CONTRIBUTO ALLE RICERCHE STORICHE
LOCALI ATTRAVERSO LA RILETTURA
DELL’OPERA DEL CASTALDI

LUIGI PICCIRILLI

L’opera di Giuseppe Castaldi pubblicata, nel 1830 per i tipi della Tipografia S. Giacomo di Napoli, non a caso è stata riprodotta in edizione anastatica e pubblicata da una casa editrice bolognese. Essa si inscrive in un momento particolare, oggi, di tutto un rifiorire di studi di storia locale che affrontano non solo storici ad alto livello, ma, soprattutto storici dilettanti, quale mi professo io. Perché questo revival di studi di storia locale? La risposta a questa domanda è facile. Da pochi decenni, le «Annales» una rivista storica fondata in Francia da Marc Bloch e da Lucien Fabvre ed ora diretta da un gruppo di storici che fa capo a Braudel e a Jacques Le Goff, vanno conducendo un discorso particolare sugli studi di storia. Esse hanno posto l’accento sulla cultura materiale e sulla storia «événementielle» in senso stretto e in senso lato. Si intende per cultura materiale lo studio, con l’ausilio dell’archeologia, di ogni reperto che ci passa venire dal passato sia esso uno strumento agricolo primitivo, sia esso un coccio, una pietra scheggiata, un polline, i resti ossei di un animale, una tomba, una lapide, una stele, ma anche lo studio di testamenti, di inventari di beni, di epistolari, di confessioni, di visite pastorali (queste ultime sono molto importanti per la descrizione minuziosa dello stato materiale delle chiese e dei loro arredi).
Ma altri studiosi, e in particolar modo Michele Cagiano de Azevedo, scomparso recentemente, che ne propugnò l’insegnamento nelle Università (ed infatti ora questa disciplina è materia di insegnamento nelle facoltà di Lettere e Filosofia) hanno capito ed intuito che l’archeologia classica o antica non è più sufficiente a ricostruire il quadro delle attività di una città attraverso i secoli, perché essa si limita solo al mondo antico e quindi hanno intravisto che attraverso un’altra disciplina, l’archeologia medievale, i cui strumenti operativi sono analoghi a quelli dell’archeologia classica, ma hanno in più il supporto di fonti scritte molto più numerose, si possa far rivivere, non dico anno per anno, ma secolo per secolo, gli alti e bassi di una politica, i successi e gli insuccessi economici e sociali di un borgo, di un villaggio, di una casale, i reiterati tentativi di grosse borgate di liberarsi da un giogo feudale, signorile, come fu il caso di Afragola che si riscattò pagando un tributo per essere di pertinenza del demanio regio; si possa ricostruire la vita di ogni giorno, come si alimentavano, come era scandita la giornata di lavoro, quali attrezzi agricoli usavano, quali metodi nella coltivazione dei campi, quali prodotti; infine, poiché l’archeologia medievale in molti casi dispone di materiale di studio, come costruzioni, interi abitati, chiese medievali, anche se hanno subito attraverso i tempi modificazioni che ne hanno alterato la fisionomia originaria, attraverso di essa si può tracciare l’attività imprenditoriale edile delle varie maestranze, si possono individuare i materiali da costruzione usate, le tecniche, la fattura dell’opera, le influenze, le imitazioni. Anche nel recentissimo congresso storico su «Gli Slavi Occidentali e Meridionali nell’Alto Medio Evo» tenutosi a Spoleto dal 15 al 21 aprile del 1982, l’archeologia medievale è stata la scienza dominatrice del congresso, perché senza di essa tanti risultati a cui sono pervenuti gli studiosi non potevano essere ottenuti.
Ora mi si permetta di ritornare alla rifioritura di studi di storia locale. Cinzio Violante nell’ultimo congresso nazionale, tenutosi a Pisa per l’occasione del 50° anniversario della fondazione della Società Storica Pisana nei giorni 16 e 17 dicembre 1980, ha attribuito tale revival alle «Annales», mediatore Chabod, alla rinnovata cultura marxista e a quella cattolica e alla approfondita interpretazione del pensiero storiografico di Croce, secondo il quale «l’universale si concretizza nella storia locale» e ha individuato nuovi strumenti e nuovi metodi di ricerca nella lettura di fonti scritte e nella rilettura di fonti già edite e utilizzate, ma con spirito nuovo, libero da ogni ingabbiatura ideologica, in altri termini liberarsi dal rifare la storia del Medio Evo, o della storia moderna con gli occhi e con la mentalità di un uomo del ventesimo secolo. E questo vale per qualsiasi periodo storico. E nel congresso si è ribadita l’importanza dello studio sulla storia locale, essendo questa, secondo Gabba «già storia generale quando si tratti di centri particolarmente importanti» e secondo Chittolini «non è che una forma particolare di quella generale, specie oggi che si tende alla verifica microstorica». Perciò dal momento che la storia locale, secondo me, è la proiezione in miniatura di grandi avvenimenti nazionali e poiché la storia locale ha anche una vita autonoma, noi con tutta tranquillità possiamo affermare che partendo dalla microstoria comunale e via via allargando la ricerca alla microstoria provinciale e regionale in una visione diacronica e sincronica, possiamo ricostruire pezzo per pezzo i tasselli del grande mosaico che è la storia nazionale, non dimenticando però in sede storiografica la particolare situazione della storia di un borgo.
All’obbiezione secondo la quale la storia locale è «frammento» si può rispondere con le parole di Girolamo Arnaldi «è un errore voler teorizzare il concetto di storia locale, esistendo tra questa e quella generale non una divaricazione, ma solo un rapporto dialettico». E nello stesso congresso si è sottolineato che non esistono storici di serie A e di serie B, volendo con questa distinzione fare una specie di discriminazione tra storici di professione e storici dilettanti; anzi si sono auspicati convegni in cui si sarebbero incontrati specialisti e non specialisti per mettere a fuoco i risultati delle loro ricerche e dibattere i problemi che a mano a mano vengono fuori dalla discussione per utilizzare meglio le fonti già conosciute e rivalutare in sede storica fonti archivistiche che fino a pochi anni fa venivano scartate o male utilizzate, come testi agiografici, visite pastorali, genealogie, penitenziali, leggendari, martirologi, necrologi, obituari, gli stessi registri di battesimi, dei matrimoni e di morti, catasti, cedolari, registri di censi, carte geografiche, carte nautiche, statuti di confraternite, relazioni di parroci ed altre che qui non è il caso di elencare.
Attraverso queste fonti si possono fare ricerche sul culto di un santo, sulle famiglie e sulle parentele, sulle loro aggregazioni e quale peso abbiano avuto sulle strutture politiche, amministrative ed economiche di un borgo, di un casale; ricerche prosopografiche per ricostruire l’unità o la disgregazione di una famiglia, le professioni o i mestieri esercitati dai suoi membri, il suo stato materiale e il suo stato dei beni, i rapporti tra famiglie dello stesso centro abitato, le lotte per il potere; quale sistema fiscale era usato dal potere centrale, come si pagavano i tributi e chi ne era esente; attività imprenditoriali, l’attività economica, la religiosità popolare e così via.
Oggi la storia come ieri si serve di altre discipline non più considerate sue ancelle, come la paleografia, la diplomatica, la storia economica, la storia della chiesa e delle chiese locali, la storia demografica, la statistica, la storia del folklore, per giungere ad una globale storia della cultura intesa questa parola in senso lato.
Ora fatte queste premesse, veniamo al punto della questione che più ci interessa. Perché la rilettura delle «Memorie storiche» di Giuseppe Castaldi?, di uno storico dilettante che nei periodi di ozio o, come dice egli stesso nell’avvertenza al lettore la predilezione, l’amore per il suo paese, «il bisogno di distrarmi nei mesi feriali dalle cure forensi nella mia presente carica di giudice della Gran Corte Civile di Napoli mi hanno indotto a raccogliere di nuovo queste memorie disperse» (ed infatti il manoscritto che egli aveva intenzione di dare alle stampe gli fu sottratto e perciò tentò di ricostruire alla bella e meglio «sollecitando la memoria» e raccogliendo le carte rimastegli e facendo ricorso al «Dizionario geografico ragionato del regno di Napoli» di Lorenzo Giustiniani, che aveva utilizzato il manoscritto del Castaldi) la storia di Afragola dalla sua fondazione ai giorni suoi?
La rilettura di questo libretto ha indotto me e dovrebbe indurre anche quanti hanno amore per il proprio luogo natio, ad accelerare le ricerche che da tempo vado conducendo su Afragola, ricerche che sono state interrotte per altri impegni e che di tanto in tanto venivano riprese e per poi essere lasciate di nuovo.
Un legame ideale si è stretto tra il Castaldi e me.
Anche ai tempi del Castaldi era tutto un rifiorire di studi di storia locale, di studi di erudizione, un frenetico e appassionato desiderio di raccogliere e sistemare e pubblicare carte antiche.
Si pensi che il lavoro del Castaldi si inscrive in quel clima di attività culturale che fa capo a Ludovico Antonio Muratori in Italia, ai Bollandisti e al Mabillon in Francia e si pensi che l’ultima edizione del «De Re Diplomatica» del Mabillon fu stampata a Napoli nel 1787 e che circolavano a Napoli le opere del Muratori e in particolare la «Rerum Italicarum Scriptores» e le «Antiquitates Italicae Medii Aevi»; si pensi al rinnovato interesse per una storia laica del regno di Napoli che fa capo a Pietro Giannone, alla tendenza ad affrontare problemi economici, sociali, amministrativi giuridici che fa capo al Genovesi, al Filangieri, agli studi storico-filosofici ad opere di G. B. Vico.
Ed ecco opere di carattere erudito, di rilettura di antiche consuetudini; basti qui ricordare l’opera del Giustiniani sopra ricordato, Antonio Chiarito che nella sua opera «Commento sulle Costituzioni di Federico II» ci offre notizie per noi importanti per le ricerche attuali su tutti i casali o villaggi, come egli li definisce, che facevano e fanno corona intorno a Napoli. Quindi il Castaldi si inseriva già in un avviato filone di studi di storia locale.
E noi oggi, facendo nostro l’invito ideale di G. Castaldi; sul suo solco e su quelli di altri, come il reverendo Don Gaetano Capasso, autore di una storia di Afragola in più volumi, che pur nella sua variegata impostazione, costituisce momento di riflessione e avvio per ricerche più sistematiche e più scientifiche, inizieremo un discorso storiografico di un respiro, direi, più consono ai tempi che corrono e che trova la sua concretezza nell’utilizzazione di fonti finora mai lette ed in una impostazione che non si traduca in una storia romanzata o in una mera narrazione di aneddoti storici che porterebbero ad una visione frammentaria dei vari momenti della storia di Afragola dai suoi primordi fino ad oggi. La nostra dovrà essere una storia globale che comprenda tutte le sfaccettature, non privilegiando questa o quella storia, cioè voglio dire non fare storia politica o storia religiosa senza tenere presente le altre storie, ma tutte viste in un discorso globale.
A questo punto passiamo alla terza fase: quella di proporre alcune ipotesi di lavoro, che, bene inteso, sono per il momento solo ipotesi, che non hanno carattere definitivo, ma suscettibili di cambiamenti alla luce di nuove scoperte e di nuovi ritrovamenti di fonti.
Ho constatato che esiste una massa enorme di documenti ancora tutta da esplorare; una montagna di fonti archivistiche che giacciono presso l’archivio di Stato di Napoli e presso l’archivio Storico Diocesano di Napoli, per non parlare delle fonti degli archivi parrocchiali, degli archivi di famiglie private, che conservano, e noi non sappiamo, documenti di estrema importanza. Tutto un lavoro di ricerca, di spoglio, di lettura paleografica e diplomatica di scritti dagli irti e qualche volta illeggibili caratteri ammuffiti, deteriorati dal tempo, dalla umidità e dalla polvere; tutto un lavoro di catalogazione, di vaglio, di interpretazione; lavoro che non può essere svolto se non si hanno conoscenze paleografiche, se non si ha un fiuto da ricercatore nello scegliere tra le fonti quelle che più ci interessano.
Il mestiere dello storico, anche se a livello dilettantistico, è un lavoro impegnativo, perché se non si ha una conoscenza approfondita dei grandi avvenimenti nazionali e di quelli internazionali, si rischia di incorrere in sviste storiche e in anacronismi. Il mestiere dello storico è un ufficio impegnativo, ripeto, e suo scopo precipuo, è quello di «far capire che il passato è stato reale come il presente, e incerto come il futuro» come afferma il Trevelyan. Lo storico può anche servirsi dell’aneddotica, ma nel suo senso etimologico originario, come insegnava Benedetto Croce, di «notizia inedita», purché questa «notizia inedita» lumeggi meglio un fatto storico e non venga citata per il gusto di riportare quella «notizia» (*).

(*) Testo della conferenza tenuta il 18 dicembre 1982 nei locali della «Pro Loco» di Afragola.