UN TESTAMENTO DI DOMENICO MARIA PALOMBA,
MARCHESE DI CESA E PASCAROLA
GIUSEPPE DE MICHELE
Note storiche sui Palomba, feudatari di Cesa
Il casato dei Palomba venne in possesso del feudo di Cesa nel 1742 allorquando
Antonio Palomba, barone di Pascarola e Torre Carbonaia, lo acquistò dalla famiglia
Mazzella che lo aveva tenuto per quasi un secolo, dal 1648. Da Antonio Palomba,
nel 1760, il feudo passò a suo figlio Francesco e, nel 1762, al figlio di questi,
Domenico Maria Palomba (1), il quale dettò l’atto testamentario che qui si pubblica.
Da una ricerca diretta dal Prof. Aurelio Lepre, compiuta e pubblicata con un
contributo del C.N.R., risulta che la compravendita dei feudi in età moderna era un
fenomeno di ampie dimensioni: per «il Seicento e Settecento risultano venduti in Terra
di Lavoro feudi per oltre otto milioni e quattrocentomila ducati» (2). Il feudo di Cesa
apparteneva alla cosiddetta feudalità minore, che fondava il proprio benessere
economico più sui terraggi che sui diritti feudali, e che, per la frantumazione del
possesso feudale e la conseguente assenza di grandi feudi, contraddistingueva la
geografia feudale dell’area aversana (3). Nel 1754 la rendita dei beni del marchese
di Cesa, secondo quanto risulta dal Catasto Onciario di Aversa e Casali,
era di 5965 ducati (4).
Da un’altra ricerca, diretta dal Prof. Paolo Macry, anch’essa finanziata dal Consiglio
Nazionale delle Ricerche e realizzata nel quadro di una più ampia indagine diretta dal
Prof. Pasquale Villani, è emerso che i Palomba, appartenenti al cosiddetto ceto dei
negozianti, arricchitisi soprattutto grazie al commercio dei cereali, nel corso del
secolo XVIII arrivarono ad occupare nel Regno di Napoli cariche «dell’alta
amministrazione pubblica e del ceto di governo […] segno evidente di una
affermazione politica del ceto mercantile nel Settecento». Tra gli anni Cinquanta
e gli anni Sessanta il marchese Antonio Palomba fu presidente della Camera
della Sommaria (il tribunale del fisco che presiedeva a tutta l’amministrazione
finanziaria del Regno), dopo aver ricoperto, nel corso degli anni Quaranta, la
carica di console del “Consolato Napoletano di Terra e di Mare” (poi “Tribunale
dell’Ammiragliato”, e “Consolato di Mare e Terra”) e dopo essere stato Eletto
del Popolo della Città di Napoli negli anni 1747-1750. Negli elenchi della
“Compagnia Reale delle Assicurazioni Marittime” figurano come azionisti:
Francesco Antonio Palomba, che possedeva nel 1776 quattro azioni; Giulio
Palomba, che fu anche direttore della “Reale Compagnia di Assicurazioni
Marittime” negli anni 1787-1789, e che era proprietario di cinque azioni
sia nel 1776 che nel 1793; Nicola Palomba possessore di sei azioni nel
1793. Nicola Palomba, di Matteo, compare tra i deputati napoletani della
“Reale Borsa Cambi, e Commercio” nel 1787 (5).
L’atto testamentario
Il documento che segue, inedito, si conserva presso l’Archivio di Stato di Napoli,
fondo Pandetta Corrente, fascio 682.
Esso è indicativo del diritto vigente in materia di successione feudale basato sul
maggiorascato (istituto giuridico per cui l’intero patrimonio familiare o parte di esso,
insieme ai titoli nobiliari, veniva trasmesso al figlio primogenito, escludendo i figli cadetti).
Nel caso di questo documento, erede universale, in quanto figlio primogenito, è
designato il marchesino di Cesa Don Gennaro Maria Palomba, eredi particolari
Don Filippo, Don Francesco e Don Raffaele, figli secondogeniti, ai quali, è da
notare, il vitalizio concesso viene dato in compenso della quota di legittima, della
porzione di dote materna ecc.
Ritornano nel documento vecchie figure come quella della balia (tutrice dei figli in
attesa della maggiore età) o antichi istituti come il «letto vedovile» (il mantenimento
dello stato di vedovanza).
Le ultime volontà attengono alle pratiche religiose per l’indulgenza: la celebrazione
di duecento messe per la salvezza dell’anima «coll’elemosina di carlini due la Messa».
L’atto testimonia infine l’esistenza a Napoli del Real Albergo de’ Poveri, ai quali però,
il marchese di Cesa Domenico Maria Palomba, dichiara di «non averli cosa lasciarli».
[Testamento di Domenico Maria Palomba, marchese di Cesa e Pascarola] (6)
Copia. Io sottoscritto Marchese di Cesa Domenico Maria Palomba considerando l
o stato di mia famiglia, e conoscendo l’obbligo di sistemarla, come meglio posso
prima di morire mi son determinato a fare il presente mio Testamento difettasse
nelle solennità, o in altro onde come tale non valesse debba però valere come
Testamento nuncupativo cusativo e se anche come tale non potesse sostenersi
vaglia come donazione causa mortis anzi per maggior cautela intendo prevalermi
della clausola codicillare, la quale s’intenda ripetuta in ogni periodo, di questa mia
disposizione di sorte che chiunque succederà nella mia Eredità sia tenuto, ed obligato
di eseguire quanto da me rattrovasi disposto, dichiarando che dal valore ed efficacia
di tal clausola codicillare ne sono stato a sofficienza istruito, e perciò voglio della
medesima prevalermi.
Per ben regolare questa mia disposizione mi sono raccomandato a Dio Onnipotente,
e da cui tutto dipende, ed a tutti i Santi miei protettori, acciò mi avessero implorato
quel lume che mi bisogna per non errare sistemando questa mia disposizione nella
maniera, che la ragione mi soggerisce volendo in ogni modo che questa si esegua
cassando ed annullando ogni altra disposizione donazione inter vivos, o causa mortis,
che forse avessi fatta per cui non dovessero aver verun conto prescrivendo, che
debba valere questo ultimo mio Testamento in scriptis. E perché la parte sostanziale
del Testamento, senza di cui non merita nome di Testamento, ne può valere si è
l’istituzione dell’Erede, perciò istituisco, e nomino mio Erede universale, e particulare
in tutti, e qualsivogliano miei beni burgensatici, Feudali, dico Feudali, nomi di debitori,
Fiscali esigenze, oro, argento, gioje, mobili, majurasco, moltiplico, e quanto ho, e
possedo il Marchesino di Cesa Don Gennaro Maria Palomba mio dilettissimo Figlio
Primogenito legittimo e naturale procreato in costanza di legittimo Matrimonio colla
Signora Marchesa Donna Maddalena Falangola mia dilettissima Moglie, colli pesi
però legali, dichiarazioni, e condizioni che in appresso spiegherò incaricando al
medesimo di adempire, esattamente e religiosamente quanto verrà prescritto in
questa mia disposizione.
Lascio alla Signora Marchesa di Cesa Donna Maddalena Falangola mia stimatissima
Moglie l’istesso assegnamento che gode mia Madre, da doverselo corrispondere
dal mio Erede mensuamente, con una mesata sempre anticipata, anzi con facoltà
alla stessa sempre che lei piaccia di farseli fare assegnamento in luogo di più
facile esazione sopra di quell’affittatore de miei beni che alla stessa piacerà.
Voglio in oltre, che alla medesima abbia l’abitazione con tutti i comodi, ed uso
di mobili in uno de’ quarti del mio Palazzo sito nella Città di Napoli dirimpetto
allo Spidaletto.
Dichiaro bensì, e voglio che detto Assegnamento, e quanto altro di sopra ho
disposto a beneficio della detta mia stimatissima Moglie vada in compenso di
quanto alla stessa potrebbe spettare per frutti dotali antefato, Vesti lugrobi,
Letto vedovile, ultim’annata di lacci e spille, ed ogn’altro per qualsivoglia causa
potrebbe la medesima alla mia Eredità pretendere niente escluso; quale
assegnamento ed abitazione però debb’averlo e goderlo guardando il Letto
vedovile, e passando a seconde nozze la privo di quanto ho disposto a di lei
favore, e voglio che se li dia soltanto quello, che de jure potrà spettarli.
Istituisco Eredi particulari Don Filippo, Don Francesco, e Don Raffaele miei
carissimi Figli Secondogeniti legittimi e naturali procreati colla prefata Marchesa
Mia Moglie in costanza di legittimo matrimonio nel vitalizio d’annui ducati sei
cento per ciascuno da pagarsi dal detto mio Erede universale in beneficio di
ciascuno di essi mensualmente con una mesata sempre anticipata durante la
loro vita tantum.
Dippiù a ciascuno de’ nominati miei figli lascio la somma di ducati mille per una
sol volta da poterne ciascuno di essi disporre in vita o in morte, non disponendone
vadino in beneficio di detto mio Figlio Primogenito Erede istituito.
Dippiù voglio che detti miei Figli Secondogeniti abbiano l’abitazione franca vita
loro durante in un quartino del suddetto mio Palazzo sito in Napoli dirimpetto
allo Spidaletto coll’uso di mobili corrispondenti da farsi dal detto mio Figlio
Primogenito.
Dichiaro però e voglio che ciascuno di detti miei Figli Secondogeniti per lo vitalizio
e quanto altro a di lor favore ho disposto vada in compenso di legitima, metà
de’ beni antichi vita […], porzione di dote Materna, proprietà d’antefato, e
di qualunque altra azione, e pretenzione alcuna esclusa, che per legge, o pel
fatto loro si appartenesse. E nel caso che tutti detti miei Figli Secondogeniti, o
ciascuno di loro volesse impugnare quanto a di lor favore ho disposto voglio
che a tutti, o a quello che non sarà contento di questa mia disposizione non
possono altro pretendere se non che la sola legitima nella quale l’istituisco,
colla legge che nella legitima s’imputi tutto quello, che in vita mia da me si è
speso per colui, che ne sarà il controventore.
Considerando che la Signora Marchesa Donna Elena Morosino mia amatissima
Madre gode della mia casa l’assegnamento d’annui ducati mille e trecento, e
l’abitazione franca nel quartino del mio Palazzo, sito in Napoli dirimpetto allo
Spedaletto, perciò in una sol volta tantum e per dimostrarli l’affetto che le porto
le lascio la somma di ducati cinquecento che voglio se le diano dal mio Erede
universale quattro mesi dopo seguita la mia morte.
Riflettendo in oltre che tutti detti miei Figli abbino bisogno di chi li guidi, mentre
per la loro età non sono in istato da potersi da loro stessi regolare: quindi lascio
la Balia, e Tutrice delli detti miei figli la mia amatissima Moglie, durante il Letto
vedovile, la quale unitamente colla Marchesa Mia Madre, e di Don Giorgio
Maria Palomba mio Fratello debba amministrare la mia Eredità fintantoché mio
Figlio Primogenito non arrivi all’età di anni ventiquattro, e gl’altri all’età di anni
venti, dopo qual tempo voglio, che il mio Figlio Primogenito incomincia ad
amministrare la mia Eredità, e nel caso passasse detta mia moglie a seconde
nozze l’escludo da detto baliaccio, e tutela de’ medesimi miei Figli, e voglio
che il baliato e tutela de’ medesimi si eserciti da detta mia Madre e Fratelli.
Considerando ancora che dopo la morte di mio Fratello Don Giorgio Maria
Palomba estinguendosi il vitalizio, che se li corrisponde, i di lui Figli rimangono
senza verun aggiuto per cui si verrebbe il decoro della Famiglia a perdere,
quindi incumbendo, a me che ora rappresento la Casa Palomba badare al
decoro della Famiglia, perciò lascio jure legati per una sol volta tantum alle
cinque Figlie Femine di detto mio Fratello Donna Francesca, Donna Luisa,
Donna Raffaele, Donna Maria Giuseppa, e Donna Marianna la summa di
ducati mille cinquecento per ciascuna quali voglio che il mio Erede debba
pagarli tra lo spazio di anni cinque decorrendi dal dì dopo sarà accaduta la
mia morte, con pagare prima detta summa alla maggiore di dette Figlie Femine,
ed indi respettivamente alle loro età alle altre per inpiegarsi in giusta compra,
acciò se ne potessero servire per dote nel caso di matrimonio, o di ammonacazione
ed intanto goderne il frutto di detti ducati mille cinquecento per ciascuna.
Nel caso poi non fosse nelle circostanze tra i suddetti cinque anni il mio Erede
universale di pagare li suddetti ducati millecinquecento a ciascuna di detti miei
Nipoti coll’ordine di sopra prescritto, in questo caso voglio ordino e comando,
che il detto mio Erede elassi i suddetti anni cinque debba corrisponderne
l’interesse a ciascuna delle stesse alla ragione del quattro per cento. Dichiaro
in oltre, che mediante Istromento alli legati Pii di jus Patronato di mia Casa
sotto il titolo dell’Immacolata Concezione e S. Margorita, siti nel mio Feudo
di Pascarola ho nominato Don Antonio Maria Palomba mio Nipote per i
vari servigi da lui, e da suo Padre prestatomi in varie mie circostanze voglio
ordino e comando, che detto legato Pio debba detto Don Antonio goderselo
vita sua durante, e da non potersi affatto ammovere da detto mio Figlio
Primogenito durante la vita di detto Don Antonio. Con legge però, che detto
Don Antonio debba alimentare Don Lorenzo Maria Palomba di lui Fratello
ed altro mio Nipote Figlio di detto Don Giorgio Maria mio Fratello.
Lascio al detto mio Carissimo Fratello Don Giorgio Maria Palomba per una
sol volta tantum la somma di ducati trecento per segno d’affetto che li porto, e
da pagarseli dal mio Erede subito seguita la mia morte. E come che durante
la sua vita al detto mio Fratello si pagano annui ducati sei cento di vitalizio, e
l’abitazione franca, ordino che dal detto mio Erede universale se li continui
detto vitalizio ed abitazione franca, e nel caso morisse detto mio Fratello,
mentre il di lui Figlio Don Lorenzo non sarà giunto all’età maggiore, voglio
che dal detto mio Erede se li continui a pagare lo stesso vitalizio alla sua
Famiglia, e l’abitazione. Ma giungendo poi detto Don Lorenzo all’età maggiore
debba soltanto il mio Erede universale corrispondere al detto Don Lorenzo
annui ducati duecento quaranta, vita durante del medesimo tantum giacché
a detto Don Antonio l’ho proveduto del detto legato Pio.
Lascio al Cavaliere Canonico Fieschi Casanova una galanteria di valore di
ducati sessanta, da darceli il mio Erede universale subito seguita la mia morte.
Lascio a Don Cesare Morcelli la somma di ducati trenta per una sol volta
per celebrarne una messa per l’Anima mia.
Lascio alle persone che in tempo di mia morte si troveranno al mio servizio
due mesate per ciascuna oltre della corrente.
Lascio al Notaro, che stipulerà questo mio Testamento la somma di ducati
cinquanta coll’obligo che della presente mia disposizione ne dia copia legale al
mio Erede universale, ed altra a mia Moglie.
Dippiù voglio, che il mio Erede universale dopo seguita la mia morte debba far
celebrare duecento Messe per l’Anima mia coll’elemosina di carlini due la Messa.
Ed essendomi stato insinuato dal Notaro se aveva che lasciare al Real Albergo
de’ Poveri di Napoli ho detto come dico, non averli cosa lasciarli.
E questa è la mia ed ultima volontà.
Sorrento li Novembre mille ottocento ed uno, dico 1801.
Domenico Maria Palomba Marchese di Cesa e Pascarola.
[Segue formula di autenticazione del notaio Matteo d’Urso]
Note:
(1) F. De Michele, Storia del feudo di Cesa, in Cesa ed
altri comuni, vol. I, Edizioni La Bandiera Civile, Aversa, 1984, p. 41. L’8 marzo
1742 fu prodotto Real Assenso «alla vendita senza patto di retrovendere fatta da
D[on] Diego Comite, e da D[on] Biase Comite Padre di esso D[on] Diego, tanto
in suo proprio nome quanto come Padre, elegendi Amm[inistrato]re d’altri suoi
figli, e delle figli et Eredi ab intestato della q[uonda]m D[onna] Chiara Mazzella,
precedente decreti del S[acro] R[egio] C[onsiglio], del Casale di Cesa, sito in
Terra di Lavoro, e della mettà della Portolania della Città d’Aversa, e suoi Casali
per prezzo ducati 56 m[il]a a beneficio del mag[nific]o D[on] Ant[onio] Palomba
Barone di Pascarola, e di Torre Carbonara» (la vendita fu fatta «con albarano del
p[ri]mo Febraro 1742»). Archivio di Stato di Napoli, Refute dei Quinternioni, fasc.
223, ff. 333-340 infra.
(2) A. Lepre, Terra di Lavoro nell’età moderna, Napoli,
Guida, 1978, p. 57.
(3) Ivi, p. 44.
(4) F. De Michele, Abbozzo Storico su Cesa (con una
lettera inedita di Francesco Bagno), Napoli, Tipografia Alfonso Panaro, 1939-XVII, p. 5.
(5) Cfr. P. Macry, Mercato e società nel Regno di Napoli.
Commercio del grano e politica economica nel Settecento, Napoli, Guida, 1974,
pp. 354-369 passim.
(6) Si sono sciolte le abbreviazioni presenti nel documento.