GLI AFFRESCHI RITROVATI DEL CONVENTO
DI S. MARIA DEL CARMINE A S. ANTIMO

MARIO QUARANTA

La presenza monastica sul territorio santantimese si rivela fortissima già all’inizio del XV secolo, quando giunsero nell’allora piccolo paesino di Terra di Lavoro, i frati gerolamiti della Congregazione del Beato Pietro da Pisa, di cui Raffaele Flagiello ci ha fornito un illuminante affresco nel suo volume celebrativo del cinquecentenario della chiesa dell’Annunziata di Sant’Antimo (1).
All’Ordine dei frati pisani si affiancò due secoli più tardi, quello dei Francescani Riformati. La comparsa dei seguaci del poverello di Assisi a Sant’Antimo, risalente al 1614, è da ricollegarsi naturalmente al più ampio progetto di riforma della chiesa cattolica avviato con il Concilio di Trento, un progetto che mira a riconquistare il terreno perduto nei confronti della chiesa protestante attraverso una capillare diffusione degli ordini religiosi, che coinvolga anche i centri minori.
Ben presto iniziarono i lavori per la costruzione del convento, che si protrassero per lungo tempo attraverso non poche traversie (2). Il complesso francescano santantimese fa parte di una folta schiera di edifici dell’Ordine disseminati in tutta la zona di Terra di Lavoro, coevi e dunque tipologicamente tra di loro affini. In particolar modo vanno registrate le forti analogie con il convento di S. Maria delle Grazie a Giugliano, con quello di S. Donato ad Orta di Atella, e con quello di S. Antonio ad Afragola. Forti analogie si riscontrano nell’impostazione planimetrica sia delle chiese dei rispettivi complessi, sia delle aree conventuali, nonché nelle modalità di sviluppo e nelle rifiniture delle strutture architettoniche. Sembra in pratica, che una bottega specializzata, attiva su un territorio abbastanza esteso, potrebbe aver realizzato diverse fabbriche, simili tra di loro. L’ipotesi è avvalorata anche da una nuova tendenza costruttiva degli Ordini religiosi, non solo francescani, i quali «non potevano più fare ricorso, come nei primi secoli a costruttori interni all’ordine od a maestranze più o meno disponibili nell’ambito locale, ma dovettero affidarsi al mercato del lavoro specializzato» (3).
A queste analogie squisitamente architettoniche, va ad aggiungersene un’altra di carattere strettamente pittorico. Stiamo parlando degli affreschi che ornano l’area del chiostro. Tali pitture, sono in realtà una costante negli edifici religiosi francescani sin dall’origine dell’Ordine.
Gli affreschi del convento di S. Maria del Carmine sono recentemente tornati alla luce; essi risalgono al XVII secolo, dunque coevi alla fondazione del convento, iniziata nel 1619, ma presumibilmente protrattasi fino alla seconda metà del secolo; tuttavia parte di essi sembra siano stati restaurati già nel Settecento, forse in occasione degli interventi che interessarono anche la chiesa. Ciò si evince dal fatto che in molte delle scene, i tratti dei personaggi appaiono ricalcati, e più strati di pellicola pittorica si sovrappongono, come ha evidenziato anche la restauratrice Isabella Bianchini nelle relazioni tecniche relative all’intervento sulle pitture. Gli affreschi erano ancora visibili nel 1926, quando Caterino ne fa cenno nel suo libro (4). Nel 1966 invece, Teofilo Fotino, che ha curato la seconda edizione del libro di Storace, parlando del chiostro afferma che sulle pareti «vi erano dipinte nei primi tempi le gesta di alcuni Santi francescani» (5). Dunque a quell’epoca gli affreschi non erano più visibili. Per lungo tempo si è pensato che fossero andati distrutti, fino a quando nel 1996, durante alcuni lavori di manutenzione all’interno del complesso conventuale, grattando sotto il bianco intonaco, vennero alla luce alcune tracce di pittura, rivelatesi successivamente parti di un intero ciclo pittorico. I francescani erano soliti affrescare le pareti dei chiostri nei loro conventi come già abbiamo avuto modo di sottolineare; affreschi si ritrovano sia nei grandi complessi, come quello di S. Chiara a Napoli, sia in strutture minori, o periferiche se vogliamo, come quelle sopra citate. Solitamente le scene occupavano lo spazio delle lunette ed erano limitate in basso da una fascia continua dipinta con motivi floreali, grottesche, e spesso da cartigli che indicavano il soggetto delle scene stesse. Anche le volte erano decorate, sempre con grottesche; ad Orta ancora si conservano, mentre a S. Antimo s’intravede solo qualche traccia, anche perché non si è ancora intervenuti su questi spazi. Fin ora infatti, sono stati riportati alla luce solo gli affreschi dell’ala est e sud del chiostro, per la difficoltà di reperire i fondi. Mentre gli affreschi di S. Chiara vedono rappresentate delle scene bibliche, e quelli di Orta di Atella le gesta di un unico Santo francescano, S. Salvatore, quelli santantimesi raffigurano storie di più Santi francescani. Dal punto di vista stilistico possiamo dire che la qualità non è molto alta, tuttavia risulta interessante notare come l’autore, in molte scene, immerga completamente i personaggi rappresentati nel periodo a lui contemporaneo. Nello stesso tempo dobbiamo sottolineare il fatto che il pittore segue fedelmente le scritture da cui sono tratte le storie; storie che sono intervallate da una serie di medaglioni, sempre dipinti, posti al di sotto dei peducci degli archi, che ritraggono dei vescovi non meglio identificati. In realtà risulta talvolta difficile identificare anche il soggetto delle scene, soprattutto per il cattivo stato di conservazione, nonostante il restauro. Nella parte bassa di alcune delle raffigurazioni, sono leggibili scritte indicative del soggetto, come si è detto. Tali scritte tuttavia, rivelano un incerto posizionamento, ed anch’esse come i personaggi delle scene appaiono ricalcate. Ciò potrebbe significare che sono state poste in un secondo momento al di sotto dei riquadri, e che dunque, in alcuni casi, lo «scrittore», avrebbe anche potuto fraintendere quanto rappresentato sopra, fuorviando i posteri per quel che concerne l’identificazione del soggetto.
Cercheremo comunque, laddove persiste una certa ambiguità del soggetto, di fornire delle descrizioni utili per una futura identificazione del tema stesso delle singole scene.


Fig. 1 - La Vergine e il Cristo con i
Santi Francesco, Antimo e Domenico

Nella lunetta della prima campata dell’ala est, troviamo quello che a buon ragione si può considerare l’affresco iniziale del ciclo (fig. 1). E’ da ritenersi strano il fatto che esso non sia collocato in prossimità dell’ingresso del convento, situato invece sul lato opposto. La scena vede il Cristo e la Vergine su una nuvola, mentre in basso a destra, inginocchiato, c’è S. Domenico , con l’abito canonico; a sinistra ci sono invece, sempre in ginocchio, S. Antimo, in abiti presbiteriali, e S. Francesco, riconoscibile dal saio e dai segni delle stimmate; sullo sfondo, si intravede una costruzione con delle merlature. Si tratta con molta probabilità del castello di S. Antimo, dunque di un omaggio a Francesco Revertera, Duca della Salandra e signore di S. Antimo, che tanta parte aveva avuto nella fondazione del complesso. Questo è l’unico affresco in cui oltre ad un Santo francescano, ne compaiono altri che non appartengono all’Ordine assisiate. Entrambe le presenze tuttavia, sono ricollegabili al convento e ai principi dei frati francescani. Infatti, S. Antimo è il Santo Patrono della Terra in cui sorge il convento, mentre S. Domenico è il rappresentante di un altro ordine mendicante, con cui i francescani andavano a braccetto.


Fig. 2 - Il presepio di Greccio

La seconda scena si sviluppa in notturna. E’ la rappresentazione della nascita di Gesù, il famoso presepe di Greccio (fig. 2), allestito tre anni prima della morte di Francesco: «uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando, ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte ... si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello. Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali» (6). Il pittore ha seguito alla lettera la descrizione dell’avvenimento fatta dal Celano. I personaggi si dividono la scena in maniera non proporzionale, visto che la maggior parte di essi si raggruppano nella parte sinistra.
Il terzo affresco vede raffigurati due francescani da un lato, e due angeli dall’altro, tra di loro una mensa imbandita. Uno dei due francescani è S. Bonaventura, riconoscibile dal bastone che reca nella mano destra. Alle loro spalle si intravedono degli alberi, ed una luce in mezzo al cielo.


Fig. 3 - Apparizione della Vergine
a S. Corrado di Offida

A questa scena, molto raccolta, ne fa seguito un’altra decisamente più aperta e leggera. Francesco, S. Chiara, ed un altro frate francescano sono al centro, mentre intorno a loro si dispongono dei popolani. Uno di loro, in ginocchio e di spalle, china il capo per raccogliere la benedizione che il poverello d’Assisi gli sta impartendo.
Segue una raffigurazione piuttosto intima: a destra, su di una nuvola c’è la Madonna, avvolta da una forte luce, mentre sul lato sinistro c’è un Santo francescano con il Bambino imbraccio. A quanto si legge nei Fioretti di S. Francesco, il Santo dovrebbe essere Corrado da Offida (fig. 3), il quale «cominciò a pregare divotissimamente la vergine Maria con grande pietà ch’ella gli accettasse questa grazia del suo benedetto Figliuolo, ch’egli sentisse un poco di quella dolcezza la quale sentì santo Simeone il dì della Purificazione quand’egli portò in braccio Gesù Salvatore benedetto. E fatta questa orazione, la misericordiosa Vergine Maria lo esaudì: eccoti ch’apparve la Reina del cielo col suo Figliuolo benedetto in braccio, con grandissima chiarità di lume; e appressandosi a frate Currado, sì gli puose in braccio quello benedetto Figliuolo, il quale egli ricevendo, divotissimamente abbracciandolo e baciandolo e stringedolosi al petto, tutto si struggeva» (7).
Nella lunetta della sesta campata c’è un affresco pesantemente danneggiato per l’apertura di una finestra nella parete. Si riesce a leggere bene solo la parte alta, in cui s’intravedono: a destra, un drappo verde che finge quasi da sipario tra un interno ed un esterno; sempre a destra una figura coronata in trono in atto di indicare con la mano destra; di fianco a lei, un soldato barbuto con un mantello rosso ed una lancia, con delle vesti orientaleggianti. Dall’altro lato ci sono invece una figura femminile che brandisce una spada, ed un francescano in ginocchio con gli occhi chiusi, che attende di essere giustiziato. In alto un angelo viene fuori da una nuvola, reggendo in mano la palma del martirio. Sia il soldato di destra, con le sue vesti particolari, che la lama della spada del personaggio di sinistra, ci indirizzano verso l’oriente, o comunque verso la comunità saracena. La scena, come abbiamo detto è quella di un martirio. L’affresco potrebbe essere un omaggio ai cinque martiri francescani trucidati in Marocco.
L’ultimo affresco dell’ala est risulta alquanto enigmatico. La scena vede raffigurato il Cristo su una nuvola, circondato da angeli, e Francesco, che già ha ricevuto le stimmate inginocchiato in basso. Al di sotto dell’affresco compare una scritta, in parte in latino ed in parte in italiano. Si legge: «Flammas intus habes flammis non ureris extra / Omnia vincit amor victor. Es ignis amans / S. Francesco al fuoco». In realtà il fuoco non compare affatto nella scena, almeno nella parte del dipinto conservata. Se scena e iscrizione non dovessero combaciare, ci risulta difficile risalire al reale soggetto.
Il primo affresco della campata sud è praticamente illeggibile. L’unica figura che si distingue è un angelo in alto. Non possiamo fare altro che notare dei resti di un’altra iscrizione con la parola «Maria».
Segue una scena che parrebbe allegorica: due figure femminili che occupano lo spazio centrale dell’affresco sembrano danzare, e le loro gonne si scuotono per il moto; in mano stringono due cerchi.
La terza lunetta è riservata a S. Bernardino da Siena, predicatore francescano, propagatore della riforma dell’Osservanza e della devozione al S. Nome di Gesù, canonizzato nel 1450. Qui è riproposto secondo l’iconografia tradizionale, ovvero, col saio francescano, in atto di predicare al centro di una folla di fedeli intorno, con in mano il Signum Christi. L’unica variante consiste nel fatto che il pittore lo ha ritratto da giovane, mentre di solito il suo volto, smunto e acuto, è ripreso in età avanzata.
Segue un’altra scena innanzi ad una mensa. Intorno ci sono delle clarisse e dei frati francescani, mentre altri personaggi portano in tavole le pietanze.
La lunetta successiva vede protagoniste tre figure. In primo piano, inginocchiato, c’è un uomo che si volge indietro, mentre stringe in mano quelle che sembrano delle corde. Di lato, e alle sue spalle campeggiano due figure in abiti vescovili. Queste due figure potrebbero essere S. Ludovico da Tolosa e S. Bonaventura, entrambi francescani e vescovi. Va osservato che sulla fascia inferiore, a destra, si possono vedere delle lettere che compongono la scritta in stampatello «D’AGOSTINO». Potrebbe essere anche il nome dell’autore.


Fig. 4 - Storia francescana

La penultima lunetta è anch’essa piuttosto ambigua (fig. 4). La scena vede sulla sinistra degli uomini incappucciati in veste bianca, presumibilmente membri di una confraternita; questi tengono un uomo che stringe in mano una croce, e che a sua volta pare essere un condannato a morte. Sulla destra ci sono un francescano, un altro uomo seduto, in parte svestito, e alle loro spalle altre figure; si potrebbe anche ipotizzare una scena di guarigione, e considerare la persona seduta come un infermo. In tal caso il Santo più indicato potrebbe essere Antonio, di cui sono noti i poteri taumaturgici. L’ultima scena invece non lascia spazio a dubbi, con S. Francesco in atto di ricevere le stimmate. Il Santo è inginocchiato e volge lo sguardo verso il cielo, dove appare Gesù Cristo in croce, che gli fa dono della sua stessa sofferenza.
Questo è quanto si può vedere oggi in seguito agli interventi di restauro. Le difficoltà per riportare alla luce gli affreschi non sono state poche, e grande merito bisogna dare a coloro che si sono battuti per far sì che i lavori potessero andare avanti. Si allude a personaggi dell’amministrazione comunale a cui sta a cuore il patrimonio storico artistico di S. Antimo, la cui vista va al di là delle esigenze del colore politico, ma anche alla gente comune che più semplicemente vive la religiosità del convento del Carmine.
La speranza è che presto si possa rivedere l’intero ciclo pittorico, magari in una cornice meno fatiscente. Infatti, si deve comunque appuntare uno stato precario di conservazione dell’area conventuale, partendo dal cortile stesso del chiostro, fino a giungere ai locali che lo circondano e a quelle che una volta erano le celle dei frati, fortemente manomesse negli anni in cui il convento ha mutato la sua destinazione d’uso per ospitare una comunità di tossicodipendenti.


Note:
(1) Flagiello R. - Puca M., La chiesa dell’Annunziata di S. Antimo, dalle origini all’istituzione della parrocchia. Ercolano 1990.
(2) Per le vicende narranti la fondazione del convento si rimanda a Storace A. M., Ricerche storiche intorno al comune di Sant’Antimo, Aversa 1966.
(3) Bartolini Salimbeni L., Architettura francescana in Abruzzo dal XIII al XVIII secolo, Roma 1993, p. 159.
(4) Caterino C., Storia della minoritica provincia napoletana di S. Pietro ad Aram, Napoli 1926, p. 136.
(5) Storace A. M., op. cit., II ed. Aversa 1966, p. 43.
(6) Tommaso da Celano, Vita prima del beato Francesco, in Fonti Francescane, Assisi 1986, pp. 268 e ss.
Vedi anche Leggenda maggiore, in Fonti Francescane, Assisi 1986, pp. 605 e ss.
(7) Dai Fioretti di S. Francesco, in Fonti Francescane, Assisi 1986, p. 955.