IL PROGETTO DI CARITA’ NAZIONALE
DI DOMENICO CIRILLO
MARIO BATTAGLINI
l. - La tragica situazione nella quale venne a trovarsi Napoli dopo la fuga del re, si ripercosse anche e sopratutto sulla condizione di quell’insieme di diseredati ed indigenti che vagavano per le vie della città.

Dal «Libro dei nati», Parrocchia di S. Tammaro in Grumo Nevano:
certificazione della nascita di Domenico Cirillo
Da qui la necessità di risolvere anche questo assillante problema.
Così Cuoco ci parla di un «circolo di istruzione» che aveva per scopo quello «di proporre varie opere
di beneficenza che si esercitavano in favore del popolo: si soccorsero indigenti, si prestarono senza mercede,
all’infima classe del popolo i soccorsi della medicina e dell’ostetricia» (1).
E Colletta (2) aggiunge: «Vedevasi la città piena di lutto: scarso il vivere, vuoto l’erario ... Ma due donne
già duchesse di Cassano e di Pepoli, e allora con il titolo più bello di «madri della patria», andarono di
casa in casa, raccogliendo vesti, cibo, danaro per i soldati e i poveri che negli spedali languivano. Poté
l’opera e l’esempio: altre pietose donne si aggiunsero; e la povertà fu soccorsa».
Nacque, così, la necessità di coordinare tutte le iniziative e di unificarle; di qui il Progetto di Domenico
Cirillo i cui documenti vengono oggi, pubblicati.
2. - Il problema del soccorso ai poveri non era solo di Napoli e, pertanto, numerosi sono i piani, i progetti,
gli istituti caritativi che ritroviamo, in questo periodo, in Italia e in Europa. Per la loro somiglianza con
quello di Cirillo, daremo qui notizia, però, solo di due uno di Amburgo e uno di Roma.
Le notizie per Amburgo sono tratte da un opuscolo intitolato «Compendio storico dello stabilimento
formato in Amburgo per sollevare i poveri, prevenire l’indigenza ed abolire la mendicità; recato
nell’italiana favella per l’Abate Luigi Giuntotardi», (Roma ed in Macerata, 1802).
Secondo questo piano, furono anzitutto riunite «tutte le somme che fino allora erano state impiegate
in elemosine nelle diverse parrocchie ... e quelle che si potevano raccogliere dalle sovvenzioni
particolari».
Successivamente fu fatto un «conteggio approssimativo dei poveri esistenti in ogni parte della città»
e questa fu divisa in sessanta distretti in ognuno dei quali «furono scelte per tre anni, tre persone incaricate
dell’amministrazione». Al vertice dell’organizzazione erano cinque «Senatori» che presiedevano un gruppo»
di dieci individui eletti in perpetuo» e che avevano il nome di Direttori. Vi erano inoltre 180 ispettori che
si recavano presso le singole famiglie povere per accertare la loro effettiva situazione; mentre lo stato di
salute era determinato dalla visita di un medico. Fu, poi, fissato un sussidio minimo nella misura di mezzo
scudo la settimana, al di sotto, cioè, di quanto si poteva guadagnare con un qualsiasi lavoro e ciò (è detto
nel Compendio) per non favorire «l’infingardaggine e il vizio».
A Roma, invece, durante la Repubblica, fu presentato un progetto di pubblica assistenza, opera del
cittadino Pietro Paolo Baccini. Il Monitore di Roma che ne dà notizia (3) dice che il Baccini «propone di
aprire un’associazione nella quale ognuno di noi, a seconda delle sue forze e della sua virtù, si tassi
volontariamente di una somma mensuale. Si formi una cassa, l’amministrazione della quale affidata venga
a persone probe oneste, dabbene. Queste avranno l’incarico di ricevere le petizioni degli indigenti,
soccorrerli e render conto al pubblico in ogni trimestre di tutto l’introito e di tutto l’esito».
Non si hanno altre notizie di questa iniziativa, ed è da ritenere che sia rimasta alla fase di
progetto.
3. - Vediamo ora i punti principali del piano di Cirillo.
Assai importante è la premessa, che si richiama ad un concetto inusuale: la «virtù sociale». Infatti
se la nozione di virtù è basilare per l’etica giacobina, non altrettanto può dirsi per il concetto di
«sociale» che raramente compare nelle fonti.
Viceversa, Cirillo dice: «Il governo libero è fondato sull’esercizio delle virtù sociali» che egli sembra
identificare appunto nella giustizia, nella beneficenza e nella carità.
Organo centrale del progetto di Cirillo, come in quelli di Amburgo e di Roma è una cassa comune
nella quale confluiscono gli aiuti in denaro che tutti dovrebbero dare se non vogliono rinunziare
(come dice Cirillo) al «dolce nome di Cittadino».
La cassa doveva esser diretta da «un numero determinato di cittadini» ai quali si dovevano unire
«alcune Cittadine ancora rispettabili per i loro sentimenti di umanità».
Il primo compito di questa, che Cirillo chiama «Commessione», è il censimento dei poveri, affidato
ai parroci.
Verrà, poi, la beneficenza, alla quale farà seguito secondo un principio che ritroviamo, oltre che
ad Amburgo, anche in Galanti (4), l’invito a lavorare, facendo «gustare all’uomo industrioso la vera
indipendenza».
Al Progetto, fece seguito, qualche tempo dopo (5), un «Piano particolareggiato» dal quale possiamo
trarre altre notizie circa il disegno di Cirillo.
Anzitutto i nomi dei fondatori della «Cassa di beneficenza»: essi sono undici, dei quali, oltre Cirillo,
sono noti solo due il Canonico Francesco Rossi, e Luigi Carafa Duca di Jelsi. Il primo, fu membro
dell’Istituto Nazionale per la Classe di lettere ed arti, e ancora, membro della Commissione
rivoluzionaria e della Commissione per sceglier gli ufficiali delle nuove legioni.
Il secondo, invece, già nel 1797 era membro della Deputazione frumentaria per la Piazza Nido:
durante la Repubblica ricoprì vari incarichi, ma rifiutò di far parte della Commissione esecutiva
nominata da Abrial.
La sede era a casa del cittadino Berio, «sita in via Toledo». I fondi erano reperiti o da offerte
volontarie, o attraverso una sorta di questua che veniva effettuata da coloro stessi che avevano
fondato la cassa.
Notevole, nello schema organizzativo di questa, la norma, dell’articolo 11, per il quale tra i
componenti della «unione di Carità» non vi dovevano essere «né distinzioni, né deferenze ...
Non vi saranno capi».
Quanto alla azione, essa si svolgeva con la visita dei «poveri nelle loro case» e la offerta di un
lavoro, specie per le donne, procurato dalla cassa stessa. Inoltre vi erano «de’ Medici fissi per
visitare gl’infermi poveri». Mentre per le «ragazze povere» era previsto un posto al Conservatorio
o in case di lavoro.
Infine, il Piano prevedeva l’estensione a tutta la repubblica della «benefica energia» della
Cassa.
4. - L’ultimo articolo del Piano dichiarava che tutte le operazioni della Cassa sarebbero state
«esposte all’esame del pubblico: tutti i conti si presenteranno alla universalità dei cittadini».
In base a questa promessa, il 15 maggio 1799, la Cassa presentava al popolo napoletano i
risultati del primo mese di attività.
Tralasciando la parte più squisitamente contabile, dal resoconto (6) si ricava che la struttura della
Cassa si veniva meglio delineando, con la nomina di una Amministrazione Centrale destinata a
riunire tutte le operazioni che i Deputati di ogni Parrocchia faranno». Nella Amministrazione
Centrale entrò a far parte un nome nuovo: Ignazio Buonocore che fu anche, membro della
Municipalità del Cantone Masaniello.
5. - Infine, come era promesso nel resoconto, fu emanato il Regolamento.
Da questo trarremo solo le norme più interessanti.
Anzitutto gli impiegati (necessari, tenuto conto dell’enorme lavoro che si presentava) dovevano
prestare la loro opera gratis.
Inoltre, l’organizzazione della Cassa prevedeva, accanto alla Amministrazione Centrale, delle
«Sezioni» corrispondenti alle singole Parrocchie: queste, poi erano riunite in sei Commissioni a capo
di ognuna delle quali era uno dei membri della Amministrazione. Questa poteva chiamare «delle
Cittadine pietose» sia per la questua «come ad assistere e soccorrere le inferme e povere».
6 - L’opera umanitaria di Cirillo ebbe il plauso del Dicastero centrale della Municipalità di
Napoli che stabilì altresì che fossero versate «in questa Cassa quelle limosine che da qualche tempo
si distribuivano ogni settimana». E concludeva (rivolgendosi ai cittadini). «Siate certi che se nel suo
nascere la Repubblica va in traccia di tutti i mezzi per migliorare il nostro stato civile, sarà prossima
la vostra felicità ed è aperta nella pubblica beneficenza la sorgente di essa».
Note:
(1) CUOCO, Saggio storico sulla Rivoluzione napoletana del 1799,
con introduzione e note di Nino Cortese, Vallecchi 1925, pag. 243.
(2) (1) COLLETTA, Storia del Reame di Napoli,
introduzione e note di Nino Cortese, Napoli s. d., vol. II, pag. 79. Giulia e Maria Antonia Carafa,
figlie di Vincenzo Carafa della Spina, avevano sposato rispettivamente Luigi Serra di Cassano e
Carlo Tocco di Cantelmo Stuart, duca di Popoli e principe di Montemiletto.
(3) E’ il n. 42 del 7 febbraio 1799, pag. 363.
(4) v., Della descrizione geografica e politica delle Sicilie, a cura
di E. Assante e D. Demarco, ESI, Napoli, 1969, vol. I, 2, pag. 10: «Le belle case per i poveri sono
quelle in cui si lavora; ove imparano un mestiere, la religione e la buona morale; ove si provvede
coll’educazione dei fanciulli a formare i buoni cittadini».
(5) Sia il Progetto che il Piano particolareggiato, sono senza data, ma
possono collocarsi, poiché ne parla Di Nicola nel suo, Diario all’11 aprile, in quel torno di tempo.
Degli altri atti, solo il Resoconto è datato 15 maggio, mentre il Regolamento che non è datato, va
posto ad una data successiva poiché nel Resoconto si dice che «le regole fondamentali ... saranno
subito pubblicate».
(6) Nel conto delle spese, vi è un errore poiché è stato incolonnato (come
spesa pagata in polizze) il numero che si riferisce ai sacconi distribuiti (32) che, complessivamente (40)
furono pagati, in contanti, 32 ducati. Pertanto la spesa pagata in polizze è di soli 16 ducati e il residuo
delle polizze è di ducati 121,91 e non (come figura nel Resoconto) di ducati 89,91.