‘A VETRERA,
RICORDI DI UN’ANTICA FABBRICA
DI CAIVANO
GIACINTO LIBERTINI
Un mio ricordo preciso dell’infanzia, allorché vivevo in via Gramsci, ‘miez’a Nunziata, ovvero nei pressi della Chiesa dell’Annunziata di Caivano, è quando i genitori mi ammonivano a non andare mai rint’a vetrera (1) poiché era un cortile, un luoco, con molti ragazzi ‘e miezo ‘a via e quindi pericoloso. In effetti il luogo in questione era uno stretto e lungo cortile che si ramificava in due ed era particolarmente ricco, come tanti cortili dell’epoca, di ragazzi che schiamazzavano e giocavano, sporcandosi e anche litigando senza tante esitazioni. Per anni ‘a vetrera fu per me sinonimo di luogo malfamato e pericoloso e questa mia sensazione non cambiò quando negli anni successivi mi fu detto che vetrera significava vetreria e che un tempo vi era stata una fabbrica di vetro con proprietari che avevano il mio stesso cognome.
* * *
Gli anni passarono, forse anche troppi, e per circostanze contingenti, ho avuto modo di frequentare
due miei anziani prozii, i germani Lella ed Eugenio Libertino (2), rispettivamente insegnante
e medico entrambi in pensione, i quali fra tante altre cose ebbero volontà e piacere di parlarmi della
famigerata vetrera, aprendo così una pagina pressoché nuova per me.
In particolare, con entusiasmo, direi quasi giovanile, nonostante l’età di certo più che matura,
zia Lella prese a narrarmi di episodi e fatti di quella antica fabbrica e andò alla ricerca, con cura
e fatica, dei pochi oggetti rimasti.
La fabbrica, iniziò con tono magniloquente, era stata fondata nel 1834 e questa era una certezza
in quanto sulla soglia del portone di accesso, un portone interno al cortile detto rint’a ‘vetrera
(fig. 1), vi era un tempo un basolo a forma di cuore con sopra inciso tale anno. Il basolo
successivamente era stato rimosso, ma il portone, a suo dire, era ancora lo stesso.

Fig. 1 – Portone di accesso alla ex-fabbrica. Il portone non
affaccia su una strada ma all’interno del cortile detto rint’a vetrera
con ingresso immediatamente a lato della chiesa dell’Annunziata.
Mi mostrò poi un timbro ovale in legno, antico e alquanto malridotto, che riportava scritto (v. anche la fig. 2):
LIBERTINI ANTONIO
FU EUGENIO
VETRERIE
(NAPOLI) CAIVANO

Fig. 2 – Timbrature ottenute con il timbro della fabbrica.
Antonio Libertini, mi informò, aveva tre fratelli che insieme a lui gestivano la fabbrica. Di loro non
sapeva dire con certezza i nomi, ma mi presentò un altro timbro in ferro con la dizione LIBERTINI
ANTONIO E FRATELLI (3). Antonio aveva avuto come padre Eugenio, come attesta il timbro
in legno, ed ebbe un figlio con lo stesso nome, successivamente padre di un altro Antonio e nonno
del dott. Eugenio Libertino (4), come mi spiegò lo stesso discendente insieme alla sorella.
La fabbrica era posta proprio dietro la loro abitazione che da un lato affaccia su via Gramsci, dal
lato interno in parte sul cortile, detto rint’a vetrera, e in parte sul cortile interno al precedente
dove precisamente esisteva la vetreria. Con passi incerti e claudicanti i due prozii mi fecero
affacciare sul cortile interno (fig. 3). Sul lato sinistro, mi dissero indicandola, vi era la struttura
principale della vetreria, che ospitava due forni per la fusione del vetro e le principali lavorazioni.
Sul lato destro vi era un tempo un ampio capannone che successivamente, negli anni ’30, era
crollato.
Zia Lella mi raccontò sgomenta che da bambina era solita giocare in quel capannone e un giorno
appena dopo essere uscita da esso, sentì un rumore spaventevole e vide crollare il capannone.
Per poco non era rimasta sepolta sotto le rovine!

Fig. 3 – L’ex-locale della vetreria.
A conferma di quanto mi dicevano, confrontando una pianta della zona del 1871 (fig. 4) con la situazione attuale (fig. 5) ho constatato come nella piana più antica era riportata quale area coperta quella che oggi è un giardino.

Fig. 4 - La zona intorno alla chiesa dell’Annunziata nel 1871. La figura, riprodotta in parte
e con l’aggiunta di punti per indicare dove era posta la vetrera, è tratta dall’articolo: I tre
borghi di Caivano (G. Libertini, Rassegna Storica dei Comuni, anno XXV, n. 94-95
mag.-ago. 1999).
Legenda: E = Chiesa dell’Annunziata; p = via Barile; c = via Gramsci; v = via Caprera;
u = via Cairoli; z = via Garibaldi.

Fig. 5 - La zona intorno alla chiesa dell’Annunziata nel Piano Regolatore vigente.
Zia Lella mi indicò poi la botola appena davanti all’ingresso dell’edificio ancora esistente e mi spiegò
che là sotto si accedeva mediante una scala in ferro, oggi forse divorata dalla ruggine, e che in tale
locale sottostante si custodiva la speciale sabbia che era l’ingrediente principale per fabbricare il vetro.
Un poco di quella sabbia di sicuro era ancora là – mi precisò – ed essa veniva dalla Francia,
precisamente da Fontainebleau. Un giorno, soggiunse con malinconia, era stata in quella città con
il compianto marito, dott. Amedeo Sales, uomo di rara gentilezza e signorilità, e aveva notato che
la roccia di lì in certi luoghi si sfarinava ed era identica alla sabbia che lei ben ricordava, la magica
sabbia da cui nasceva la meraviglia del vetro!
La sabbia era trasportata mediante il treno dalla Francia fino alla stazione ferroviaria di Frattamaggiore
e di lì veniva poi trasferita con carretti fino alla vetrera e scaricata nel locale di deposito mediante
la botola.
La mia solerte testimone mi raccontò poi, con il tono di chi rivela cose segrete, di come il nonno
si chiudeva in una stanza al primo piano sul lato destro del cortile e in essa miscelava la sabbia con
altri ingredienti in proporzioni che solo lui conosceva e solo dopo aver composto la miscela
chiamava gli operai addetti affinché la portassero ai forni di fusione.
Il fondatore della fabbrica e i suoi fratelli - aggiunse - insieme ai segreti e alle tecniche della
fabbricazione del vetro, venivano da Monteforte Irpino (5) ed erano venuti in pianura, a Caivano, per
poter meglio commercializzare i loro prodotti. Probabilmente le tecniche di fabbricazione erano state
apprese dai Francesi (6) ma non sapeva dire altro a riguardo.
Un giorno - confidò - venne il rappresentante di un’altra fabbrica di vetro con l’incarico di comprare
se era possibile il segreto delle formule di miscelazione ma il nonno rifiutò decisamente di vendere
quanto richiesto, che era considerato un indisponibile patrimonio di famiglia.
La vetrera, dichiararono poi i miei attenti testimoni, non era affatto una attività trascurabile: nel
periodo della sua massima produzione vi lavoravano addirittura un centinaio di persone. Molte famiglie
vivevano con il faticoso lavoro della fabbricazione del vetro e anche se i salari dell’epoca erano miseri,
per tante famiglie erano essenziali per poter vivere.
La vetreria fabbricava oggetti di vario tipo e qualità. Superstiti esempi di oggetti di uso comune sono
riportati nella fig. 6. Da notare il taglio grossolano delle imboccature.
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Ma creava anche oggetti in vetro artistici e di pregio e per tali produzioni partecipava a esposizioni nazionali e internazionali, ottenendo anche dei premi. A riprova di queste affermazioni mi furono mostrate le medaglie ricordo rimaste e che sono riportate nelle immagini delle figg. 7 e 8.
GRAN PREMIO MERITO DEL LAVORO |
ESPOSIZIONE INTERNAZIONALE VENEZIA 1908 |
GRAND PRIX EXPOSITION INTERNATIONALE PARIS 1908 GRAND PALAIS |
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| ESPOSIZIONE DEL PROGRESSO E LATINA FIRENZE 1909 ![]()
ESPOSIZ. INTERNAZ. DELL’INDUSTRIA, | LAVORO ED ARTI DECORATIVE VENEZIA 1908 ![]()
EXPOSITION INTERNATIONALE | PARIS 1908 | |||||||
Come oggetti di pregio non era stato conservato nulla, ma zia Lella mi raccontò la triste storia di un
oggetto bellissimo che un valente artigiano della fabbrica aveva creato come dono per una sua antenata
ardentemente desiderata come sposa. Ma, ahimè, le barriere sociali del tempo erano rigide e nemmeno
l’arte espressa con il massimo dell’impegno riuscì a superare le resistenze della famiglia. Rimase la
testimonianza di una prova d’arte animata dall’amore e, infine, tale segno fu donato qualche anno
fa quale regalo pregiato ad una cugina, moglie di un illustre politico.
La vetreria fu attiva fino al 1915, anno in cui per la crisi di vendite e ricavi causata dalla guerra, per il
concomitante nascere di fabbriche più moderne e attrezzate, ma anche per dissidi fra chi gestiva
l’attività, la produzione fu sospesa. In anni più recenti le attrezzature in ferro furono svendute come
materiale da rottamazione e rimase solo qualche residuo (fig. 9).

Fig. 9 – Attrezzi in ferro per la lavorazione del vetro.
* * *
Ascoltare con attenzione chi ha più anni di noi è come sfogliare le pagine usurate dal tempo di libri unici
e preziosi. Leggerne le pagine ingiallite, ma ricche di informazioni ed emozioni, è importante per
comprendere il passato recente e per poterne trasmettere il messaggio alle generazioni successive.
Ora rint’a vetrera non è più affollata di operai e sono scomparse le bande di monelli. Solo automobili
in sosta mostrano che il luoco è ancora abitato, ma forse queste righe serviranno a ricordare qualcosa
di ciò che era in passato.
Note:
(1) La pronunzia è: rìnth à vhtrèra. Nella trascrizione abituale del napoletano gli
accenti sono omessi e il suono h, che rappresenta una vocale non pronunziata, è trascritto come se la vocale
fosse pronunziata.
(2) Probabilmente per motivi di errori nelle trascrizioni anagrafiche, benché la famiglia
sia di origine unica, coesistono le due dizioni Libertini e Libertino e non è possibile stabilire quale sia quella più antica.
(3) Il timbro era in buone condizioni ma, quando tornai un’altra volta per ricavarne
una timbratura, ahimé la memoria dell’anziano è labile, non seppe ricordare dove lo aveva gelosamente riposto.
(4) Si noti che il cognome dei bisnipoti è diverso nella finale.
(5) In tale Comune abitano ancor oggi vari Libertino. Si noti la terminazione del
cognome in o.
(6) I Francesi nel seicento avevano sottratto ai Veneziani, con stratagemmi, tecniche
e segreti della fabbricazione del vetro. E’ possibile che con le conquiste napoleoniche qualche artigiano
francese al seguito di Murat abbia introdotto tali tecniche nella zona di Monteforte.