LE ANTICHE VICENDE
DELLA «TERRA DELLE FRAGOLE»

da Afragola, dieci secoli di storia. Aspetti e problemi,
Athena Mediterranea, Napoli 1976, pagg. 11-28

Le antiche origini della nostra terra
(..) Recenti studi hanno portato ad una conoscenza più completa e profonda dell'antica Afragola; anzi frequenti sono i reperti archeologia che vengono alla luce, e testimoniano che nelle nostre terre, già nei tempi antichi, era fiorente la vita.
Già nel 1830, il Castaldi, dinanzi alle scoperte di molti sepolcri con monete e vasi antichi, scriveva: la vicinanza di Acerra, città assai vetusta può essere la cagione che nello agro afragolese si rinvenghino tali sepolcri ed altri vecchi monumenti. Anche per il de Rosa, il rinvenimento dei reperti archeologia e la scoperta di qualche rudere o di qualche sepolcro, non sono considerati come testimonianza di vita e quindi di attività autonoma, svolta nei luoghi, ove sorgerà Afragola, ma giustificati come logica conseguenza della vicinanza di Acerra. A metà dell’800, in località Padula, presso il Salice, vennero scoperte 4 tombe greche antichissime, composte di grandi pezzi di tufo, connessi senza cemento. La numerosa suppellettile tombale raccolta veniva ad arricchire la collezioni di antichità e di arte del Real Museo Borbonico di Portici.
I corredi funerari di quelle tombe, ritenute allora del periodo greco, per il de Rosa sono molto vicini ai tipi di corredi rinvenuti dallo stesso in tombe appartenenti a necropoli sannitiche, databili al IV-III sec. a.C. Per il de Rosa si tratterebbe di una serie di paghi di età sannitica, sparsi nell'agro afragolese, a mo' delle attuali masserie; piccoli nuclei rustici, intorno ai quali si svolgeva la semplice e umile vita dei pastori sanniti.
Gli scavi condotti nelle zona «Cinque vie», località Vatracone, diedero una discreta necropoli, risalente ai secoli IV-III a.C.; alla «contrada Regina», e in via F. Cavallotti vennero fuori altre tombe; quelle di via Cavallotti erano da attribuirsi all'età romana. Piuttosto fortunata fu la campagna di scavi archeologia, dalla località «Masseria» alla località «Cantariello», negli anni 1960-1961; a Cantariello vennero alla luce tracce di sostrutture di villa di età romana.
Tra le vere e proprie necropoli sannitiche, appartenenti agli antichi paghi, esistenti sul territorio afragolese, va annoverata, una piccola necropoli di otto tombe, delle quali una di gran valore scientifico. E' questa la tomba esposta, completamente restaurata, nella sala LXVII del Museo Nazionale di Napoli. Rinvenuta priva del suo corredo tombale, ma integra nella parte pittorica, ci consente di datarla, non solo, quanto ancora di formulare ipotesi sulla tecnica pittorica funeraria campana.
Molti reperti archeologia vennero a luce durante i lavori di sterro del tratto di autostrada Napoli-Bari. Vennero a luce finanche i resti di un antico torchio per vino, qualche moneta della età di Adriano, alcuni doli (databili al II-III sec. a.C.), una cisterna di probabile età sannitica, abbandonata in età romana, un cunicolo per lo scorrimento delle acque (forse un antico acquedotto). Nel 1965, all'interno del cimitero venne a luce un'altra tomba sannitica, di fine secolo IV a.C. con un corredo di ben 12 pezzi; i «quadrati» del cimitero afragolese conservano, nel sottosuolo, molte tombe antiche: l'antica necropoli sannita afragolese, coincide con una parte dell'area del Cimitero locale.

Il nome di Afragola
Per coloro che fossero desiderosi di approfondire il tema del nome e della etimologia di Afragola, è opportuno leggere, attentamente, quanto abbiamo scritto nel capitolo IV del volume: «origine vicende e sviluppo di un casale napoletano». Mentre sdegnosamente rifiutiamo le cervellotiche tesi affacciate da taluni, con un pizzico di audace ignoranza, ricordiamo appena che il nome di Afragola troviamo noi riportato, nei documenti e nei testi antichi, nei modi più vari: Afragone, Afraore, Fragola, Afraole, Aufragole, Afragolla, Afrangola, Frabola, Afraone, Aufrangola, Fravolo, Afragola.
Possiamo leggere tali nomi negli scritti di Summonte, Chiarito, Castaldi, Sacco, Capaccio, De Luca - Mastriani, Giustiniani, B. Capasso. Afragola prende il nome dalle fragole; quindi la a è derivativa, e non privativa: la terra delle fragole. Il terreno afragolese produce tuttora fragole, alla pari di quello carditese, casoriano, frattese; a Frattamaggiore era fiorente un mercatino di fragole. La fragola preferisce terreni asciutti per fruttificare, e mai paludosi o troppo freschi.
E quasi a sconfessare le insulse discussioni di talune animelle locali che si illudono di far sempre da maestri, ci sia consentito riferire il parere di un insigne Maestro della Geografia della Campania, Domenico Ruocco; per il quale «le fragole e gli asparagi trovano l'area di maggiore diffusione a nordest dei Campi Flegrei, nell'alta pianura tra Afragola, Cardito e Frattamaggiore ed hanno in quest'ultima città il principale centro di smistamento e a Napoli il grande mercato di assorbimento».

Gli antichi villaggi
I principali villaggi che fiorirono in territorio afragolese sono: Arcopinto, Canterello, San Salvadore delle Monache, Arcora, Salice.
Arcopinto - Sul tempo in cui sorse Arcopinto non abbiamo elementi certi; una data però abbiamo noi potuto assicurare, quella del 1025, letta in documento coevo, nel quale incontriamo vari nomi di villaggi, allora già esistenti: Casa aurea (Casoria), Paternum ad sanctum Petrum (San Pietro a Patierno). Bisogna però andar senz'altro indietro, giacché si tratta di due agricoltori Cicino Russo, del fu Palumbo, che abitò in Arcopinto, e Gregorio Capuburria del fu Leone, che abitò a Casoria, ed era cognato del precedente. Arcopinto quindi era sicuramente uno dei villaggi di Afragola, situato lungo la strada Regia Napoli-Caserta, nel luogo che tuttora conserva il medesimo nome.
Il nome si vorrebbe derivato o da qualche antico arco, avanzo probabilmente dell'acquedotto che di lì passava raggiungendo Atella per una diramazione secondaria, o per qualche pittura di carattere religioso, ma di un certo interesse, se finì per dare il nome al piccolo centro agricolo abitato. Questi primi coloni ebbero anche una loro chiesetta, dedicata a S. Martino, il santo guerriero che questi veterani avevano scelto a loro patrono; come, più tardi, prenderanno a santi patroni S. Giorgio, legato ad una fastosa leggenda di audace guerriero, e S. Michele, principe delle milizie celesti. Della chiesa di S. Martino troviamo ancora un cenno nella S. Visita del Card. Decio Carafa, nel 1619. Nel 1768 i ruderi delle vecchie case e della chiesetta vennero abbattuti, per ordine del R. Governatore di Afragola, perché ricovero di malfattori d'ogni risma e di ladri. Coll'abbattimento coincise, non certo fortuitamente, la visita a Napoli della Regina Maria Carolina d'Austria.
Documenti del tempo angioino ci informano di una «Villa Arcus pinti», di un «Casale Arcus pinti», «loco ubi dicitur Arcus pintus», Il Chiarito, nel '700, confonde Archora con Arcopinto. Quest'ultimo restò, ad un certo momento, disabitato; su Archora, invece, sorgerà Casalnuovo.

Canterello - Anche questo villaggio fiorì, nei tempi antichi, in agro afragolese. Si ha memoria di esso in documenti della metà del secolo XII. Sotto Re Carlo Il e Re Roberto, è riportato come casale, o come villa. La zona di Canterello doveva svolgersi a oriente di Afragola, verso la contrada del Salice.

S. Salvadore delle Monache. Si tratta di un villaggio, distrutto fin dai tempi antichi, e che era in distretto di Afragola. Di esso fanno cenno documenti dei tempi di Federico Il e di Carlo 1, e lo presentano come casale. Esso aveva anche la sua chiesa, dedicata a Gesù Redentore, e dipendente dalla Chiesa metropolitana di Napoli. Il «beneficio» della Chiesa, distrutto il casale, passerà alla chiesa di S. Maria d’Aiello.

Arcora - Si trova fatta menzione di questo casale fin dal 949, in un antico diploma. Sotto i Re Carlo I e Carlo Il d'Angiò, tra i villaggi di Napoli c'è «Villa Arcore», «Casalis Arcore».
Il nome dovette trarre origine da qualche arco ivi esistente per la conduttura delle acque del Serino. Sotto i Re Angioini dovette, per un periodo, rimanere senza popolazione: Arcora non habitatur; propterea non taxatur. Nel caso, chi avrebbe dovuto pagare le tasse? La confusione del Chiarito, che confonde Arcora con Pomigliano d'Arco, è grossolana. Pomigliano mai ha sofferto un fenomeno di spopolazione; come, nel caso, Arcora, già al principio della Dinastia aragonese. Tra i casali dell’ager neapolitanus, accanto ad Arcora vengono rispettivamente elencati Pomigliano (Pomilianum foris Arcora) e Licignano (Licinianum foris Arcora). Ormai disabitato, il territorio di Arcora venne concesso, per reale clemenza di Ferdinando I d'Aragona, ad Angelo Como o Cuomo, il quale vi fece sorgere vari gruppi di case, che prenderanno il nome di Casale Nuovo. La grave vertenza fra Como e Cesare Capece Bozzuto, barone della parte feudale di Afragola, si compose - per sovrano interessamento di Alfonso d'Aragona -, con un sopralluogo di tecnici e di avvocati - : il nuovo villaggio, costruito in territorio di Arcora, era sotto la giurisdizione di Como; ma Como doveva pagare al Bozzuto la somma di once trenta (come era stato stabilito dagli arbitri), e l'apprezzo.

Salice - Si tratta di un altro degli antichi villaggi, fioriti in agro afragolese. Di esso dava cenni, nei suoi manoscritti, Matteo Spinelli da Giovenazzo: si descrive la partenza di re Carlo 1 d'Angiò, nel 1265, da Benevento per portarsi a Napoli. Al Salice, il 24 febbraio,, ricevette l’omaggio dei Nobili e dei popolani della Città. I 18 Cavalieri, che facevano parte del governo della Città, uniti al popolo, accompagnavano M. Francesco Loffredo, Eletto del Governo: disceso di cavallo con i compagni, presentò al Re le chiavi della Città, parlandogli molto acconciamente in francese; ma il Re «con grande umanità comandò che cavalcasse, e venne ragionando con lui un gran pezzo». Il Summonte riferisce un fatto d'armi seguito, nel 1423, tra le truppe di Re Alfonso I con quelle di Sforza, capitano della Regina Giovanna II. V'era anche, sulla regia strada delle Puglie, un tempietto dedicato a S. Maria di Costantinopoli. Verso il Salice, v'era anche una contrada detta «lo Salvatoriello», che doveva essere ubicata, per il Castaldi, a settentrione di Afragola, dopo la chiesetta di S. Maria la Nova. Il luogo conserverà poi il nome di S. Salvatore al Vatracone. Dovette qui sorgere anche un tempietto, dedicato al SS. Salvatore: «S. Salvatore ad Petraconem », cioè «ad Petri Iconem » (presso la icone o immagine di Pietro).

L'Ara augustea - Anni addietro anche ad Afragola si poté ammirare un'ara augustea. Il cippo ad ara di travertino misurava in altezza m. 1,17, in larghezza m. 0,55, ed era grosso m. 0,68. Aveva un bel capitello, lavorato finemente a becco; recava la dedica, in caratteri dell'epoca: ad Augusto Imperatore, AVG. SACR. (Augusto Sacrum). La base ricordava l'epoca nella quale il Senato decretava ad Augusto Imperatore gli onori della Divinità. E' da credersi che questi antichi abitatori abbiano alzata quest'ara per un atto di devozione, e forse anche di ringraziamento al divino Augusto Imperatore. La base romana, studiata dall’illustre Matteo Della Corte, e relazionata negli Atti dell'Accademia dei Lincei, attribuita al I secolo, era stata usata, in un primo tempo, nella locale chiesa, come acquasantiera; in un secondo tempo, poi, quel masso, abbandonato perché non più utilizzabile, sarà adibito, con squisito senso pratico, dai contadini del luogo con funzione di scansacarri, ad un angolo di piazza S. Marco.
Su quella base onoraria, conservata poi nel palazzo municipale, il Can. Aspreno Rocco, nel 1948, alla vigilia della erezione del monumento al poeta umanista e archeologo Gennaro Aspreno Rocco, in piazza Gianturco, pensava di usarne come piedistallo al busto dell’illustre zio poeta. Quale fu la sua maraviglia, quando venne a conoscere, incredibile ma vero, che quel marmo era finito in frantumi, per esser utilizzato come brecciame.

Altre testimonianze - Valga la pena di dare un cenno di altri importanti centri di vita e di storia; così, sulla via interna che dal confine di Crispano raggiungeva l'angolo di via Diaz di Caivano, nelle vicinanze della chiesa di S. Barbara, nel 1923 si ebbe la scoperta di un sepolcro atellano, in occasione di lavori di sterro per fondazione. L'ipogeo, ricostruito in un cortile del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, offre, a Neapolis, l'unico documento di pittura della fine del I secolo d.C., successivo cioè alla ricca documentazione pittorica delle città vesuviane. La «Storia di Napoli» ne dà una riproduzione a colori nel I volume. Né ancora deve sfuggirci che nel 591 era già fiorente a Campiglione di Caivano, a qualche Km. da Afragola, un tempietto, dedicato alla Madonna, e del quale in quell'anno ebbe a interessarsi, in una lettera, lo stesso Papa Gregorio Magno. Il Castaldi affermò essere quella chiesetta già un tempio cristiano adulto nel sec. VI. Forse, tra Caivano ed Afragola, si era già trapiantato un ramo, della famiglia Pisone di Roma. Lo stesso Augusto aveva da noi trapiantata una colonia romana per ripopolare Atella, che accennava a finire. Forse gli stessi Pisoni, con gli altri patrizi romani avevano seguito gli Imperatori (Tiberio e Ottaviano), che ad Atella venivano a diporto, e anche per assistere alle popolari fabulae, e avevano acquistato estensioni di terreno, ad un paio di Km. da Atella.
Si vuole che la sala adattata a riunioni religiose, dopo l'Editto di Milano (313), sia stata trasformata in una chiesina, aperta al pubblico culto.
Piccole necropoli son venute a luce, in vari periodi, al confine di Cardito-Afragola, in località S. Eufemia di Carditello, e dalla interessante suppellettile sono state datate al IV-III sec. a.C. La ipotesi avanzata dal Castaldi, che nella zona fiorisse qualche sottofabbrica (di grandi Fabbriche Cumane) per elaborazione di corredi funerari, rivela tra l'altro come anche ad Atella fossero presenti i Sanniti che, alla fine del V secolo, scendendo dai monti alle coste, avevano invaso quasi intera la Campania.

L'antico sito di Afragola - Bartolommeo Capasso, ci presenta, in una breve descrizione, l'Afragola di mille anni addietro:
«Ad mille passus circiter a Fracta maiori versus Neapolim et ad orientem tunc temporis extabat Arcupintum, cuius loci nomen tantum superest, et Cantarellum, ubi prope locus Gualdum seu Gualdellum, ecclesia S. Salvatoris, obedientia monasteri S. Gregori maioris a qua deinceps quidam vicus S. Salvatoris de ille monache dictus fuit. In viciniis nunc occurrit Afragola, tunc Afraore, ex illorum locorum destructione adauctum.
Ibi campus S. Severini et formae veteris aquaeductus, unde Cantarelli supra memorati nomen
». Cioè, verso il 1000, a mille passi dall'attuale Frattamaggiore verso Napoli e ad oriente, si trovava il villaggio di Arcopinto (di cui oggi appena sopravvive il nome), e quello di Cantarello; nelle vicinanze una specie di bosco e anche di palude; poi la chiesa di S. Salvatore, che dipendeva dal monastero napoletano di S. Gregorio maggiore. Da questa chiesa trasse nome un altro villaggio, S. Salvatore delle monache. In queste vicinanze sorse Afragola, che fu incrementata dalla distruzione di questi precedenti villaggi. Vi si trovava anche il «campus» di S. Severino, e le strutture di un vecchio acquedotto (di qui dovette trarre nome lo stesso villaggio di Cantarello).
Lo stesso Capasso ha letto un documento importantissimo datato al 1130 o 1131, scritto in caratteri longobardi. Per la prima volta, secondo il Capasso, si aveva menzione di Afragola. Nello stesso documento, in cui si descrivono concessioni di vari fondi rustici fatte all'abbate del monastero napoletano dei SS., Severino e Sossio, si fanno anche cenni di altri villaggi, allora fiorenti: Licignano (presso Casalnuovo), Sant’Arcangelo (presso Caivano, ed ora solo pochi ruderi), Cantarello, S. Salvatore delle monache, villaggio e chiesa di S. Martinello e di Maria, di Mugnano, Crispano, Calvizzano, PugIiano, Qualiano. Si parla ancora della terra di S. Giorgio e di S. Maria. Cioè, al 1131 almeno dovevano esistere due benefici, rispettivamente intitolati a S. Giorgio e a S. Maria, da cui dovettero trarre origine le due omonime chiese parrocchiali, tuttora fiorenti.
Da qualche documento di epoca normanna possiamo andare ancora indietro alla data del Capasso, cioè del 1131. Infatti è dell'agosto del 1143 una «carta di donazione», richiesta da un tal «Pagano, figlio del fu Nicola, de la Frahola», e dalla moglie Mansa, che donavano un terreno della estensione di 22 quarte, nella contrada di Cupolo non lungi da Aversa. E' evidente che la esistenza di Afragola debba per lo meno anticiparsi di un ottantanni. Nel «Codice Diplomatico Normanno», di Alfonso Gallo, molti documenti danno cenni di Afragola. Vogliamo ancora ricordare che, tra i villaggi preesistenti alla città di Aversa, e poi distrutti, v'era anche Casapascata, una antica «villa», già ricordata da Pietro Diacono. L'illustre storico ricorda che questa villa, esistente in Liburia, nel 1105 fu donata ai Benedettini da Vilmundus della Afabrola (cioè era nativo di Afragola).

Il grande affresco e la fondazione del Casale - La leggenda che Afragola sia stata fondata da Ruggero il Normanno, manca di ogni fondamento storico. Nel 1886, il pittore Moriani, chiamato ad affrescare il salone comunale, volle raffigurarvi l'omaggio del popolo al Sovrano, che gli avevano suggerito come fondatore della città. Il gran quadro, che adorna il cielo della vasta sala, presenta sullo sfondo di una selva lontana la maestosa figura di Ruggero, circondato dai primi coloni soldati, e in atto di dare loro il possesso delle terre loro assegnate. A fare lieta accoglienza al Re, accorrono gioiosi i contadini che si trovano per quelle campagne, mentre fanciulli e giovanette curve al suolo si danno grande premura di raccogliere le rosse e piccole fragole, ed in gara festosa ne fanno dono al beneamato Sovrano. Ciò vuol dire che mille anni addietro il terreno agrario afragolese produceva anche le fragole; tuttora lo stemma di Afragola raffigura appunto un rametto che porta delle fragole. Se si trattasse, nel termine di Afragola, di una a privativa (e cioè senza fragole), e non derivativa, l'andare in giro con uno stemma che presenta fragole, o è una provocazione, o è una ridicolaggine; del che bisognerebbe far giustizia. Lo stesso nostro storico locale, il Castaldi, che scriveva nel 1830, nelle sue «memorie » afferma che Afragola «ha preso sicuramente il suo nome dalle Fragole, e dall’a privativa, che vuol dire absque fragis, perché la coltivazione di queste piante sì comune in Fratta Maggiore, in Cardito, ed in altri paesi limitrofi non è stata in uso presso gli Afragolesi ne' tempi scorsi, per quanto è a mia notizia, né v'è attualmente». Dobbiamo riconoscere che il Castaldi, discutibile storico ma buon umanista e uomo di legge, era poco e male informato. Infatti, il terreno afragolese produce fragole. Inoltre, riguardo alla fondazione, il Castaldi scrive: « E' vecchia tradizione, che sotto il Re Ruggiero I, fondatore di questa monarchia, il Comune di Afragola cominciò a sorgere sulla Regia strada di Caserta propriamente nel luogo denominato la Regina tra Arco Pinto, e Cardito, dove si costruì benanche una Chiesa dedicata a S. Martino, e che poco tempo dopo, per isfuggire gl'inconvenienti del continuo passaggio delle truppe, fu trasferito nel sito, ove attualmente si trova ».
Contro i molti, i quali affermano che Afragola sia stata fondata da Ruggero I o Ruggiero, tra il 1139-1140, facciamo notare non solo che la cittadina già precedentemente esisteva, ma ancora che Ruggero I si era spento nel 1101, mentre è Ruggero II che viene a morire nel 1154. Che Afragola cominciasse a sorgere nel 1140, al tempo di Ruggero I, fu affermato prima dallo Stelleopardis, poi dal Giustiniani; Castaldi, senza rendersi conto di quanto riafferma, ripete l'errore dei due dimenticando, tra l'altro, che già da 39 anni, nel 1140, il I Ruggero era nella tomba. Non vogliamo negare a priori questa incipiente opera di colonizzazione operata dal Sovrano napoletano, chiunque esso sia; d'altra parte ad Afragola non dovevano mancare terreni boschivi, e forse anche paludosi, al confine coll'agro acerrano, per dove scorreva il Clanio. Ma non poteva pretendere di fondare una cittadina il Sovrano, con un piccolo gruppo di famiglie che venivano ad abitare sulla nostra terra. Afragola era già esistente, e doveva avere anche una certa importanza se il Sovrano la scelse perché desse ospitalità a questo gruppo di famiglie di ex-combattenti (in gergo nostro), che creavano una prima rete di «poderi ».

Le antiche famiglie - Che il Ruggiero avesse preteso fondare una città con 10 famiglie, ci sembra un po’ poco. Lo Stelleopardis, alla cui paternità si è voluto attribuire la storia delle nostre origini, con tutte le possibili conseguenze, ritiene che i soldati premiati appartenessero alle seguenti famiglie: Castaldo, Fusconi, Iovini, Muti, Tuccillo, Commeneboli, Fortini, del Furco, Cerbone, de Stelleopardis; di queste, le prime otto nel 1140 vennero ad abitare e a fondare Afragola; le ultime due vi si trasferirono, da Napoli, solo quando Afragola passò sotto il dominio dell'Arcivescovo di Napoli. Dopo la fondazione, altre famiglie vennero ad abitare Afragola: Laezza, Cimini, Costanzo, Russo, Piscopo, Caponc, Guerra, Herrichelli, de Silvestro, Zanfardini, e altre. Su queste famiglie, ritenute fondatrici, noi abbiamo le nostre giuste riserve; e dobbiamo lamentare che la storia locale non si scrive ripetendo il Castaldi il Giustiniani, ed il Giustiniani lo Stelleopardis. Le conseguenze sono poi molto evidenti; ed è il «vero storico» a soffrirne le conseguenze.
Le antiche famiglie, che abitarono Afragola nel periodo angioino, e che abbiamo potuto raccogliere dalle testimonianze dei ricostruiti Registri angioini, rispondono alle seguenti: Ioannes de Laurentio, Sperindeo, Donatus Fuscus, Neapolitanus de Fusco, lacobus Biscont, Ligorius de Ursone, Petrus de Ursone, Mattheus de Mariliano (queste, riferite agli aa. 1271-1272). Per gli aa. 1272-1276, ricordiamo ancora di altre famiglie: Fredericus Castaldus, Robertus Tubinus, Andreas de Tamaro, Iohannes de Presbitero, Peregrinus de Presbitero, Iacobellus de Dopno Petro, Stephanus Fallata, Composita Mulier, Pascalis Campaninus, Anselmus Tubinus et Dopna Pellegrina.
Agli anni 1277-1279 troviamo registrate le famiglie che seguono; ripetiamo i soli cognomi: Mutus, de Falco, Biscontus, de Pagano, Iubinus, Tassatore, Folleca, Carbonis, Castaldus, Guercius, de Avella, de Presbitero, Paganus, Campaninus, Cimina, de Sancto Georgio.
Negli anni 1324-1325, e 1341-1342, erano abilitati per l'esercizio della professione di medico, rispettivamente, gli afragolesi Francesco di Iubino, e Stefano di Oferio.

Afragola dal medioevo ai tempi moderni
Possiamo scorgere vestigia di feudalità ad Afragola, fin dal 1278, ai tempi cioè di Re Carlo I. In un diploma di Re Carlo si legge di un tale Paolo Scotto, che possedeva un feudo nel Casale di Afragola, nel luogo detto «a la Fracta», in altro, si parla di una terra feudale sita nella palude di Afragola, nel luogo che si dice « Accomorolum ».
Sotto Re Carlo II, in un altro diploma si parla di un tale Pandolfo Gennaro, il quale possedeva beni feudali nel casale di Afragola, nel luogo detto Arco Pinto. Lo stesso Carlo II aveva concesso in feudo al suo medico, Raimondo di Odiboni, le cesine di Afragola per i servizi resi, e da rendere alla camera reale. Le cesine erano, a quei tempi, terreni una volta boscosi e poi resi alla cultura, col tagliarsi gli alberi, col bruciare le ceppaie e i tronchi degli stessi. Il medico a sua volta doveva corrispondere un certo quantitativo di zuccaro: «zuccari albi boni rosacei libras decem donec vixerit». Più tardi queste cesine furono comprate da Guelielmo de Brusato, che acquistava da Giovanni Protomedico. L'indicazione della vecchia strada Cesinola è ancora viva nel linguaggio del popolo; anche se si è provveduto, con scarsa intelligenza, a cambiare la intestazione in Via Toselli. Le Cesine dovettero quindi essere un feudo di una certa consistenza. Beni feudali in Afragola possedette anche Ermigaldo de Lupian.
Lo sfortunato afragolese, fin da tempi antichi, sente proiettarsi, sul povero paesello, l'ombra sinistra del feudatario avido sempre di spillare danaro dalle modestissime risorse economiche della cittadina agricola, che viveva esclusivamente del lavoro dei campi. Quanto duro e quanto incerto nel raccolto, non è a dire. Sono pagine dolorose nelle quali lessero i nostri nonni. E fu purtroppo la volta anche della stessa Curia arcivescovile di Napoli. Al tempo di Re Roberto (1309-1343) nei documenti si parlava di «annui census eidem Neapolitanae Ecclesiae pariter debiti»; e un censo raggiungeva l'onere «unciarum auri duarum». Sia l'arcivescovo di Napoli che la chiesa metropolitana possedettero in Afragola censi e feudi rustici, con abitanti addetti a questi fondi; e solo impropriamente abbiamo spesso sentito chiamare costoro, «vassalli». Al tempo di Roberto, gli afragolesi si erano già riscattati dall'arcivescovo napoletano. Mai, quindi, la chiesa metropolitana o l'arcivescovo di Napoli si sono intitolati baroni della parte feudale di Afragola. In dominio però dì quella Chiesa erano due piccoli villaggi: S. Salvatore delle monache, fiorente ancora verso il 1200, nel distretto di Afragola, e Lanzasino, poi distrutto, ma precedette l'attuale Arzano.
Non sappiamo quali siano state le origini della feudalità afragolese; se cioè ebbe luogo col nascere della città, o se vi si introdusse per l'incorporazione di paesi ad essa successivamente aggregati. Una cosa è certa, che cioè non tutta Afragola fu feudale, ma solo parte di essa, con molta probabilità quella parte dove si stendevano le due chiese, quella di S. Giorgio e l'altra di S. Marco. Infatti, nel distretto della parrocchia di S. Giorgio si trovava il palazzo baronale, al cantone della strada detta di Avignone, più tardi trasferito nel castello, presso la stessa chiesa di S. Giorgio, di cui tuttora esiste la gran parte, anche se ha subito varie trasformazioni.
Quando si parla di parte feudale, il discorso si fa, in un certo senso, piuttosto intricato e difficile. Comunque, tra i vari possessori del feudo, si fa il nome del salernitano Tommaso Mansella. Questi, a sua volta, vendeva a Roberto Conte di Altavilla, Afragola e Marianella. Afragola fu posseduta dal conte di Trivento, il quale, col patto «de retrovendendo», vendeva poi a Gualtieri Galeota; fu posseduta ancora da Marino De Martino, fratello uterino di Errico Dentice, che mori senza prole, ed ebbe «certas terras» in Gesualdo ed in Afragola. Tali vicende della parte feudale si inseriscono in un arco di tempo piuttosto breve, cioè dal 1337 al 1350. Si tratta, nel caso nostro, di semplici tenute feudali senza abitanti, o anche di qualche locus abitato, sito nel territorio di Afragola, ma distaccato dal medesimo comune. In effetti poi le cose stavano diversamente per la vera parte feudale di Afragola, che la famiglia di Durazzo, verso il 1337, comprò dalla famiglia d’Ebulo; e che, nel 1381, Carlo III di Durazzo, re di Napoli, vendette alla famiglia Capece-Bozzuto. Questa farmiglia, per circa due secoli, fu in possesso della parte feudale. Nel 1576 fu quella obbligata a venderla alla medesima Università di Afragola. Nella nota esibita da Paolo Bozzuto per la vendita si fa menzione del vecchio castello afragolese, che si definisce «commodo... et grande», per 5000 ducati; per il quale prezzo il Comune di Afragola concordò l'acquisto, segno che dovesse essere allora in ottimo stato. Il Castello formava come una grande isola, protetta dà torrioni e fossato. Eliminando quest'ultimo, fu poi sistemata l'ampia rotabile, sulla quale guarda la imponente chiesa di S. Giorgio. Più tardi, il Comune fu costretto ad alienare parte del castello a favore di «particolari », per private abitazioni. Circa la terza parte del castello, pervenne nelle mani della famiglia Grossi, e poi, per ducati 1098, dal parroco Russo della chiesa di S. Giorgio, nel 1685. Dal prezzo pagato risalta il pessimo stato dello stabile.
Nel 1690 la Parrocchia alienava, per 1600 Ducati, la parte del castello alla principessa Caterina Morra. Nel 1726, la famiglia Morra vendeva lo stabile, ormai inabitabile, a Gaetano Caracciolo del Sole dei Duchi di Venosa, per la somma irrisoria di 1000 D. Il Caracciolo rifece lo stabile ab imis, e lo ornò fastosamente. Fece anche murare una lunga epigrafe, nella quale ricordava che la regina Giovanna II frequentemente venisse a distendersi nelle battute di caccia della Selvetella, e si accompagnava, per l'occasione, al suo fedelissimo favorito Sergianni Caracciolo, che Gaetano Caracciolo riteneva suo chiaro antenato. Le vicende leggendarie, frequenti nel popolino, attorno alla regina Giovanna, pare che debbano attingere, per gran parte, alimento, da quel marmo; manca in merito una documentazione storica.
Alla fine del ‘700, lo stabile ancora una volta si ridusse ad uno stato di abbandono. Questa volta ebbe considerevoli riparazioni dal Sac. Ienco, che promuoveva ora la istituzione di un orfanotrofio, approvato con regio assenso nel 1798. Nel 1805, il Sacerdote Ienco e i fratelli Fatigati acquistavano dai Caracciolo del Sole, a titolo di enfiteusi affrancabile, quella parte del Castello, per un canone annuo di 153 ducati.
Attualmente, accoglie una interessante istituzione socio-educativa, diretta dalle Suore Compassioniste, ospitate ad Afragola da un secolo.
Cesare Capece Bozzuto, barone della parte feudale di Afragola, è anche noto per la vertenza che ebbe con Angelo Como, nel 1490; il Capece pretendeva di impedire la costruzione delle case (che poi formeranno Casalnuovo), perché quelle sorgevano su un territorio, che era di sua giurisdizione. E' chiaro che chi possedeva la parte feudale di Afragola, si intitolava barone dell'intero Casale. Così, nel 1305 Guglielmo Grappino o Glabbino, possedeva la parte feudale di Afragola e vi costituì le doti di sua moglie, Giovanna de Glisis. In una carta del 1313 si legge di questa donna: «Domina Afragole Joanna de Glisis»; cioè Ioanna de Glisis era domina di Afragola. Impossibilitati a tracciare, dettagliatamente, le vicende della feudalità afragolese, possiamo appena fissare qualche punto: Nel 1330 Nicola di Ebulo, conte di Trivento, teneva e possedeva «immediate» dalla Regia Curia il Casale di Afragola, nella parte feudale; nel 1337 Nicola pensò vendere ad una società commerciale fiorentina, quella di De Peruciis; il Sovrano, in giugno, aveva anche dato il suo assenso per l'alienazione; che, con molta probabilità, mai fu portata a realizzazione. In effetti, nel medesimo periodo di tempo, questa parte feudale venne alienata a favore dei fratelli Carlo duca di Durazzo, Ludovico e Roberto, i quali, nel 1337, comprarono da Nicola di Ebulo, conte di Trivento, il casale di Afragola, sito nelle pertinenze di Napoli; cioè, quella medesima parte del casale, che costituiva il feudo.
Carlo duca di Durazzo, uno dei tre compratori del feudo, aveva sposata una sorella della Regina Giovanna I, di nome Maria e finì giustiziato nel 1348, ad Aversa, per ordine di Ludovico Re d’Ungheria, giunto a Napoli per rivendicare la morte del fratello Andrea, soppresso proditoriamente nel castello angioino di Aversa, con la supina acquiescenza della bella e fatale moglie Giovanna.
Carlo, figlio di Ludovico duca di Durazzo, aveva sposato Margherita, nipote della Regina Giovanna I, e quindi la più prossima alla successione del Regno. Divenuto intanto Re di Napoli, nel 1381, col nome di Carlo III di Durazzo, d'accordo con la moglie Margherita, vendeva la parte feudale di Afragola ereditaria «tanquam patrimonialem ex successione quondam progenitricis eorum». Vendevano, così, alla famiglia Capece-Bozzuto di Napoli, con pubblico istrumento, in data 2 maggio 1381. Avevano in quel periodo urgente bisogno di realizzare danaro per difendere il Regno contro Ludovico duca d'Angiò, che tentava di invaderlo.
Quella vendita è ratificata e approvata anche da Giovanna duchessa di Durazzo, la quale intervenne alla celebrazione dell'Istrumento, per quei diritti che a lei potevano spettare. Il prezzo convenuto ridotto alla moneta corrente (nella valutazione che il Castaldi ne faceva nel 1830) ascendeva a circa 4500 ducati. Il documento fu stipulato, in Castel dell'Ovo, il 2 maggio 1381.
Giacomo, Giordano, e Giovannello Capece-Bozzuto, fratelli, compravano, chiaramente, solo la parte feudale di Afragola, mentre l'altra rimaneva in potere del Regio Demanio. Giovannello, col figlio Nicola Maria, il 1° gennaio 1419, per sovrana concessione della Regina di Napoli, Giovanna II, aveva anche la giurisdizione della parte feudale di Afragola. A Nicola Maria, nel 1465, successe il figlio Pompeo Capece-Bozzuto. Nel 1490 venne in possesso del dominio Cesare Maria Capece-Bozzuto. Nel 1513 a Cesare seguì Giovanni Capece-Bozzuto. Nel 1548 a Giovanni succede Trojano Capece-Bozzuto; nel 1557, a Troiano successe Ludovico; nel 1571, a Ludovico, successe Paolo Capece-Bozzuto, l’ultimo possessore della parte feudale di Afragola.
Nel 1575, Paolo Capece Bozzuto avanza all'autorità viceregnale del tempo, una domanda, con cui voleva comprare anche la parte demaniale della nostra Afragola, e nel contempo fa una offerta di 7000 ducati per il Regio Fisco. L'università di Afragola, mai avrebbe potuto consentire che ancora i baroni avessero continuato a intitolarsi padroni dell'intero paese, e avessero continuato a maltrattare i cittadini. Era questo il momento opportuno per il riscatto, per riacquistare le libertà civili. E fu la volta buona. Memore delle varie controversie, dibattutesi tra il Barone e la Università (o Comune, come nel nostro gergo), l'Università presenta l'offerta per la compera sia della parte demaniale, in ducati 7000, che per la parte feudale, nonché per i beni burgensatici, che la famiglia Bozzuto possedeva sul posto, in ducati 20.000, onde esimersi evidentemente da ogni eventuale molestia.
L'offerta era stata presentata da parte del Comune; ma, in data 22 dicembre 1575, il regio Consiglio Collaterale, con apposito decreto ammetteva l'offerta già fatta dal Bozzuto, dei 7000 ducati, offerti al R. Fisco per la compera della parte demaniale di Afragola; ma soggiungeva che, se tra un mese la Università di Afragola avesse offerto e depositato nel pubblico banco la somma di ducati 27000 (vale a dire, 20000 ducati quale prezzo della parte feudale e ogni altro fondo e diritto spettante al barone Paolo Bozzuto, e 7000 ducati dovuti alla Regia Corte per la parte demaniale), la stessa università avrebbe dovuto esser preferita nella compera, e quindi l'intero casale avrebbe dovuto rimanere nel perpetuo demanio.
Il Comune adempie alla offerta e al deposito della somma in parola; perciò il Collaterale, con decreto del 12 gennaio 1576, dispone e fa obbligo al barone Paolo Bozzuto di vendere la parte baronale con qualsivoglia altro diritto, il castello, e altri beni posseduti in Afragola, secondo la nota medesima dallo stesso esibita alla università del comune, per la somma di ducati 20000 richiesta, e di fare le debite cautele.
Con il medesimo decreto si faceva ordine alla Regia Corte di vendere altresì alla stessa Università la parte demaniale spettante alla medesima R. Corte per la somma di ducati 7000. In tal modo l'intero casale rimaneva nel perpetuo demanio; si ordinava anche di stipulare le cautele corrispondenti. Queste, per quanto riguardava il R. Fisco, furono stipulate il 1° febbraio 1576, per notar Tommaso Agnello Ferretta. Da parte sua, il Comune di Afragola stipula le cautele e paga a Paolo Bozzuto i 20000 ducati. Nell'istrumento con la Regia Corte si conveniva ancora, espressamente, che, ove mai per una imperiosa circostanza e molto grave motivo e non senza una particolare ingiustizia, il Casale avesse dovuto esser altra volta venduto, a ogni altro acquirente avrebbe dovuto esser venduto, tranne ad appartenenti a rami della famiglia Capece-Bozzuto.
Il Chioccarelli accenna ancora ai vassalli di Afragola, che erano sottoposti alla Chiesa arcivescovile di Napoli. Dobbiamo ricordare che gli arcivescovi di questa chiesa non erano padroni dell'intero casale, bensì solo dì una parte. Anzi, il nostro storico era della convinzione che alcune famiglie afragolesi, o meglio alcuni uomini, fossero stati vassalli della Chiesa di Napoli. Ma, quando scriveva il Chioccarelli, la Chiesa napoletana già non teneva più quei vassalli; né si conosceva il come e il quando in cui li avesse perduti. Ma possedeva immense ricchezze terriere, delle quali tuttora permane la triste memoria. Di questo argomento vogliamo spendere un più ampio cenno.
Siamo dinanzi ad un episodio che merita di essere considerato nel suo giusto valore. Il Chioccarelli ci informava che in Afragola si trovassero alcuni vassalli della Chiesa Cattedrale di Napoli, e riferiva che l'arcivescovo Ajglerio nel 1279 avesse avuto controversia circa il pagamento dei tributi dovuti al Regio Fisco. Dai quali tributi l'arcivescovo aveva sostenuto dovessero esser esenti i suoi vassalli, tra i quali sono da menzionarsi quelli di Afragola. L'Ajglerio pertanto aveva potuto ottenere che alcuni altri vassalli, in stato di carcerazione, fossero stati rimessi in libertà, e non affatto molestati per il pagamento dei tributi, fino a quando la questione non fosse stata regolarmente decisa.
Nel medesimo tempo, l'arcivescovo aveva potuto ottenere dal re Carlo Il che avesse ordinato che animali e altri beni, messi sotto sequestro, in danno di quei vassalli, venissero restituiti ai medesimi proprietari, ma con una cauzione. I rapporti tra l'arcivescovo di Napoli ed il Re di Napoli vanno, adeguatamente e opportunamente, chiariti. Giacché dobbiamo ricordare che Carlo I d'Angiò aveva ottenuto da Papa Urbano IV la investitura di Re di Napoli, nel 1266, a patto però che, annualmente, dovesse versare nelle casse della Sede papale la somma - non certo indifferente a quei tempi, anzi addirittura scandalosa - di ben 40.000 ducati. Ogni ducato corrispondeva, nella valutazione del tempo, e anche più tardi, a lire 4,20. Ma una somma di quei tempi, in ragione di 170 mila lire, era una autentica estorsione, una rapina. Non vi erano acque tali da soddisfare questa santa sete. Ma il Sovrano mai avrebbe potuto mantener fede a questo impegno che lo vincolava nei riguardi della Sedia papale. Fu allora che venne ad un accordo con l'arcivescovo di Napoli - era allora vescovo, Mons. Bernardo Caracciolo - per contrarre un debito in solutum, per once 200 di oro. In cambio cedeva al Caracciolo, come vassalli, civiliter tantum, gli abitanti della villa delle fragole.
Una triste pagina di storia, sulla quale avremmo voluto far calare il velo della cristiana carità e comprensione; ma ce lo impediva il nostro dovere coerente e responsabile di studiosi ed elaboratori di cose storiche.


La soffitta-biblioteca di Don Gaetano