L’ARTE DEGLI ADDOBBI A SANT’ANTIMO
ANTIMO PETITO
L’arte degli addobbi o dei parati, cioè la messa in opera degli ornamenti (in genere tessuti di vario tipo)
con cui si prepara una chiesa, una scena o un qualunque altro ambiente, è esercitata attualmente in
Campania da un numero considerevole di ditte: da citare tra le altre quelle dei D’Angelo, dei
Sorrentino, dei fratelli Scuotto, degli Aletta e dei Saggese.
Nell’hinterland nord di Napoli, Sant’Antimo è tra i comuni che in questo settore vanta una lunga
tradizione, legata storicamente alla festa patronale, per la quale grossi lavori di parati vengono tuttora
richiesti dagli amministratori della Cappella (1).
A Sant’Antimo, come in altri centri del napoletano, il mestiere di apparatore (2) deve essersi
pienamente affermato nella seconda metà del Seicento. A tale periodo per l’appunto si ricollegano le origini della
festa di Sant’Antimo e parallelamente lo sviluppo, nei vari campi dell’arte, del gusto barocco che,
proprio in riferimento agli addobbi e alle tappezzerie, segnò il trionfo di nuovi pregiati tessuti come i
broccati in oro e argento, i lampassi,i velluti “controtagliati”, le stoffe tinte e stampate con vivaci colori.
Indicativo poi il fatto che diversi termini tecnici del mestiere abbiano un’etimologia spagnola, perché
adattati nel dialetto napoletano proprio ai tempi del vicereame: tra essi tusello, musciello,
poza, jenella ecc.. (3)
In mancanza di documenti e studi specifici da cui desumere il nome di qualche santantimese che abbia
esercitato il mestiere dell’addobbatore nei secoli XVII e XVIII, possiamo da altre fonti arguire che
erano soprattutto i rappresentanti del ceto medio-basso a coltivare tale arte (4).
In epoca vicereale i più comuni addobbi domestici consistevano di vari tessuti applicati aderenti al muro
o tesi su appositi telai di legno e fermati da battenti o cornicette indorate e dipinte. Inizia inoltre ad
essere decorata anche la parte inferiore della parete, rimasta solitamente spoglia, con l’applicazione
di pannelli in funzione di zoccolatura.
Con i Borbone viene promossa in tutto il Regno di Napoli una nuova politica economica tesa a creare
strategie e strutture sociali produttive. In quest’ottica sono da inscrivere le scuole “normali” destinate
alla formazione del popolo minuto, dove si studiavano materie tecniche, scientifiche ed artistiche per
apprendere arti e mestieri. Scuole di questo tipo erano presenti anche a Sant’Antimo tra la fine del
Settecento e la prima decade dell’Ottocento. Un ruolo sicuramente notevole ebbe l’Orfanotrofio
femminile S. Ferdinando, fondato nel soppresso convento dei Padri Gerolamiti di Sant’Antimo,
ancora attivo durante il periodo francese: le orfane qui accolte riuscirono ad imporsi con la loro preziosa
opera al punto che Giuseppe Napoleone autorizzò lo stesso Orfanotrofio ad ipotecare una cifra di 3000
ducati da spendersi per la manifattura di filati ad uso di merletti (5).

Fig. 1 - Ditta Petito, dissello
di Sant’Antimo, inizi Novecento
Non è infondato pensare che vi fosse a quel tempo una stretta relazione tra i ricamifici e le seterie reali
e l’arte degli addobbi e della tappezzeria. A Sant’Antimo, peraltro, come riferisce il Giustiniani (6),
esistevano già alcune piccole industrie legate alla produzione della canapa e del lino e all’allevamento
dei bachi da seta; industrie che ottennero di certo il consenso dei reali borbonici impegnati nell’apertura
di diverse fabbriche, soprattutto del settore tessile, di cui la Fabbrica Reale di San Leucio costituisce
l’esempio più eclatante. I tessuti prodotti in diverse parti del Regno andavano sicuramente utili agli
apparatori del tempo come pure ai tappezzieri; questi ultimi inclusi anche in un censimento, fatto a
Sant’Antimo nella metà del Settecento, tra gli altri artigiani ivi presenti.
Fino alla prima decade dell’Ottocento gli addobbi acquistano ovunque una propria importanza
nell’equilibrio ornamentale dell’ambiente alle tappezzerie si intonano i tendaggi, le portiere, le
bonegrazie e le stesse coperture dei mobili.
Lo stile Impero e il Neoclassicismo non inserirono particolari novità nella moda dei tessuti; vi portarono
solo «alcune variazioni di motivi fatti più minuti o ricorrenti su andamento verticale (tessuti rigati) con
particolare predilezione per i toni assai chiari,tenui nelle tinte di fondo,spesso animati dall’oro, come
nei mobili stessi» (7). L’ispirazione all’antico, cara agli artisti dell’epoca, fornisce i motivi più frequenti
nei disegni per le stoffe e le carte da parati, il cui uso si diffonde largamente (8).

Fig. 2 - Ditta Petito, carro artistico della Madonna
di Casandrino, anni ’60 del Novecento
Con l’avanzare dell’Ottocento l’addobbatore sarà identificato non più solo come semplice tappezziere,
ma come l’addetto all’allestimento scenico di un teatro con parati panneggi, tappezzerie ecc. Veniva
inoltre considerato addobbo anche la sistemazione dei palchi di proprietà privata, alla quale provvedeva
lo stesso proprietario (9). Questo mutamento nell’esercizio del mestiere di apparatore è
evidente pure a Sant’Antimo, quando appunto nel nostro paese sono frequentati due teatri: l’Aurora e il Viviani. Siamo
nei primi decenni del secolo XX e nella Sant’Antimo dell’epoca lo stile liberty pervade i suoi edifici,
in una forma nostalgica e al tempo stesso innovatrice. Tale stile non sembra influenzare molto l’arte
degli addobbi che resta tuttavia ancorata a tecniche e a modelli fissi.
Proprio in questo periodo si fece notare per i suoi imponenti e mirabili lavori di parati l’addobbatore
Carmine Petito (1881-1964). Questi aveva fatto il suo apprendistato presso il teatro Viviani, gestito
dalla famiglia Di Maio: la signora Luisa, suocera del celebre commediografo Raffaele Viviani, lo
commissionava, come suo dipendente, in diverse opere di parati, fornendolo del materiale necessario.
La tecnica e la perizia profuse nei suoi addobbi furono tali, che egli riuscì in breve tempo ad assicurarsi
la sua autonomia. Spesso i suoi lavori erano premeditati da campioni di disegni realizzati da lui stesso,
nei quali si rivelava espertissimo, pur non avendo studiato le tecniche grafiche e di prospettiva. Oltre
che a Sant’Antimo e nei dintorni, Carmine Petito si guadagnò molta fama a Foggia, a Lanciano e in
diverse zone del beneventano e del casertano. Tra i suoi lavori rimasti memorabili vi sono un carro
artistico presentato a Napoli nella festa di Piedigrotta per conto della ditta D’Angelo e i tanti toselli
realizzati a Sant’Antimo e a Maddaloni, alcuni dei quali immortalati da cartoline e foto
d’epoca (fig. 1).
Contemporaneo di Carmine Petito era il “bannaro” Domenico Pacilio, ancora vivo nel ricordo dei
santantimesi più anziani. Egli era scherzosamente soprannominato “Purpetiello”, perché quand’era nel
pieno della sua attività stendeva braccia e gambe muovendole a mo’ di tentacoli, per sistemare
bandiere, panneggiamenti vari ed altro (10).
Attualmente a Sant’Antimo esistono tre famiglie di addobbatori che esercitano regolarmente l’attività;
altre ditte stanno per costituirsi, in particolare quelle legate all’installazione di impianti elettrici e scenici.
Tutta l’eredità tecnico-artistica dell’addobbatore Carmine Petito è passata al figlio Vincenzo e al nipote
Ciro, ma è da sottolineare che anche gli altri addobbatori locali hanno fatto in qualche modo
apprendistato con i Petito così come i D’Errico di Grumo Nevano, gli Stabile di Aversa e i Cimmino
di Frattamaggiore.
Essendo quella degli addobbi un’arte a metà strada tra la tappezzeria e la scenografia (11),
essa comprende una vasta gamma di creazioni. Si va dal semplice drappeggio di tessuti all’allestimento di carri artistici
(fig. 2), dalle decorazioni per effetti scenici più svariate alle più diverse impalcature. In riferimento a
quest’ultime si distinguono le tribune, un tipo di palco a forma rettangolare allungata con copertura,
dove sono disposti i posti a sedere degli spettatori in occasioni di manifestazioni sportive e simili; la
pedana cioè un ripiano di legno su cui vengono rappresentati saggi musicali ed altre performance
artistiche di breve durata; un’impalcatura ferrea rotonda, chiusa da balaustre o ringhiere lungo la sua
circonferenza, in alto coperta da una cupola internamente vuota per ragioni di acustica, detta
“cassa armonica” (fig. 3), utilizzata per le esecuzioni di piazza di concerti bandistici.

Fig. 3 – Ditta Petito, cassarmonica festa
di Parete, anni ‘60 del Novecento
Le impalcature per spettacoli di diversa misura, unitamente alle luminarie, all’esposizione di coltri e
tappeti o l’imbandieramento con appositi stendardi di intere vie e piazze nelle feste popolari costituiscono
gli addobbi esterni. Diversamente i drappeggi di tessuti (in genere velluti e damaschi di vario colore)
di cui si rivestono le pareti, con piante, fiori,veli e cordoni variamente disposti rappresentano gli
addobbi interni.
In occasione di funzioni particolari come feste religiose, matrimoni, comunioni e funerali, le chiese
ricevono addobbi esterni e soprattutto interni, che variano a seconda delle circostanze. Due addobbi
che solitamente vengono realizzati in chiesa sono il dossello (o tosello) e la portiera. Il primo è il trono
riccamente decorato su cui viene esposta la statua o l’immagine sacra di un santo. La portiera invece
è l’ornamento in drappi disposto davanti alle porte delle chiese usato per diverse funzioni religiose.
Note:
(1) I lavori di addobbo richiesti comprendono: le decorazioni interne della chiesa
madre con le bandiere intelate e il trono di S. Antimo, l’apparato meccanico del “volo degli angeli”, il
palco per la tragedia e la cassa armonica per i concerti bandistici.
(2) Il termine “apparatore” o “paratore”, deriva dal verbo latino “apparare”
(preparare); è sinonimo di addobbatore che etimologicamente risale, invece, al germanico “dubban”
(colpire), da cui “adouber” (armare) nel francese antico. Primitivamente indicava l’atto del colpire
con riferimento particolare al colpo che si dava al nuovo cavaliere nel conferirgli l’investitura. Per tale
ragione passò a significare «armare, vestir cavaliere» ed anche più genericamente “ornare di armi e
vestimenta pompose, abbigliare, adornare», onde poi il senso moderno di «preparare, decorare». Il
mestiere di apparatore è antichissimo. Nel periodo classico operazioni di addobbo venivano eseguite
per l’arredamento delle domus aristocratiche o anche per le sontuose scenografie tardo-ellenistiche
degli anfiteatri. Gli uomini del Medioevo usavano, invece, drappeggiare le stoffe appendendole alla
parte superiore delle pareti e mantenendole spesso discoste per nascondere il muro grezzo e le
aperture,comprese talvolta porte e finestre. Lo stesso scopo avevano i ricchi arazzi,tessuti con
figurazioni di vario soggetto o motivi decorativi. Con il progredire economico nell’età rinascimentale
gli addobbi divennero più accurati. Ebbe discreta fortuna l’uso di rivestire con il cuoio le pareti delle
sale dei palazzi:il cuoio steso aderente era appositamente approntato in pezze regolari e decorato con
motivi variamente colorati e impressi di fondo oro. Sulla storia successiva degli addobbi si veda
il presente articolo.
(3) I termini tecnici di mestiere sono numerosi: tusello deriva dallo spagnolo
dosel cioè baldacchino; musciello è una funicella da mano ritorta, che si presta a diversi usi, come
ad esempio, tenere fermo il drappeggio; poza è il pezzo dell’armatura del palco, detto in italiano saettone
o puntello; jenella, sorta di travicello adoperato nelle impalcature, detto in italiano piana.
(4) Si veda a riguardo C. PETRACCONE, Fonti e prime ricerche sui
mestieri a Napoli alla vigilia della rivolta antispagnola, Urbino, Age, 1973.
(5) Cfr. A. M. STORACE, Ricerche storiche intorno al comune di S.
Antimo, Napoli, 1887.
(6) Cfr. L. GIUSTINIANI, Dizionario geografico-ragionato del Regno
di Napoli, Tomo VIII, Napoli 1804, p. 295.
(7) Vd. G. MARI voce “tappezzeria” in Grande Dizionario Enciclopedico,
UTET, 1972, p. 142.
(8) Ibidem.
(9) Vd. voce “apparatore” ne Il Dizionario della lingua italiana di G.
Devoto e G. C. Oli, Firenze, 1990.
(10) Cfr. G. CUTARELLI in Il Punto n. 2, Aprile 1995.
(11) La storia degli addobbi s’intreccia, com’è evidente in questo scritto,
con la storia della tessitura di stoffe per arredamento e poi nel XIX sec. con gli elementi e il
montaggio delle scene teatrali.