoquarto item come questa matina venticinque del
corrente mese di Luglio have ordinato ad Alfonso Falcone, olim gabelloto, che dovesse andare ad
esigere la gabella dello funiciello della dogana, usurpatasi giusta li tanti ordini et pragmatiche di
Vostra Eccellenza, et di questo fedelissimo popolo. Che perciò supplichiamo sia castigato detto
don Paolo trasgressore, secondo ordinano li detti ordini et pragmatiche con ordinare anco che
desista da detto affitto ma con tutti suoi familiari, aderenti et erari et fra tanto sequestrarsi le robbe
di esso don Paolo per l'interesse di essa povera Università et cossì supplicano Vostra Eccellenza
con potestà di aggiungere altri capi ut supra, et inteso per noi il tenere del preinserto memoriale
convenendo che se ne habbia certezza con verità di quello che in esso si espone.
(il testo continua senza interruzione, ma è chiaro che a questo punto termina il memoriale
dell'università).
Ci è parso commettere a voi il tutto et ve dicemo et ordinamo che vi debiate anco conferire in detta
terra di Santo Antimo et piglierete informatione del contenuto in detto preinserto memoriale et capi
contro li delinquenti complici et fautori procurando con ogni esatta diligenza averli nelle mani, et quelli
che potranno impedire la cattura dell'informatione predetta vi concedemo facoltà che li possiate fare
assentare dal loco dove la piglierete per lo spatio de miglia et tempo che vi parerà, durante però la
cattura dell'informatione predetta et ve avvalerete de tutte le potestà et.... che nella vostra principale
commissione da noi tenete ve stanno concesse et ordinate, et presa detta informatione la invierete
a noi et li carcerati, se ve ne saranno, dentro le carceri della Vicaria acciò se le possa dare in
condegno castigo, et similmente ve inviamo copia dell'altro memoriale pervenutoci per parte di
detta Università per diversi interesse civili che tiene con il suo utile Padrone et affittatore di detta
terra et nella margine de ciascheduno di detti capi vanno appuntato l'ordine da noi dati, farete quelli
et ciascheduno di essi eseguirete iusta l'ordinato alla margine di essi in nodo che sortiscano l'ordine
predetti, il loro debito effetto convenendo cossì al servitio di Sua Maestà et le giornate che in ciò
vacarete con il vostro mastro d'atti e famigli ve le farete pagare da detta Università alla ragione
contenuta nella Regia Prammatica, alla quale resti attiene de ripeterle dalli inquisiti ... et confermate
saranno loro sentenze et cossì eseguirete et fare eseguire convenendo cossì al servitio de Sua
Maestà et è nostra volontà.
Datum Neapoli die 30 Iulii 1647
El duque de Arcos
Vidit Rufra regens
Vidit Capecelatro regens
Coppola Segretario
Vidit Casanate regens
Al Magnifico Commissario di Campagna che esegua quanto di sopra se l'ordina per i preinserti memoriali
presentati a vostra eccellenza per parte di detta Università et a sue spese con le potestà ut supra.
De Giorno
4. 2. Seconda memoria degli Eletti
Santo Antimo (48)
Philippus ... (omesso nel testo)
Magnifici Viri Regiae fidelis dilectae
Da Persone de cotesta Università di Santo Antimo ci sono state presentati altri Capi. Videlicet:
Illustrissimo et eccellentissimo signore l'Università di Santo Antimo supplicando espone a V. E. come
avendo dati molti capi contenentino interessi civili contro gli utili Padroni di essa Terra importantino
notabilissime summe, perché ve ne sono altri che non furno dedotti, per essi si supplica V. E. ordinare
le sia fatta giustizia et per la cattura dell'informationi commettersi all'Auditore generale di Campagna
che se ritrova in detta Terra per la verificatione delli capi primo loco dati, tanti tanto civili come
criminali et li have in gratia ut Deus. In primis come il sig. don Francesco Ruffo olim Duca Padre di
presente don Carlo et fratelli da anni sette in circa costringe violentemente il Reggimento di detta
Terra a farsi dare insolutus la gabella della carne di detta Università valutata per ducati novemila in
circa di capitale et per annui ducati seicento et anco astrinse il detto Reggimento a farsi fare instrumento
per mutuo per la somma di ducati cinquemila in circa per il preteso credito che figurava tenere contro
detta Università per causa d'imprestito che per prima aveva fatto la signora duchessa sua moglie sotto
supposta persona di Clemente Altomonte suo creato, quali annui ducati sei cento et interesse di mutuo
suddetto a die dictae dictionis in solutum et have esatte esso Duca et suoi heredi et perché del detto
suo preteso credito non appare liquidatione alcuna anzi furono tutte cose figurate che cose effettive.
L'Università suddetta non doveva atteso il prestito dal quale detto pretenso credito depende ex ex
omni sui latere fu nullo et invalido anzi cumulato di patti usurarii dette Università fu astretta a pagare
usura eccessiva di ducati venti due per cento, pertanto si supplica per la restitutione dell'esatto a die
contractus una con l'interesse de dette partite di gabella et mutuo et annullate et cassate del detto
contratto usurario.
Item come ogni anno da anni deceotto in qua che comprarono detta Terra si hanno fatto franchi fuochi
dodici chi habitano nel Casale di Friano facendoli pagare la metà delle gabelle et francheggiandoli di
tutte sorte di imposizioni et alloggiamenti fuorche del Regio donativo importante ogni anno il tutto
ducati cinquecento in circa et ivi se unito d'interesse che l'Università ha patito per detta causa per
l'impotenza dei cittadini et anzi detti cento cinquanta delli fuochi di Friano importano almeno da
ducati mille l'anno a detta povera Università. Si supplica però non solo li detti annui ducati mille ma
per l'interessi di essi alla ragione di annui ducati dieci per cento conformemente hanno tassato detti
Padroni per tutti li detti decidotto Anni da che se comprarono detta Terra. Item che per affittare
detti Padroni le gabelle dello funicello et chianche usurpatesi unitamente colle gabelle dell'Università
ha fatti ogni anno interesse ducati quattrocento annui a detta Università. Si supplica per la restitutione
una colli interessi. Item che tanto detto don Fabritio Ruffo Procuratore del duca suo fratello come
anco don Paolo Ruffo affittatore non potendo vendere li vini loro guasti et sbollati, quelli hanno
mandati a diversi cittadini et poi fattiseli pagare a forza à quella summa che hanno venduti li meglio
vini loro. Item come l'anno passato stando assente il dr Francesco Antonio di Donato mandò detto
don Paolo Ruffo a pigliare botte (49) sei et mezzo di vino di detto Francesco Antonio
di mera potenza. Si supplica astringersi al pagamento alla ragione de ducati dieci la botte conforme ha venduto l'altro
dell'istessa qualità et anco li mandò a vendegnare di propria autorità nel territorio di Masina Cerrone
botte cinque di musto senza sapersi a qual causa. Si supplica per la restitutione et interessi di dette
due partite. Notar Giovanni Battista della Puca Eletto Università. Don Pietro Iavarone deputato
supplica ut supra.
et inteso per noi quanto in detti preinserti capi si contiene n'ha parso farne la presente colla quale ve
dicemo et ordinamo che sopra il contenuto nelli capi predetti presentatici dalla sudetta Università di
Santo Antimo supplicante ne debiate anco pigliare diligente informatione in conformità dell'altra
comunicatione che da noi tenete et eseguirete in questo tutto quello che per detta altra comunicatione
vi sta ordinato et cossì eseguirete, che tal'è nostra volontà.
Datum Neapoli 16 Augusti 1647
El duque de Arcos
Vidit Castellano Regens
Coppola Segretario
Vidit Casanate Regens
Vidit Caracciolus Regens
Al Magnifico Commissario de Campagna che sopra il contenuto nelli sudetti altri capi così presentati
a V E dalla sudetta Università di Santo Antimo supplicante ne pigli anca diligente informatione in
conformità dell'altra comunicatione che dall'Eccellenza Vostra ne tiene et esegua in questo tutto
quello che per detta altra comunicatione li sta ordinato.
De Giorno (De Siorno)
4.3 Terza memoria degli Eletti
Santo Antimo (50)
Magnifici Viri Regiae fidelis dilectae
A noi sono stati presentati li seguenti altri Capi Videlicet: Illustrissimo et Eccellentissimo Signore,
l'Università di Santo Antimo supplicando espone a Vostra Eccellenza come avendo dati molti Capi
criminali contro don Paolo Ruffo, affittatore della Terra predetta di S.Antimo, et anco molti
continentino interessi civili importantino grosse somme de denari tanto contro detto affittatore quanto
anco contro il Duca della bagnara hodierno et suoi fratelli, non dedotti nelli primi nelli quali si trovano
commessi all'Auditor generale di Campagna per la cattura dell'informatione et altro che per Vostra
Eccellenza li stà ordinato, che però si supplica Vostra Eccellenza a far particolare riflessione alli
seguenti Capi et commettersi l'informatione all'istesso Uditore de Campagna, che se ritrova in detta
Terra per detta cattura d'informatione in omnibus servata la forma della prima comunicatione, havuta
l'informatione come si deve possa Vostra Eccellenza darli il condegno castigo et l'haverà a gratia.
In primis come nell'anno 1640 don Carlo Ruffo, al presente padrone di detta Terra et duca della
Bagnara, volendo alcuni denari da Lonardo Martorelli gabelloto di detta Terra, quali denari detto
duca diceva dovea conseguire da essa Università et il detto Lonardo replicando non poterli pagare
mentre tutte l'entrate di essa Università stavano sequestrate per ordine del Sig. Regente Zufia delegato
di essa, il detto don Carlo sdegnato per questa causa maltrattò detto Lonardo con molti pugni et
spontoni con ingiuriarlo anco gravemente et altre maltrattamenti, che se non fosse fuggito et salvatosi
dentro la chiesa Parrocchiale certo l'haveria ammazzato, che però si supplica per il castigo. Item
come detto don Carlo duca avendo comandato a Francesco Tambaro di detta Terra c'andasse a
caccia con esso, quale essendoci andato et per strada bastando fra i suoi compagni cacciatori, il
detto don Carlo li diede molte bastonate con un bacchettone, quale rotto li diede con una canna et
ce la spezzò tutta sopra, per il che ne bisognò stare molti giorni in letto, si supplica come di sopra.
Item come il detto duca don Carlo Ruffo volendo alcuni denari da Domenico Clariello gabelloto
dell'Università, quale non potendoceli dare per stare quelli assegnati al marchese di Matonto per
ordine del sig. Regente Zufia (Rufia) delegato, il detto don Carlo strinse il detto Domenico in uno
muro cacciandoli un pugnale sfoderato sopra et li tozzò la testa più volte al muro et ingiuriandoli
gravemente disse che nella sua Terra non doveano riconoscere altro superiore che lui, né obbedire
ad altro. Si supplica come di sopra. Item come il detto don Carlo duca avendo comandato a Santo
Cicatiello alias paciullo, povero vecchio, che dovesse dire a Domenico di Morlando che comprasse
certa quantità di orgio, il detto duca sotto pretesto che il detto Santo non avesse fatto buona l'imbasciata
li diede di sua mano et poi li fece dare dal schiavo tante bastonate che lo lasciò quasi morto, per il che
bisognò stare due mesi in letto senza potersi voltare, che per la sua povertà non potendosi aggiutare
con sue fatiche fu governato d'elemosine dalli cittadini. Si supplica oltre il castigo per l'interesse. Item
come essendo andato a caccia il sudetto don Carlo e con esso fra gli altri Giovanne Giaccio, il detto
don Carlo avendo ammazzato un ucello et quello cascato dentro l'acqua del fiume di Ponte Rotto, di
tempo di inverno, volse per forza che detto Giovanne si buttasse dentro di detta acqua a pigliar detto
ucello, quello ricusando di farlo et per la freddezza et altezza delle acque correnti et per la sua età di
sessant'anni in circa et per non essere huomo ordinario di detta Terra ma di buone genti, il detto don
Carlo li cacciò un pugnale sopra correndo per ammazzarlo che se non si buttava in detta acqua
certo l'haveria ammazzato.
Si supplica come sopra. Item come in tempo che la quondam duchessa di Fiumara Ruffo, madre di
questo duca, governava come Vicaria generale detta Terra andatosene in casa di Detio Perfetto con
grande imperio, insieme con sua figlia et molti servitori, de fatto cominciorno ad ingiuriare la moglie di
detto Detio chiamandola Puttana et questo fu la minima ingiuria, al che essendo uscito il Clerico
Domenico Perfetto, suo figlio, dicendo: signora mia madre è donna honorata, la detta duchessa et sua
figlia ordinorno a detti servitori che l'ammazzassero et in effetto lo ferirno malamente et maltrattorno
di bastonate et per ultimo avendo fatto inginocchiare in terra si fecero basciare li piedi. Si supplica a
far reflessione che questa famiglia dal giorno che si comprò detta Terra sempre ha tirannicamente,
cum reverentia, governato come hanno fatto li loro successori come si vedrà dall'informatione che
se pigliarà. Item come don Fabritio Ruffo, agente generale et fratello del duca don Carlo Ruffo, essendo
venuto da Napoli con altri cavalieri et creati di essi scassorno la porta di Angelella Chiariello et se
pigliorno per forza una sua figlia vergine chiamata Masinella Chiariello et se la portorno sopra il Palazzo
in S. Antimo et là trovò la detta Masinella che vi erano molte altre zitelle, tutte pigliate a forza, et
scassate le lloro case se le ferno colcare con lloro sopra alcuni matarazzi buttati per terra, ogni
Cavaliero pigliandosene una a modo di Serraglio et il detto don Fabritio se pigliò detta Masinella
quale sverginò, et essendo andata detta sua madre molto per tempo a trovare detta sua figlia, il detto
don Fabritio non l'haverà fatta partire se quella con scusa di suoi necessarii non fosse fuggita et nel
calare delle scale che fè detta Masinella et sua Madre incontrorno Domenico De Morlando, erario,
che saliva sopra et era inteso a quanto si era fatto la notte in questa materia, il quale dopo tre giorni
ritornò una tovaglia alla detta Masinella che per fuggire lasciò nel letto et essendo passati dieci giorni
detta Angelella andò a portare alcuni denari al detto don Fabritio per l'affitto de un molino, quello
trovatolo con molti cavalieri, disse in presenza di tutti il detto don Fabritio: io la tal notte hebbi la figlia
di questa donna con molte altre et ce le tenimo insieme con li tali altri cavalieri et li conobbimo da
dinanzi et da dietro, che però si supplica Vostra Eccelleza considerata la qualità et enormità del delitto
et eccesso darsi il condegno castigo. Item come detto don Fabritio Ruffo avendo fatto chiamare
Lonardo Turco di detta Terra acciò havesse pigliato in affitto moia due di terra baronali, quale avendo
replicato non poterlo pigliare perché era viaticale et soldato del battaglione et come tale non poteva
essere astretto a servitii personali per occasione che potevano succedere di partenza per servitio di
Sua Maestà et che ne teneva provisioni dall'Auditor dell'esercito quali volendole mostrare, il detto
don Fabritio li diede molta quantità di bastonate, si supplica.
Item come detto don Fabritio Ruffo avendo fatto chiamare Scipione di Morlando con dire che l'haveva
da parlare, quale essendo andato li disse tu hai ardire di fare le provisioni contro di me et vai facendo
lo smargiasso, quello replicò che non era smargiasso, ma per difendersi con la giustizia havea fatte le
provisioni parlando con ogni modestia et esso don Fabritio li diede molte bastonate et poi ne lo mandò,
et di là a quattro mesi havendoselo un'altra volta fatto chiamare li disse perché quando ti fò chiamare
non viene subito, il detto Scipione li rispose che havea paura mentre essendo stato chiamato un'altra
volta era stato maltrattato, per il che detto Fabritio li corse sopra et li scippò li mostacci et diede molte
bastonate et li disse molte ingiurie volendo anco che detto Scipione di sua bocca dicesse che era
cornuto, et lo fece ginocchiare in terra et basciare li piedi a molte persone che stavano in sua
conversatione, per il che si supplica come sopra.
Item come detto don Fabritio havendo mandato Domenico di Morlando et Domenico Tambaro a
pigliare un cavallo di pelo baio oscuro dentro il monastero dell'Annuntiata di detta Terra, che era di
Tomaso di Morlando il detto don Fabritio se lo portò in Napoli et lo tenne per spatio di giorni cinque,
et essendo andato il detto Tomaso e dimandare il detto cavallo al detto don Fabritio, lo fece ligare
con le mani da dietro et lo tenne per spatio di giorni tre di guisa con darle molte bastonate et non
volse mai lasciarlo se non si obligava per una polisa di ducati trenta fatta per altri tanti di andarsi a
mettere carcerato nelle carceri di Santo Antimo et essendo andato il detto Tomase in Santo Antimo
et non essendo andato subito a carcerarsi, il detto don Fabritio scrisse a Domenico di Morlando
che si fosse pigliato o morto o vivo il detto Tomaso, quale in esecuzione dei suoi ordini fu ammazzato
da alcuni giovani di malissima vita che teneva in casa il detto don Fabritio che per detta causa
andorno in galera et poi morto detto Tomase, don Paolo Ruffo si ha pigliato detti ducati dodici in
parte della detta polisa, si supplica fare reflessione all'enormità del delitto et castigarsi
tutti gli colpevoli.
Item come detto don Fabritio Ruffo volendo per forza che Donato Iavarone vendesse uno territorio
et à questo non restando comodo di venderlo, li diede un calce et altri maltrattamenti con ingiuriarlo
gravemente nell'honore et tenutolo per tal causa per spatio di un mese carcerato. Item come essendo
venuta una compagnia ad alloggiare in detta Terrra di S. Antimo, perché Ambrosio Siro, magazeniero,
vende alli soldati di essa il pane sei onze meno del solito, li detto don Fabritio fè carcerare detto
Ambrosio nel suo palazzo et fattoselo venire dinanzi li promise mandarnelo, ma che dicesse che il
dottor Scipione Fiorillo ce l'havea ordinato di fare il pane scarzo, quale Ambrosio non essendosi
voluto esaminare falsamente come voleva il detto don Fabritio, lo fè ligare alla corda dentro sua
casa da Dario Ajmone, suo creato, et li fece dare molte bastonate per tutta la vita, di poi scioltolo
lo fece buttare in terra et lo fece battere sotto le piante delli piedi, del che restò poco vivo et cossì
fu lasciato, et detto Ambrosio con la trippa per terra andò sino a sua casa caminando tutta quella
notte di quel modo per arrivare a casa, dove stè molti giorni in letto, si supplica come sopra.
Item come tanto detto don Fabritio Ruffo, come agente generale del duca della Bagnara suo fratello,
quanto don Paolo Ruffo, affittatore, non potendo vendere li loro vini guasti et sbolliti per la pessima
qualità di quelli hanno per forza mandato detti vini nelle case di particolari cittadini et poi fattoselo
pagare a quel prezzo che hanno venduto li migliori vini che hanno avuti, si supplica. Item come don
Fabritio, ridetto più volte, fece dire a Nunzio Stantione di detta Terra, marito di Tolla Verde, che
l'havesse data la detta Tolla per godersela carnalmente, il detto Nunzio sempre ricusò con dire che
sua moglie era donna honorata et di bone genti et in modo alcuno poteva farlo, alla fine una notte
fu pigliato il detto Nunzio et maltrattato di bastonate et poi essendo stato calato dentro di un pozzo
li disse il detto don Fabritio: o mi hai da dare tua moglie o morirai dentro questo pozzo, per il che
per non morire ce la promise contro sua volontà et di suoi parenti che furono tutti minacciati di farli
morire di bastonate se non li davano la detta Tolla, come in effetto furono forzati di darcela, il quale
se l'ha tenuta in sua casa molti anni di notte e giorno come amica contro la volontà de detto suo
marito et parenti, si supplica.
Item come don Paolo Ruffo, affittatore, burlando con Angelella Verde, quale avendo detto una parola
burlesca di tempo di vendemmia, il detto don Paolo li diede molte bastonate a carne nuda avendole
alzati li panni che le fece mostrare le sue vergogne in presenza di molte persone, si supplica. Item
come li mesi passati il detto don Paolo avendo fatto carcerare Scipione Di Spirito mandò, il detto
don Paolo, Valentino suo schiavo et Dario Ajmone suo staffiero et li dissero che detto Scipione li
pagasse quelli denari che havea esatti dalli fratelli della Congregatione della Purificatione, che li voleva
don Paolo et avendo detto il detto Scipione disse che non doveva darli cosa alcuna et essendo stati
di nuovo detti suoi creati al detto don Paolo et referito il tutto, questo ordinò che fosse andato
carcerato avanti di se, quale essendo gionto, li dimandò con grandissimo imperio li detti denari et
per ultimo non avendo potuto far di meno accettò d'havere avuti ducati diciannove et detto don
Paolo li fè scalzare le scarpe per forza e levò al detto Scipione li detti ducati diciannove,
si supplica.
Item come alcuni giorni prima del tumulto di Napoli fù buttato hanno per ordine di detto don Paolo
che ognuno che avesse animali cavalline, bovi o somarine le rivelasse et dopo mandò Domenico
Di Morlando con una lista in mano componendo ognuno cioè per ogni cavallo dieci carlini, per
ogni bove carlini cinque et per ogni sommarino carlini sei et che si dovevano pagare ad agosto
senza sapere per qual causa, ma per mera potenza, nessuno avendo avuto ardire di parlare e
dimandare la causa per la natura tirannica di detto don Paolo, che però si supplica come di
sopra. Item come questo inverno passato stando Caterina Sforza di questa Terra a servire il
detto don Paolo, il detto don Paolo un giorno la chiamò et disse puttana cornuta tu mi volevi fare
la fattura et con quello li diede molte bastonate di sua mano et poi li fece dare assai più dal solito
Valentino, suo schiavo, si supplica.
Et queste cose sono pochissime a paro di quanto ha fatto detto don Paolo, don Fabritio, il duca,
sua madre et anco suo padre, che mai hanno negoziato con alcuna persona senza maltrattarli, si
supplica Vostra Eccellenza commettere la cattura dell'informatione delli sopradetti al commissario
di Campagna, che se ritrova in detta Terra a verificare l'altri capi primo loco dati contro detti
padroni et affittatore, acciò quelli verificati se li possa dare in condegno castigo con protestate
addendi et minuendi et l'haveranno a gratia ut deus.
Io Paolo Fiume eletto presento
Io notar Giovanbattista della Puca eletto presento (a questo punto finisce la relazione degli eletti)
et inteso per noi quanto in detti preinserti capi si contiene n'ha parso farla presente, colla quale ve
dicemo et ordinamo che sopra il contenuto nelli capi predetti presentatici dalla sudetta Università
di S. Antimo supplicante, ne debiate anco pigliare diligente informatione in conformità dell'altra
comunicatione che da noi tenete et eseguirete in questo tutto quello che per detta altra comunicatione
vi sta ordinato et cossì eseguirete che tal'è nostra volontà.
Datum Neapoli die 16 Augusti 1647
El duque De Arcos
Vidit Capecelatro Regens
Vidit Casanete Regens
Vidit Caracciolus Regens
Coppola segretario
Al Magnifico Commissario de Campagna che sopra il contenuto nelli sudetti altri capi presentati a
V. E. dalla sudetta Università di Santo Antimo supplicante ne pigli anco diligente informatione in
conformità dell'altra comunicatione che dall'Eccellenza Vostra ne tiene et eseguo in questo tutto
quello che per detta altra comunicatione li sta ordinato.
De Giorno (De Siorno)
4.4. Lapide della chiesa di S. Giuseppe dei Ruffi
Don Fabritio Ruffo nato al 1619 de duchi di Bagnara
Eletto Gran croce, e Priore di Bagnara
al 1641 e doppo Gran Priore di Capua, occupato
in molte cariche anco di capitano generale
delle galere di Malta et nel 1660 prese tre
saiche (51) e la fortezza di Santa Veneranda,
Caloiro, e Piazza di Lampicorno,
et nel 1661 un Ricchissimo vascello armato
a guerra, et a 27 agosto giorno di S. Ruffo messe
a fondo 7 galere turche, et altre 4 dopo una fiera
battaglia prese, e condusse in Malta, dove
sono dipinte, e registrate in cancelleria,
et in honore à lode di S. Ruffo à sue spese
hà eretta questa cappella dove fondò un ricco
Monte à beneficio de Ruffi.
4. 5. Lapidi nella chiesetta di palazzo Bagnara (52)
F. D. FABRITIVS RVFFVS HIEROSOLIMITANAE MILITIAE ET CAPVANVS PRIOR
IN EXTREMO ELOGIO OPVLENTI PECVLII CVMVLVM INSTITVIT,
ATQVE PRIMAS PIETATI PARTES TRIBVI VOLVIT,
SACELLVMQVE HOC D. RVFO DICATVM CONSTRVI;
STATVTA ORNATVI, ET SACERDOTIBVS SEX QVOTIDIE
IN EA SACRA FACTVRIS PER AMPLA DOTE.
DEIN ILLVSTRI RVFFORVM FAMILIAE, ET POSTERITATI CONSVLENS
EX EIVSDEM CVMVLI FRVCTIBVS TAM VIRILIS, QVAM FEMINEAE SOBOLIS SVCCESSORIBVS
PERPETVA EMOLVMENTA LEGIBVS PRAESTARI VOLVIT,
SANCIVITQVE NE EIVSDEM PECVLII BONA VLLA EX CAVSA ALIENARENTVR:
IMO COMMENDANDA SOLERTIA AD ILLORVM UTILITATEM QVOLIBET AVGERENTUR ANNO
SIC DVRATVRO DIVITIARVM CVMVLO, ET POSTERIS IPSIS PROVISVM DVCENS.
QUA OMNIA LICET TABVLIS PVBLICIS, A NOT.° FRANCISCO DE AVERSANA EXARATIS SINT
CAVTA;
TAMEN, VT TESTATIORA FORENT BREVITER HOC MARMORE INSCRIBI IVSSIT
D. NICOLAUS BONONIVS PALMAE DUX EIVSDEM NEPOS, ET EX TESTAMENTO
PECVLII CURATOR
(traduzione)
F.(rate) D.(on) FABRIZIO RUFFO PRIORE DI CAPUA E DELL'ARMATA GEROSOLIMITANA
DISPOSE NEL SUO ULTIMO SCRITTO UN MONTE DI UN RICCO PECULIO,
DAL QUALE VOLLE CHE LA PARTE PRINCIPALE FOSSE DEVOLUTA ALLA RELIGIONE,
E CHE FOSSE COSTRUITA QUESTA CAPPELLA DEDICATA A S. RUFO;
AVENDO FISSATA UNA DOTE MOLTO GRANDE PER IL SUO DECORO E PER I SACERDOTI CHE VI CELEBRERANNO
QUOTIDIANAMENTE SEI SACRI RITI.
QUINDI PENSANDO ALLA NOBILE FAMIGLIA DEI RUFFO E AL FUTURO
VOLLE CHE DAI FRUTTI DELLO STESSO CESPITE FOSSERO GARANTITI CON DETERMINATE NORME
EMOLUMENTI PERPETUI AI SUCCESSORI DELLA DISCENDENZA TANTO MASCHILE CHE FEMMINILE,
E SANCÌ CHE I BENI DELLO STESSO PECULIO PER NESSUN MOTIVO FOSSERO ALIENATI:
ANZI CHE FOSSERO INCREMENTATI CON LODEVOLE CAPACITÀ A LORO VANTAGGIO IN QUALSIASI ANNO
SPINGENDO COSÌ LA SUA LUNGIMIRANZA A UN RICCO CESPITE DURATURO E AGLI STESSI POSTERI.
PER QUANTO TUTTE QUESTE COSE SIANO GARANTITE NEI PUBBLICI DOCUMENTI REDATTI
DAL NOTAIO FRANCESCO DELL'AVERSANA,
TUTTAVIA, AFFINCHÉ FOSSERO MAGGIORMENTE NOTE, D.(on) NICOLA BONONIO, DUCA DI PALMA,
SUO NIPOTE E PER TESTAMENTO CURATORE DEL PECULIO, COMANDÒ CHE FOSSERO SCRITTE BREVEMENTE
SU QUESTO MARMO.
MEMORIAE PERENNI
F. D. FABRITII RVFFI SACRAE HIEROSOLIMITANAE MILITIAE EQUITIS
QUI VIRTVTE, MERITISQUE BALNEARIAE ET CAPVANAE PRAEPOSITVRAE ELECTUS
HINC MARITIMAE MELITENSIVM CLASSI PRAEFECTUS
QUOT CERTAMINA INIIT, TOT NVMERANS VICTORIAS,
MARE VNDEQVAQVE PIRATICIS NAVIBVS PVRGAVIT:
LIBVRNICAS TRES PRETIOSA MERCE ONVSTAS IVXTA MITYLENEM EXPVGNAVIT:
IN CELEBRI APVD MELON PVGNA SEPTEM PESSVMDEDIT TVRCARVM HOSTIVM TRIREMES:
ALIAS QVATVOR CAPTIVAS PERTRAXIT, VIAMQVE AD VICTORIAM VENETAE CLASSI APERVIT:
POSTRATAM INSIGNEM SICVLIS AQVIS INSVLTANTEM COMINVS FACTO PROELIO SVBEGIT
QVI NON MINVS TERRESTRI MARTI PAR, SVO DVCTV ROBORE, STRATAGEMMATE
IN CRETENSI BELLO S. VENERANDAE CALOIERII, LAMPICORNI ARCIBVS TVRCAS EIECIT.
VENETOS, SOCIOSQVE ARCTA IN FORTVNA PVGNANTES, LABORANTESQVE RESTITVIT
POSTQVE HOS ALIOSQVE AXANTLATOS LABORES, GLORIA, OPIBVS, AETATE PLENVS
NEAPOLI TRIBVTVM MORTALITATI REDDIDIT AETATEM IMPLENS ANNORVM LXXIII
SVB AERA CHRISTI MDCLXXXXII .DIE XXI MENSIS FEBRVARII
D. NICOLAUS BONONIVS PALMAE DVX EIVSDEM NEPOS MONVMENTVM HOC PONI CVRAVIT
A PERENNE MEMORIA
DI F.(rate) D.(on) FABRIZIO RUFFO CAVALIERE DELLA SACRA ARMATA GEROSOLIMITANA
CHE PER IL SUO VALORE E PER I SUOI MERITI ELETTO ALLA PREPOSITURA DI BAGNARA E DI CAPUA
DI QUI MESSO A CAPO DELLA FLOTTA MARITTIMA MALTESE
RIPORTANDO TANTE VITTORIE, QUANTE BATTAGLIE INTRAPRESE,
RIPULÌ IL MARE IN OGNI DOVE DALLE NAVI PIRATE:
CATTURÒ PRESSO MITILENE TRE NAVI LEGGERE CARICHE DI MERCE PREZIOSA;
NELLA FAMOSA BATTAGLIA DI MILO MANDÒ A FONDO SETTE TRIREMI DEI NEMICI TURCHI:
NE TRASCINÒ PRIGIONIERE ALTRE QUATTRO, APRENDO LA STRADA VERSO LA VITTORIA ALLA FLOTTA VENETA;
POI CON UN COMBATTIMENTO CORPO A CORPO DOMÒ QUELLA INSIGNE INSISTENTE FISSA NELLE ACQUE SICULE
LUI CHE, NON DI POCO PARI A UN MARTE TERRESTRE, SOTTO IL SUO COMANDO, CON VIGORE ED ASTUZIA GUERRIERA
CACCIÒ NELLA GUERRA DI CRETA I TURCHI DALLE FORTEZZE DI S. VENERANDA, CALOIRO E LAMPICORNO.
RIPORTÒ I VENETI E GLI ALLEATI, COMBATTENTI ED AFFATICATI, NELLA SOLIDA SORTE
E DOPO AVER SOSTENUTO QUESTE ED ALTRE FATICHE, RICCO DI GLORIA, DI OPERE E DI ANNI
A NAPOLI PAGÒ IL TRIBUTO ALLA CONDIZIONE MORTALE MENTRE COMPIVA L'ETÀ DI 73 ANNI
NELL'ANNO DI CRISTO 1692. ADDÌ 21 DEL MESE DI FEBBRAIO.
D.(on) NICOLA BONONIO DUCA DI PALMA SUO NIPOTE CURÒ CHE FOSSE POSTA QUESTA MEMORIA

Quadro di Giacomo Farelli
Note:
(1) Le foto dell'articolo sono di Giusy Ronga.
(2) Sulle tante gabelle regie che affliggevano il Regno vedi S.
MAZZELLA, Descrittione del Regno di Napoli, Napoli 1601, pp. 332 e sgg.
(3) B. CROCE, Storia del Regno di Napoli, Bari 1967, p. 122.
(4) P. L. ROVITO, Il viceregno spagnolo di Napoli, Napoli
2003, p. 78.
(5) P. L. ROVITO, Il viceregno spagnolo, op. cit., p. 91.
(6) P. L. ROVITO, Funzioni pubbliche e capitalismo signorile
nel feudo napoletano del Seicento, in Bollettino del centro di studi vichiani, anno
XVI, 1986, p. 119.
(7) G. GALASSO, Napoli capitale, Identità politica e identità
cittadina, Studi e ricerche 1266-1860, Napoli 1998, p. 124.
(8) «Avevo un gallo e lo ridussi a cappone: via il barone, via il
barone!», cfr. B. CROCE, op. cit., p. 116.
(9) P. L. ROVITO, Funzioni, op. cit., p. 119.
(10) P. L. ROVITO, Il viceregno spagnolo, op. cit., p. 91.
(11) P. L. ROVITO, Funzioni, op. cit., p. 119.
(12) Aversa ne contava 1905, Acerra 219, Sant'Arpino 146; cfr.
O. BELTRANO, Descrittione del Regno di Napoli diviso in dodici province, Napoli
1671, pp. 94-95.
(13) C. CARAFA, Relationes ad Limina, Edizione regestata,
Junii 1645, cfr. L. ORABONA, Religiosità meridionale tra Cinque e Seicento, Vescovi
e società in Aversa, tra riforma cattolica e controriforma, Napoli 2003, p. 236.
(14) All'inizio del secolo il feudo di S. Antimo aveva ottenuto
anche «il favore di camera riservata», cfr. A. M. STORACE, Ricerche storiche intorno
al comune di S. Antimo, Napoli 1887, p. 36. Il re era solito concedere «ad alcuni titolati,
e Baroni una o più camere riservate, cioè di far franca, e libera alcuna delle lor Terre
d'alloggiamenti (militari), concedendogli quel luogo libero per lor stanza, e di lor famiglia,
e questi luoghi così franchi, e liberi dall'alloggiamenti sono chiamati Camere riservate»,
cfr. O. BELTRANO, op. cit., p. 3.
(15) A. M. STORACE, op. cit., p. 9.
(16) Le volpenate era date col volpino, che era il nerbo di bue
impiegato come strumento d punizione; cfr. S. BATTAGLIA, Grande dizionario della
lingua italiana, vol. XXI, Torino 2002, ad vocem.
(17) Uno dei cinque reggenti del Consiglio Collaterale, che era,
per importanza, il secondo tribunale del Regno, cfr. O. BELTRANO, op. cit., p. 80.
(18) Nel 1647 Fabrizio, nato nel 1619, aveva 28 anni.
(19) Così era, ed è ancora chiamato, il castello baronale.
(20) Pier Luigi Rovito definisce, con giusto sarcasmo, Fabrizio
Ruffo «pio e valoroso cavaliere di Malta, le cui glorie sono immortalate» nella chiesa di San
Giuseppe dei Ruffi a Napoli, alla via omonima, angolo via Duomo. L'iscrizione lapidea è
posta ai lati, sotto, una tela del Fanelli in cui Fabrizio Ruffo è effigiato ai piedi di San Ruffo,
cfr. Funzioni pubbliche, op. cit., p. 123.
(21) Diminutivo di Vittoria, ora in disuso; cfr. G. BASILE,
Il Pentamerone, traduzione e introduzione di Benedetto Croce, prefazione di Italo
Calvino, Bari 1974, vol. I, p. 11, nota di B. Croce.
(22) P. L. ROVITO, Funzioni pubbliche, op. cit., p. 125.
(23) VOLTAIRE, Lettere d'amore alla nipote, Palermo 1993,
p. 40.
(24) Carlo cedette il feudo di S. Antimo col titolo di principe «al
figlio primogenito di secondo letto, Giuseppe. Morto quest'ultimo (che aveva sposato
Caterina Ruffo) senza figli, il principato di Sant'Antimo passò al fratello maggiore Francesco
(II + 1715), successo nel 1690 nel ducato di Bagnara e negli altri feudi paterni», cfr. G.
CARIDI, La spada, la seta, la croce, I Ruffo di Calabria dal XII al XIX secolo, Torino
1995, p. 149. Fabrizio aveva inoltre tre sorelle, Anna e Illuminata destinate alla vita
monastica, Maria che sarà duchessa di Sora. Cfr. G. CARIDI, op. cit., e Testamento
dell'illustrissimo Fr. D. Fabritio Ruffo, prior di Bagnara, e gran priore di Capua.
Copia in stampa. A Francesco II nel principato di S. Antimo successe Carlo III (+1750)
e a lui Francesco III (+1767), cfr. G. CARIDI, op. cit. Invece A. M. STORACE, op. cit.,
p. 42, sostiene che dopo Giuseppe il Feudo passò a Paolo, che morì ab intestato, suo
erede fu Francesco. Questo nel 1756 lo vendette a Francesco Maria Mirelli,
principe di Teora.
(25) C. CELANO, Notizie del bello dell'antico e del curioso
della città di Napoli, a cura del cav. Giovanni Battista Chiarini, Napoli 1860. La citazione
è dall'edizione di Mario Milano Editore, Napoli, fascicolo 20-21, vol. V., pp. 813-814.
(26) G. CARIDI, op. cit., p. 146.
(27) Ivi, pp. 149 e 257.
(28) Ivi, p. 150.
(29) Ivi, p. 149.
(30) Cfr. Testamento dell'eccellentissimo Fr. D. Fabitio Ruffo
prior di Bagnara, e gran prior di Capua, op. cit.
(31) Ibidem.
(32) La chiesa era annessa ad un convento che fu assegnato nel
1607 a quattro nobili suore napoletane, Cassandra Caracciolo, Caterina Tomacelli, Caterina
ed Ippolita Ruffo, che lo riedificarono, cfr. G. A. GALANTE, Guida sacra della città di
Napoli, Napoli 1872, P. 74.
(33) Pittore attivo nella seconda metà del XVIII secolo a Napoli,
in provincia, negli Abruzzi e a Pisa dove nel 1693 affrescò parti del Palazzo Civico; cfr.
O. FERRARI, La pittura e la scultura del Seicento: Classicismo, Barocco, Rococò,
in Storia e civiltà della Campania, Il Rinascimento e l'età barocca, a cura di
Giovanni Pugliese Carratelli, Napoli 1994, p. 298.
(34) Nella suddetta chiesa, chiusa da anni per restauro, attualmente
non è possibile accedere. Il rettore della stessa, da me interpellato, ha escluso che in essa
vi sia la tomba di Fabrizio.
(35) La costruzione della chiesa fu prevista con atto del notaio
Francesco Nicola dell'Aversano del 9 marzo 1690. Cfr. Testamento, op. cit. Nel testo
il nome riportato è Francesco Pichetti. Ma credo si tratti di un errore. Per il Picchiatti cfr.
Società e civiltà della Campania, Il Rinascimento e l'età barocca, Napoli 1994, pp.
300, 327, 356, 373, 385-386.
(36) I calafati erano coloro che esercitavano l'arte di "calata fare",
cioè rendere impermeabile il fasciame ligneo di fiancate e chiglie di imbarcazioni, usando
svariati materiali tra cui pece greca, resine ed altri miscugli idrorepellenti, le cui formule
segrete erano gelosamente custodite.
(37) La descrizione della cappella è del prof. Leonardo Franconiero,
attuale priore dell'arciconfraternita del SS. Rosario, che ringrazio.
(38) Le due denuncie sono state presentate dal prof. Leonardo
Franconiero.
(39) ASN, Collaterale, Partium, vol. 410, f. 156 e sgg. La
collocazione archivistica dei tre documenti inediti che seguono è indicata da P. L. ROVITO
in Funzioni pubbliche, op. cit., p. 151. Li riportiamo integralmente perché nessuna delle
prodezze dei Ruffo venga taciuta. Debbo ringraziare il funzionario dell'Archivio di Stato di
Napoli sig. Catello Lubrino, che mi ha aiutato nella lettura del testo non sempre agevole.
(40) Francesco Ruffo, duca della Bagnara, acquistò il feudo di
S. Antimo, unitamente al casale di Friano, nel 1629 da Ippolito Revertera, duca
della Salandra.
(41) Spesso i baroni fittavano i feudi a terzi che, a volte, erano
loro consanguinei (fratelli minori ecc.).
(42) Videlicet = cioè.
(43) Il cantaro era una misura di peso in uso in molte regioni
italiane con un valore diverso nelle diverse aree geografiche. Nel Regno di Napoli
equivaleva a kg 89,099720.
(44) Sorta di cambiale.
(45) Carcere.
(46) Il mastro d'atti aveva la funzione di cancelliere.
(47) Indica la funzione di chi amministrava la giustizia.
(48) ASN, Collaterale, Partium, vol. 417, f. 54r.
(49) Una botte di vino equivaleva a 12 barili, pari a litri 523,500.
(50) ASN, Collaterale, Partium, vol. 417, f. 56r.
(51) Saica, veliero militare o mercantile, dotato di due alberi
con vele quadre e di portata sino a 400 tonnellate, in uso nei secoli XVII e XVIII presso
i greci e i turchi; cfr. SALVATORE BATTAGLIA, op. cit., ad vocem.
(52) Le lapidi apposte nella chiesetta di palazzo Bagnara sono
state tradotte dal prof. Leonardo Franconiero, che ringrazio.