IL DRAMMA SACRO DI EMILIO RASULO
SU S. TAMMARO VESCOVO
GIOVANNI DEL PRETE
FRANCESCA IOVINE
Il 15 gennaio 1928 veniva messo in scena, a Grumo Nevano, il Dramma Sacro (1) in 5 atti
Da Cartagine a Benevento. L’autore, Emilio Rasulo, ne dà notizia nella presentazione del libro
allorché viene pubblicato il testo (2) del dramma, nell’agosto dello stesso anno.
La rappresentazione è “sulla vita di S. Tammaro Vescovo e Patrono di Grumo Nevano”,
come recita la prima di copertina.
Il libello (3) si presenta in 16°, con una coperta verde acqua ingiallita per naturale passaggio
del tempo. In quarta di copertina c’è l’indicazione del prezzo: L. 3 (tre lire) a totale beneficio della cassa
del Santo. Infatti il dramma viene stampato, come recita il frontespizio, a cura della Commissione
della Festa nella tipografia La Precisa di Frattamaggiore. L’occhiello, ovvero, la pagina che
precede il frontespizio, presenta sul fronte il solo titolo sottolineato, nel retro l’immagine ad
incisione della statua d’argento di san Tammaro, che viene conservata nella Basilica consacrata
al Santo. Inoltre il libretto presenta un errore di impaginazione da pagina 21 a pagina 28,
rilegate al contrario.

Le pagine iniziali, a sinistra il retro dell’occhiello
Lo spettacolo è in cinque atti, ognuno dei quali ha titoli salienti che riassumono i momenti più
importanti della vita di quest’eroe del Cristianesimo, e rispettivamente: La persecuzione, La prova
del fuoco, Dal pelago alla riva, L’apostolato, L’apoteosi. Per compiere il suo lavoro drammatico,
il Rasulo ha volutamente trattato la storia del santo che deriva dagli Atti di S. Castrese e dalla
tradizione, dove si narra che il santo, prima vescovo in Africa, venisse cacciato insieme ad altri 11
compagni, a seguito delle persecuzioni vandaliche contro il cristianesimo a favore dell’arianesimo.
I cristiani, gettati su una nave in balia dei flutti, vennero aiutati dalla Provvidenza e riuscirono ad
approdare sulle coste di Literno. Da qui san Tammaro si spostò per compiere il suo ministero
di evangelizzazione nelle campagne ancora pagane, fino a Benevento, dove divenne vescovo. È
questa in breve anche la storia che è raccontata nel testo, naturalmente l’autore si è riservato di
concentrare l’attenzione drammaturgica sulla figura di Tammaro che viene perseguitato da Genserico.
Quest’ultimo appare come l’antagonista nel I, II e III atto, ovvero per più della metà dello spettacolo,
diventando tema trascinante della prima parte della vicenda. Nell’atto IV, invece, l’antagonista,
sembra essere la forza della Natura: la morte, la malattia, contro le quali (per voleri divini)
Tammaro riesce a compiere i miracoli.
Come in ogni dramma sacro si mostra, nell’unità d’azione, il percorso di un santo per trasfondere
la mirabile vita nel sangue del popolo e vuol essere un’attestazione della fede sempre più viva verso
di Lui (4). Sicuramente l’autore, nel IV atto dello spettacolo, allorché tratta dell’apostolato
in terra campana ancora pagana, si rifà a vicende che non hanno nulla di storiografico, ma solo di
leggendario e, come dice egli stesso, “restituiscono la più bella cornice della vita del santo”.
Il soffermarsi sul folklore non è un vizio drammaturgico per il Rasulo, semmai aiuta lo spettatore
ad avvicinarsi alla retta via, dà voce e colore laddove ci sono lacune storiografiche; rivelandosi,
infine, un buon mezzo di fede. Il testo, come scopriamo nell’ultima pagina, era stato avallato
dalla chiesa e dagli organi ecclesiastici dell’epoca, con revisione.
Nell’alveo dei personaggi appaiono solo due caratteri femminili inventati (5): la giovane
nobile cartaginese Maria e la sua fantesca Rosalinda, che servono a dare un tono più umano al dramma,
anche se poi è la stessa Maria che, epicamente, riecheggia il dannunziano La figlia di Iorio (6)
di pochi anni prima quando dice, alla fine del II atto, “Viva la morte, abbasso il tiranno!! ...”.
Al di là dei momenti di maggior fervore cristiano, per i quali si prospetta un linguaggio più
affettato, lo spettacolo ha una lingua media, o meglio una lingua che non è altisonante né
eccessivamente poetica. Anche il re dei Vandali si relaziona con un linguaggio comune ai suoi
compagni barbari. Eco classiche sono distribuite qua e là e articolate bene in tutto il lavoro.
La figura di Maria sembra rifarsi effettivamente alle eroine delle tragedie greche e quasi ripercorre
per sacrificio l’immagine di Ifigenia. Inoltre la figura della fantesca, che appoggia e sorregge
Maria ricorda, rivista, la Balia shakespeariana di Giulietta. Il Rasulo dimostra un grande interesse
per le azioni umane e le loro motivazioni: ad esempio, Genserico è mosso dall’odio nei confronti
dei cristiani, egli stesso muove la turba e alcuni dei soldati con allettanti promesse (7):
Gens. – Rientrerai alla tua Coorte, ti avanzerò di grado, riceverai onori, ricompense,
ricchezze;
oppure Flavio, un contadino campano, il quale, non essendo convinto delle idee che predica il
santo (8), manifesta tutta l’umanità di chi ha paura del nuovo:
Flav. – È inutile, le idee di quel vecchio pellegrino che gira da qualche tempo per queste
campagne non mi persuadono.
(…)
Flav. – Sarà come tu dici; ma io non rinunzierei ai miei averi per un bene al di là da venire.
Il personaggio del vescovo Tammaro, ha la pacata dolcezza del santo, le sue parole esprimono
un’aura di luce divina, nell’imperturbabilità della certezza del suo credo, allo stesso tempo
l’autore l’ha reso deciso e irremovibile (9):
Gens. – (…) Tammaro sei tu disposto a patire l’esilio, il carcere e la morte stessa, anziché
recedere dalla tua insulsa dottrina?
Tam. – Dispostissimo io e i miei compagni!
Il Rasulo dimostra, inoltre, disinvoltura nella composizione di monologhi, così come nelle parti
dialogiche. Il problema linguistico è sicuramente sentito dall’autore che riferisce, nelle Note, di
averne utilizzato una tipologia consueta per avvicinarsi di più al popolo. C’è, a volte, l’uso di
qualche arcaismo, come deh!, toh!, ma è comprensibile dato il periodo in cui è stato redatto il
testo. Naturalmente non si abbassa alle parti volgari della Cantata dei Pastori, opera popolare,
che con Razzullo e Sarchiapone, nelle campagne d’inizio XX secolo, era il numero più ambito
dei divertimenti nelle feste di Natale (10). C’è da dire che Grumo Nevano, nella quale
il Rasulo era maestro elementare, era nel 1928 un piccolo borgo di circa 7.000 anime (11),
con un’economia prevalentemente rurale, legata a valori cristiani e particolarmente devoto (12).
A testimonianza di tale devozione la Commissione della Festa (facente sicuramente capo al parroco), che
sovrintendeva ai festeggiamenti per il santo. Questo ci dà la prospettiva del fervore comune nei confronti del
Patrono che, come in ogni piccolo centro, era fulcro di preghiere, voti, suppliche, invocazioni,
e (per il troppo amore) anche bestemmie.
Lo spettacolo dal punto di vista dell’unità di spazio ha, in corrispondenza della fine e dell’inizio di
ogni atto, passaggi da luogo a luogo: si passa così dalla sala del trono di Genserico alle galere,
da una zona del palazzo alla spiaggia africana, da vico Feniculense (Literno) alla Cattedrale di
Benevento. Non sappiamo come fosse realizzata la scenografia, forse con fondali dipinti,
com’era uso (13) o con l’immaginazione derivante dal testo. Inoltre si hanno frequenti
salti di tempo, naturalmente sempre progressivi, dall’arrivo di Genserico a Cartagine alla prigionia, dalla
condanna sulla barca direttamente all’approdo, saltando fino al vescovato a Benevento.
Sul santo patrono di Grumo esistevano già due drammi, come ricorda il Rasulo, che però avevano
avuto già delle “riduzioni, rifacimenti e svarioni di amanuensi”. Così egli fu spinto a comporre
una nuova opera a devozione di san Tammaro.
È difficile credere che il Rasulo fosse a conoscenza delle più avanzate avanguardie del tempo in
campo teatrale anche perché all’epoca (1928) l’attività filodrammatica in provincia era ridotta,
e nello stesso borgo era in uso mettere in scena anche la tragedia di San Vito. Le sperimentazioni
non erano quindi adatte al tema dello spettacolo e, in un borgo di campagna, non sarebbero state
certo capite. Il valore d’esemplarità è stato il caposaldo del lavoro teatrale del Rasulo. Dello
spettacolo non è rimasto nient’altro se non il testo e la notizia, tramandataci dallo stesso autore,
che fu messo in scena il giorno prima dei festeggiamenti del santo (14).
Note:
(1) Silvio D’Amico, Storia del teatro, vol. I, Garzanti, Milano, 1968. Per
dramma sacro s’intende genericamente la rappresentazione di un fatto religioso, come le ultime ore
di Cristo, la vita di un santo ecc. Lo spettacolo ha valore esemplificativo di virtù cristiane, veniva nel
primo medioevo recitato nelle chiese, cercando di rispettare le aspettative anche liturgiche dei fedeli.
In seguito fu portato fuori dalla chiesa e poi in luoghi chiusi come grandi sale, dove potevano essere
adibite regolari apparati scenografici. Ciò accadde anche per non confondere la liturgia con lo spettacolo
dove iniziavano ad comparire elementi popolari.
(2) Il libro faceva parte della biblioteca di Luigi Landolfo, infatti, sulla copertina
a penna è stato segnato il nome del possessore.
(3) Il libello è formato da 64 pagine più XIX.
(4) ALLEGRI L., Teatro e spettacolo nel medioevo, 2006 Laterza, Bari.
(5) RASULO E., Da Cartagine a Benevento, 1928 Grumo Nevano.
(6) D’ANNUNZIO G., La figlia di Iorio, 1904, Treves, Milano.
(7) RASULO E., op. cit., p. 4; ivi p. 19.
(8) Ibidem, p. 50.
(9) Ibidem, p. 28.
(10) DE SIMONE R., La cantata dei Pastori, 2000, Einaudi Torino. Il Rasulo
nelle Note introduttive ci parla solo di Razzullo dimenticandosi di Sarchiapone che insieme all’altro crea
la coppia comica della Cantata. Questa dimenticanza è quanto mai strana visto che la figura di
Sarchiapone già esisteva all’epoca. Il testo del Rasulo comunque, è ben lontano da avere
corrispondenze con la Cantata, e per innesto di comicità e sacra rappresentazione, che nel Dramma
Sacro non esiste, e per linguaggio molto diverso dall’aulico poetico dei personaggi sacri della
Cantata.
(11) Dati Istat: www.iststudiatell.org/atella/grumonevano.htm
(12) Questo tipo di spettacolo devozionale è ancora attivo in Italia: i drammi
sacri legati al periodo pasquale con la resurrezione di Cristo sparsi in ogni regione; e quelli legati
ai patroni locali sopravvissuti soprattutto nel beneventano come Il martirio di san Benedetto e
Placido a Campolattaro (Bn), Il Dramma Sacro di santa Giocondina a Pontelandolfo (BN),
il dramma sacro Gherardo della Porta a Potenza, il dramma sacro di San Bartolomeo apostolo
a Greci (AV), il Dramma sacro di Santa Reparata a Pesco Sannita (BN), a Santa Croce del
Sannio dove ogni anno si mettono in scena ben tre drammi sacri: La rosa di Roccaporena (santa
Rita), San Vito martire, Il guerriero cristiano (san Sebastiano).
(13) BROCHETTO. G., Storia del Teatro, 2003, Marsilio Venezia.
(14) Si suppone che lo spettacolo avvenisse sul sagrato della chiesa, luogo
dal medioevo deputato alle sacre rappresentazioni.