RECENSIONI

VINCENZO CUOMO, La rivoluzione napoletana del 1799. Edizioni Simone, Napoli 1997.

Nell'anno del bicentenario della rivoluzione partenopea, se non adeguatamente compresa, l'abbondanza di attività culturali ed editoriali poste in essere può sembrare estrema esagerazione o addirittura passare per un coro uniforme e acritico. Invece, il trascorrere del tempo fa assumere giusto rilievo, nel settore della ricerca storica, alle analisi di carattere specifico legate anche a vicende circoscritte ad un breve periodo storico, anche se gravido di sviluppi. Infatti la rivoluzione napoletana del 1799 costituì in Italia il maggiore episodio precedente alle guerre di libertà e dell'indipendenza nazionale.
Tra le numerose pubblicazioni fiorite o riedite per la circostanza, un suo autorevole posto lo trova il lavoro di Vincenzo Cuomo, apprezzato giornalista ed insigne e poliedrico studioso di problematiche che spaziano dal Medio Evo alla via delle Istituzioni militari.
Le vicende esposte nel volume, più che che comunicare in medias res, dalle prime azioni rivoluzionarie a Napoli, molto opportunamente muovono, con dovizia di particolari, dalla rivoluzione francese, senza trascurare un agile richiamo alla storica monarchia meridionale dalla sua origine con Carlo di Borbone.
Ritenendo di dover dare uno sguardo non solo a Napoli, ma a tutto il territorio nazionale, l'Autore, attraverso un esame piuttosto ampio dei prodromi rivoluzionari, ci mostra l'espandersi del giacobinismo in Italia con uno spazio maggiore dato alla Repubblica romana, che precedette la nascita di quella napoletana.
Che il giacobinismo nel Mezzogiorno non si svegliasse all'arrivo a Napoli della flotta del Latouche-Treville, nel dicembre 1792 o delle truppe dello Championnet nel gennaio 1799, è attestato dai moti insurrezionali e dai processi politici che si erano già avuti qua e là nel Regno, ma erano stati casi isolati, facilmente repressi, come si evince dal lavoro di Cuomo.
Gli eventi propri della Repubblica proclamata il 23 gennaio 1799, fino alla disfatta del 13 giugno dello stesso anno, occupano gran parte del volume, passando anche attraverso la presentazione dei tratti biografici, più o meno ampi, a seconda dell'iportanza del personaggio, dei protagonisti delmomento storico: Eleonora de Fonseca Pimentel, Francesco Caracciolo, Vincenzo Cuoco, Vincenzo Russo, Gaetano Filangieri, per ricordare solo i maggiori. Non trascurata è la figura del Cardinale Ruffo, come pure il ruolo svolto dall'esercito della Santa Fede, che nella reazione antirepubblicana concretizzò quanto una accorta propaganda aveva ad arte saputo denigrare e quindi la crudezza dei loro interventi non meravigliò più di tanto i protagonisti.
L'ultimo capitolo, quello dedicato alla restaurazione borbonica, descrive le numerose esecuzioni capitali comminate ai repubblicani, o giacobini, come allora venivano negativamente indicati, mentre, nello stesso tempo, come fa osservare Cuomo, in Francia si allestiva all'attesa di Napoleone Bonaparte.
Uno spazio a se stante è dedicato all'episodio di Luisa Sanfelice, che, nonostante un interessamento a vari livelli nel regno, non riuscì ad evitare la condanna a morte.
La trattazione storica, ampia e dettagliata degli avvenimenti, non riesce mai verbosa o ridondante, grazie ad una particolare sapienza nell'esposizione adottata da Cuomo, che, semplice ma precisa nel suo assunto, avvolge il lettore rendendolo spesso partecipe alle vicende.
Ricco risulta poi, l'apparato iconografico, che impreziosisce il volume contribuendo a visualizzare personaggi e momenti salienti descritti.
Cosa aggiunge il lavoro di Cuomo al periodo esaminato? Sicuramente la competenza, la precisione nelle vicende esposte, l'immediatezza dell'espressione, la cura posta nella scelta dei momenti esaminati che contribuisce a risvegliare l'interessa per un periodo storico che altrimenti verrebbe considerato solo astratto, e non è poca cosa.

MARCO CORCIONE


ROSARIO PINTO, La pittura atellana. Sant'Arpino (Ce) 1999.

Da anni seguivamo la bella attività culturale di Rosario Pinto, attività rivolta in particolare allo studio ed alla divulgazione dell'arte pittorica nel meridione. Egli, Docente di Storia della Pittura napoletana, ci ha dato una magnifica Storia della pittura napoletana, nonché un saggio sull'Arte napoletana nei secoli, per non citare che due suoi lavori più vicini all'opera che recensiamo.
Sono suoi moltissimi articoli sull'argomento, ospitati da periodici, fra cui questa nostra Rassegna.
Una meritata lode va al Sindaco di S. Arpino, Dr. Giuseppe Dell'Aversana, ed al Presidente della locale Pro Loco, Franco Pezone, che hanno reso possibile la pubblicazione di questo lavoro del Pinto, un lavoro singolare se si considera l'ambito locale nel quale si colloca, la zona atellana, e la cura con la quale ogni singolo Artista è considerato. Un lavoro frutto di una ricerca lunga, minuziosa ed approfondita, considerate la limitatezza del territorio, le moltissime opere esaminate, l'approfondimento per ogni singolo Autore, sia intorno agli eventi essenziali della loro vita, sempre necessari per comprendere le modalità con le quali pervengono alla maturità, sia in merito al giudizio critico, tracciato con profondità di conoscenza e di stile.
Il volume parte da un'analisi quanto mai difficile: gli sviluppi della pittura nel medioevo atellano e cita in proposito il cosiddetto Ipogeo di Caivano, la Madonna delle Spine di Sant'Arpino, la Madonna degli Angeli nel chiostro del Convento di S. Donato ad Orta di Atella, a proposito del quale di notevole interesse è un manoscritto del 1691 del Padre Teofilo Testa di Nola. Di particolare importanza è la trattazione del ciclo di affreschi di Casapuzzano, a proposito dei quali il Pinto conduce una notevole indagine comparativa con opere similari nella zona, nel tentativo di risalire per quanto possibile agli Autori.
Il lavoro ci offre, poi, una magnifica carrellata attraverso i secoli: il Quattrocento, il Cinquecento, il Seicento, quando Orta vanta una vera scuola pittorica, se si pensa che Artisti notevoli quali il De Popoli, il Finoglia, il Marullo sono nativi di quel casale, al quale pare appartenga anche il più celebre Massimo Stanzione, l'opera del quale costituisce veramente un punto fermo nello sviluppo dell'arte pittorica in Italia.
Il Pínto attinge molto dalle Vite di Bernardo De Dominici, le quali, anche se non sempre completamente attendibili, rappresentano il più ragguardevole documento per ottenere lumi sull'Arte e gli Artisti in quei secoli lontani e non certamente doviziosi di notizie. Però il nostro sa condurre il discorso con estrema chiarezza, non mancando di puntualizzare ciò che non gli sembra accettabile.
Sullo Stanzione vi è una secolare discussione sul luogo di nascita. Bartolommeo Capasso, il più illustre storico meridionale, lo riteneva di Frattamaggiore, ma noi pensiamo che tale lunga controversia vada superata: il fatto essenziale è che lo Stanzione sia atellano e questo ci rende paghi e orgogliosi.
L'opera di Rosario Pinto è così densa di contenuti, tutti pienamente validi, che riesce impossibile darne una sintesi che possa rispecchiare tutti gli aspetti.
Con la medesima cura sono trattati i secoli successivi, '700, '800, '900. Al Settecento appartengono i Malinconico, Nicola, più celebre, e Carlo suo figlio; all'Ottocento appartiene Tommaso De Vivo, artista di notevole valore, del quel trattarono l' "Illustrazione Italiana" nel 1884 e l' "Arte Italiana", in vari numeri. E' segnalato altresì nel Catalogo della Mostra della Pittura Napoletana dei secoli XVII, XVIII e XIX del 1938. In Succivo, sua patria, opera un attivo circolo sociale a lui dedicato.
Del Novecento il Pinto ci offre un ricco panorama, partendo dai fregi che il Bocchetti eseguì nella Chiesa di S. Donato durante il suo soggiorno ad Orta. L'Autore cita gli Artisti atellani odierni, tutti di notevole valore e dei quali dà ampi cenni critici: Rosa Persico, Tommaso Cominale, Anna Dell'Aversana, Vittorio Veravallo, Pasquale Dell'Aversana, Romualdo D'Angelo, Lavinio Sceral, Angelo Della Amico, Ludovico Nappa, Salvatore Acconcia, Giovanni Giametta.
Un'opera di tale mole va letta con attenzione perché è veramente una miniera di notizie, soprattutto di giudizi quanto mai opportuni ed interessanti.
Ci ha sorpreso la mancata citazione di Gennaro Giametta, illustre Pittore frattese, che la monumentale Storia del Mezzogiomo (vol. XIV, pag. 196) indica fra gli innovatori dell'arte meridionale, e quella dei figliuoli Francesco, scomparso da alcuni anni, creatore di meravigliose composizioni floreali, e Sirio, vivente, famoso Architetto che si è pure affermato come valente Pittore.

SOSIO CAPASSO


NELLA CAPASSO, Sant'Antimo tra le due guerre, Atellana, Sant'Antimo (Na) 1999.

In questo saggio di circa 80 pagine (più un'appendice documentaria) l'autrice ha tentato di ricostruire le vicende politiche del comune di Sant'Antimo dal 1914 al 1946, utilizzando il materiale d'archivio del Comune e, credo in parte, quello disponibile sul tema, nell'Archivio di Stato di Napoli, nell'Archivio Centrale di Roma, in quello della Pretura di Frattarriggiore e nel casellario Politico Centrale. Un lavoro certamente non facile se si tiene conto che sull'argomento specifico non si può contare su nessuna fonte bibliografica e forse su pochissime pubblicazioni riguardanti lo stesso tema in altri comunì con caratteristiche analoghe. In maniera corretta l'autrice è partita costruendo uno schema iniziale di base sulla scorta di alcuni testi di storia politica del Mezzogiorno e della Campania che delineano le pecularità degli amministratori comunali meridionali nel periodo in esame.
Attraverso l'analisi dei documenti, delibere comunali e corrispondenze con le strutture di controllo, l'autrice ci offre, nella prima parte del saggio, una ricostruzione dell'attività degli amministratori comunali.
Si ha l'impressione, leggendo queste pagine, di trovarsi di fronte non i rappresentanti di una comunità, ma un gruppo di persone che, nel corso dei decenni, litigavano e si accordavano per gestire un'azienda di proprietà plurifamiliare con una serie di problemi che derivavano dalla mancanza di un atto costituito nel quale fossero indicate le quote di proprietà e i criteri da seguire per la spartizione degli utili. Tutta la dinamica politica, se cosi si può chiamare il loro operato, si sviluppava, leggendo tra le righe, su questi binari; le alleanze e le contrapposizioni tra le diverse famiglie che costituivano "l'élite locale" erano finalizzate esclusivamente alla spartizione del potere ed alla conseguente appropriazione della risorse comunali.
E' come se gli amministratori e le loro famiglie viaggiassero su un treno, con destinazione ignota, e cercassero di risolvere i loro problemi di convivenza in uno spazio forzatamente limitato, nel quale non c'era modo di soddisfare tutte le pretese individuali e familiari, ed essi con molta buona volontà cercassero di spartirsi lo spazio esistente, anche se non mancavano tentativi, piuttosto frequenti, di liberarsi di qualcuno gettandolo dal treno.
Quei viaggiatori ignoravano quasi completamente tutto quello che c'era fuori del convoglio: i contadini, i tartarari, gli artigiani, gli addetti al piccolo commercio con tutti i loro problemi di fame, di salute di lavoro, di sofferenze.
Solo l'assenza per morte o la chiamata alle armi di qualche dipendente comunale richiamava la loro attenzione giusto perché c'era la possibilità di ridistribuire una qualche risorsa del bilancio comunale.
Dei contadini e dei tartarari ci si occupava solo quando c'era il rischio che potessero tirare sassi contro il convoglio "perché il caroviveri aveva determinato uno stato di agitazione" o per altri problemi simili. Dopo, tutto riprendeva come prima: le alleanze, le contrapposizioni, le spartizioni.
Dopo oltre tre anni di guerra, alla quale avevano partecipato anche i contadini e i tartarari di Sant'Antimo, con ripercussioni sulle condizioni economiche e sociali delle loro famiglie a dir poco disastrose "si chiude [ ... ], scrive la Capasso, il rapporto della comunità con il primo conflitto mondiale, senza che in Consiglio emerga nessun tangibile riferimento allo stato di disagio che la popolazione viveva".
Il convoglio andava. Alle amministrazioni seguivano, quando le forze in campo si equivalevano e non c'era modo di raggiungere un equilibrio, i commissari prefettizi.
Seguiva un periodo di tregua durante il quale, evidentemente, si affilavano le armi e si sfaldavano le vecchie alleanze per ricostruirne di nuove. Alla ripresa della lotta non si teneva conto dell'intermezzo commissariale che, appunto, era stato solo un incidente di percorso che andava ignorato. La richiesta di lettura della relazione del Regio commissario sulle condizioni del comune, ad esempio, formulata da un consigliere, più che per amore di verità, per la speranza che portasse acqua alla sua parte, veniva rigettata perché l'altra parte si sentiva ingiustamente danneggiata. Si riprendeva il percorso, con altra interruzione, ed altro commissariamento.
Arrivò il fascismo. A Sant'Antimo, dice la Capasso, "non sono state rinvenute testimonianze esplicite di resistenza all'avanzata fascista" da parte della popolazione mentre la nuova amministrazione, cioé l'elite santantimese quella che gestiva il comune, ossia l'azienda plurifamiliare, sposava subito i nuovi ideali, conferiva la cittadinanza onoraria a Mussolini e a molti rappresentanti del governo nazionale e si esibiva sulla passerella locale, osservata dai tartarari e dai contadini, che assistevano "indifferenti" o forse sarebbe meglio dire "impotenti" come nei secoli precedenti al cambio della guardia, ossia al cambio delle divise dei guardiani, che come erano passati dal pericolo borbonico a quello Savoia, avendo di mira solo il perpetuarsi della loro sopravvivenza di casta, così si avviavano ad essere fascisti per diventare, subito dopo il crollo del regime "democratici".
E' chiaro che in questa realtà gli ideali politici, i cambiamenti della situazione istituzionale nazionale, e internazionale rappresentavano solo la cornice all'interno della quale gli stessi attori recitavano parti apparentemente diverse, ma avevano fissi gli obiettivi, incuranti dei diecimila tartarari e contadini, che non era difficile tenere sotto controllo attraverso i contratti agrari, le assunzioni con paghe da fame nelle piccole aziende locali, la distribuzione delle risorse di assistenza pubblica, e l'erogazione dei pochi servizi locali disponibili. Il tutto "elargito" in modo che fosse funzionale all'organizzazione del consenso. Emblematiche sono le parole dell'avv. Sorbo, il quale all'atto della sua nomina a sindaco, nel 1923, dichiarava che avrebbe assolto il suo mandato al solo bene dell'amministrazione, quindi non era necessario tracciare alcun programma in maniera articolata; se proprio doveva indicarlo esso si poteva riassumere in una sola parola "Giustizia".
Ovviamente non è difficile capire che il significato dava il Sorbo al termine Giustizia: cambiare tutto per non cambiare niente, come avrebbe fatto dire Tomasi di Lampedusa al Gattopardo, in altra occasione. Aderire al fascismo, conferire cittadinanze onorarie, indossare la camicia nera, continuare nella spartizione familiare delle poche risorse pubbliche e garantite la sopravvivenza della proprie famiglie, se possibile aumentandone le risorse approfittando delle trasformazioni in atto, questi erano gli obiettivi.
Anche a Sant'Antimo emerse l'uomo forte del regime, fu Giuseppe Marra, centurione della locale sezione della milizia volontaria per la sicurezza nazionale, che dopo aver contribuito "al ristabilimento della sicurezza pubblica ed all'osservanza delle norme regolamentari in materia di igiene e polizia emanate dalla locale Amministrazione Fascista", a gennaio del 1926 fu eletto sindaco.
Quale sia stata la sua attività come centurione non è dato sapere dai documenti presi in considerazione dalla Capasso. E' probabile che ristabilire l'ordine significasse aumentare il controllo sulla popolazione, ridurre al silenzio qualche eventuale dissenziente, dare la purga di olio di ricino ad eventuali nemici personali o familiari, liberare la strada da qualche ubriaco ecc.
La violenza personale del Marra spostò la lotta "politica" dalla piazza del paese, dalle case dell' "elite santantimese", alle aule della pretura e alla sede della Federazione provinciale fascista dove giunsero, in parte anonimi, gli esposti contro di lui. La conseguenza fu che quando il regime decise "la distruzione delle autonomie locali ed in particolare di quella comunale che costituiva, ancora, uno dei maggiori ostacoli all'affermazione dello stato totalitario", istituendo la figura del podestà in ogni comune, il Marra non riuscì ad avere la nomina tanto desiderata.
Dal 27 al 32 si successero nella carica di podestà Gustavo Biolaz napoletano, e poi Antonio Papa, il quale fu rimosso per contrasti con il Marra e sostituito da Pietro Giannangeli che restò in carica prima come commissario e poi come podestà fino al 44. A lui subentrò come commissario prima l'Avv. Giovanni De Cristofaro dal febbraio al giugno 44, poi il dott. Tommaso Verde fino al 46, dall'ottobre dello stesso anno il dottor Nicola D'Agostino con una giunta socialista costituita in gran parte da ex fascisti.
La Capasso continua esaminando l'attività della giunta per la soluzione di tre grossi problemi esistenti nell'ambito comunale: l'assenza di un sistema fognario, l'approvvigionamento idrico e la costruzione dell'edificio scolastico.
Il deplorevole stato delle strade, "piene di avvallamenti e di voragini, addirittura tutte piene di acqua putrefatta dalla quale si elevano miasmi incredibili", è descritto in un esposto anonimo del 1933, in una relazione dell'Alto Commissariato per la Provincia di Napoli del 1935, in una relazione ispettiva della Prefettura, infine in una relazione del sindaco Tommaso Verde nell'ottobre del 1944. Ma non si andò oltre le parole. Il problema non solo non fu risolto, ma non fu nemmeno avviato a soluzione.
La carenza di acqua, dovuta sia alla mancanza della rete idrica in gran parte del paese sia alla scarsa quantità che il comune di Aversa era disposto a cederne, fu un altro problema che si trascinò fino agli anni cinquanta.
La costruzione dell'edificio scolastico impegnò l'amministrazione comunale per oltre venti anni: dal 1915 al 1936, quando ne fu completata una parte. L'edificio divenne agibile, a quanto risulta dal testo nel 1940. Dieci anni, dal 1915 al 1925 per decidere di dar corso alla costruzione, dal 1925 al 1930 per eseguire la progettazione e avanzare la richiesta dei fondi, dal 30 al 40 per realizzare l'edificio.
Nella seconda parte del saggio la Capasso ha tentdto di ricostruire la storia sociale del comune volgendo lo sguardo a quello che succedeva fuori del consiglio comunale.
L'opposizione al fascismo tra gli elementi non appartenenti all' "elite santantimese" che, a quanto pare, fu tutta fascista, fu portata avanti da Ernesto Pedata e Antonio Verde.
Due personaggi dei quali la Capasso delinea un profilo per quanto scarno per la eseguità dei documenti rinvenuti, molto interessante. Essi insieme al circolo Popolare e al Circolo Giovanile, chiusi dalla Prefettura evidentemente perché non allineati alla politica governativa, o più verosimilmente, perché ostili in qualche modo all'elite, rivelano l'esistenza di una opposizione al regime che non riusci ad emergere.
Dando un sguardo ai documenti riportati in appendice colpisce un esposto anonimo, senza data ma probabilmente del periodo immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale, indirizzando al podestà, contro Antonio Marzocchella.
In esso l'anonimo qualifica il Marzocchella come "il famoso fiduciario mariolo" reo di appropriarsi del verderame e del cruscame destinato ai contadini, che in buona fede gli consegnavano i buoni per il ritiro dei prodotti. Al podestà l'anonimo rivolge l'accusa di connivenza asserendo: "fin ora non avete provveduto a farlo arrestare perché voi fato vetere che non sapete mai niente perché ce anche la vostra porzione di cruscami".
La prima considerazione da fare leggendo questo testo è che un gruppo di famiglie sia riuscito a gestire le risorse comunali per un arco di tempo che va dalla seconda metà del 1700 almeno fino al 1950, cioé per circa 200 anni, mostrando una longevità amministrativa di gran lunga superiore a quella della monarchie dei Borbone e dei Savoia messe insieme. Dalla seconda metà del diciottesimo secolo, infatti, già sono presenti tra gli Eletti dell'Università di Sant'Antimo esponenti delle famiglie Palma, Marra, De Martino, Darienzo, alle quali successivamente si aggiunsero i Sorbo, i Verde, i Di Lorenzo ecc.
Nel secondo dopoguerra il ruolo esclusivo di queste famiglie nella gestione del comune terminò.
Con l'ingresso di nuove famiglie nel tessuto della borghesia e l'ingresso in politica di nuovi strati popolari il potere passò, in parte, in altre mani.
Ma al cambio dei gestori raramente seguirono cambiamenti nei criteri di gestione, improntati quasi sempre a una gestione non corretta delle risorse comunali.
Dall'operato di diverse giunte che si sono susseguite in tanti anni, scaturisce la condizione attuale del comune. In tanti altri comuni a nord di Napoli la situazione non è diversa, nel secondo dopoguerra una nuova borghesia non meno famelica di quella precedente ha alimentato il degrado urbanistico e sociale, ha stretto alleanze con la camorra, alimentandone la presenza e contribuendo a diffondere la mentalità camorristica. E' chiaro che in tal modo la distanza che passa tra i comuni di quest'area geografica e quelli di altre aree che hanno avuto amministratori, espressione di una borghesia meno rozza e incolta, che ha saputo coniugare i suoi interessi di classe con quelli della collettività, tende sempre più ad aumentare.
Se si paragonasse, ad esempio, un qualsiasi comune di quest'area geografica con un qualsiasi comune dell'Italia centrosettentrionale, il risultato sarebbe pietoso.
Certo non è possibile mettere sullo stesso piano tutte le anuninistrazioni che si sono susseguite in tanti anni nei nostri comuni, né pensiamo che tutto sia imputabile esclusivamente alle classi dirigenti locali, vi sono anche altre responsabilità storicamente individuate, ma questo non basta per ridurre quelle individuali dei nostri amministratori che restano enormi come macigni.
Il degrado urbanistico, la camorra dilagante, la corruzione politica, il disfacimento della vita sociale, il cattivo funzionamento delle strutture pubbliche locali (ospedali locali ecc.) l'evasione scolastica, e il cattivo funzionamento di molte scuole, sono solo alcuni dei risultati dell'opera di larga parte della borghesia di quest'area geografica, dove il valore dei professionisti e dei politici si misura dalla quantità di ricchezze che riescono ad accumulare.
Se a queste considerazioni si aggiunge l'assenza quasi completa di una imprenditoria sana, produttiva e competitiva, perché l'attuale borghesia imprenditoriale è in larga parte protesa ad arricchirsi sfruttando e alimentando le carenze dei servizi offerti dallo Stato, le prospettive anche per il futuro non possono essere che negative.
Lo studio della Capasso su un tema che potremmo definire di storia istituzionale, insieme ad altri studi sui temi economici e di gestione del territorio che dessero conto di aspetti rilevanti dell'attività della gestione comunale, sono utili per comprendere meglio disfunzioni e responsabilità del passato e per interpretare meglio il presente.
La speranza è che si possa avere, in tempi relativamente brevi, una storiografia locale a forte impegno civile che, come ha scritto Francesco Barbagallo nella premessa al suo Napoli fine novecento. Politici, cammorristi, imprenditori, sia volta a contribuire al difficile compito di formare una coscienza morale e civile dei cittadini, premessa indispensabile per sostituire un circolo virtuoso a quello ozioso nel quale per troppo tempo sono state inserite queste aree geografiche.

NELLO RONGA