ARTISTI DELL’AGRO AVERSANO
TRA OTTOCENTO E PRIMO NOVECENTO (1790-1922)

FRANCO PEZZELLA

Se è vero, com’è stato sottolineato da più parti, che l’agro aversano è un comprensorio di grande interesse artistico all’interno del quale si raccoglie, soprattutto per l’assenza di una scuola locale, solo il portato dell’esperienza creativa esercitata durante i secoli dai più importanti artisti napoletani e dai loro epigoni, è pur vero che durante l’Ottocento e nei primi decenni del secolo successivo Aversa e il territorio circostante ha espresso, in controtendenza rispetto ai secoli precedenti, numerose figure di artisti locali. Tra le personalità che animarono la scena artistica nel suddetto periodo, troviamo, infatti, il pittore ortese Tommaso De Vivo e suo figlio Francesco Donato, i pittori aversani Luigi Pastore, il nipote Girolamo, Giovanni Conti, Giuseppe Polidoro, Vincenzo Cecere, Giovanni Di Giorgio e Luigi Panarella, il casalucese Michele Comella, il frignanese Giuseppe Raffaele Tessitore. Tra gli scultori eccelsero, invece, gli aversani Francesco Giordano, Vincenzo Reccio ed Ernesto Lettera, l’altro aversano di adozione Francesco Durante, originario di Sant’Antimo e il santarpinese Francesco Lettera. Per impegni legati alla sua professione di ufficiale di anagrafe, dopo un periodo passato a Napoli si trasferì, invece, in Puglia, a Trani, dove probabilmente morì, il pittore trentolese Carlo Curci.


Scorcio di Aversa in una foto d’epoca
(cortesia G. Durante)

La figura di maggior spicco del primo Ottocento fu senza dubbio Tommaso De Vivo (Orta di Atella 1790 - Napoli 1884). Figlio di Pietro, un possidente filoborbonico incarcerato dai francesi per qualche tempo a Favignana, studiò presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove la famiglia si era trasferita fin dal 1804, alternando lo studio con la realizzazione di copie dall’antico dei dipinti della Pinacoteca del Real Museo che vendeva ai visitatori per contribuire a sostenere la famiglia (1). Nel 1821 realizzò una serie di Ritratti della famiglia del negoziante Bianchini (2).
Nello stesso anno, grazie al sostegno del duca di Calabria, il futuro re Francesco I, a cui era stato raccomandato dal marchese Luigi Medici, ottenne una sorta di pensionato a Roma, che garantendogli una provvigione di 24 ducati il mese, gli permise di curare il proprio perfezionamento presso lo studio di Vincenzo Camuccini, dove incontrò, tra gli altri, Filippo Marsigli e Domenico Guerra (3). Frutto di questo discepolato sarebbero stati, di lì a poco, una Pietà nella chiesa di Santa Maria Maddalena in Armillis di Sant’Egidio Monte Albino e i due dipinti inviati alla Biennale borbonica del 1828: il Bacco (Napoli, Museo di Capodimonte) e una copia della Deposizione di Caravaggio, ora nella chiesa di San Francesco di Paola della stessa città.


T. De Vivo, Bacco, Napoli, Museo di Capodimonte

L’anno seguente il pittore fu incaricato di dirigere la realizzazione dei disegni de Il Vaticano descritto e illustrato di Erasmo Pistolesi, edito a Roma quello stesso anno. Sull’onda del successo ottenuto nel campo della grafica, più tardi, negli anni tra il terzo e il quarto decennio, gli saranno affidate le illustrazioni ad acquaforte della Storia di Francia, che gli valse l’onorificenza della Legion d’Onore da parte di Luigi Filippo, e quelle della Storia del Regno delle due Sicilie (Museo di Capodimonte, Gabinetto di Stampe e Disegni). Gli anni trascorsi a Roma furono anni di frenetica attività per il De Vivo, che, però, trovò anche il tempo di sposarsi con Gesualda Polani e di mettere al mondo ed allevare un po’ di figli, tra cui quel Donato Francesco, anch’egli pittore di qualche merito. Nonostante si fosse ormai accasato a Roma, De Vivo continuò ad avere rapporti con Napoli e a partecipare regolarmente alle Biennali borboniche.
Nel 1830 espose Diomede che scende dal carro (Napoli, Museo di Capodimonte, depositi), l’Estasi di San Francesco di Paola, un Ritratto virile, una copia da Guido Reni ed Il soccorso all’indigenza (Caserta, Palazzo Reale). All’edizione del 1833 risalgono, invece, il bozzetto con la Morte di Sant’Andrea Avellino, i dipinti con la Veduta del Campidoglio e la Veduta della basilica di San Paolo dopo l’incendio, il bozzetto e il quadro raffiguranti Caino spaventato da Dio (Napoli, Palazzo Reale), alcune incisioni (4).


T. De Vivo, La morte di Eudossia, incisione

Firmato e datato 1833 è, altresì, un notevole Ritratto di Signora conservato presso la Galleria d’Arte Moderna di Roma. Nel 1835 partecipò alla Biennale con la Morte di Eudossia (Napoli, Teatro San Carlo, mentre l’anno successivo realizzò altri tre dipinti per la chiesa di San Francesco di Paola: l’Immacolata, la Crocifissione e la Morte di sant’Andrea Avellino (5), nonché un quadro per una chiesa di Terracina, andato perduto ma ricordato dalle fonti, raffigurante San Felice di Valois che riscatta gli schiavi. Secondo Bruni, questo dipinto fu commissionato per la cattedrale cittadina da papa Gregorio XVI che, pienamente soddisfatto, avrebbe poi premiato il pittore con la concessione della “Croce di Cavaliere dell’Ordine Gregoriano” di cui egli andava tanto fiero (6). Secondo altri, invece, il dipinto gli fu commissionato dal cardinale Lambruschini, Segretario di Stato, per la chiesa del Redentore (7). Nel 1839 il pittore fu ammesso all’Accademia dei Virtuosi di Roma ed espose a Napoli i seguenti dipinti: Stratagemma con cui la città di Napoli è presa da re Alfonso, Gruppi di due pastori sul Fucino, acquistato dal Duca di Siracusa (8). Negli anni ‘40 realizzò ed espose Ritratto di un cardinale, Gruppo di pastori con contadina che allatta un bambino (1841), tre dipinti con Storie di Giuditta (1843-1845, Napoli Palazzo Reale) e Sully lacera il contratto nuziale alla presenza di Enrico IV (1843), per il ministro Santangelo. Entrambe del 1845 e conservate nel Palazzo Reale di Caserta, sono le tele raffiguranti Tizio divorato dall’avvoltoio e la Zingara predice a Felice Peretti l’ascesa al pontificato temi in cui appare, oltremodo evidente, come sottolinea Martorelli, “l’interesse tutto intellettualistico, anche nell’ispirazione tematica, per la grande tradizione rinascimentale e post-rinascimentale italiana” (9).


T. De Vivo, La zingara che predice a Felice Peretti
l’ascesa al Pontificato
, Caserta Palazzo Reale

Qualche anno dopo, nel 1847, incaricato di far da guida a Ferdinando II e alla regina Maria Teresa in visita ai Musei Vaticani, si guadagnò la stima dei sovrani borbonici che gli offrirono il posto di sovrintendente alle Pinacoteche reali. L’offerta, tuttavia, sarà accettata solo qualche anno dopo, allorquando, per dei momenti di difficoltà - legati secondo alcuni ad una vicenda sentimentale con una monaca, secondo altri a delle incomprensioni con il cardinale Lambruschini, che aveva sottoposto a sequestro un suo quadro perché raffigurante l’assassinio di una badessa (si tratta della Cronaca del convento di sant’Arcangelo, realizzato su commissione del Principe di Fondi) - andò via da Roma per stabilirsi definitivamente a Napoli. Qui, tra l’altro, lo raggiunse la nomina ad insegnante di disegno presso l’Accademia, incarico che conservò fino al 1861, quando fu posto a riposo (10). Intanto nel 1849 il pittore si era sposato una seconda volta, dopo che la prima moglie era morta di colera del 1837, con Santa Mariani, la vedova del calcografo Filippo Zoia. In quegli anni egli non aveva trascurato di partecipare alle mostre borboniche: all’edizione del 1848 era stato presente oltre che con un piccolo Ritratto di Beatrice Cenci, con due opere di soggetto storico-celebrativo, Beatrice Cenci rinchiusa in Torre Savelli e un dipinto raffigurante Galileo Galilei (11). Nutrita e qualificata fu anche la partecipazione dell’anno successivo con Giotto e Cimabue (Caserta, Palazzo reale), Lo studio di Salvator Rosa e Lo zingaretto alla presenza della Regina Giovanna (Napoli, Palazzo reale). Delle opere realizzate nel decennio compreso tra il 1850 e il 1860 vanno, invece, ricordate Il ratto delle spose veneziane, presentato alla mostra del 1851 con grande consenso di pubblico e critica (12), due tele per il conte di Siracusa, Due zampognari ed un capretto ed Asino cavalcato da due contadini, entrambe del 1853, e le tre tele per la chiesa di San Raimondo ai Granilli rappresentanti La liberazione di San Pietro, l’Ultimo lamento del Divin Redentore e lo Stabat Mater presentate all’ultima mostra borbonica del 1859 (13).


T. De Vivo, Ritratto del canonico Silvestre,
Aversa, coll. privata

Nel 1853 fu invitato da monsignor De Luca, vescovo di Aversa, ad affiancare, come esperto, Gaetano Parente, nella ricognizione delle chiese della città che questi andava facendo in preparazione della sua nota storia ecclesiastica di Aversa, che sarebbe stata edita di lì a qualche anno (14). Con l’avvento dello stato unitario, nonostante l’amicizia con Ferdinando II, fu chiamato ad eseguire per il Senato un’opera di carattere celebrativo, L’Italia e i suoi geni, una tela tuttora conservata a Montecitorio, molto lodata dai critici contemporanei con una serie di scritti, di cui, però, ancora nel 1879, il pittore lamentava la mancata riscossione del saldo da parte della Camera (15). Anche Vittorio Emanuele II e la regina Margherita di Savoia non mancarono di visitare lo studio del De Vivo, acquistando per l’occasione un’Allegoria di Venere con gli Amori. L’enorme considerazione che il pittore ebbe tra i contemporanei è testimoniata, tra l’altro, dai numerosi dipinti presenti in collezioni private tra cui si citano almeno Il ritratto del canonico Silvestre ad Aversa (16), una Scena orientale, il Ritratto del padre e il Ritratto della madre presso gli eredi a Napoli.
Presso gli eredi è pure l’Allegoria dell’America, una grande tela esposta in un noto albergo napoletano durante il G-7 del 1994, dove i ritratti di Cristoforo Colombo e Amerigo Vespucci, con quelli allegorici della guerra e della pace e degli eroi americani Washington, Francklin, Adam, Jefferson e Moore fanno cornice a quattro figure che si tengono per le braccia a raffigurare simbolicamente gli Stati Uniti. Nel 1876 alla veneranda età di 86 anni, mentre era ospite del sindaco di Succivo, Federico Pastena, dipinse su sua commissione, firmandolo e datandolo, un ciclo di diciassette tondi per la contro facciata e le pareti laterali della locale chiesa della Trasfigurazione (17).


T. De Vivo, Allegoria dell’America, Napoli coll. eredi

L’anno successivo il pittore partecipò all’Esposizione Nazionale di Napoli con due tele, la già citata Cronaca del convento di Sant’Arcangelo e l’Eloquenza (18). Nel 1885, ad un anno dalla morte, la Promotrice napoletana lo volle ricordare esponendo una sua Testa del 1820, mentre il comune di Napoli gli dedicò un busto marmoreo nel recinto degli uomini illustri del cimitero cittadino. Un analogo busto di gesso è presso l’omonimo circolo culturale di Succivo.
Quasi contemporaneo di Tommaso De Vivo fu un altro pittore, ancora poco conosciuto, che risponde al nome di Gennaro Martorano. Nel 1841, quest’artista, di un non meglio precisabile paese dell’Agro, eseguì per il Santuario della Madonna di Briano, nella località omonima, un dipinto raffigurante San Nicola di Bari che richiama in vita tre bambini sezionati (19) e l’immagine di Gesù Cristo in sagoma tuttora attaccata su una croce lignea in piazza Umberto I a Sant’Arpino, successivamente restaurata, nel 1890, da tale Antonio Martorano, presumibilmente suo figlio o un congiunto (20). Questi, nel 1884, decorò, con un altro pittore aversano, Federico D’Errico, altrimenti conosciuto, e con il pittore napoletano Michele De Rosa, la cappella delle Reliquie nel duomo di Aversa (21).

T. De Vivo, San Pietro,
Succivo, Chiesa della Trasfigurazione
Ignoto, Busto di T. De Vivo,
Succivo, Circolo T. De Vivo

Allievo del padre, fu anche Francesco Donato De Vivo (Roma 1831- Aversa, dopo il 1904) (22) che esordì, prestissimo, nel 1848, nella cappella di Sant’Alfonso Maria de’Liguori nella chiesa romana di Santa Maria in Monterone, per il cui altare dipinse Sant’Alfonso in abito vescovile che mostra il Crocefisso (firmato e datato 1848), mentre sulle pareti laterali, rispettivamente a destra e a sinistra, dipinse Sant’Alfonso in estasi davanti alla Vergine e Sant’Alfonso che dà la regola ai Redentoristi (23). Nel 1851 fu presente con il padre alla mostra borbonica di Napoli, con ben nove dipinti fra ritratti e quadri di composizione (24). Nel 1855 propose nella stessa sede altri ritratti ed opere di tema storico (Martirio dei Santi Ginesio e Agnese) (25) e, nel 1859 il suo Ritratto in abito di capitano delle cacce (26).
Il suo ritratto più noto è, però, il Ritratto del cardinale Giuseppe Alberghini (Cento, Ferrara, Pinacoteca Comunale). Tra le opere a carattere storico si ricorda, invece, La morte di Lambro Zavella (Atene, Pinacoteca Nazionale), che rievoca un celebre episodio del risorgimento greco. In quegli anni usava firmare le sue opere, alcune delle quali sono conservate nei depositi della reggia di Caserta, con l’epigrafe “De Vivo figlio” (27). Alla Promotrice del 1862 espose un quadro di soggetto agreste e un tema di caccia (28). Dopo una lunga assenza ricomparve alla mostra napoletana prima con quadri di genere (1883, S’incomincia bene, la Provvidenza, Amici miei, è un fiasco completo, Il disinganno) (29) e poi di caccia (dal 1885 al 1890) (30).



Roma, Chiesa di S. Maria in Monterone,
Cappella di S. Alfonso M. de’ Liguori
con i dipinti di F. D. De Vivo
F. D. De Vivo, Ritratto del Card. Giuseppe
Alberghini
, Cento (Fe), Pinacoteca Comunale

Con temi simili fu presente anche alle mostre di Genova del 1876 e a Milano nel 1881 e nel 1887. Negli ultimi anni della sua vita, Francesco Donato De Vivo, si trasferì ad Aversa dove partecipò con affreschi ai lavori di decorazione della cappella delle Reliquie nel Duomo (1884) e nella chiesa di Santa Lucia (tele con le raffigurazioni di Santa Monica e San Pantaleone, entrambe firmate e datate 1904). In quegli anni fu a lungo operoso anche a Frattamaggiore dove realizzò, per l’altare del Purgatorio della chiesa dell’Annunziata e di Sant’Antonio, una pala con Cristo in croce tra i santi Giovanni Evangelista e Rita da Cascia, restaurata nel 1915 da Gennaro Palumbo, tuttora in loco.


V. Del Vecchio, Pietà,
coll. privata (particolare)

Qualche anno dopo il De Vivo fu chiamato a decorare con un dipinto, probabilmente un’immagine del Cuore di Gesù, l’altare dell’omonima cappella nell’altra chiesa cittadina di San Sossio; di questo dipinto si sono purtroppo perse le tracce, come si sono perse le tracce di una Gloria di san Sossio della quale ignoriamo anche l’ubicazione, ma ci resta, fortunatamente, una rara litografia. Nella sacrestia della stessa chiesa si conserva, però, una tela con la figura di San Rocco, che potrebbe ascriversi alla sua produzione (31). Per quante modellate sui lavori del padre, alcune sue composizioni denotano, nell’uso di contrasti vivi, nella brillantezza dei colpi di luce, nell’equilibrio tra disegno e ductus pittorico, un timido tentativo di emanciparsi dalla maniera paterna.
Alla produzione deviviana, sia pure con inclinazioni verso la pittura del cosiddetto “gruppo Novecento” sono atteggiati i rari dipinti dell’altro pittore ortese vissuto tra l’Ottocento e i primissimi anni del secolo successivo, quel Vitagliano Del Vecchio di cui si ricorda una Fuga in Egitto nel giardino di palazzo Rimetti ad Orta di Atella (32) e una Pietà in collezione privata che si apparenta alquanto con quella realizzata da Tommaso De Vivo per la chiesa di Santa Maria Maddalena in Armellis a Sant’Egidio di Monte Albino (33).
Nella succitata chiesa frattese di San Sossio era stato operoso con una pala d’altare raffigurante Santa Giuliana, andata dispersa nel tempo, anche un altro pittore dell’Agro, Pastore Luigi (Aversa 24/5/1834-19/1/1913) (34). Figlio di un modesto operaio studiò all’Istituto di Belle Arti di Napoli dove rivelò ben presto il suo ingegno con dei pregevoli acquerelli imitanti affreschi di età romana. L’aneddotica riporta che uno dei suoi acquerelli raffigurante Pompei, attualmente nelle collezioni del Louvre, suscitò l’attenzione niente di meno che dell’imperatore Napoleone III, il quale, ispirato dalla sua bellezza, pare partorisse, in quell’occasione, l’idea di allestire con altri disegni di Pastore e la collaborazione di ingegneri italiani, un’altra Pompei a Parigi (35).


L. Pastore, Le Marie al sepolcro di Gesù,
Aversa, Cappella Madre del Cimitero

Ancora giovanissimo realizzò un quadro ad olio per una delle cappelle laterali della chiesa di S. Lucia a mare di Napoli, andato purtroppo distrutto in uno dei bombardamenti subiti dalla città nell’ultimo conflitto mondiale. Dipinse prevalentemente paesaggi e soggetti ispirati ai temi letterari o religiosi, in cui è evidente l’affinità stilistica con molte opere di Morelli, ritenuto il suo maestro, benché questo presunto discepolato non sia documentato (36). Nel 1855 esordì alla Mostra borbonica con La figlia di Tiziano (37), mentre nell’edizione del 1859 inviò il Sant’Antonio abate piangente sulle spoglie di san Paolo prima eremita, molto lodato dalla critica per il realismo della luce (38). Negli anni successivi partecipò alle Promotrici partenopee del 1866 (Imitazione di un affresco pompeiano) (39), del 1874 (Il cadavere di Cologny) (40), del 1879 (La piccola operaia) e del 1883 (Il canale di Vena) (41). All’attività espositiva affiancò una vasta produzione di dipinti con soggetti storici o religiosi per privati. Tra i dipinti di soggetto storico si ricordano Il pentimento di Fanfulla di Lodi, oggi nella collezione del nipote avv. Giovanni Pastore ad Aversa e La congiura di Marin Faliero, già presso i Roccatagliata di Napoli, andato anch’esso perduto durante i bombardamenti dell’ultima guerra. Identica sorte, ma per restauri e rifacimenti, subirono i due dipinti che occupavano le pareti laterali della chiesa dei Santi Filippo e Giacomo di Aversa ed un affresco in uno degli ambienti dell’antico Palazzo municipale del comune di Frattamaggiore. I dipinti aversani, realizzati nel 1879, rappresentavano San Luca che ritrae la Vergine e Il cardinale Fabrizio Ruffo libera Aversa dai francesi.


L. Pastore, Eliseo risuscita il figlio della donna di Sunam,
Aversa, Cappella Madre del Cimitero

Si sono invece salvati i medaglioni con Uomini illustri di Aversa che adornano la volta del soffitto dell’antica Sala consiliare nell’ex Palazzo municipale della sua città natale. Restano fortunatamente in loco, dopo un tentativo di furto, anche i due dipinti che adornano la Cappella Madre del Cimitero di Aversa, Le Marie al sepolcro di Gesù ed Eliseo risuscita il figlio della donna di Sunam, del 1865, che ancora una volta denotano l’adesione del pittore aversano allo stile e alle tematiche della pittura morelliana. Per la cappella Andreozzi nello stesso cimitero di Aversa realizzò un Cristo morto, mentre in quella della famiglia Carotenuto si trova un interessante bozzetto su lastra d’ardesia dal titolo La morte improvvisa (42). Restaurò, ma in realtà rifece quasi del tutto, gli affreschi realizzati da Belisario Corenzio nelle volte, nella crociera e nei peducci della chiesa napoletana di Santa Maria la Nova raffiguranti Angeli, Arcangeli e Cheurbini, i Santi fondatori degli ordini religiosi, Profeti e Figure simboliche. Nella cappella della Croce della stessa chiesa restaurò l’affresco, oggi male conservato, raffigurante la Cena in Emmaus, attribuito a Simone Papa junior, che adorna la scodella della volta (43). Negli stessi anni egli andava realizzando il suo capolavoro, Il Tasso alla corte di Ferrara, un enorme quadro ad olio, commissionatogli dalla famiglia Peccerillo di Casapulla, presso di cui è dato tuttora vederlo, che gli costò ben sei anni di studio e paziente lavoro (44). Il dipinto riscosse un buon successo presso i critici e i pittori del tempo fra cui Vincenzo Marinelli, Achille Carrelli, Gabriele Smargiassi, Federico Maldarelli, Raffaele Postiglione, Tommaso Solari e Domenico Morelli che, portatisi ad osservare il quadro, esposto per qualche giorno in un locale situato nella Villa Nazionale (l’attuale Villa Comunale) rilasciarono all’autore un attestato della loro ammirazione (45). Negli ultimi decenni della sua vita si dedicò soprattutto all’insegnamento, prima presso la scuola serale della Società operaia di Aversa e poi all’Istituto d’Arte di San Lorenzo, tralasciando quasi del tutto l’attività espositiva. Le cronache registrano, tuttavia, una sua partecipazione all’Esposizione Nazionale di Roma del 1893 con un’opera da cavalletto, Concerto musicale, ispirata ad un’antica pittura murale di Ercolano.


C. Curci, Marina, mercato antiquariale

Una discreta attività espositiva caratterizzò anche l’operosità di Carlo Curci (Trentola 30/8/1846 - Trani dopo il 1916), un “colletto bianco” prestato alla pittura (46). Paesista, predilesse soprattutto le marine, anche se non mancano prove della sua attività di ritrattista che denota una sua predilezione per lo stile leonardesco (Ritratto di Lucrezia Benci, mercato antiquariale). Iniziò l’attività espositiva a far data dal 1867 (47) e fu presente con regolarità alle mostre della Promotrice “Salvator Rosa” di Napoli dal 1873 al 1876, riscuotendo un discreto successo di pubblico e di critica (48).
In quella del 1873 espose tre opere: Effetti di nebbia sul Sarno, Un ricordo di Trani e Sorgere di luna; in quella dell’anno successivo figurarono altri tre dipinti: La calma, Il Cervaro e Dal Vallo di Bovino; nelle mostre del 1875 e del 1876 presentò Effetti di neve e Studio dal vero (Molfetta). Laddove ottenne i maggiori consensi fu però all’Esposizione Nazionale di Napoli del 1877, dove presentò I Vandali sugli Appennini (49) e alla mostra veneziana del 1881 dove fu presente con Marina calma. All’Esposizione di Roma del 1883 fu presente con ben quattro lavori (50), due dei quali, In Puglia e Ottobre per il lusinghiero successo ottenuto furono riproposti all’esposizione di Torino dell’anno successivo (51).
Gli altri lavori esposti furono: Mare calmo e Nebbia sull’Adriatico. Trasferitosi a Trani, nel 1891 fu tra gli organizzatori della locale Mostra del Lavoro. In quello stesso anno, in occasione della venuta di Pietro Mascagni nella cittadina pugliese, donò al musicista il dipinto intitolato Sui monti. L’anno dopo partecipò all’Esposizione italo-americana di Genova, tenutasi in occasione del IV Centenario Colombiano, presentando due Marine e un Paesaggio. Nello stesso anno all’Esposizione Cinquantenaria d’Arte Moderna di Torino partecipò con Alba, Interno, Sole e uno Studio. Negli anni successivi, sempre a Trani, attese, con soggetto paesaggistici alle decorazioni parietali dello studio di Palazzo Discanno (1894). Alla sua mano è dovuta anche la grande tempera dal contenuto simbolico, che adorna il soffitto del salone nel medesimo palazzo (1905).


M. Comella, La gloria di S. Luciano,
Lusciano (CE), Chiesa di S. Maria dell’Assunta

Buon paesaggista fu anche Michele Comella (Casaluce 27/9/1856 - 27/5/1926) che formatosi a Napoli all’Istituto di Belle Arti, appena conseguita l’abilitazione all’insegnamento del disegno fece ritorno al suo paese natale dove, favorito dalla natura rigogliosa della campagna circostante e dei dintorni, poté esplicare appieno la sua vocazione per la pittura di paesaggio (52). Appartengono alla sua produzione anche dipinti d’impronta realista, con scene di vita quotidiana caratterizzate da una resa sintetica e da toni contrastanti, nonché dipinti e decorazioni per edifici sacri. Una per tutte si cita la decorazione realizzata per la cappella di San Luciano nella chiesa parrocchiale dell’Assunta di Lusciano costituita da un affresco raffigurante la Gloria del Santo e da quattro tondi con raffigurazioni simboliche (le quattro Virtù Cardinali?) posti in mezzo ad ognuno dei lati della cappella (53). La sua produzione, tuttavia, fu del tutto sporadica e subordinata agli impegni di didatta. Pertanto, espose di rado ad alcune mostre. In particolare partecipò alla mostra di Genova del 1889 con Regi laghi di Carditello, all’Esposizione Nazionale di Palermo del 1891-1892, dove figurò con un’opera intitolata Triste vedovanze (54) e alle Promotrici napoletane della “Salvator Rosa” negli anni 1904, con Dolore (55), e 1906, con La modella preferita e Le filatrici (56).


G. R. Tessitore, Suonatrice
di chitarra
, coll. privata

Autore di paesaggi e scene di genere ispirate soprattutto al folclore meridionale, fu, altresì, Giuseppe Raffaele Tessitore (Frignano Maggiore 21/2/1861 - dopo il 1916) (57). Esordì, giovanissimo, alla Promotrice di Napoli del 1882 con La mia cucina. Con opere dello stesso genere fu presente alle edizioni successive, del 1883 con Fiorellino di Primavera (58), del 1885 con Pace domestica e uno Studio dal vero (59), del 1888 con Mysterium e Testina (pastello) (60), del 1889 Fra i monti del Vomero, del 1890 con In Terra di Lavoro e Suonatrice di chitarra, ora in collezione privata (61), del 1891 con Li tetelle de Nannina, 14 marzo, Ritorno dalla rivista, Martedì in Albis al mio paese (62) e del 1896 con Il pegno venduto (63). Partecipò anche alle mostre di Torino del 1882 con La brava contadinella (64) e del 1884 con Amore ai polli (65); a quelle di Milano del 1884 e 1885 con Darwinismo- marina e Macchiette dal vero e a quella di Roma del 1886-87. Nel 1883 prese parte alla I Esposizione d’arte Italiana-Spagnola con Giovane pollaia. Negli anni passati e più recentemente alcuni suoi lavori sono stati battuti in importanti vendite all’asta italiane e straniere (66).


V. Cecere, Dopo il bagno, Aversa, coll. eredi

Benché formatosi alla scuola di nonno Luigi, ebbe, invece, prevalentemente un’attività di pittore sacro, Girolamo Pastore, attivo alla fine del XX secolo soprattutto ad Aversa, dove nella cappella Madre del cimitero lasciò una bella Pietà. Nella stessa chiesa gli sono dubitativamente attribuite altre due tele raffiguranti la Visione di Ezechiele e Cristo nell’orto di Getsemani (67).
Qui troviamo all’opera anche Giovanni Conti (Aversa ? - 4/9/1909), altro allievo del Pastore, autore di ben tre dipinti, firmati e datati: la Tromba del Giudizio universale (1865), Risurrezione di Lazzaro, Morte di Abele (1869) che ancorché pregni dei modi classici e di larghe stesure di colori sono di discreta fattura (68). Altre opere del pittore si conservano in collezioni private di Aversa (69).
Alla scuola di Luigi Pastore si formò altresì Vincenzo Cecere (Aversa 1897 - 1955), ultimo di sei figli di un imprenditore locale che fin dall’infanzia si dedicò, con discreti risultati, prima al disegno, e poi alla pittura e alla decorazione su stoffa. Lasciata la scuola di pittura per la morte del maestro, s’iscrisse all’Istituto per geometri di Caserta, ma, prima per la parentesi bellica che lo vide soldato sul fronte austriaco, e poi in seguito ad un soggiorno a Marsiglia per motivi politici, riuscì a diplomarsi solamente nei primi anni Trenta, allorquando fece definitivamente ritorno in Italia. La permanenza in Francia gli diede, tuttavia, la possibilità di perfezionare la sua arte che si orientò certamente verso la corrente verista. A questa temperie appartiene il suo dipinto più noto, Dopo il bagno (Aversa, coll.privata), elaborazione di un soggetto già trattato da Girolamo Induno, artista milanese aderente al movimento della Scapigliatura. Gli altri suoi lavori noti sono il Ritratto della cugina Amelia, del quale non si conosce l’ubicazione, Un bue al pascolo e la Testa di un cane, l’immagine di un setter dipinta su una borsetta di raso blu scuro che ritorna anche su un Ritratto di ragazza, da identificarsi, probabilmente, con la sorella Ersilia. All’attività di pittore che condivise con quella di impiegato presso il distretto militare di Aversa, affiancò una discreta produzione di poesie in italiano e in vernacolo (70).


G. Polidoro, Soffitto di casa Pajetta, Aversa

Era originario di Aversa anche quel Giuseppe Polidoro, genericamente definito maestro-pittore in una serie di delibere del Consiglio comunale di Aversa, assunte tra il 1912 e il 1914, relative all’incarico e alla liquidazione del compenso per il disegno di un cancello artistico, realizzato in quegli anni dal locale Istituto artistico di San Lorenzo per abbellire e custodire il monumentale Seggio di San Domenico in via del Plebiscito (71). Specializzato in motivi floreali a gruppi e a festoni Polidoro fu l’artefice, con Gennaro Palumbo, delle decorazioni di alcune importante dimore gentilizie di Aversa (Casa Golia e Casa Pajetta) (72). Per il resto, l’artista decorò, nel 1897, la chiesa del SS. Corpo di Cristo a Solopaca, le cui superstiti decorazioni sono state ridipinte e in parte trasformate negli ultimi restauri degli anni ‘80. Nel periodo trascorso nella cittadina sannita eseguì anche alcuni ritratti di membri della storica famiglia Abbamondi (73).
Molto più sparuto, rispetto ai pittori, fu, invece, il numero degli scultori attivi nell’agro aversano tra l’Ottocento e il primo scorcio del Novecento. Su tutti emerge Vincenzo Reccio (Aversa, documentato dal 1872 al 1890), figura di interessante rilievo, forse ultimo allievo di Francesco Verzella, fin qui conosciuto come realizzatore di pastori da presepe (74) e per pochissime opere, tutte di carattere sacro: la Madonna del Presepe della chiesa di Santa Maria in Portico di Napoli, datata 1872, copia di un più antica scultura rinascimentale andata perduta (75), la Vergine Assunta della chiesa di Santa Maria dell’Assunta dei Pagani di Marcianise (76), un simulacro analogo per l’omonima chiesa di Montefalcone, nell’Avellinese, San Giuseppe e il Cuore di Gesù per le rispettive cappelle nel duomo di Castellammare di Stabia (77). Alcuni pezzi della sua produzione presepiale (la Madonna, San Giuseppe, il Bambino, una coppia di Cherubini e una coppia di Putti) si conservano nella “Raccolta A. Laino” di Napoli (78).



V. Reccio, Assunta, Marcianise,
Chiesa di S. Maria dell’Assunta dei Pagani
E. Lettieri, Monumento ai caduti,
Caiazzo (CE)

Di non minore interesse è la produzione di Ernesto Lettieri (Aversa 1877-1958), scultore, incisore e intagliatore, noto soprattutto per essere l’artefice di pregevoli lapidi marmoree ad Aversa e dintorni (lapide ad Adele Ruffo, lapidi nella vecchia sede del liceo-ginnasio), nonché di alcuni Monumenti ai caduti, tra cui quello di Caiazzo. Partecipò a numerose esposizioni nazionali ed internazionali riscuotendo dappertutto successo di pubblico e di critica, in modo particolare a Napoli nel 1907 e a Parigi nel 1912, dove fu anche premiato. La sua opera più nota è la riproduzione della Santa Cecilia di Donatello, acquistata dalla regina Margherita, che gli valse, peraltro, la nomina a Cavaliere, e il dono di un gioiello per la consorte.
Di un altro scultore aversano, Francesco Giordano, allievo di Francesco Saverio Citarelli, si conosce, invece, al momento, una sola opera, la statua di San Ciro che, documentata nel 1896 da una relazione del parroco dell’epoca, don Ciro Della Volpe, si conserva nella chiesa della SS. Trinità dei Pellegrini ad Aversa (79).
Negli anni in cui la maggior parte di questi artisti operava veniva intanto alla luce un primo nuovo nugolo di pittori e scultori che avrebbe occupato la scena artistica locale nella prima metà del secolo ed oltre. In primis la singolare figura di Ernesto Zarrillo nato ad Orta di Atella in un non meglio precisabile anno posto tra la fine del XIX secolo e gli inizi del secolo successivo. Effervescente creatore di composizioni in cartapesta fisse e mobili, è passato alla storia dell’arte scultoria cartapistaia per un divertente episodio che lo vide protagonista durante il periodo fascista.


F. Giordano, S. Ciro, Aversa,
Chiesa della SS. Trinità dei Pellegrini

Si narra, infatti, che per ingraziarsi il regime avesse elaborato un gruppo plastico rappresentante L’Italia e il Duce e re Vittorio Emanuele III che la salutano, l’uno alla maniera romana, l’altro in quella militare. Alla presentazione ufficiale però, presenziata da una folla euforica ed ammirata per quella meraviglia, un perfido guasto al congegno interno anziché attivare il braccio destro dei due capi nel gesto del saluto così come congegnato, prese ad oscillare all’altezza della cintura causando una diffusa ilarità nel pubblico. Ilarità che diventò deciso visibilio allorquando il povero Zarrillo, incapace ormai di controllare gli arti che non volevano assolutamente obbedire ai movimenti prestabiliti, prese a schiaffi le impassibili facce di cartapesta del duce e del re (80). Dell’artista rimane una statuetta raffigurante San Salvatore da Horta in Palazzo Rainone ad Orta di Atella (81).
Alla fine del secolo, l’11 aprile del 1896, nasceva a Sant’Arpino, da Paolo e Vittoria D’Ambra, agiati contadini, Francesco Lettera, che, fin da piccolo mostrò una spiccata predisposizione per le arti plastiche. Spessissimo, infatti, come raccontavano fino a qualche decennio or sono alcuni anziani del luogo che lo avevano conosciuto, si era soliti vederlo modellare creta nelle campagne circostanti. Il suo talento, tuttavia, si manifestò appieno nel momento in cui fu assunto in qualità di scalpellino-sgrossatore di marmo dalla famosa fonderia Chiurazzi di Capodimonte in Napoli.
Qui mettendo a frutto l’innata capacità artistica maturata attraverso l’esperienza da autodidatta con l’apprendimento delle varie tecniche scultorie, si fornì di un prezioso bagaglio di formazione diventando un provetto artigiano, molto apprezzato, peraltro, dai più importanti scultori napoletani del tempo, da Filippo Cifariello a Vincenzo Gemito.


F. Lettera, Natività, coll. privata

Confortato dai giudizi positivi, passò ben presto, da una prima e copiosissima produzione di lapidi cimiteriali ornate di bassorilievi realizzate nei cimiteri facciata della cappella gentilizia della famiglia Lettera. La sua migliore produzione funeraria annovera anche il Monumento funerario del commendatore De Santis, marito di Madre Flora del Volto Santo, nel cimitero di Casoria, e quello del Professore Domenico Manno nel cimitero di Nola. Molte sue opere, tra cui vari medaglioni, sono presenti nella maestosa basilica di Santa Maria del Buonconsiglio in Capodimonte, nella chiesa madre di Mondragone e nel duomo di Vallo della Lucania. Chiamato ad insegnare, per meriti artistici, dal 1932 al 1940 circa, Disegno e Storia dell’Arte all’Istituto, ora universitario, “Suor Orsola Benincasa” di Napoli, Francesco Lettera morì, dopo una breve malattia, il 17 novembre del 1974 nel suo paese natio, che, riconoscente, recentemente gli ha intestato una strada (82).
Il secondo decennio del Novecento registra la nascita della maggior parte dei protagonisti che domineranno la scena artistica locale nella prima metà del nuovo secolo: Achille De Marco, Francesco Durante, Giovanni Di Giorgio e Luigi Panarella.
Privo di un’adeguata istruzione scolastica (aveva frequentato fino alla IV classe della Scuola Elementare) Achille De Marco (Orta di Atella 4/9/1911 - 1984) apprese i primi rudimenti dell’arte pittorica direttamente dal professore Gaetano Bocchetti allorquando questi attendeva all’esecuzione degli affreschi nella chiesa di San Donato del suo paese (83). Nel 1936 esordì all’annuale concorso di pittura che si teneva e tuttora si tiene il Lunedì in Albis ad Orta di Atella con un discusso quadro a sfondo politico, L’Italia salva la Spagna dal mostro bolscevico. Dopo qualche anno, all’edizione del 1940 dello stesso concorso, presentò L’Italia forte e serena indica la via del progresso mentre altri popoli sono dilaniati dal disordine e dalla guerra, una tempera che ricalcava nei contenuti e nella tecnica i temi del dipinto precedente secondo uno schema a cui l’artista rimarrà pressoché fedele almeno altri due decenni.
Dopo la parentesi bellica, infatti, fu presente all’edizione del 1946 con Pace e ricostruzione, interpretato dai critici come il messaggio di un’epoca nuova che avrebbe segnato la ripresa del nostro Paese, e all’edizione del 1949 con Patto Atlantico, tempera celebrativa della nascente alleanza militare tra l’America e l’Europa. Questo quadro ebbe un notevole successo tant’è che il pittore, pressato dalle richieste di collezionisti, ne dovette riprodurre più copie di dimensioni ridotte una delle quali fu poi inviata negli Stati Uniti. Il De Marco ebbe anche una piccola produzione di carattere sacra, andata purtroppo distrutta, rappresentata dall’affresco della Madonna del Rosario eseguita negli anni ‘50 sul timpano dell’omonima congrega di Orta di Atella. Sempre ad Orta fu chiamato ad imitare a pittura alcuni marmi dell’altare maggiore della chiesa di San Massimo (84). Suo è anche il restauro della venerata statua di San Salvatore da Horta nella chiesa di San Donato, che portò a compimento pochi mesi prima della morte.



F. Lettera, Figura femminile,
particolare, coll. privata
Il pittore Achille De Marco

Fu invece l’allievo prediletto dello scultore napoletano Antonio De Vall, Francesco Durante (Sant’Antimo 9/9/1913 - Aversa, 5/12/2005), che, appena ventenne, pur continuando a collaborare con il maestro, aprì una propria bottega nel paese natale dedicandosi soprattutto al restauro di manufatti marmorei. Tra questi ricordiamo il restauro di alcune statue nel parco della reggia di Caserta, danneggiate dai bombardamenti dell’ultima guerra e spesso anche dai soldati americani che le utilizzavano per il tiro al bersaglio; il restauro della statua di Luigi Vanvitelli di Onofrio Buccino nell’omonima piazza di Caserta; alcune statue nella Villa Comunale di Napoli; il restauro, in collaborazione con il De Vall della seicentesca fontana con la statua di Nettuno in via Posillipo. Diverse anche le opere marmoree realizzate tra le quali si ricordano quelle degli otto medaglioni in pietra di Trani che abbelliscono la facciata della Stazione Marittima di Napoli, in particolare il rilievo raffigurante l’Europa, molto apprezzato dai critici dell’epoca; i bassorilievi in pietra di Bellona e la testa di Minerva per la vecchia sede del Genio civile di Napoli, alcuni bassorilievi per l’antico eremo carmelitano in località il Deserto di Sant’Agata sui Due Golfi, presso Sorrento, il Monumento funerario del vescovo Carmine Cesarano nel Deambulatorio del Duomo di Aversa (85).
Da corsi regolari di studi proveniva, invece, Giovanni Di Giorgio (Aversa 29/4/1914 - 8/8/1992) che, dopo aver frequentato il Liceo artistico e l’Istituto d’Arte di Napoli, dove fu allievo, tra gli altri, di Pietro Barillà, Alberto Chiancone ed Eugenio Viti, studiò a Monza con Pio Semeghini e Raffaele De Grada grazie ad una borsa di studio vinta nel 1939 (86). Prima ancora, nel 1937, aveva vinto un’altra borsa di studio e aveva ottenuto i Premi prelittore per l’affresco nel 1935 e nel 1937, e il Premio prelittore per l’olio nel 1936. Nel 1937 aveva esposto un gruppo di xilografie al Circolo artistico Italo-Rumeno.



A. De Marco, Pace e ricostruzione,
ubicazione ignota
F. Durante, Monumento funerario del
Vescovo C. Cesarano
, Aversa,
Deambulatorio del Duomo

Ritornato ad Aversa, dal 1942 insegnò prima Disegno nella locale scuola media e poi, dal 1970, fu direttore del Liceo Artistico Statale. Nel frattempo allestì diverse mostre personali a Napoli, Roma, Bologna, Rimini, Milano, Monza, Parma ed Aversa e partecipò a varie mostre sindacali lombarde e napoletane, conquistandosi la stima di numerosi collezionisti italiani e stranieri. La sua produzione, costituita oltre che da dipinti ad olio, da un cospicuo numero di acquaforte, è, infatti, presente in diverse collezioni napoletane, aversane, lombarde e finanche nella Galleria d’Arte Moderna di Vienna. Le sue opere più famose, Dolenti note e Idillio campestre, furono premiate con medaglie d’oro. Fu anche un discreto illustratore di libri (87).
Coetaneo e compaesano di Di Giorgio, Luigi Panarella (Aversa 12/6/1915 - 5/8/1983) è il maggiore pittore aversano del secolo, attività cui accompagnò anche quella di scenografo e scultore (88). Frequentatore dei più importanti studi artistici di Napoli del tempo, dove ebbe modo di conoscere una vasta schiera di artisti, collaborò con Barillà e Branciaccio, alla realizzazione di alcune opere, tra cui un affresco sulla facciata del teatro Mediterraneo, presso la costituenda Fiera delle Terre d’Oltremare.
Nel 1937 partecipò con il cartone Allegorie delle Belle Arti, vincendo il primo premio, unico tra gli italiani presenti, ai Littorali dell’Arte, la più importante rassegna italiana d’arte internazionale dell’epoca dopo la Biennale di Venezia. Significativo in proposito che tra i partecipanti di quella edizione vi fossero Salvatore Fiume e Renato Guttuso. L’anno dopo, sull’onda del successo conseguito, fu chiamato a decorare con affreschi di gusto metafisico gli interni della casa del podestà a Napoli, incarico che alternò con gli impegni di commissario palermitano dei “Littori per l’anno 1938”, condiviso con il pittore futurista Gerardo Dottori, e con la partecipazione alla XXI Biennale di Venezia dove fu presente con l’opera La scolara, un dipinto di grande intensità psicologica che propone “una giovane fanciulla, attenta e pronta ad immergersi nel mondo della conoscenza con magica umiltà” (89). Sempre nel 1938 eseguì, quale vincitore del concorso indetto dal comune di Napoli, il bozzetto per il manifesto della Festa di Piedigrotta.



F. Durante, uno dei bassorilievi sulla facciata
della stazione marittima di Napoli
Il pittore Giovanni Di Giorgio

Il decennio successivo fu il più fecondo dal punto di vista della sua produzione artistica. Partecipò, infatti, a numerose manifestazioni artistiche in Italia e all’estero: da Vienna, dove espose Die Ventimila, alla XXIII Biennale di Venezia, dove instaurò nuovi e fecondi rapporti con i fratelli Bragaglia. Gli argomenti che affronta sulle tele spaziano dal figurativo al paesaggio alla natura morta: sempre, in ogni caso dando luogo ad opere caratterizzate da un’elevata qualità compositiva e cromatica che ricorda, inequivocabilmente, modelli e modi di Carlo Carrà e dei metafisici dell’ultimo cubismo. Ebbe anche una piccola produzione sacra che annovera tra le prove maggiori una tela per la cappella di San Rocco a Castelvolturno raffigurante la Madonna col Bambino e il Santo (firmata e datata 1968) e il mosaico celebrativo del 370°anniversario della traslazione delle ossa di San Cesario martire nell’omonima parrocchiale di Cesa del 1983 (90). Per quanto concerne la sua produzione scultoria, va citato il Monumento ai caduti della II Guerra Mondiale, eseguito nel 1980 per la piazza di Trentola Ducenta, che raffigura una donna, simbolo della patria, nell’atto di reggere un giovane morente.



G. Di Giorgio, Natura morta,
Aversa, coll. eredi
L. Panarella, Ombrellino,
coll. privata

Nel decennio successvo nacque, invece, Raffaele Di Lorenzo (Orta di Atella 1922 - 1984), popolarmente noto come Rafele ‘e scioscia, un estroso ed impulsivo artista, capace di sorprendenti escogitazioni come quando dipinse un quadro utilizzando i soli toni violetti.
Alla tematica religiosa che caratterizzò prevalentemente la sua attività, e che trova la sua massima espressione nel telone raffigurante la Madonna di Briano adorata dalla folla dei fedeli, firmata e datata 1958, anno in cui fu presentata al concorso dei battenti di Casapesenna (91), affiancò talvolta quella delle problematiche sociali (L’odioso incanto, ubicazione sconosciuta) (92). Ebbe anche una discreta attività di pittore di ex voto come testimoniano alcune tavolette votive (n. inv. 3002, 3704 e 4294) firmate che si conservano nel famoso Santuario della Madonna dell’Arco a Sant’Anastasia (93).


L. Panarella, Monumento ai caduti della II Guerra Mondiale,
particolare, Trentola Ducenta (CE)



Note:
(1) Sulla biografia e sull’attività di Tommaso de Vivo cfr. A. PETTI, Guida pittorica ossia analisi intorno allo stil della Scuola di Pittura e degli artisti italiani e stranieri antichi e moderni, Napoli 1855, pag. 42; T. BRUNI, Il cavalier Tommaso De Vivo MDCCXC-MDCCCLXXXIV, Pescara 1904; S. DI GIACOMO, Catalogo biografico della mostra della pittura napoletana dell’Ottocento, Napoli 1922, pp. 23-24; A. M. COMANDUCCI, Pittori italiani dell’Ottocento, Milano 1935, p. 201; M. BIANCALE, La pittura napoletana del secolo XIX, in Tre secoli di pittura napoletana, catalogo della mostra, Napoli 1938, ad nomen; U. THIEME - F. BECKER, Allgeimeines Lexikon der Bildenden Künstler, Leipzig, XXXIV (1940), pp. 457-458; A. M. COMANDUCCI, Dizionario illustrato dei pittori, disegnatori e incisori italiani moderni e contemporanei, Milano 1945, p. 231, III ed. completamente rifatta e ampliata da L. PELAUDI e L. SERVOLINI, Milano 1962, pp. 614-615; Dizionario enciclopedico Bolaffi dei pittori e degli incisori italiani dall’XI al XX secolo, Torino 1972-76, XI (1976); R. CAUSA, La pittura napoletana dell’Ottocento, in Catalogo Mondadori, Milano 1984, pp. 18-19, 126; A. RUSSO, De Vivo Tommaso, in Dizionario Biografico degli Italiani, XXXIX (1991), pp. 597-598; E. CASTELNUOVO (a cura di), La pittura in Italia L’Ottocento, Milano 1991 (II ed. rivista ed ampliata) con Dizionario biografico degli artisti, a cura di C. SISI, scheda di A. PORZIO, II, pp. 804-805; C. GRECO (a cura di), La pittura napoletana dell’Ottocento, Napoli 1993, scheda biografica di M. R. GUGLIELMELLI, p. 22; M. C. MINOPOLI, Tommaso De Vivo pittore 1790-1884, Napoli 1999; K. G. SAUR, Allgeimeines Künstler Lexikon die Bildenden Künstler aller Zeiten und Völker, München - Leipzig, 26, 2000, pp. 555-556; M. GIORDANI- G. ZULIANI (a cura di), Dizionario degli artisti, in Pittori e Pitture dell’Ottocento Italiano, Novara 1997-99, I, pp. 211-212.
(2) G. B. GROSSI, Ritratti della famiglia del negoziante Bianchini, Napoli 1821, pag. XXXIV.
(3) F. NAPIER, Notes on modern painting at Naples, London 1855; trad. ital. a cura di S. D’AMBROSIO, con introduzione di O. MORISANI, Napoli 1956, p. 52.
(4) A. ARCASENZA, Delle pitture ad olio esposte nel Real Museo Borbonico il mese di giugno 1833. Giudizio di Achille Arcasenza dato ad un suo amico, Napoli 1833, p. 11.
(5) O. RAGGI, Sant’Andrea Avellino del Cavalier Tommaso de Vivo, in L’Ape Italiana, IV (1838), p. 10.
(6) T. BRUNI, op. cit., p. 19.
(7) Panorama, 1846, n. 5, p. 72; n. 7, pp. 131-132; n. 10, p. 166.
(8) V. TORELLI, Cenno sull’esposizione di Belle Arti aperta nel Real Museo Borbonico il 30 maggio 1839, Napoli 1839, pag. 12; A. SPINETTI, Gli Aragonesi in Napoli del cavalier Tommaso De Vivo, in L’Ape Italiana, V (1839), p. 11.
(9) L. MARTORELLI, Aspetti della cultura figurativa a Napoli nel 1845, in AA. VV., Il II Con gresso degli scienziati, catalogo della mostra, Napoli 1995, p. 53.
(10) C. LORENZETTI, L’Accademia di Belle Arti di Napoli, Firenze 1952, p. 219.
(11) Catalogo delle opere di Belle Arti esposte nel Palagio del Real museo borbonico il dì 15 agosto 1848, Napoli 1848.
(12) F. P. BOZZELLI, Sulla pubblica mostra degli oggetti di Belle Arti nell’autunno del 1851 Cenni estetici, Napoli 1852, p. 24.
(13) Per le altre tele di soggetto religioso presenti nelle chiese di Napoli cfr. G. A. GALANTE, Guida sacra della città di Napoli, ed. annotata a cura di N. SPINOSA, Napoli 1985, pp. 142, 220, 251, 253, 259.
(14) G. PARENTE, Origine e vicende ecclesiastiche della Città di Aversa Frammenti storici, Napoli 1857-58, I, p. 7, nota 1.
(15) AA. VV., Le Trombe d’Italia, dipinto del cav. Tommaso De Vivo, Napoli 1971.
(16) R. PINTO, Storia della pittura napoletana. Dalla tomba del tuffatore a Terrae motus, Napoli 1997, p. 258.
(17) F. PEZZELLA, Fasti e devozioni nella chiesa della Trasfigurazione in Succivo, in B. D’ERRICO - F. PEZZELLA (a cura di), Notizie della Chiesa Parrocchiale di Soccivo cogl’inventari di tutti i beni così mobili, come stabili della detta Chiesa, e Sacrestia, e di tutte le Cappelle e Congregazioni, Frattamaggiore 2003, pp. 29, 30, 141.
(18) Catalogo dell’Esposizione Nazionale di Belle Arti del 1877 in Napoli, Napoli 1877.
(19) G. CAPASSO – G. R. BRUNO, Il Santuario della Madonna di Briano Leggenda- storia-folklore, Miano 1981, p. 51.
(20) A. DELL’AVERSANA - E. SPUMA, I testimoni del tempo Edicole, lapidi e stemmi di S. Arpino, Frattaminore 2005, p. 30.
(21) A. CECERE, Magna anima Aversae Civitate. La grande anima della città di Aversa. Itinerari d’arte e di storia, Napoli 2004, p. 69.
(22) U. THIEME - F. BECKER, op. cit., XXXIV (1940), p. 457; A. M. COMANDUCCI, op .cit.; III ed. (1962), p. 615; M. GIORDANI- G. ZULIANI, op. cit., I, pp. 211-212; R. PINTO, Ancora su Tommaso De Vivo e sul figlio Donato, in Clanio, 4 (1994), p. 6.
(23) E. MARCELLI, Piccola guida della chiesa di Santa Maria in Monteroni, Roma s.d.
(24) Catalogo delle opere di Belle Arti esposte nel Palagio del Real museo borbonico il dì 1 ottobre 1851, Napoli 1851; F.P. BOZZELLI, op. cit., p. 24.
(25) V. TORELLI, Cenni sulla Pubblica esposizione degli oggetti di Belle Arti nel Real Museo Borbonico, Napoli 1855; Catalogo delle opere di Belle Arti esposte nel Palagio del Real museo borbonico il dì 30 maggio 1855, Napoli 1855.
(26) V. TORELLI, Cenno critico delle Esposizioni degli oggetti di Belle Arti nel Real Museo Borbonico, Napoli 1859; Catalogo delle opere di Belle Arti esposte nel Palagio del Real museo borbonico il dì 8 settembre 1859, Napoli 1859.
(27) T. BRUNI, op. cit., p. 17.
(28) Società Promotrice di Belle Arti di Napoli, catalogo dell’Esposizione del 1862, Napoli 1862.
(29) Catalogo degli oggetti d’arte ammessi alla XIX Esposizione, Napoli.
(30) Società Promotrice di Belle Arti in Napoli. Catalogo degli oggetti d’arte ammessi alla XXI Esposizione, Napoli 1885.
(31) F. PEZZELLA, Presenze pittoriche a Frattamaggiore tra la seconda metà dell’Ottocento e il primo cinquantennio del Novecento, in Rassegna Storica dei Comuni, a. XXXI, n. 128-129 (2005), pp. 37-70, p. 42.
(32) R. PINTO, La pittura della prima metà del ‘900 ed i suoi esiti a Orta e nel territorio atellano, Orta di Atella 2003, p. 14.
(33) R. PINTO, La pittura nel Salernitano attraverso i secoli, Napoli 1997, p. 20.
(34) A. COSTANZO, Guida Sacra della chiesa parrocchiale di Frattamaggiore, Cardito 1902, p. 13.
(35) A. MARINO, Luigi Pastore, in Il Basilisco, a. II, n. 7 (1984), pp. 31-38, p. 32.
(36) Per altre brevi notizie biografiche e sulla produzione del Pastore cfr. U. THIEME - F. BECKER, op. cit., XXVI (1932), p. 288; A. M. COMANDUCCI, Pittori …, op. cit., p. 511; ID., Dizionario…, op. cit., II ed. (1945), p. 573-74; III ed. (1962), p. 1835. E. DI GRAZIA, Aversa. Aspetti di storia e di vita, Napoli 1971, pp. 114-115; G. PIZZOFERRATO, Luigi Pastore, un pittore aversano di grandi meriti ma del tutto ignorato dalla critica, in Consuetudini aversane, a. VIII, nn. 25-26 (ottobre 93-Marzo 94), pp. 33-38; M. GIORDANI - G. ZULIANI, op. cit., II, pp. 122-123; A. CECERE, Guida di Aversa in quattro itinerari e due parti, Aversa 1997, pp. 113, 144-146.
(37) Catalogo delle opere di Belle Arti esposte nel Palagio del Real museo borbonico il dì 30 maggio 1855, Napoli 1855.
(38) Catalogo delle opere di Belle Arti esposte nel Palagio del Real museo borbonico il dì 8 settembre 1859, Napoli 1859.
(39) Società Promotrice di Belle Arti in Napoli Catalogo degli oggetti d’arte ammessi alla IV Esposizione, Napoli 1866.
(40) Società Promotrice di Belle Arti in Napoli Catalogo degli oggetti d’arte ammessi alla XI Esposizione, Napoli 1874.
(41) Società Promotrice di Belle Arti in Napoli Catalogo degli oggetti d’arte ammessi alla XIX Esposizione, Napoli 1883.
(42) F. TERRACCIANO, Luigi Pastore, un pittore aversano al Louvre di Parigi, in Lo Spettro, a. VIII, n. 24 (24/9/1994), p. 14.
(43) G. A. GALANTE, op. cit., pp. 81-82.
(44) G. STROFFOLINI, Il Tasso alla Corte di Ferrara, Caserta 1877.
(45) La Discussione, 4 maggio 1876. Lusinghieri giudizi apparvero anche sulla rivista L’Echo de Naples del 27 aprile 1876, sul quotidiano Roma del I ° maggio 1876 e in tempi successivi anche su molti giornali e riviste europee (cfr. La Provincia di Caserta, 28 febbraio 1885).
(46) E. GIANNELLI, Artisti napoletani viventi: pittori, scultori, incisori ed architetti, Napoli 1916, pp. 171-172; A. DE GUBERNATIS, Dizionario degli artisti italiani viventi, Firenze, 1889, p. 152; U. THIEME - F. BECKER, op. cit., VIII (1913), p. 203; A. M. COMANDUCCI, Pittori …, op. cit., p. 170; ID., Dizionario …, II ed. (1945), p. 196;III ed. (1962), p. 522; M. GIORDANI - G. ZULIANI, op. cit., I, p. 181; K. G. SAUR, op. cit., 23 (1999), p. 142.
(47) Catalogo degli oggetti d’arte ammessi alla V Esposizione della Società Promotrice di Belle Arti, Napoli 1867.
(48) Società Promotrice di Belle Arti in Napoli Catalogo degli oggetti d’arte ammessi alla X Esposizione, Napoli 1873; Società Promotrice di Belle Arti ... XI Esposizione, op. cit.; Società Promotrice di Belle Arti in Napoli Catalogo degli oggetti d’arte ammessi alla XIII Esposizione, Napoli 1876;
(49) Catalogo dell’Esposizione Nazionale di Belle Arti del 1877, in Napoli, Napoli 1877.
(50) Esposizione Nazionale di Belle Arti in Roma 1883, Catalogo generale ufficiale, Roma 1883.
(51) Esposizione Generale Italiana Torino 1884 Arte Contemporanea, Catalogo Ufficiale.
(52) E. GIANNELLI, op. cit., p. 147; A. M. COMANDUCCI, op. cit., II ed. (1945), p. 177; H. VOLLMER, Allgemeines Lexikon der Bildenden Künstler des 20 Jahrhunderts, Leipzeig 1953-62, 5, (1961) p. 391; A. M. COMANDUCCI, op. cit., III ed. (1962), p. 474; K. G. SAUR, op. cit., 20, (1998), p. 474; M. GIORDANI- G. ZULIANI, op. cit., I, p. 163.
(53) G. SCELLINI, Lusciano fra storia e tradizioni, Marigliano 2003, p. 139.
(54) Esposizione Nazionale di Palermo 1891-92, Catalogo della sezione di Belle Arti, Palermo s.d. (ma 1891).
(55) Società Promotrice di Belle Arti “Salvator Rosa”, Catalogo della XXXII Esposizione, Napoli 1904.
(56) Società Promotrice di Belle Arti “Salvator Rosa”, Catalogo della XXXIII Esposizione, Napoli 1906.
(57) E. GIANNELLI, op .cit., p. 461; U. THIEME - F. BECKER, op. cit., XXXII (1938), p. 558; A. M. COMANDUCCI, Pittori …, op. cit., 1935, p. 726; A. M. COMANDUCCI, Dizionario …, II ed. (1945), p. 826; III ed. (1962), p. 1909-1907; Dizionario Enciclopedico Bolaffi ..., op. cit., XI (1976) p. 53, Pittori e pittura …, op. cit., II, p. 226.
(58) Società Promotrice di Belle Arti ... XIX Esposizione, op. cit.
(59) Società Promotrice di Belle Arti ... XXI Esposizione, op. cit.
(60) Società Promotrice di Belle Arti in Napoli, Catalogo degli oggetti d’arte ammessi alla XXIV Esposizione, Napoli 1888.
(61) Società Promotrice di Belle Arti in Napoli, Catalogo degli oggetti d’arte ammessi alla XXV-XXVI Esposizione, Napoli 1890.
(62) Società Promotrice di Belle Arti in Napoli, Catalogo degli oggetti d’arte ammessi alla XXVII Esposizione, Napoli 1891.
(63) Società Promotrice di Belle Arti “Salvator Rosa” XXX Esposizione, Catalogo 1896, Napoli 1896.
(64) Società Promotrice delle Belle Arti in Torino, Catalogo degli oggetti d’arte ammessi alla pubblica esposizione (XLI) apertasi nell’anno 1882, Torino 1882.
(65) Esposizione Generale Italiana Torino 1884…, op. cit.
(66) Important British, European and American Oil Paintings, Watercolours and Drawings, catalogo dell’asta di Waddington, 30 novembre 1989 (Il suo ultimo possesso, firmato e datato 1896); Dipinti e acquerelli del XIX secolo, catalogo dell’asta Christie’s Roma, 24 maggio 1992 (Piccolo venditore di fra gole davanti alla chiesa del Carmine, firmato e datato 1902); Arte del XIX secolo, Christie’s Roma, 9 dicembre 1998 (Suonatrice di chitarra, firmato e datato 1888); Napoli, Casa d’aste Vincent, 10 dicembre 2005 (Cappuccino ad Amalfi).
(67) A. CECERE, Guida …, op. cit., pp. 145-146.
(68) Ivi, pp. 144-146.
(69) E. DI GRAZIA, op. cit., p. 120.
(70) CENTAURUS, Vincenzo Cecere un pittore aversano, in Consuetudini aversane, n. 3, n .s. (2005), pp. 34-36.
(71) T. CECERE, Aversa La città consolidata, Napoli 1998, p. 302.
(72) B. ACCOLTI GIL, Soffitti della fantasia. L’ornato dei soffitti in Puglia e in Campania dal 1830 al 1920, Roma 1979, p. 182.
(73) C. FORMICHELLI, Solopaca. Guida storica-artistica, Napoli 1980, pp. 26 e 34.
(74) G. BORRELLI, Figure lignee mobili dal sec. XVIII al sec. XIX, in Catalogo della mostra Figure presepiali napoletane dal sec. XIV al sec. XVIII, Napoli, Palazzo Reale, ottobre 1970-gennaio 1971, Napoli 1970, pagina non numerata.
(75) G. G. BORRELLI, Il presepe di S. Maria in Portico esposto in S. Lorenzo Maggiore, in Napoli Nobilissima, 3ª serie, XXII (1983), p. 66.
(76) S. COSTANZO, Marcianise. Urbanistica, architettura ed arte nei secoli, Napoli 1999, pp. 180-181.
(77) G. D’ANGELO, Il Duomo di Castellamare di Stabia, Castellamare di Stabia 1998.
(78) Catalogo mostra Figure presepiali …, op. cit.
(79) V. GNASSO, La venerazione di san Ciro nella parrocchia di S. Audeno, in Consuetudini aversane, nn. 41-42 (ottobre ‘97 - marzo ‘98), pp. 25–27.
(80) A. DE MARCO, Dieci anni, Orta di Atella 1983, p. 142.
(81) R. PINTO, La pittura della prima metà …, op. cit., p. 26.
(82) F. BRANCACCIO, Francesco Lettera Scultore (note biografiche), ricerca ancora inedita gentilmente messami a disposizione dall’autore che qui sentitamente ringrazio per la disponibilità.
(83) A. DE MARCO, op. cit., pp. 143-146; R. PINTO, La pittura della prima metà …, op. cit., pp. 33-34.
(84) DE MARCO, op. cit., p. 146.
(85) M. FRANCESE, Francesco Durante, in Aversando Aversando, 2, (1994), p n.n.
(86) A. M. COMANDUCCI, Dizionario ..., op. cit., III ediz. (1962), p. 619; Arte Italiana Contemporanea, Firenze 1965-77, V (1972); Dizionario biografico dei Meridionali, 1974, I, p. 344; K. G. SAUR, op. cit., 27, (2000), p. 365.
(87) A. M. COMANDUCCI, op. cit., III ed., 1962, p. 619.
(88) AA.VV., Fuori dall’ombra. Nuove Tendenze nella Arti a Napoli dal ‘45 al ‘65, Catalogo della mostra Napoli 1991; G. AGNISOLA- E. BATTARRA - V. PERNA, Arte in Terra di Lavoro 1945 - 2000, Caserta 2001, p. 15.; A. CECERE, Luigi Panarella, un insigne pittore aversano, in Consuetudini aversane, a. XI, nn. 41-42 (ottobre 1997- marzo 1998), pp. 48–55; G. LETTIERO, Il poeta dell’arte Forme e colori di Luigi Panarella, in L’altra voce, a. II, n. 4 (maggio 2004), pp. 33-34.
(89) A. CECERE, Luigi Panarella …, op. cit., p. 50.
(90) R. PINTO, Atellani del ‘900. Le Arti figurative nel territorio atellano nel corso del Novecento, Orta di Atella 2004, pp. 27 e 29.
(91) G. CAPASSO – G. R. BRUNO, op. cit., p. 52.
(92) A. DE MARCO, op. cit., p. 153.
(93) P. TOSCHI - R. PENNA, Le tavolette votive della Madonna dell’Arco, Cava dei Tirreni Napoli 1971, p. 158, n. 19.