NOVITA' IN LIBRERIA
Ricordiamo che gli Abbonati ed i Lettori della nostra Rassegna possono chiedere le Opere
che recensiamo alla nostra Amministrazione, ottenendo lo sconto del 25%.
NICOLA VIGLIOTTI: San Lorenzello e la valle del Titerno: Storia tradizione
arte folklore (Napoli, L.E.R. 1968; pagg. 224, L. 2500).
Un volume scritto col cuore, ma ancora coll'occhio vigile del ricercatore, che agli archivi
ha strappato i segreti di antichi documenti: la storia, sì, di un paesino del Beneventano,
ma ancora una storia del costume e della tradizione, gelosamente raccolta sui monti
del Sannio, ricchi di testimonianze storiche, e che il Vigliotti, da buon umanista, ha letto,
alla luce dei classici romani. Vi ritorneremo nel prossimo numero.
NICOLA VIGLIOTTI: Appiano Buonafede e il sonetto - ritratto nel
Settecento (Napoli, L.E.R. 1967; pagg. 112, L. 1000).
La storia della scienza e delle lettere è raccolta, in questi sonetti, che il Vigliotti
ha arricchiti di un commento, che è quanto di migliore poteva darsi sulla caratteristica
produzione del poeta del '700: un commento storico-critico, che illumina aspetti
inediti dell'insigne Poeta.
EMILIO RASULO: Storia di Grumo-Nevano e dei suoi uomini illustri
(Tip. Cirillo, Frattamaggiore, 1967, pagg. 148, L. 1000)
Si tratta della II ed. riveduta e aggiornata. La 1a ed. vide luce quaranta anni or sono
(1928); lo stile era in parte aulico, e v'era una più ricca documentazione. La 2a ed.
è destinata «non soltanto alle persone istruite ma a tutti coloro che siano forniti di un
minimo di media cultura». Apre l'operetta il ricordo di Domenico Cirillo, l'illustre figlio
di Grumo, che fu martire nel 1799.
SEBASTIANO TILLIO: S. Maria a Vico ieri e oggi (Laurenziana,
Napoli, 1966, pp. 208, L. 2000)
Un lavoro interessante, risultato di ricerche durate anni, che accompagna il lettore
alla comprensione della storia della Cittadina, dalle antiche tracce romane al Medio
Evo, alla storia della «università», alle vicende degli ultimi anni.
L'A. ci guida alla comprensione dell'anima di questo popolo, attraverso lo studio
del costume e delle tradizioni.
GIOVANNI VERGARA: S. Sosio a Frattamaggiore (Tip. Cirillo,
Frattamaggiore, pp. 128. L. 1000)
La vita del Santo Patrono è innestata, con felice garbo, alle vicende della Città,
in uno stile brillante e poetico, ma con un trasporto di fede religiosa che esalta la
figura del martire. L'A. di recente scomparso, si riprometteva di approfondire
questa parte agiografica, se la morte non lo avesse immaturamente stroncato.
NICOLA MACIARIELLO: Francolise, il nome di un giardino verdeggiante
(Libreria A. Verde, S. Maria C. V., L. 600)
Studio profondo e suggestivo, nel quale il Maciariello, proseguendo nelle sue indagini
intorno alla Campania Semitica, dopo un'approfondita critica all'etimologia vagheggiata
da Prospero Cappella ed al pensiero di Gabriele Iannelli, si rifà alla lingua ebraica e,
sulla scorta della dotta ricerche glottologica di Padre Sosio Pezzella, ricostruisce
l'antico nome di Francolise come peràzòn - èsh (agricoltori di fusco), il che ci
riporta alla visione della Campania primitiva, percorsa da rivi di lava, sgorganti
da innumerevoli crateri.
Lettura veramente affascinante, che ci rivela un mondo tanto lontano e diverso
dal nostro, eppure esistito proprio dove oggi noi viviamo.
LORETO SEVERINO: Corradino di Svevia e la sua tragica impresa
(Napoli, Athena Mediterranea editrice - pag. in 8° 90 con 11 illustrazioni fuori testo. L. 1.200)
Come nacque il mio «Corradino»
Non parlo di un mio figlio o di un mio nipote, ma di un giovanetto che mi fu caro
sin dalla mia infanzia e della cui disavventura ebbi sempre un'accorata pietà: Corradino
di Svevia ultimo sventurato rampollo della storica nobile casata degli Hoenstaufen.
Me lo fece conoscere ancora fanciullo delle prime elementari il mio papà, il quale
ogni volta che ci recavamo dai nonni a Napoli era solito fare una visita alla Madonna
Bruna nella basilica del Carmine Maggiore, ove mi indicava la statua di Corradino
spiegandomi con poche parole la sua tragica fine. Ed io mi immaginavo il giovane
sovrano come il solitario che viene sorpreso, catturato e giustiziato.
Passò qualche anno e alla terza ginnasiale mi si diede a mandare a memoria la
malinconica poesia di Aleardo Aleardi, quella poesia che il Gregorovius dice essere
una delle poche sopravvissute al suo romantico autore. Quei versi mi sono rimasti
impressi per sempre e nonostante li recitassi a memoria mi è piaciuto sempre leggerli
per meditarli e commuovermi.
Passarono molti anni, ero ormai un giudice anziano. Nella biblioteca dell'Università
Vecchia ebbi bisogno di consultare qualche storia del Diritto e chiesi l'Histoire
criminelle del Du Bois, sfogliando la quale mi saltò agli occhi il nome di Corradino;
vi era la deplorazione della sua condanna ma vi era accolto un racconto che aveva
tutto il sapore di una leggenda e cioè che il papa Clemente IV avrebbe fatto di tutto
per salvare la vita a Corradino. Questa leggenda mi spinse alla ricerca della verità sul
detto famoso: mors Conradini vita Caroli etc.: quindi non più alla biblioteca universitaria
ma mi rivolsi all'Archivio di Stato. Raccolsi notizie; passò qualche tempo, volli accertarmi
se per Corradino vi fu processo, pel quale mi diede lo spunto Benedetto Croce
indicandomi qualche studio relativo.
Altro tempo; poi come si svolse la battaglia di Tagliacozzo? I cronisti e Dante avevano
detto la verità? Altri appunti messi da parte. Raccolgo le lettere scritte da Corradino;
leggo quella in cui Carlo D'Angiò fa al papa la relazione della battaglia, scopro che costui
molte cose importanti tace e lo colgo in fallo dalle sue stesse parole scritte in lettere
successive.
Gli appunti fanno ora un discreto cumulo e sono ancora da parte.
Messo in pensione mi ritiro al mio paese ove sono nominato sindaco e sono seriamente
impegnato per circa nove anni. Alla fine trovo un po' di respiro, ripresi gli appunti raccolti,
li leggo ed allora mi si spiega alla vista non già la visione avuta da fanciullo cioè di un giovane
solitario, sorpreso, catturato e decapitato; ma la visione di una Italia che stanca della tirannia
di Carlo D'Angiò, gli si ribella; città, terre, principi, repubbliche vogliono scuotere il suo
giogo, si formano alleanze, al giovanetto ne giungono ambasciate, egli si decide, aiuti di
uomini e di danaro gli giungono, le flotte percorrono i mari, le accoglienze al giovane si
moltiplicano; le prime vittorie, si annunzia propizio un rivolgimento nella penisola, un piano
strategico bene concepito ... Poi la sconfitta nella stessa vittoria mediante un inganno;
il processo, la fine crudele.
Altra pausa. Alla fine mi decido a scrivere.
Amalia Bordiga sul Mattino del 26 settembre accennando alla fine del giovane biondo,
dagli occhi del color del mare, dice che Corradino è una figuretta che non fa storia; se
con questa frase essa vuole (e malamente) accennare che la di lui impresa, per la sconfitta
subita, non conseguì l'effetto voluto possiamo anche assolvere quell'infelice frase; ma se
consideriamo l'entità e lo scopo dell'impresa, la quale avrebbe, se giunta a buon fine,
cambiata la faccia non solo del regno delle due Sicilie ma anche di tutta Italia possiamo
non solo commuoverci all'immatura ingiusta fine di Corradino, ma anche ammirarne il
coraggio, l'eroismo, l'alto scopo del suo agire, la dignitosa calma con la quale affrontò la morte.
LORETO SEVERINO
MARIA RAFPAELLA CAROSELLI: La Reggia di Caserta. Lavori
costo effetti della costruzione (Dott. A. Giuffrè editore, Milano,1968 - Biblioteca
della Rivista «Economia e Storia», 18 -, 80, pp. VIII-224, 18 ill. f.t. L. 2.200)
La Reggia di Caserta ha attratto in questi ultimi anni la rinnovata attenzione di studiosi di
arte, di geografia urbana, di scienze economiche.
Maria Raffaella Caroselli ha presi in esame, con metodo rigoroso e con conoscenza
della problematica più aggiornata, in base a documentazione di prima mano rinvenuta
negli archivi casertani e napoletani, il grande capolavoro Vanvitelliano sotto il profilo
economico del costo della costruzione e degli effetti sullo sviluppo della città di Caserta,
destinata a diventare, dal 1818, capoluogo della provincia di Terra di Lavoro.
Va subito detto che questo volume della Caroselli è un'ottima ricerca campione in una
materia che, per le sue complesse articolazioni, non è di facile studio.
Giustamente l'Autrice inquadra la costruzione della Reggia in quel programma di
rinnovamento istituzionale e di propulsione civile ed economica, che segnano gli albori
del regno di Carlo Il di Borbone.
La creazione di un'apposita Giunta amministrativa a Caserta diede luogo ad una complessa
organizzazione e ad un'intensa attività per la realizzazione del grande sogno di una residenza
reale che, se pur rimase incompiuta per la partenza di Carlo per la Spagna e per ulteriori
vicende storiche e politiche, fu al centro, con alcune pause, di brillante vita di corte fino
alla caduta della monarchia e, quel che più conta, diede l'impulso a un nuovo centro
urbano nella pianura casertana, determinando il declino della vecchia Caserta sul Tifata,
rimasta ora a testimoniare, con il fascino di un incomparabile complesso monumentale e
con un caratteristico tessuto urbanistico, la sua vita gloriosa nell'età medioevale.
I nomi degli artisti chiamati per la realizzazione dell'opera, ed in primo luogo il Vanvitelli,
gli oscuri operai, fra i quali anche schiavi e galeotti, i materiali occorsi e ricercati in tutte
le parti d'ltalia, i sistemi di lavoro e di pagamento, i bilanci trovano una esauriente e
documentata esposizione. Una particolare indagine è dedicata al costo dei materiali e
dei trasporti, agli stipendi degli impiegati ed ai salari degli operai, alle condizioni sociali
di vita e di lavoro. Le spese sostenute nel secolo XVIII per le reali delizie di Caserta,
comprendendo quelle per l'acquisto dei terreni ed altre varie, ammontarono ad oltre 6
milioni di ducati, e la Caroselli amaramente annota che esse si sarebbero potute impiegare
per il sollievo alimentare delle popolazioni del reame, pur convenendo che a tale impiego
mancato fanno riscontro il valore dell'opera d'arte e il prestigio della monarchia.
La ricerca si allarga in una prospettiva più ampia e più calzante con lo studio delle
conseguenze demografiche, urbanistiche ed economiche per lo sviluppo dell'area urbana
intorno alla reggia. La popolazione della nuova Caserta, rinvigorendo il vecchio villaggio
Torre, passò da 2.000 abitanti nel 1783 a 12.512 nel 1851: vengono qui seguiti il
delinearsi di nuove categorie ed attività sociali nel centro e nelle borgate, il movimento
migratorio, il costo della vita in tutte le sue componenti, integrando i dati di archivio
con altri offerti dalla letteratura e, talora, con riferimenti alle altre regioni d'Italia. Con
l'esame del riflesso della nuova situazione creata dalla costruzione della reggia sulla
produzione agricola ed industriale dell'area casertana (e, naturalmente, particolare
attenzione vien data al centro serico manifatturiero di S. Leucio), con l'identificazione
puntuale delle nuove categorie sociali e della loro dinamica di sviluppo viene messo
in evidenza lo squilibrio fra prezzi e salari in Caserta nella prima metà del secolo XIX.
La costruzione di nuove chiese e di nuove attrezzature educative ed assistenziali
sottolinea l'esigenza dell'accresciuta popolazione al centro ormai di una vasta rete
d'interessi economici ed amministrativi.
Al termine della ricerca la Caroselli afferma che, sul piano del giudizio storico, la
costruzione della Reggia può essere considerata un incentivo valido ad originare una
evoluzione economica a lungo termine di determinata area territoriale. In realtà nel
primo sessantennio del secolo XIX Caserta e la Terra di Lavoro «non potevano
dichiararsi oasi economiche del regno Borbonico, perché partecipavano dei difetti
e degli errori riscontrabili nell'intero regno».
Il volume, ricco di dati pazientemente raccolti ed esemplarmente elaborati e commentati,
di tabelle e di grafici, di illustrazioni fuori testo, di una tavola di ragguaglio, di un indice
degli autori ed analitico-alfabetico, merita la maggiore attenzione da parte degli studiosi
di storia economica e di storia del nostro Mezzogiorno.
In una nuova edizione, che auguro prossima, sarebbe opportuno correggere alcune
piccole imprecisioni storico-artistiche, che, però, nulla tolgono all'importanza del
volume (p. 26: gli scultori Masucci, Villareale, Monti e gli stuccatori Beccali e Lucchesi
definiti pittori; p. 38: il palermitano Antonio De Dominicis per Antonio Dominici,
imprecisione, quest'ultima, forse ripresa dalla Lorenzetti e dalla Guida del Chierici,
ma poi corretta dallo stesso Chierici nel suo volume sulla Reggia, del quale si
attende la prossima ristampa da parte del Poligrafico dello Stato).
GIUSEPPE TESCIONE
PIETRO BORZOMATI: Aspetti religiosi e storia del Movimento cattolico
in Calabria (Ed. Cinque Lune, Roma, 1967, pp. 520)
La storia del Movimento cattolico in Calabria è ancora da scriversi: le linee generali le
ha però tracciate il De Rosa, nelle sue ricche e complesse monografie. Ma è anche
una impresa, che supera qualunque impegno di studioso volenteroso, che s'armi d'una
rara costanza nell'affrontare il delicato compito. Bisognerebbe interrogare gli archivi
delle centinaia di diocesi, scorrere la molteplicità dei documenti pastorali dell'Episcopato
italiano dal 1860 al 1900, rendersi conto della stampa religiosa delle singole diocesi:
solo così quella storia può dirsi un fatto compiuto. Il Meridione è ancora da scoprire,
anche per questo aspetto. Pietro Borzomati, docente di storia all'Università di
Perugia, allievo e collaboratore di un chiarissimo maestro, il prof. Massimo Petrocchi,
ha rotto finalmente il ghiaccio. «Aspetti religiosi e storia del Movimento cattolico in
Calabria (1860-1919)», è la fatica del giovane e valente studioso che la benemerita
«Edizioni Cinque Lune», ha recentemente lanciata. 520 pp. sono state forse ancora
poche per dar luogo adeguatamente alla ricca problematica venuta fuori da un
problema scottante, quale quello affrontato dal Borzomati. Noi che abbiamo una
certa familiarità con archivi diocesani, dove il più delle volte tocca incontrarci con
qualche pretino dalla pettina rossa, o meno, spesso un po' ignorante su taluni problemi,
ma sempre diffidente nell'affidar ad uno studioso delle carte da consultare, ben
riconosciamo le mille difficoltà che solo la illuminata e costante pazienza, e l'entusiasmo
giovanile dell'A., potevano superare. Che l'A. domini, con sguardo sicuro, l'arco vasto
di storia, che si è venuta svolgendo nel periodo postunitario alla prima grande guerra,
ci è chiaro da tempo: da quando lo incontrammo a Napoli, e potemmo riconoscere
qual buona stoffa fosse nascosta sotto la patina di modestia e di entusiasmo dello
studioso calabrese, trapiantato tra Terni e Perugia. La dotta e documentata comunicazione,
dal titolo «I cattolici calabresi e la guerra 1915-18», inclusa a stampa in «Benedetto
XV, i cattolici e la prima guerra mondiale» (Roma, 1963) ci faceva convinti del
come l'A., sapesse muoversi, e dominare, una tela vasta di avvenimenti storici, e
di vicende. E' recente, poi, il suo studio «La più recente problematica sul movimento
cattolico in Italia dopo l'Unità, 1860-1915», in «Cattedra, 1968». Forse solo un
calabrese poteva calarsi, per così dire, in quel mondo chiuso e remoto, fasciato
come da muraglia insuperabile, senza spiragli di aperture e di dialogo, e pur sempre
travagliato da profonde crisi di ordine economico e sociale, che avevano fatto da
remora all'ondata di rinnovamento che la Chiesa alimentava in quelle terre sorridenti
di luce e di sole, ma spesso avare nel dare all'umile colono un tozzo di pane.
V'era, in quelle popolazioni, una religiosità tradizionale, fatta il più delle volte di
superstizioni e di fanatismo; ma, col 1860, alla chiesa si apre un nuovo cammino
da percorrere. A ostacolarla, era il freddo ambiente della borghesia calabrese, tra
liberale ed anticlericale, quella che si era impolpata con la soppressione dei «beni»
della chiesa (il Decennio insegni!). E' questo «studio d'ambiente», il miglior titolo
dell'A. che ha potuto esaminare le condizioni religiose delle diocesi, nel periodo
postunitario, ove, un clero impreparato e spesso ignorante, oltre che insofferente alla
disciplina canonica, si addimostrava insensibile a quel soffio di rinnovamento religioso
che una nuova azione pastorale, in armonia dei tempi nuovi, alimentava vigorosamente,
per opera dei Vescovi della Regione. A nostro parere, si tratta di un nuovo capitolo
della questione meridionale, che l'A. ha coraggiosamente affrontato, e nel quale si
affollano problemi i più vari: dagli effetti della dominazione napoleonica, alla presenza
del Clero nel Risorgimento, ed ai suoi rapporti con esso, alla attività pastorale
dell'episcopato, alle condizioni sociali, ed economiche, della Regione, alle molteplici
difficoltà che rallentarono il sorgere di un cattolicesimo organizzato e sociale.
Il prof. Borzomati, non ha potuto esaurire l'argomento; ha solo tracciato un solco,
ha dato direttive sicure ed intelligenti per coloro che, su questa linea ed è augurabile,
vorranno affrontare il problema nelle singole diocesi. Ma lo storico futuro, qualunque
esso sia, non potrà far a meno di questo punto fisso, ed obbligato, dato dal nostro A.
con questo solido contributo di ricerche che, lo ha reso benemerito della storia della
Chiesa in Calabria. Onore a Lui, ma anche alla Editrice Romana di Piazzale L. Sturzo,
che ha sposato la causa del movimento cattolico, che ha illustrato in decine di
pubblicazioni, cogliendo in pagine interessanti il nucleo vitale del messaggio sociale
della Chiesa, oggi ad una delle svolte più decisive della sua storia bimillenaria.
GUIDO D'AGOSTINO: Premessa ad una storia del Parlamento Generale
del Regno di Napoli durante la dominazione Spagnola (con gli Atti inediti
di un Parlamento)
Il lavoro del D'Agostino, assistente ordinario alla Cattedra di Storia Medievale e
Moderna presso l'Università di Napoli, è appena un saggio che il giovane e valoroso
studioso ha voluto dedicare ad una vasta e paziente ricerca sulla esistenza ed il relativo
funzionamento del Parlamento Generale del Regno, convocato con varia frequenza
fino al 1642. 150 anni circa di attività di quest'organo rappresentativo, in condizioni
politicamente sfavorevoli, caratterizzate (come l'A. sottolinea) dal rigido assolutismo
del potere centrale, e dalla subordinazione degli interessi generali del Regno, nonché
dalle mire della stessa monarchia spagnola, costituiscono un ricchissimo campo di
lavoro e di indagine, al quale l'A. si è dedicato con costante passione ed anche entusiasmo.
In questo campo già altri prima hanno racimolato spighe, ma alla trebbiatura sol ora vuol
attendere il D'Agostino, con lavoro completo, per quanto possa disporne il materiale
archivistico, presso l'Archivio di Stato di Napoli, e non solo. In questo solco hanno già
seminato Bartolomeo Capasso e P. Gasparrini, G. Galasso (l'insigne cattedratico della
nostra Università, affermatosi già, giovanissimo, tra i nomi più quotati nella repubblica
delle discipline storiche), A. Marongiu, G. Carignani, E. C. Croce, G. Coniglio (nomi
tutti chiarissimi); al D'Agostini non resta che far tesoro di questi interessanti contributi,
come punto di partenza obbligato e allargar la tela per un'opera di vasto respiro, strutturata
alla luce di criteri storiografici moderni, e che richiede volontà tenace, buon acume, idee
chiare. E' quello che già ci testimonia questo breve saggio, che è stato estratto dal vol.
LXXVII degli Atti dell'Accademie di Scienze Morali e Politiche della Società Nazionale
di Scienze, Lettere ed Arti in Napoli; e che ancora una volta ci documenta di quali
grandi promesse e speranze siano a noi gli elementi giovanili, che - lungi dal solco
crociano - preferiscono la diretta consultazione delle carte antiche, le quali conservano
tuttora un muto linguaggio che spesso sfuggì ai «gelosi tutori del nostro patrimonio»,
che orgogliosi e pieni di boria, tennero per sé - e l'ammanirono, secondo schemi
prefissati, a coloro che in buona fede credettero non potersi far storia senza l'autorità
d'un Croce o d'un Niccolini - quelle ricchezze, che forse mai o male sfruttarono e di
cui resta ora a noi il desiderio struggente, dopo il delitto teutonico dell'incendio, or
son 25 anni, degno solo di un Nerone.
LUIGI AMMIRATI: Ascanio Pignatelli poeta del secolo XVI (notizie
bio-bibliografiche) (Tip. Ist. Anselmi, Marigliano, 1966).
Coloro che sono stati particolarmente zelanti e severi nell'esame di questo libro, non
hanno letto, in copertina, «notizie bio-bibliografiche»; in tal sede, ci dispensiamo dallo
scendere a polemiche. Si tratta di un contributo valido, dato alla conoscenza della storia
civile e letteraria della Napoli del '500. Noi certamente troviamo interessanti le «notizie»
dell'A. ed è quello che ci aveva promesso; ma non sfugge allo stesso la nota positiva della
poetica del Pignatelli, una poesia sincera, senza adulazioni, genuina, ricca di motivi
interiori, che non rare volte è vera poesia, e nulla ostenta di quel goffo e convenzionale
petrarchismo, pur fiorente ai tempi dell'Ascanio Filomarino. Non bisogna far processi
all'A. quando per primo lo stesso si confessa. Un efficace lavoro d'insieme, frutto di
severe ricerche condotto con larghissima informazione; in questo campo l'A. si aggira
con rara padronanza, ed ha da ricordarci belle pagine di storia letteraria.
MENDELLA MICHELANGELO: Il moto napoletano del 1585 e il delitto
Storace (Giannini Ed. Napoli, 1967, pp. 128. L. 2000)
Il nome dell'A. di questa operetta è legato a studi importanti; ma, quello che ora
ricordiamo rappresenta la prima affermazione nel campo degli studi di storia moderna.
A parte diremo di questo «contributo valido alla storia della Città di Napoli del tardo
Cinquecento»: sono le parole dell'insigne storico napoletano, il prof. Pontieri, che ben
volentieri ha dettato la «presentazione». Solo la pazienza, l'equilibrio e la costanza del
Mendella, poteva darci la gioia di leggere queste pagine dettate in una forma «polita»,
la quale dà grazia ai documenti, e a tutto il libro, che si fa leggere, e studiare, con
un segreto fascino di attrattiva.
ARMANDO ABBATE: Francesco Conforti giansenista e martire del '99
(Athena Mediterranea, Ed. Napoli, 1967; L. 1000.
Si tratta di un brillante, organico ed equilibrato, «saggio storico-critico sul movimento
giansenista napoletano», che raccoglie ricerche di anni di lavoro; la novità del lavoro
è nella esposizione - che per la prima volta è stata tentata - del pensiero teologico del
Conforti: è il primo lavoro che illustra adeguatamente la figura del Martire, figlio
della terra salernitana, una gloria dell'Italia.
GIUSEPPE IMPERATO: Ravello e le sue bellezze, pp. 96, L. 300.
Amalfi nella natura, nella storia, nell'arte, pp. 192, L. 600.
Si tratta di due brillanti sintesi storiche, tracciate dalla mano maestra di Mons.
Imperato, figlio di queste terre benedette da Dio. Ogni pagina conserva una
misteriosa forza lirica, quella che al visitatore è comunicata dalla natura ricca di
fascino, e che l'intelligenza umana trasforma, nella voce del cuore, in poesia.