AGGIORNAMENTI SUL
PATRIMONIO ARTISTICO
DI ALCUNE CHIESE
DEL COMPRENSORIO ATELLANO
ATTRAVERSO I DOCUMENTI D’ARCHIVIO
FRANCO PEZZELLA
I riscontri tra i numerosi documenti di archivio pubblicati negli ultimi anni da
alcuni storici d’arte napoletani e le ricerche che da anni vado conducendo sul
patrimonio artistico conservato nelle chiese e nei monasteri del comprensorio
atellano mi hanno consentito di collegare diverse opere, fin qui ritenute anonime,
ad importanti personalità artistiche operanti a Napoli e più in generale nel territorio
del suo Regno tra i secoli XVII e XVIII.
Si tratta, per entrare subito nel merito della trattazione, di due manufatti
marmorei, di una statua lignea e di due dipinti.
L’opera più antica del gruppo, datata al 1693, è costituita da una statua lignea,
conservata nella chiesa parrocchiale di Casapuzzano, l’antico borgo medievale
oggi frazione di Orta di Atella, raffigurante San Michele Arcangelo, titolare della
chiesa e Patrono della piccola località (1). Ne è autore, come c’informa la seguente
partita di pagamento estinta il 7 gennaio di quell’anno ritrovata dal Rizzo in un
giornale copiapolizze dell’antico Banco della Pietà di Napoli, lo scultore, estesino
di nascita ma napoletano di adozione, Giacomo Colombo: «Ad Antonio d’Errico,
ducati 20 a Giacomo Colombo scultore a compimento di 115 ducati, per
l’intero prezzo di una statua del glorioso San Michele Arcangelo di legname
che detto Giacomo ha fatto per servizio della Parrocchiale Chiesa del
castello di Casapuzzano iuxta le misure e patti convenuti con tutte
soddisfazioni dal duca di San Valentino ed anche di Giovanni Domenico
Vinaccia scultore» (2).
Il santo è rappresentato, secondo la consueta iconografia, rivestito della lorica
di centurione romano con l’elmo, il cimiero e lo scudo. Nella mano destra,
sollevata sulla testa, brandisce una spada, mentre con l’indice dell’altra mano,
indica, in segno d’accusa, il diavolo, rappresentato con le sembianze di un drago,
disteso ai suoi piedi; con la stessa mano sorregge una bilancia. Com’è noto la
pesatura delle anime (psicostasia) per stabilire la loro giusta ricompensa è,
insieme alla protezione del cristiano militante, uno dei compiti riconosciuti
all’Arcangelo Michele dalla Chiesa cattolica, così come lo era stato per Hermes
(Mercurio per i latini) nella religione greco-romana (3).

Orta di Atella loc. Casapuzzano (CE),
Chiesa di San Michele, G. Colombo,
San Michele Arcangelo (1693)
La scultura si colloca nella fase della prima maturità del Colombo, quando,
dopo aver superato i condizionamenti del lungo apprendistato presso il maestro
Domenico Di Nardo, mentre era ancora nel pieno di un “furore” creativo senza
pari, già volgeva l’attenzione verso le istanze rococò che si andavano affermando.
Si osservino, in proposito, i tratti delicati e la superficie arrotondata del viso, i
soffici boccoli della capigliatura. L’opera, in cui appaiono notevoli i punti di
contatto con il San Michele realizzato su modello di Lorenzo Vaccaro da Giovan
Domenico Vinaccia per la cappella di San Gennaro nel Duomo di Napoli, può
essere pertanto collocata, a ragione della qualità scultorea, del dinamismo e della
particolare eleganza, fra i risultati più ragguardevoli della produzione
dell’artista.
Giacomo Colombo (Este, Padova, 1663-Napoli, post 1728) di cui solo da
poco si è cominciati a valutare con la dovuta attenzione il percorso artistico, fu,
oltre che scultore in legno, artefice di diverse opere in marmo (i monumenti di
Anna Maria Arduino e di Nicola Ludovico, principi di Piombino, nella chiesa
di San Diego all’Ospedaletto di Napoli, l’Eterno Padre nel Cappellone di San
Domenico nell’altra chiesa napoletana di Santa Caterina a Formello, il Carlo
VI d’Austria, nella chiesa di Santa Teresa agli Studi, sempre a Napoli), nonché
di modelli in creta per argentieri, fra i quali un San Gennaro per la Certosa di
Padula tradotto in argento da Nicola Russo nel 1708.
Delle numerose sculture in legno dovute alle sue mani e a quelle dell’attivissima
bottega, mi limiterò in questa sede a ricordare - non prima tuttavia di rinviare il
lettore interessato ad una maggiore conoscenza della sua attività ai saggi di
Borrelli (4) e della Gaeta (5) - solo quelle conservate in zona, vale a dire: il
Sant’Antonio da Padova della chiesa di San Cesario a Cesa, l’Ecce homo
e il Sant’Andrea nella chiesa omonima di Gricignano d’Aversa, l’Arcangelo
Raffaele nella chiesetta della Pietà ad Aversa, il San Francesco da Paola e
la Sant’Anna con la Madonna bambina nella chiesa di Sant’Elpidio a Sant’Arpino,
il Gesù Trasfigurato nella chiesa della Trasfigurazione a Succivo, il Sant’Antonio
abate della chiesa dell’Annunziata a Frattamaggiore (6).
Nel documento di allocazione del San Michele di Casapuzzano abbiamo trovato
citato, quale estimatore dell’opera del Colombo, Giovan Domenico Vinaccia.
Il nome del poliedrico artista sorrentino ritorna ancora una volta, sempre in
qualità di stimatore, nella seconda opera che vado a presentare: una coppia di
putti capialtare in marmo di mano dello scultore napoletano Lorenzo Vaccaro,
conservati nel Santuario dell’Immacolata Concezione a Frattamaggiore ma
provenienti dalla Chiesa dell’Annunziata di Aversa. I due manufatti realizzati nel
1694 insieme ad altri lavori d’intaglio per l’Altare maggiore della chiesa aversana,
furono, infatti, stimati, come si apprende dalla seguente partita di pagamento,
trascritta ancora una volta dal Rizzo da un giornale copiapolizza del Banco di
Santa Maria del Popolo di Napoli, oltre che da numerosi esperti, anche dal
Vinaccia: «A Gaetano Sacco, ducati 41 a Lorenzo Vaccaro, scultore di
marmi, a compimento di ducati 150, atteso li altri l’hava ricevuti per nostro
medesimo banco, e sono in conto delli pottini e intaglio che deve fare per
l’altare maggiore della Chiesa della Annunziata di Aversa, da stimarsi
detto lavoro del magnifico ingegnero Giandomenico Vinaccia, e altri
esperti, e per esso a Domenico Antonio Vaccaro per altritanti» (7). In
realtà il Vinaccia era stato l’artefice principale dell’altare, alla cui realizzazione
avevano collaborato, tra gli altri, il marmorario napoletano Gaetano Sacco,
l’argentiere Matteo Paglia, che aveva eseguito il paliotto d’argento su disegno
di Francesco Solimena, e giustappunto il nostro Vaccaro, assistito dal figlio
Domenico Antonio, appena sedicenne, cui erano peraltro destinati i 41 ducati
della polizza di pagamento in oggetto (8). Echi dell’intervento vaccariano
nell’Annunziata di Aversa si avvertono altresì nella Platea di questa chiesa
dove è registrato che l’altare fu ornato da «li Pottini» e da un «Portello della
custodia di rame indorato» che «si fece da Lorenzo Vaccaro» (9).
Quanto alle ragioni per cui queste due sculture, originariamente concepite per
l’Altare maggiore della chiesa aversana, siano poi approdate a Frattamaggiore,
va ricordato che essendo crollata la mattina del 21 ottobre 1826 la cupola della
chiesa con la conseguente rovina dell’altare sottostante, i Governatori della Real
Casa Santa dell’Annunziata, nelle cui pertinenze cadeva il sacro luogo,
deliberarono di erigerne uno nuovo e mettere in deposito ciò che rimaneva
del vecchio (10). Sicché quando nel 1866 si stava concludendo l’edificazione
del santuario frattese, il rettore incaricato don Francesco Rossi e il parroco
della chiesa di san Sossio don Zaccaria Del Prete, allo scopo di abbellirla,
acquistarono i due angeli e li fecero sistemare nei corni dell’Altare
maggiore (11).

Frattamaggiore (NA),
Santuario dell’Immacolata, L. Vaccaro,
Putto capoaltare (1694)
La qualità delle due teste alate, simili a quelle realizzate dallo stesso Vaccaro
per l’Altare maggiore della Chiesa di Santa Maria di Donnalbina a Napoli nel
1699, è altissima: qui il nostro, con un virtuosismo che non esiterei a definire
supremo per l’apporto scarso o quasi del tutto inesistente del trapano, riesce
ad ottenere eleganti e misurati effetti plastici e chiaroscurali che hanno pochi
eguali nella coeva produzione scultorea.
Allievo di Cosimo Fanzago, Lorenzo Vaccaro (Napoli 1655-Torre del Greco
1706) esplicò una varia ed intensa attività di scultore, argentiere, pittore ed
«architetto ornamentista». Le sue prime opere si datano al 1673 quando
eseguì per la facciata del Conservatorio dell’Annunziata di Napoli una statua
dell’Annunciazione e un puttino (opere entrambe perdute) su disegni di
Dionisio Lazzari. Con l’argentiere Antonio Monaco, nel 1679, sempre per
l’Annunziata, eseguì una statua d’argento di san Filippo Neri. Nel 1690
eseguì anche quattro dipinti su tela con ritratti della famiglia del Duca di
Morciano. Degli stessi anni sono le quattro Parti del Mondo, in argento, per
la Cattedrale di Toledo. Poi fino alla fine del secolo è un susseguirsi di opere
tra cui si segnalano: l’Altare maggiore con Tabernacolo nella Chiesa di san
Domenico Maggiore a Napoli, il bassorilievo con il Martirio di san Gennaro
per la Chiesa dei Cappuccini di Pozzuoli, l’Altare per la Cappella del Principe
di Trecase nella Chiesa di san Pietro ad Aram a Napoli. Tra il 1700 e il 1706,
quando fu assassinato da due sicari mentre era in un fondo di sua proprietà a
Torre del Greco, Lorenzo Vaccaro portò a compimento il modello per la statua
equestre di Filippo V (Madrid, Museo del Prado), il modello in creta per una
statua in argento di san Sebastiano, che è da identificarsi nella famosa statua
tuttora esistente del Duomo di Aversa, i puttini della Cappella di san Bruno
nella Certosa di san Martino a Napoli, il pavimento di marmi intarsiati nella
Cappella di san Giovanni Battista della stessa Certosa, lasciando incompiute
le statue marmoree per le stesse cappelle, poi portate a compimento dal figlio
Domenico Antonio (12).
Ben due, invece, i dipinti che i documenti ritrovati da Umberto Fiore
consentono di attribuire al pittore settecentesco napoletano Nicola Malinconico,
già documentato in zona, insieme ai figli Carlo e Pietro e al nipote Orazio,
da numerosi dipinti e affreschi.
Il primo documento, costituito da una partita di venti ducati estinta il
13 settembre del 1708 e registrata in un giornale copiapolizze dell’antico
Banco del Salvatore di Napoli recita: «Ad Orazio Turco d. venti e per esso
al Conte Nicola Malinconico e sono a compimento di d. duecento per lo
quadro fatto all’Intiempiatura della Venerabile Chiesa dello Spirito Santo
della terra di S. Antimo. Si anco esser intieramente sodisfatto della pittura
del soffitto di detta Intiempiatura, come anco esser Intieramente sodisfatto
di tutto l’oro per causa di detta intiempiatura e ne pretendere da detta
Venerabile Chiesa cosa alcuna, sotto qualsiasi altro colore come di
disegni o viaggi di carrozza, essendo da lui intieramente sodisfatto, e
non molestare detta Venerabile Chiesa sotto qualsiasi altra causa per
esser intieramente sodisfatto e per esso a d. Adamiano Musinati per
altri tanti» (13).

Sant’Antimo (NA),
Chiesa dello Spirito Santo, N. Malinconico,
Incoronazione della Vergine (1708)
Il dipinto, raffigurante l’Incoronazione della Vergine, nonostante le disperate
condizioni in cui versa la Chiesa, spoliata quasi del tutto del pregevole patrimonio
artistico di cui era in possesso in seguito ai reiterati furti degli ultimi anni, è tuttora
nell’originaria collocazione (14).
L’Incoronazione della Vergine è uno dei temi maggiormente esaltati dalla pittura
devozionale di ogni tempo perché oltre a costituire la scena finale dei cicli iconici
della vita di Maria è generalmente utilizzato, in chiave allegorica, per esaltare la
gloria della Chiesa, che anche qui, come nelle rappresentazioni della Pentecoste,
è personificata dalla figura della Madonna.
Nella tela che ricorda molto da vicino nell’impianto formale l’analoga
composizione realizzata dallo stesso pittore per la soffittatura della volta centrale
della Chiesa dell’Annunziata a Marcianise, Maria è rappresentata, conformemente
a quella che è la versione più comune del tema, mentre contornata da nubi, è
trasportata nella gloria divina da cori di angeli e di putti. La scena culmina nella
SS. Trinità con Cristo che pone sul capo della Vergine una corona. Manca,
invece, rispetto alla tela marcianisana la schiera degli apostoli genuflessi intenti
ad una sacra conversazione.
Il secondo documento, costituito da una partita di 29 ducati estinta il 17 giugno
del 1727, ben sei anni dopo la morte del pittore, a favore dei figli Domenico
e Benedetto, ci permette di attribuire al Malinconico anche la bella tela con il
Martirio di sant’Antimo che adorna il controsoffitto della Basilica omonima,
ritenuta fin qui, ed è segno della buona qualità del dipinto, opera di Luca Giordano.
Recita, infatti, il suddetto documento: «A D. Antimo Beneduce d. ventinove e
per esso a D. Domenico e D. Benedetto Malingonigo figli et Eeredi del
quondam D. Nicola Malingonigo a compimento di d. trentanove atteso
l’altri d. dieci l’hanno ricevuti contanti disse pagarseli in nomine e parte
e di proprio denaro dell’Università di S. Antimo; e detti d. 39 sono per il
resto delli d. duecentotrenta, atteso l’altri d.190 il quondam D. Nicola li
riceve parte per il mezzo di Banco e parte in contanti, quali d. duecentotrenta
sono per l’intiero prezzo e valore di un quadro grande col Martirio di S. Antimo
per esso quondam D. Nicola venduto a detta Università per l’intiempiatura
della Nuova Chiesa Parrocchiale di detta terra di S. Antimo e con detto
pagamento restano intieramente sodisfatti e per essi a Nicolò Martuccio
per altri tanti» (15).
Nella tela, purtroppo in pessime condizioni di conservazione e bisognevole di
un ormai improcrastinabile restauro, è ricordata con un’affollata scenografia
il Martirio del santo Patrono della città.

Sant’Antimo (NA),
Basilica di Sant’Antimo, N. Malinconico,
Martirio di Sant’Antimo (1721)
Il soggetto è tratto da una composizione agiografica, databile tra la seconda
metà del V secolo e la prima metà del secolo successivo, intitolata Acta Anthimi,
nella quale si tramanda che sant’Antimo, prete di origine asiatica, sarebbe stato
decapitato insieme con altri sei cristiani l’11 maggio del 305, durante le persecuzioni
di Diocleziano, al XXIII miglio della via Salaria in Roma, ricevendo sepoltura
nel vicino Oratorio dov’era solito pregare. Accusato di aver fatto distruggere il
simulacro del dio Silvano con la complicità di un sacerdote seguace di questa
divinità, guarito da una grave malattia grazie al suo intervento, fu condannato
dal proconsole Prisco prima ad essere gettato nel Tevere con una pietra al
collo e solo dopo, essendo sopravvissuto, alla decapitazione (16).
Di Nicola Malinconico (Napoli 1663-1721) sappiamo dalle fonti che fu allievo
per un breve periodo prima di Massimo Stanzione, poi del pittore di nature
morte Andrea Belvedere, cui è ispirata gran parte della sua produzione giovanile,
e infine di Luca Giordano dai cui modi fu influenzato soprattutto nell’uso di un
cromatismo rischiarato da veloci tocchi di luce (17). Incapace però di apprenderne
appieno la maniera, alla partenza di Giordano per la Spagna (1702) si lasciò
sedurre, come molti pittori della sua generazione dalla maniera solimeniana,
caratterizzata in quella contingenza da un temperato classicismo. Invero un
primo contatto con le rassicuranti soluzioni proposte dal Solimena, il Malinconico
lo aveva già avuto nella chiesa di Santa Maria Donnalbina di Napoli sul finire
del secolo (erano gli anni in cui l’abate Ciccio iniziava a sperimentare «il ritorno
all’ordine» che seguiva alle «intemperanze» del Giordano), mentre erano
entrambi impegnati in quella contingenza al rinnovo del corredo pittorico della
chiesa, l’uno attendendo agli affreschi della cupola (distrutti) e al ciclo di tele
con Fatti della Vita di Maria, l’altro con le otto tele della navata centrale
rievocanti Santi e sante dell’Ordine benedettino, le tre tele del soffitto, di
cui due andate perse, e il grande dipinto della controfacciata con Gesù che
entra in Gerusalemme (18).
Per il resto mi limiterò ad evidenziare solo la sua propensione naturalistica e
l’abilità di frescante essendo impossibile elencare in questa sede, la gran mole
di dipinti ed affreschi che egli realizzò non solo per le altre chiese di Napoli
(Croce di Lucca, SS.Apostoli), e dintorni (Caivano, Chiesa di san Pietro;
Capri, Certosa; Aversa, Abbazia di san Lorenzo) ma anche per chiese della
Puglia (Mottola, Cattedrale; Cutrofiano, Chiesa Madre), del Lazio (Gaeta,
Chiesa di santa Caterina), della Calabria, della Sicilia e perfino della lontana
Bergamo (teloni nella chiesa di santa Maria Maggiore).
Note:
(1) Sul patronato di San Michele cfr. P. SAVIANO, La
devozione a San Michele e i suoi aspetti in Casapuzzano, in «Rassegna
storica dei comuni», a. XXVIII (n.s.), nn.110-111 (gennaio-aprile 2002), pp. 49-56.
(2) V.RIZZO, Lorenzo e Domenico Vaccaro. Apoteosi
di un binomio, Napoli 2001, pag. 224, doc. 91.
(3) J.HALL, Dizionario dei soggetti e dei simboli
nell’arte, Milano, 1983, pag.278. Secondo l’autore le similitudini tra i due personaggi
non si esauriscono nella comune funzione di pesatori d’anime bensì troverebbero
nessi sia nell’iconografia, come dimostra un immagine incisa databile ai primi anni
del Cristianesimo nella quale San Michele è raffigurato con il caduceo (verga
magica recante due serpi intrecciati sormontata da un paio di piccole ali che
aveva il potere di provocare il sonno) e il petaso (copricapo con due ali), attributi
entrambi di Mercurio, sia negli sviluppi del culto di San Michele, come dimostra
l’ubicazione di diversi santuari dedicati all’Arcangelo su alture o cime di collina
precedentemente occupate da templi dedicati a Mercurio.
(4) G.G. BORRELLI, Giacomo Colombo, in Civiltà del
Seicento a Napoli, cat. della mostra di Napoli, Museo di Capodimonte, ottobre
1984-aprile 1985, Firenze 1984, pp.167-171.
(5) L.GAETA, Riconsiderando Giacomo Colombo, in Il
Cilento ritrovato. La produzione artistica nell’antica diocesi di Capaccio, cat.
della mostra di Padula, Certosa di San Lorenzo, luglio-ottobre 1990, Napoli 1990,
pp.166-172.
(6) F. PEZZELLA, Sculture lignee di Giacomo Colombo
nell’agro aversano, in «… consuetudini aversane», n. 27-28 (aprile-settembre
1994), pp.23-31.
(7) V.RIZZO, Scultori della seconda metà del Seicento
napoletano, in Seicento napoletano Arte costume ambiente, a cura di R.PANE,
Milano 1983-84, pag.405, doc.n.12.
(8) Si cfr. in merito Lo sviluppo sei-settecentesco di
Aversa e l’episodio urbanistico del Lemitone, a cura di G. FIENGO, Napoli 1997,
pag.102, nota 27 e il documento riportato da G. AMIRANTE, Aversa. Dalle
origini al Settecento, Napoli 1998, pag. 247.
(9) Platea dell’Annunziata di Aversa, Archivio dell’ex
Presidio ospedaliero Santa Maria Maddalena, Lib° sig° litª E 9.
(10) G. PARENTE, Origini e vicende ecclesiastiche
della città di Aversa, Napoli 1857-58, II, pag. 64.
(11) P. FERRO, Frattamaggiore sacra, Frattamaggiore
1974, pag. 76.
(12) Per un regesto dell’opera di Lorenzo Vaccaro
cfr. V. RIZZO, Lorenzo e Domenico Vaccaro Apoteosi …, op. cit., pp.187-191.
(13) M.A. PAVONE, Pittori napoletani del ‘700
Nuovi documenti. Appendice documentaria di U. FIORE, Napoli 1994, doc. 6,
pp.76-77.
(14) Si lamentano in particolare la perdita dei numerosi
dipinti cinquecenteschi dovuti alla mano dei vari Fabrizio Santafede (Madonna del
Rosario e Misteri), Aert Mytens (Immacolata Concezione tra i santi Francesco
da Paola e Agata), Giovan Bernardo Lama (Pentecoste), Giovan Battista Graziano
(Incontro tra i santi Pietro e Paolo), Giovan Bernardo Azzolino (Madonna con
le Anime purganti, Angelo custode e santi), nonché di due altri dipinti di ignoti
manieristi napoletani (Natività, San Nicola fra tre santi Vescovi), di una
seicentesca coppia di angeli in argento, di una acquasantiera dello stesso secolo,
di numerosi candelabri e suppellettile sacra, di un numero imprecisato di marmi
(cfr. Furti d’arte. Il patrimonio artistico napoletano. Lo scempio e la speranza
1981-1994, cat. della mostra di Napoli, Basilica di San Paolo Maggiore, dicembre
1994-febbraio 1995, a cura di I. MAIETTA- A. SCHIATTARELLA, pp. 23, 45-46;
P. SCHIATTARELLA- A.RORRO, Arte rubata. Il patrimonio artistico
disperso e ritrovato, Napoli 1999, pag.68.
(15) M.A. PAVONE, Pittori napoletani del primo
Settecento Fonti e documenti Appendice documentaria di U. FIORE, Napoli
1997, doc.VIII.56, pag. 409.
(16) Acta Anthimi in Bibliotheca Hagiographica
Latina Antiquae et mediae Aetatis, Bruxelles 1898-1909, I (1898-99); suppl.1911.
Per una rapida sintesi sulla figura ed il culto di sant’Antimo cfr. D. IRENEO, S.
Antimo, in Bibliotheca Sanctorum, Roma, II (1962), coll. 62-65.
(17) B. DE DOMINICI, Vita de’ pittori scultori e
architetti napoletani, Napoli 1742-45, III, pp.120 e 446.
(18) G. A. GALANTE, Guida sacra della città di
Napoli, ed. a cura di N.SPINOSA, Napoli 1985, pag.100.