GLI INSEDIAMENTI RURALI NEL NAPOLETANO
ALCUNE RIFLESSIONI E CONSIDERAZIONI SUL TESTO
AFRAGOLA FEUDALE DI CARLO CERBONE (*)

CATELLO PASINETTI

Con la pubblicazione del corposo studio di Carlo Cerbone, Afragola Feudale. Per una storia degli insediamenti rurali nel Napoletano, edito nel marzo 2002 dall’Istituto di Studi Atellani, nella collana Paesi e Uomini nel tempo, diretta da Sosio Capasso, ritengo sia stato dato alle stampe la più approfondita e rigorosa monografia finora apparsa sul tema della genesi e della feudalità della nostra comunità.
Lo studio non affronta le sole vicende della feudalità ad Afragola, tra il XIII e il XVI secolo, ma svolge una minuziosa quanto precisa ricostruzione delle origini del primitivo insediamento da cui ha successivamente preso vita la nostra città.
Del complesso lavoro di Carlo Cerbone l’aspetto che ritengo più incuriosente è quello relativo alla genesi o fondazione dell’abitato, se di fondazione si è trattato, e del suo strutturarsi e consolidarsi tra il primo e il secondo secolo dopo il Mille.
La vexata quaestio sulla nascita della città a seguito della presunta fondazione normanna, Cerbone la pone immediatamente, già nelle prime battute del libro, conducendo un meticoloso esame del più antico testo conosciuto su vicende afragolesi: la Relatione historica di Domenico de Stelleopardis, dalla dibattuta quanto controversa autenticità.
L’unica versione pervenutaci dello scritto, composto nel 1390 dal padre domenicano, è quella dell’edizione del 1682, la terza, curata da tal Giuseppe Bocrene.
Tutti i precedenti studiosi che si sono precedentemente interessati dell’argomento (e ricordo i maggiori, Antonio Chiarito, nel 1772, Lorenzo Giustiniani nel 1797, Giuseppe Castaldi nel 1830, Luigi Maria Jazzetta nel 1897, per finire a Gaetano Capasso nel 1974) nulla hanno mai detto del curatore Bocrene, che nella prefazione alla ristampa del testo di Stelleopardis, in un’ampia quanto articolata ricostruzione storica delle vicende del casale ne attribuisce la fondazione all’opera di Ruggero il Normanno nel 1140.
Giuseppe Bocrene, dal cognome non comune e non tra quelli tipici di Afragola, mai presente negli atti anagrafici storici, è lo sconosciuto autore di quest’unica opera, della quale tanto si è detto e si dice ancora. Nessuno, fino ad ora, si era posto il problema di indagare, oltre che sulla sua solitaria opera, anche sul suo autore, del quale nulla si conosceva fino ad oggi.
Carlo Cerbone, con geniale intuizione è riuscito a dipanare ogni ombra sull’incognita Giuseppe Bocrene.
Bocrene, (chi era costui?, per parafrasare il dilemma di don Abbondio su Carneade) non è altro che l’anagramma dietro cui si cela Giuseppe Cerbone, arciprete e parroco prima di San Marco e poi di San Giorgio, nato ad Afragola il 10 luglio 1649 e morto il 2 gennaio 1706 nella casa avita di via Nunziatella.
Approfondita e documentata risulta essere la ricostruzione che Carlo Cerbone fa della vita di questo nostro concittadino, erudito autore di molte opere di carattere agiografico e teologico e intellettuale partecipe dell’ambiente culturale napoletano dell’ultimo Seicento.
Il motivo per cui Cerbone-Bocrene nel 1682 abbia ridato alle stampe un testo composto nel 1380, correlandolo con la descrizione delle prime vicende del casale va, probabilmente, ricercata non nella volontà di conferire un’aura di regalità alla fondazione di Afragola, ma di rinvigorire la consolidata quanto autentica tradizione storica dell’istituzione religiosa di San Marco in Sylvis, alla quale lui apparteneva per discendenza e residenza.
In quegli anni la parrocchia di San Marco viveva una profonda crisi economica e sociale e rivestiva un peso quasi nullo, escluso quello devozionale (ma anche questo in crisi) nel panorama della vita civica afragolese.
Questa chiesa, quasi del tutto priva di rendite finanziarie, fondiarie ed immobiliari, alla dine del XVII secolo era in pieno declino e viveva una mal sopportata posizione di subordine nell’ambito ecclesiastico, ove primeggiava ormai incontrastata, ed irraggiungibile per potere ed influenza, l’altrettanto antica parrocchia di Santa Maria d’Ajello e si era ormai consolidata la funzione sociale sia della parrocchia di San Giorgio sia dai due ordini mendicanti, quello domenicano e quello francescano, stabilitisi in città tra la fine del ‘500 e i primi anni del secolo successivo.
Ottanta anni prima del Bocrene, nel 1602, don Leonardo Castaldo Tuccillo, parroco di San Marco, nel primo libro dei battezzati, ancora conservato nell’archivio della parrocchia, aveva tracciato i primi lineamenti finora conosciuti della fondazione di Afragola, ascrivendola anch’esso a Ruggero.
Bocrene-Cerbone, che fu rettore della chiesa di San Marco dal 1692 al 1702, per abbandonarla in favore di San Giorgio, questo testo certamente lo conobbe ed ebbe anche modo e volontà per approfondire l’argomento.
E per trattare di Afragola prese , ovviamente, le mosse dal testo dello Stelleopardis, primo scrittore di cose afragolesi, discendente da una delle dieci famiglie fondatrici del casale, filiano della parrocchia di San Marco che, tra il 1380 e il 1402, era retta dal parroco Ippolito de Stelleopardis, suo probabile congiunto.
Carlo Cerbone, che ci convince ampiamente sulla questione dell’autenticità dell’opera dello Stelleopardis e sulla fondatezza delle tesi contenute nel saggio di Cerbone-Bocrene, col suo studio riapre la questione relativa alla genesi di quell’abitato che oggi è Afragola e su quanto, ancora, lo stesso Bocrene - Cerbone riporta al riguardo.
Stelleoprardis nel testo del 1390 ci ricorda la supplica dei «fragolani», indirizzata nel 1179 al re Guglielmo per l’edificazione di una chiesa «acciò i suoi vassalli a tempi festivi ascoltassero la messa».
Quindi nel 1179, cioè 39 anni dopo la presunta “fondazione” di Afragola, gli abitanti del distretto di San Marco risultavano ancora sprovvisti di una chiesa.
Se in quell’anno non c’era una chiesa a servizio degli abitanti siamo, per ovvie ragioni, in presenza di un insediamento recente, sorto da pochissimo e, in verità, senza molta cura da parte del fondatore, visto che in epoca medievale l’istituto ecclesiastico è sempre il perno principale di ogni aggregazione sociale, nuova o preesistente.
Ma è davvero così? Afragola nasce nel 1140 ad opera dei Normanni in un territorio senza alcuna preesistente insediamento?
Carlo Cerbone cerca di chiarirci le idee ricordando e sottolineando come il territorio di Afragola sia risultato abitato fin dal IV secolo a.C., ma in modo sporadico, frammentario, mai secondo un’organizzazione sociale e fisica assimilabile alla città o, al limite, al villaggio.
Il territorio afragolese vede, quindi, la nascita di un abitato strutturato (con case aggregate, organizzazione sociale, una parrocchia) solo nel corso del XII secolo e Afragola la si ritrova espressamente citata come “casale” per la prima volta solo abbastanza tardi, nel 1258, in un documento relativo al regno di Manfredi.
Esistono, tuttavia, precedenti documenti che ricordano gli abitanti di un territorio individuato col toponimo Afragola: nel 1105, cioè 35 anni prima della “fondazione” normanna, Vilmundus de la Afabrola fa una donazione al monastero di Montecassino. Ma prima ancora, e a partire dal 949, in pieno ducato bizantino, documenti citano parti di quello che poi sarà il territorio afragolese: Arcora (949), Cirano (974), Cantarello (976), San Martino (994), Campo Romano (1020), Arcopinto (1025).
Se Carlo Cerbone segnala che i documenti di quegli anni non ricordano mai l’esistenza di un abitato, anche di modeste dimensioni, ma solo fondi agricoli, non omette di sottolineare che gli atti sono tutti relativi a donazioni di terreni agricoli e mai di immobili. Non c’era, dunque, stretta necessità di far riferimento al casale, ma solo alla località in cui i fondi erano posti.
Gli anni a cavallo del Mille sono quelli in cui più aspra è la lotta tra due entità politiche e sociali agli sgoccioli della loro esistenza: il ducato bizantino di Napoli e il principato longobardo capuano-beneventano. Gli scontri tra le opposte fazioni avevano luogo, ovviamente, lungo la linea di confine e su questo confine era posto il territorio afragolese, sotto la giurisdizione della diocesi partenopea ma a stretto contatto con quello delle longobarde Acerra e Aversa, normanna questa solo dal 1030.
I successivi e finali cruenti scontri avutisi tra gli anni 1131 e il 1137 tra le opposte fazioni dei bizantini napoletani e i nuovi conquistatori Normanni, che portarono al definitivo consolidamento del potere di questi ultimi sull’intero Mezzogiorno italiano, avvennero ancora lungo un fronte che investì in pieno il nostro territorio.
Se un qualche agglomerato di case rurali dovette esserci ad Afragola è abbastanza facile immaginare quale potessero essere le possibilità di sviluppo e quale il quotidiano destino riservatogli.
Non a caso solo al termine di tali turbolenti anni la tradizione ricorda l’insediamento delle dieci famiglie di veterani (1140), l’edificazione di San Marco in Silvis (1179) e quella di Santa Maria d’Ajello (1190 - 1198), ad opera ancora della monarchia normanna.
E non a caso Bocrene nel 1682, e ancor prima Leonardo Castaldo Tuccillo nel 1602 ricordano che agli albori del XII secolo quelli afragolesi erano «territorij rustici e selvaggi, incolti e in molta parte selve e boschi, nelle pertinenze di Napole, e confinanti con li campi Acerrani, co le terre di Caivano, Pomigliano d’Arco et altri luoghi».
La tranquillità sopraggiunta con l’unificazione del regno da parte normanna portò assieme al riassetto politico ed istituzionale del nostro territorio anche un nuovo sviluppo economico e sociale, il dissodamento e la bonifica delle terre incolte (alla fine del 1100 la chiesa di San Marco è circondata da una selva e il Clanio impaludato rende inospitale e malsana la pianura a nord del capoluogo).
A quest’opera di nuova colonizzazione contribuì non solo la monarchia normanna, con le donazioni e l’edificazione di cappelle rurali, punti per l’aggregazione della popolazione agricola, ma anche la Chiesa che promosse una vasta opera di appoderamento e urbanizzazione del nostro territorio, ancora con l’ausilio e lo strumento delle cappelle rurali.
Ricordiamo, tra le molte un tempo esistenti nel nostro comune, quelle ancora superstiti di Santa Maria di Costantinopoli alla Scafatella, probabilmente la più antica, e quella di San Michele Arcangelo alla Cinque Vie.
Da queste terre la diocesi e il clero napoletano ricavavano buona parte della loro ricchezza e qui avevano possedimenti e beni, come continuamente ci ricorda Carlo Cerbone col dettagliato e puntuale elenco dei documenti normanni ed angioini riportati nella ricca appendice del testo.
Per quanto detto c’è da ritenere con certezza che la nascita e lo sviluppo del casale, o meglio, di tre distinti casali, avvenne intorno alle tre antiche chiese di San Marco, San Giorgio e Santa Maria d’Ajello, ai terreni agricoli di diretta proprietà degli abitanti, ai terreni allodiali appartenenti alle famiglie napoletane, ai piccoli e numerosi feudi, che cambiarono continuamente beneficiario, al trasferimento di altre comunità provenienti dai casali confinanti, man mano abbandonati, e aggregatesi, le più ricche, intorno a Santa Maria d’Ajello, e le più povere intorno a San Marco.
Questi tre casali si svilupparono negli anni in modo autonomo e differente, avendo in comune solo l’appartenenza alla Terra delle Fragole.
Il peso della feudalità dovette essere il fattore che spinse all’aggregazione le diverse comunità e, cito Carlo Cerbone «il centro dei comuni interessi ... fu ricercato nella riduzione dei vincoli patrimoniali, nel riconoscimento delle consuetudini antiche e nuove, nella rivendicazione di una partecipazione alla vita pubblica attraverso la nomina di magistrati scelti tra la popolazione, nella modificazione degli antichi contratti di livello. Il desiderio di conquistare codesti e analoghi diritti fu motivo sufficiente al formarsi di un’organizzazione del gruppo rurale e alla sua finale trasformazione in universitas».

Note:
(*) Testo dell’intervento tenuto in occasione della presentazione del volume di Cerbone, avvenuta l’11 giugno 2002 in Afragola nella chiesa di S. Maria d’Ajello.