UN INEDITO DI DOMENICO DE BLASIO:
L’OSTENSORIO DI SANT’ANTIMO
CARMINE DI GIUSEPPE
Le emanazioni dottrinarie e liturgiche del Concilio di Trento diedero un grande impulso al culto
eucaristico extra missam (1). Una forma particolare di contemplazione e di
adorazione eucaristica furono le Quarantore (2), che determinarono in campo
liturgico e artistico la creazione e produzione di nuove suppellettili sacre.
La suppellettile sacra che trovò maggiore diffusione fu l’ostensorio, il quale, peraltro, era già
presente nei riti liturgici cristiani fin dal XIV secolo dopo le precisazioni dottrinarie riguardanti
il sacramento dell’Eucaristia dei secoli precedenti (3).
Il termine ostensorio, che indica il vaso sacro utilizzato per l’ostensione dell’Eucaristia, lo
ritroviamo solo a partire dal XVI secolo, quando si precisò il suo uso e si determinò la sua
tipologia. Esso derivò la sua forma dal reliquiario, mentre inizialmente per l’ostensione
eucaristica era utilizzata anche la pisside.
L’ostensorio raggiunse la sua forma canonica proprio con la pratica delle Quarantore, per la
quale erano previsti apparati grandiosi e scenografici, tanto che nel 1705 furono promulgate
particolari istruzioni per la regolamentazione dell’esposizione eucaristica.
Il culto eucaristico si era potenziato nel XIII secolo per opera della beata Giuliana di Mont
Cornillon, la quale si era molto prodigata affinché fosse istituita la festa dell’Eucaristia,
riuscendo ad ottenerla nel 1246 con l’approvazione vescovile. Con gli anni la festività si
arricchì anche della processione che divenne una tradizione molto sentita dopo le indulgenze
concesse dai pontefici Martino IV (1417-1431) ed Eugenio IV (1431-1447) (4). Grande impulso
si ebbe anche in seguito al miracolo eucaristico di Bolsena (1263) e con la successiva istituzione
della Festa del Corpus Domini approvata da papa Urbano IV con la bolla Transiturus
dell’11 agosto 1264; in tale festività il Sacramento dell’Eucaristia era portato (e lo è ancora
adesso) solennemente in processione per le strade cittadine (5).
Due sono fondamentalmente le tipologie dell’ostensorio; esso, infatti, si presenta a forma
architettonica e a disco raggiato. La tipologia architettonica, utilizzata al presente nella liturgia
ambrosiana, deriva la sua forma dalla pisside-reliquiario a torre, struttura questa tendente a
sottolineare l’edicola del Santo Sepolcro in cui Gesù era stato sepolto. La tipologia, invece,
più diffusa, anche se meno antica, è quella dell’ostensorio a disco raggiato. Questa forma
vuole sottolineare lo splendore divino che in sole posuit tabernaculum suum (6).
La realizzazione di queste suppellettili sacre trovò terreno fertile nella Napoli del XVII e XVIII
secolo dove si trovavano ad operare alcuni tra i più grandi argentieri. Nelle loro botteghe,
però, l’argento non era adoperato allo stato puro, ma allegato ad altri metalli, in particolare
al rame, che ne aumentava la durezza e ne facilitava la lavorazione. Per evitare frodi nell’uso
dell’argento a Napoli dalla fine del XVII secolo, l’identificazione e la garanzia degli argenti
fu assicurata dal bollo dell’Arte con l’indicazione dell’anno, dal bollo consolare e dal punzone
dell’argentiere (7). Tuttavia, nonostante la legge prescrivesse l’apposizione
dei tre marchi sul manufatto, non sempre questa era osservata ed è abbastanza raro ritrovarli
tutti insieme come nell’esemplare santantimese.

D. De Blasio, Ostensorio, S. Antimo,
Santuario di Sant’Antimo P.M.
L’ostensorio, conservato nel Santuario di S. Antimo Prete e Martire in Sant’Antimo, è in buono
stato di conservazione ed è alto 58 cm. Si tratta di una pregevole suppellettile d’argento che
all’originale soluzione formale unisce una fine decorazione realizzata a sbalzo, ad incisione e a
cera persa, e presenta, inoltre, un interessante impianto iconografico.
L’opera è da attribuire all’argentiere napoletano Domenico De Blasio ed è databile al 1714.
Non conosciamo al momento il committente, ma sicuramente esso dovette essere commissionato
all’artista da uno o entrambi i parroci portionari, che provvedevano all’amministrazione e alla
cura d’anime della parrocchia di S. Antimo P. e M., oppure da una delle famiglie del luogo o
con il concorso dei fedeli.
L’ostensorio poggia su una base sbalzata e cesellata sorretta da quattro piedi artisticamente
lavorati con la rappresentazione di piccole valve di conchiglie. Sui piedi di destra e di sinistra
è poggiata su volute la testa di un cherubino, mentre sul piede anteriore e su quello posteriore
è ripresa la raffigurazione in grande della valva di una conchiglia. Sulla fascia anteriore laterale
destra è incisa la scritta “A.D. 1714”; sulla fascia posteriore laterale destra sono riportati il
marchio “D.D.B.” dell’argentiere, il bollo consolare “ADBC”, e il bollo dell’arte
“NAP 714”.
Il fusto, realizzato a cera persa, raffigura il santo martire Antimo in abiti sacerdotali (talare,
cotta e stola). Il santo è reso nell’atto di sostenere con la mano sinistra la raggiera con la teca;
con la destra la palma e la croce. Il De Blasio nella resa del santo dovette sicuramente tenere
presente il quadro raffigurante La predicazione di Antimo (di autore anonimo del secolo
XVII), conservato nella Sala del Tesoro nel Santuario di S.Antimo P.M.
La figura di Antimo nel quadro è rappresentata con gli stessi abiti sacerdotali con cui è reso
nell’ostensorio, anche se con un atteggiamento diverso. Nel quadro, infatti, il santo è raffigurato
con la mano sinistra che regge il crocifisso e con la mano destra che tende l’indice ad indicare
il distrutto idolo di Silvano, episodio questo tratto dalla sua Passio (8).
Nell’ostensorio la figura del santo poggia su un masso contornato da quattro teste di angeli ed è resa
in modo plastico, evidenziato da un movimentato e sapiente drappeggio delle vesti. Lo stesso movimento
plastico è stato reso dall’anonimo autore del quadro e ciò può farci ipotizzare che il De
Blasio stipulò il contratto a Sant’Antimo e abbia potuto ammirare il quadro, cui la
committenza gli propose certamente di ispirarsi, e che all’epoca doveva, forse, essere
collocato sull’altare della cappella del Santo.
La croce posta nell’incavo del braccio destro assieme alla palma simboleggiante il martirio,
sembra essere stata montata in un secondo momento in sostituzione, forse, di quella originale
o perché deteriorata o perché persa.
La teca, in cristallo di rocca, al centro della raggiera, è contornata nelle parti superiore ed
inferiore da tre cherubini; nelle parti laterali da due cherubini. Spighe di grano e grappoli d’uva
si alternano ai gruppi angelici; la stessa scena si ripete sul retro dove la teca circolare si apre
per permettere l’inserimento dell’ostia consacrata.
Il motivo delle spighe e dell’uva ritorna nell’elemento di raccordo tra il fusto e la raggiera, che è
costituita da raggi di diversa lunghezza. Completa l’impianto scenografico la croce posta al
culmine della raggiera (9).
Il maestro argentiere, Domenico De Blasio, che lo realizzò, fu uno dei più famosi artisti del XVII
secolo e si formò certamente nell’ambito dell’attiva bottega di famiglia che era originaria di
Guardia Sanframondi (Benevento). Dopo la realizzazione dell’Ostensorio nel 1714, lo ritroviamo
ancora ad operare a Sant’Antimo dove nel 1735, fu autore della base in argento della Statua di
S. Antimo P.M., conservata anch’essa nell’omonimo Santuario, che era stata realizzata nel 1712
dagli argentieri Alessandro e Gennaro Cioffi su un modello in creta dello scultore Domenico
Antonio Vaccaro (10).
Di Domenico De Blasio non si hanno molte notizie precedenti al 1715, quando realizzò a Napoli
insieme al fratello Andrea, il busto di Santa Teresa su loro disegno e modello (11).
La sua opera più antica, fra quelle note, è il busto di S. Quintino conservato nella chiesa maggiore
di Alliate (12). Qualche notizia però la possiamo rinvenire al 1707, quando doveva essere un artista
già conosciuto. A quella data possiamo, infatti, fare risalire due opere che erano conservate
nella chiesa cattedrale di San Biagio a Maratea (13).
La scoperta di questo inedito ostensorio e la possibilità di attribuirlo con certezza a Domenico
De Blasio ci offre l’occasione di conoscere altri dettagli della sua vita e nuove opere anteriori
alla Santa Teresa del 1715. La presenza, inoltre, del bollo consolare con le iniziali “ADBC”
ci permette di sapere che nel 1714 ricopriva l’incarico di console suo fratello Andrea, che
fu anch’egli tra i maggiori argentieri della prima metà del XVII secolo (14).
Annoverare, quindi, lo splendido esemplare dell’Ostensorio di Sant’Antimo, tra la ricca
produzione di lavori del maestro argentiere Domenico De Blasio, ci dà la possibilità non solo
ammirare un oggetto di grande interesse per l’elevata qualità dell’esecuzione, per l’omogeneità
e la coerenza della decorazione, e per il valore documentario che rappresenta, ma anche quella
di poter testimoniare ulteriormente la grande perizia tecnica e artistica che questo artista ebbe
nella lavorazione dell’argento.
Note:
(1) Cfr. Concilio di Trento, Sessione XIII, Decretum de ss. Eucharistia
(11 ottobre 1551).
(2) La pia pratica delle Quarantore, consistente nell’adorazione
eucaristica per 40 ore in ricordo di quelle trascorse da Gesù nel sepolcro, nacque a Milano
nel 1537 ad opera del fondatore dei Barnabiti, Antonio Maria Zaccaria; essa fu introdotta a
Roma da papa Clemente VIII, mentre a Napoli ebbe grande impulso dall’opera di S. Alfonso
Maria de’ Liguori.
(3) Nella metà del secolo XI la speculazione di Berengario di Tours
circa la presenza reale di Cristo nelle specie eucaristiche suscitò nel popolo e nella Chiesa
una viva reazione, che con il proprio sensus fidei aumentò il sentimento di adorazione. Gli
errori teologici di Berengario furono confutati dal vescovo di Aversa, Guitmondo, che affermò
fortemente la reale presenza di Gesù nell’Eucarestia. Cfr. E. RASCATO – G.
SANGIOVANNI, La Diocesi di Aversa. 950 anni di storia, fede e arte, Aversa
2003, pp. 37-38.
(4) L. BERTOLDI LENOCI, I “Capituli” della “Confraternita”
del Corpo di Christo a Monopoli (1513), in Monopoli nell’età del Rinascimento, a cura
di D. COFANO, in Atti del Convegno Internazionale di studio (22-24 marzo 1985),
Fasano 1988, III, p. 989.
(5) La prima festa del Corpus Domini fu celebrata nella città di Liegi
nel 1264.
(6) Salmi 18, 6.
(7) E. e C. CATELLO, Argenti napoletani dal XVI al XIX secolo,
Napoli 1973, pp. 71, 79.
(8) C. DI GIUSEPPE, Presbyter et Martyr. S. Antimo nell’Inno e
nel Sermone XIX di S. Pier Damiani, Sant’Antimo 2005, pp. 22-24; ID, La “Tragedia” di S.
Antimo P.M. Drammatizzazione di una Passio, Sant’Antimo 2007, pp. 21-22.
(9) C. DI GIUSEPPE, ad vocem Ostensorio, in Ave Verum. Tesori
eucaristici nel territorio aversano, a cura di E. RASCATO, Marigliano 2005, p. 38.
(10) A. CATELLO – V. BILE (a cura di), Giubili e Santi d’argento,
Napoli 2000, p. 34.
(11) C. CATELLO, Scultori e argentieri a Napoli in età barocca e due
inedite statue d’argento, in Studi di Storia dell’arte in onore di Raffaello Causa, Napoli
1988, p. 281.
(12) E. e C. CATELLO, I marchi dell’argenteria napoletana dal XV al XIX
secolo, Napoli 1996, p. 62.
(13) A. CATELLO, ad vocem De Blasio, in Dizionario Biografico degli
Italiani, XXXIII, Roma 1987, p. 391.
(14) Tra le sue opere possono essere annoverate le statue di SS. Bartolomeo
e Andrea eseguite su modello e disegno di F. Solimena per il monastero di Donnaregina in Napoli nel
1718 e anche le statue di S. Paolino nella cattedrale di Nola e di S. Comasia per la collegiata di
Martina Franca. E. e C. CATELLO, I marchi dell’argenteria napoletana dal XV al XIX
secolo, op. cit., pp. 52-53.