ONOMASTICA ED ANTROPONIMIA
NELL’ANTICA GRUMO NEVANO (*)
(1ª PARTE)
GIOVANNI RECCIA
Tracciare il profilo di una gens/famiglia è sempre molto difficile, specialmente in assenza
di documenti che ne individuino un’origine codificata in uno specifico ambito di tipo
geografico-spaziale o temporale, ma anche in loro presenza è necessario che gli stessi
siano facilmente leggibili o interpretabili e che non contengano vocaboli errati, corrotti o
modificatisi per il corso del tempo. Si consideri poi che il pericolo di cadere in forme
elogiative sproporzionate rispetto alla reale portata di fatti o dati rilevati deve essere
tenuta costantemente presente di modo che tutte le ipotesi formulate si riferiscano sempre
al testo in senso stretto, ove risultino presenti documenti di riferimento ovvero offrano
la maggiore attendibilità possibile laddove l’analisi sia eseguita in carenza degli stessi per
via indiretta. D’altro canto non soltanto la scarsità di documentazione pone limiti ad una
completa conoscibilità dei fatti storici, bensì la continua contrapposizione tra cultura di
classe dominante e classe subalterna ha costituito per molto tempo un presupposto
discriminatorio verso quest’ultima in punto di rilevanza storica (1). Sotto tale profilo è
opportuno tenere presente che in origine le formule onomastiche erano costituite dal
solo nome proprio, come per gli osco-sanniti e gli etruschi, a volte associato, come
per i greci, ad un secondo nome che poteva essere un patronimico, un toponimico od
anche un soprannome di tipo qualitativo. Il sistema romano invece, ne ampliò la gamma
delle funzioni, comprendendo il nome personale (praenomen), il gentilizio indicante la
gens o casata (nomen) ed, a partire dal III sec. a.C., il cognome che, nato come
soprannome (cognomen o supernomen), distinguerà i diversi rami o familiae all’interno
della gens. Tale sistema, entrato in crisi tra III e IV sec. d.C., vedrà la scomparsa del
praenomen e dal V sec. d.C. l’affermarsi, per tutto l’altomedioevo, del nomen unicum
rappresentato dal nomen oppure dal cognomen/supernomen. Soltanto a partire
dall’XI-XII sec. d.C. il sistema onomastico comincerà ad assumere la forma attuale
del nome e cognome. Quest’ultimo si svilupperà sulla base dei nomi e dei soprannomi
personali e familiari, dei luoghi di provenienza, delle arti, professioni e mestieri, delle
qualità fisiche, psichiche e morali dei singoli individui (2).
DAI SANNITI AI LONGOBARDI
Per il periodo sannita non abbiamo riferimenti specifici a persone nominativamente
presenti in Grumo Nevano (3), se non con riguardo al toponimo Nevano a ricordo della
gens Naevia (oppure Novia o Vibia) (4), mentre in epoca romana l’iscrizione
funeraria del Corpus Inscriptionum Latinorum (CIL X/3735) (5) del II sec. d.C. rinvenuta in
Grumo cita il Decurione Publio Acilio Vernario (6). Anche gli Acilii abitavano il nostro
territorio, oltre ad essere presenti dal I sec. a.C. in Capua, Pompei, Baia,
Puteoli (7).
Forse pure i Coelii, per la presenza dell’iscrizione commemorativa di Caio Celio
Censorino (8), governatore della Campania (CIL X 3540), potevano avere qualche
podere nel nostro territorio. Inoltre una concessio Lucio Titio(len)sis si rileva in una
carta dei gromatici romani come posta a sud di Atella, oltre l’incrocio tra la
via atellana/decumano dell’ager campanus ed una via perpendicolare ad essa, in possibile
area grumese (9). Dunque la gens Titia, già presente dal II sec. a.C. in Capua,
Pompei, Paestum, Misenum e Puteoli, avrebbe potuto detenere un podere nelle
nostre terre (10). Per quanto concerne l’antroponimia, Publio e Lucio sono
praenomen tipici d’epoca romana, mentre il supernomen Vernario si riferisce a vernus
nel senso di “primaverile” oppure “canterino” (11).
Anche sui bizantini e longobardi (12) si presentano non poche difficoltà per
l’individuazione di un’onomastica altomedioevale tenuto conto della scarsità di documenti. Rileviamo
però, nel X-XI sec., Stefano de Vivano, Fundato de Vibanum e Pietro de Grimmum (13)
che, se riferiti ai nostri casali (14), evidenziano un nomen unicum accompagnato dal
toponimo di provenienza. Sull’antroponimia altomedioevale di Stefano e Pietro,
si nota l’influsso del cristianesimo con un possibile legame con l’Italia centrale in
relazione all’origine dei corrispondenti Santi (15). Per Fundato invece si rileva un
particolare significato collegato al sostantivo “fondo”, per cui non si tratta di un
nome proprio, come il femminile Frunduta (16), bensì si riferisce alla stessa area di
Vivano ove si trovano “coloro che abitano/sono obbligati a rimanere il/nel fondo”
di Vivano (tertiatores/coloni) (17).
Un aiuto, di non facile interpretazione, ci perviene dalla toponomastica antica
grumese laddove si riscontrano:
- Lanzaluni/Anzalone: presumibilmente derivato dall’antroponimo longobardo
Answald, ovvero dal personale latino Antius o dalla gens Ansia (18);
- Greci: fa parte del primitivo abitato altomedioevale di Grumo, e presenta
caratteristiche etimologiche riferite ai bizantini, emigranti provenienti dal Ducato
napoletano ovvero dalla costa campana soggetta agli attacchi dei Saraceni (19);
- Starza: potrebbe riferirsi ad un podere della gens Statia ovvero della gens Terentia
con prostesi di s- (20);
- Sepano: ci riporta ad un prediale latino da Saepius/Seppius, tale da farci
ritenere possibile la presenza di podere di proprietà della gens Saepia/Seppia (21);
- Puglia e Puglitello: indicherebbe un prediale latino da Pullius/Pollius, cioè
da un podere di proprietà della gens Pullia/Pollia (22);
- Fiorano/Florano: per il quale è possibile un’origine dal prediale Florius/Florianus,
riferito alla gens Floria (23);
- Longobardo: associato a Florano, potrebbe riguardare un cognome riferito
alla presenza di longobardi nella zona (24);
- Seripando: che fa parte dell’onomastica bizantina (25);
- Pignitello/Pignatello: dell’onomastica longobarda (26).
Non vi sono invece attestazioni agionimiche per il tardo antico e l’altomedioevo
riguardanti i Santi Vito e Tammaro, i cui culti, iniziando a diffondersi dal VI sec.
d.C., anche per effetto di una spinta da parte dei longobardi, pur con tempi e profili
diversi, non sono ancora assorbiti in termini antroponimici nel nostro territorio (27).
*NORMANNO-SVEVI ED ANGIOINI
Dopo il 1000 con l’avvento dei normanni troviamo Americo, Bono Saltello, Iohannis
Donati e Mirilionis presenti in Grumo nel 1132 (28), nonché una Maria de Grumo nel
1176 (29) in Napoli. Persistendo riferimenti cognominali legati al toponimo di Grumo, si
nota che Mirilionis è un nomen di età longobarda (da miri-/illustre e –lionis/del
leone), Saltello risente invece di un influsso latino quale soprannome relativo a saltus,
o dal verbo salire in conseguenza di qualità fisiche connesse al modo di “camminare
a sbalzi”, oppure nel senso di “montanaro”, Americo è tipicamente normanno e
Donati può risultare romano-autoctono (30). I nomi di Giovanni e Bono
hanno anch’essi subito un influsso romano-cristiano riferibile a San Giovanni ed al latino
bonus/buono.
Non rilevabili in epoca sveva, se non con riguardo a Petronius Grumus nel 1245
ma in Salerno (31), in età angioina riscontriamo i primi cognomi, di cui alcuni sono
attualmente presenti nel nostro territorio. Abbiamo Iohannis de Christi, Martino
Scaranus, Liborio Scaranus, Iohannes Scaranus e Cesare Scaranus, Pandolfo
e Paolo Guindactio nel 1271 (32), Benedetto Nazario ed ancora un
Paolo de Grumo nel 1275 e 1280 (33), Giacomo e Martone Lupolo
nel 1290 (34), Basta di Giorgio, Giovanni di Domenico, Napoletano
Scarano, Falco e Lonardo Scarano, Giacomo Planterio, Pietro d’Orlando,
Giovanni Fiano nel 1298 (35), Nicolaus Infans, Guillelmus de
Leonardo, Martinus Cuso, Jacobo de Sancto Antimo, Nicolaus de Giorgio,
Bartolomeo Scarano, Iohannes Paganus, Nicola de Sergio, Marconus
Sabbatinus, Iohannes de Amodeo, Paulus de Pascali nel 1306 (36),
Iohannes Lupulus e Petrus de Corrado in Grumo ed un Peregrinus di
Frattamajor in Nevano nel 1308 (37), Pietro di Silvestro nel
1318 (38), Bernardo de Paolo nonché Francesco Ruffo e Iacobus de
Phylippo nel 1324 (39), Carello de Stefano, Giovanni de Stefano,
Giroso Amoroso e Pietro Amoroso nel 1331 (40), Mansuele di
Iennillo, Dominico Nicola de Martullo, Antonio de Perruczo nel
1383 (41), Buccio de Siena nel 1420 (42). Inoltre il feudo
di Grumo era tenuto da Petro Ferace nel 1271, Guglielmo Latro/d’Alatri nel 1277, da Iacobo
de Ianario nel 1291, da Iohanni de Marra nel 1291 e 1292, da Sergio Siginulfo di Lagonessa
fino al 1306, da Carlo II d’Angiò dopo il 1306, da Nicola di San Giorgio prima
del 1346, dalla famiglia Brancaccio di Napoli dal 1346, mentre Nevano rientrava
tra i possessi della Chiesa di Aversa, poi del Demanio Regio, anche se i
Capecelatro erano presenti nel casale dal 1277 (43).
Continuando ad esistere un’onomastica riferita al casale di Grumo ed escludendo i
cognomi legati ad un preciso luogo di provenienza, nonché quelli di persone non
presenti nel casale di Grumo, nell’onomastica angioina grumese troviamo le
famiglie:
- de Christi: dal nome di persona Cristo, diffuso in età tardoantica irradiatosi da
Roma. Citato in area longobarda, ad esso si collega il cognome Cristiano, “figlio
di Cristo”. Il cognome è presente in Pistoia nel 1269 ed in Napoli nel 1271 (44);
- Guindactio: dal nome proprio Guido, diffuso in area longobarda. E’ in Napoli dal
sec. XIV (45);
- Scaranus: dal nome personale Anscario, dal longobardo scara, “specialisti a cavallo”
ovvero dal gotico skara-ja, “baldracca”, è in Aversa (CE) nel 1205, in Salerno
nel 1225, in Trani (BA) nel 1269 ed in Napoli nel 1271. Sempre nel XIII sec.
sono feudatari di Penne (AQ) (46);
- Nazario: dal nome proprio Nazario presente in area suditalica. E’ in Napoli
nel 1267 (47);
- de Paolo: dal nome personale Paolo diffuso in epoca tardoromana ed espanso nel
centroitalia. Citato in territorio longobardo, risulta in Roma e Brindisi nel 1270, in
Salerno nel 1272 ed in Aversa (CE) nel 1275 (48);
- Lupulus: dal latino lupus, “del lupo”, che troviamo in area longobarda beneventana
nell’altomedioevo. E’ presente in Napoli nel 1275 (49);
- de Giorgio: dal personale Giorgio, presente con gli svevi. Si trova in Capua
(CE) nel 1299 (50);
- di Domenico: dal nome proprio Domenico, diffuso nel meridione italiano. E’ in
Capua (CE) nel 1267 (51);
- Planterio: dal francese plantè/impalatore (figlio del), riferito ad una professione
ovvero proveniente dal casale di Plantaria in Calabria. Rilevabile in Montpellier
(FR) nel 1221 ed in Cosenza nel 1278 (52);
- d’Orlando: dal nome personale Orlando, presente tra i Franchi. Si trova in
Napoli nel 1267 (53);
- Fiano: dalla città di Fiano Romano (RM). Il cognome si riscontra tra le famiglie
ebraiche romane dal sec. XI (54);
- Infans: dall’omonimo sostantivo francese “enfant/infante” che troviamo nel sud italiano.
Il cognome compare in Napoli nel 1268 e nel 1272 (55);
- de Leonardo: dal nome Leonardo, presente in centro Italia. E’ in Roma nel 1268 (56);
- Cuso: dal soprannome tedesco kussen/bacio-baciato, riferito a qualità fisiche
individuali, ovvero al nome personale Kusso/Bacio. Rilevabile in Castrovillari (CS)
nel 1275 (57);
- Paganus: dal nome personale Pagano diffuso nel meridione italiano in epoca
altomedioevale. In Cosenza nel 1270 (58);
- de Sergio: dal personale Sergio, che troviamo in area centroitalica. Si trova in Val
di Crati (CS) nel 1269 (59);
- Sabbatinus: dal nome Sabato, presente in tutt’Italia. In Aversa (CE) nel 1275 (60);
- de Amodeo: da Amodeo, diffuso in area normanna. E’ in Lucera (FG) nel 1279 (61);
- de Pascali: dal nome Pascale, riscontrabile nel meridione italiano. Si trova in
Molfetta (BA) nel 1269 (62);
- de Corrado: dal nome di persona Corrado, introdotto in epoca sveva in Italia
meridionale. Si rileva in San Pietro Infine (CE) nel 1275 (63);
- di Silvestro: dal nome proprio Silvestro, diffuso in territorio capuano dal sec.
XII. E’ in Aversa (CE) nel XIII sec. (64)
- Ruffo: dalla gens Rufa romana. Famiglia di origini calabresi, proveniente da
Bisanzio nell’altomedioevo. Da Catanzaro è giunta in Napoli nel 1118 (65);
- de Phylippo: dal nome personale Filippo, diffusosi intorno all’XI sec. in Italia
nordorientale. Presente in Aversa (CE) nel 1244, Roma e Montefuscolo (AV)
nel 1269, Sessa (CE) e Lauro (AV) nel 1275 (66);
- de Stefano: dal nome di persona Stefano, diffuso in epoca tardoantica in Italia
centrale, rilevabile in Montefuscolo (AV) nel 1269, in Roma nel 1270, in Caserta
nel 1273, in Aversa (CE) e Cicala (NA) nel 1275 (67);
- Amoroso: dal nome personale romano bassomedioevale di Amore. E’ presente
in Pomigliano d’Atella (CE) nel 1249, Savignano di Aversa (CE) e Gerace (RC)
nel 1275 (68);
- di Iennillo: dal toponimo francese di Jeanville, da cui Ianvillo/Iannillo. Si trova in
Val di Crati (CS) nel 1273 (69);
- de Martullo: da un personale Marta-ino/Martullo, ma potrebbe trattarsi anche di
Marzullo o Martello. Mentre Martullo e Marzullo non si riscontrano nelle fonti
due-trecentesche, Martelli, da un lato corrisponde ad una famiglia fiorentina nota
già dall’XI sec., dall’altro, si trova in Sulmona (AQ) nel 1275 (70);
- de Perruczo: dal nome Perrotto, presente nel meridione italiano. E’ in Napoli
nel 1272 (71);
In Nevano invece rileviamo dal sec. XIII soltanto i Capecelatro, derivato dall’aggiunta
al proprio cognome, da parte dei normanni Capece, del toponimo della città di Alatri
(FR), di cui erano feudatari (72).
In questo periodo storico si nota principalmente la sussistenza di un’onomastica patronimica,
ad eccezione di Ruffo di origini romane, dei normanni Capece (derivato dal
soprannome cacapece) di Alatri (FR) e dei goto-longobardi Scaranus e Lupulus
che invece si riferiscono ad aggettivizzazioni di persona e sostantivizzazioni di animali.
Per quanto concerne l’antroponimia angioina, la tabella 1 pone i nomi propri in correlazione
con le aree italiane di maggiore attuale presenza (73):
TABELLA 1
| NOMI | AREA
| Giovanni (8) | Centro Nord
| Pietro (4) | Centro
| Giacomo (3) | Piemonte – Liguria
| Martino/Martone (3) | Nord
| Nicola (3) | Puglia
| Guglielmo (2) | Centro
| Paolo (2) | Centro
| Antonio (1) | Centro Sud in –o- - Nord+Puglia+Sicilia in –a-
| Bartolomeo (1) | Centro Nord
| Basta (1) | Centro
| Benedetto (1) | Centro Nord
| Bernardo (1) | Nord
| Buccio (1) | Toscana
| Carello (1) | Centro
| Cesare (1) | Lazio/Roma – Emilia/Bologna – Marche/Ancona
| Dominico (1) | Sud
| Falco (1) | Sud
| Francesco (1) | Puglia – Sicilia
| Giroso (1) | Centro
| Liborio (1) | Sicilia
| Lonardo (1) | Centro Sud
| Mansuele (1) | Centro
| Marcone (1) | Centro Sud
| Pandolfo (1) | Campania
| |
(continua)
Note:
(*) Riprendo qui quanto riportato in G. RECCIA, Origini e vicende
della famiglia de Reccia, in Archivio Storico per le province Napoletane (ASPN), n.
CXXIII, Napoli 2005.
(1) A. BACHTIN, L’opera di Rabelais e la cultura popolare
nel medioevo, Parigi 1907.
(2) G. GRANDE, Origine dè cognomi gentilizi nel Regno di
Napoli, Napoli 1756, C. LEVI-STRAUSS, Le strutture elementari della parentela,
Milano 1967; G. ROHLFS, Origine e fonti dei cognomi in Italia, Galatina 1970; E.
DE FELICE, Dizionario dei cognomi italiani, Milano 1997; G. DELILLE, Famiglia
e proprietà nel Regno di Napoli, Torino 1988; G. D’ISANTO, Capua romana, Roma
1993; G. FRANCIOSI, Clan gentilizio e strutture monogamiche, Napoli 1995; M.
SALA GALLINI e E. MOIRAGHI, Il grande libro dei cognomi, Casale
Monferrato 1997.
(3) Su Grumo e Nevano sannito-romane vedi G. RECCIA, Storia
di Grumo Nevano dalle origini all’unità d’Italia, Fondi 1996; Sull’origine di Grumo
Nevano: scoperte archeologiche ed ipotesi linguistiche, in Rassegna Storica dei
Comuni (RSC), Anno XXVIII n. 110-111, Frattamaggiore 2002; Sull’origine di Grumo
Nevano: culto, tradizione e simbolismo agricolo-pastorale, in RSC, Anno XXIX n.
116-117, Frattamaggiore 2003, ed oltre quanto già evidenziato, sulla presenza di toponimi
identificabili con la nostra Grumo, abbiamo ancora Grummu/Grommu che viene citata
nel 1114 come un luogo non moltum longe da Giugliano, M. IGUANEZ, Regesto di
Sant’Angelo in Formis, r. XXVII, Roma 1956, ed una località indicata come
Grumo-i/Grumolo-uli si troverebbe anche nelle pertinenze di Avella (AV) e Baiano
(AV) nel 1163, 1182, 1202, 1219, 1315, 1327, 1328, G. MONGELLI, Regesto delle
pergamene dell’Abbazia di Montevergine (RPMV), Vol. I, rr. 421, 423, 700, Vol. II,
rr. 1172, 1438, Vol. III, r. 2244, Vol. IV, rr. 2873, 3143, 3144, 3192, Roma 1958. Peraltro
C. TUTINI, Dell’origine e fondatione de’ Seggi di Napoli, Napoli 1644, cita una
Grumi in Calavria tenuta in feudo nel 1497 da Rinaldo da Turre, che potrebbe
corrispondere a Grupa frazione di Aprigliano Vico (CS), ancora citata alla metà del
sec. XIX, A. MOLTEDO, Dizionario geografico, storico-statistico dei comuni del
Regno di Napoli, Napoli 1858. Inoltre dal Codice Diplomatico della Lombardia
medioevale (CDLM) e da J. F. BOHMER, Regesta Imperii (RI), rileviamo i seguenti
antichi toponimi già richiamati in G. RECCIA, opp. cit., nelle loro denominazioni
moderne:
- in area cremonese nel 970, 1019, 1043, 1066 e 1136: Grumello (Grumello Cremonese),
Grumedelli, Grumarioli-o-um, Gru(a)mo, Grummo Sancto Paolo,
Pieve Grumose e Grumone;
- in area bergamasca nel 1010, 1026, 1031, 1033, 1037, 1039, 1049 e 1051: Grummello-um
(Grumello del Monte), Grumello Durani, Grumello Luvuiti, Grumolo, Grummo-le,
Grummo Noale, Grummello Cavoncu e Vite da Grummo,
- in area comasca nel 1146: Grumello;
- in area parmense nel 1163: Castro Grumi e Grummo;
- in area milanese nel 1180 e 1191: Grumi-o, Grumum ad Bonopecto e Grumum;
- in area pavese nel 1163: Crummi.
Allo stesso modo in G. RANCAN, Grumolo attraverso i secoli, Vicenza 1986 e R.
KINK, Codice Wangianus (CW), Vienna 1852, si rilevano:
- in area veneta nell’825: Grumolo (Grumolo delle Abbadesse);
- in area trentina nel 1180 e 1189: Gromsberg.
Tra i toponimi attuali vanno aggiunti ancora Doss Grum (TN), Grun (BL), Grumellina
(BG), Grumello di Paisco (BS), Grumei (CO), Grumtorto/Grantorto (VI), Grumo di
Zugliano (VI), Grumolo (VI), Grumaggio (FI), Grumolo (PI), Grumoli (LU), Grumata
(LU), Cromagnon in Francia, nonchè il torrente Grumale nei pressi di Caltrano (VI), G.
B. PELLEGRINI, Toponomastica italiana, Milano 1990. Peraltro va citato Grumo di
Campegine (RE) ove è stata scoperta un’area terramaricola, G. BERMOND
MONTANARI, Preistoria dell’Emilia e Romagna, Sala Bolognese 1963.
Sulla questione etimologica di Grumo credo che ormai sia superabile anche il legame
locanda/grumo esplicitato da E. RASULO, Storia di Grumo Nevano, Frattamaggiore
1979. Riporto infatti tutti i termini inerenti locanda/taverna/stazione/alloggio e simili, nonché
quelli evidenzianti un concetto di ospitalità, anche temporanea, citati da H. PEYER,
Viaggiare nel Medioevo, Bari 2005: hospitia, deversoria, stabula,
taberna, caupona, statio, mansiones, pandoca, mutationes,
xenodochia, stathmoi, kapeleion, katalysis, katagogion, canabae,
thermopolium, meritorium, brocae, karczma, kretscham, forum,
trofia, comia, pistrinum, ecclesia, oratorium, monasterio,
metata, han, funduq, manzil, alhondiga, mesones, posadas,
scholae, mercatoria, albergaria, fodrum, comestiones,
servitia, tractoriae, evectiones, heribergo, domaines, villicationes,
gistum, hauberga, albergum, descensus, receptum, brenagium,
jagerein, psare, cabaret e freihof. Basta
semplicemente elencare questa serie di parole greche, latine, germaniche, celtiche, slave
ed arabe per notare l’assenza di un qualsiasi collegamento linguistico con Grumo, così
come, al contrario, è possibile individuare tra la statio romana, costituita dalla villa rustica,
e la contrada La Starza di Grumo.
Sono da citare, per completezza con quanto già riportato in G. RECCIA, opp. cit.: grume
che corrisponde, secondo i romani, alla scorza della pianta del fico, S. DI CARLO,
Seminario overo plantario, Venezia 1545; in piemontese, grumo che indica la “pallottola
nelle vivande di farina”, gromo è il “grano”, gruma riguarda una “malattia del cavallo”
come il cimurro, M. PONZA, Vocabolario piemontese-italiano, Pinerolo 1859; nel
vicentino, grumo è unità di misura dei “legni accatastati” minore della pertica, G. DA
SCHIO, Saggio del dialetto vicentino, Padova 1855; in portoghese ghrumo è il “grano”,
F. CALDAS AULETE, Dicionario contemporaneo da lingua portugueza, Lisbona
1881; grumetti che corrisponde a “orecchione”, C. MALASPINA, Vocabolario
parmigiano-italiano, Parma 1857; grumello che viene considerato altresì un “luogo a
sfruttamento agricolo” e groom (fon. grum) che è il “mozzo di stalla” e/o il “fantino”, E.
LA STELLA, Dizionario di deonomastica, Firenze 1984; gruello, con cui veniva
chiamato nel ‘300 in volgare napoletano il “pane fatto del più grossolano fiore di farina”,
N. FARAGLIA, Diurnali detti del Duca di Monteleone, Napoli 1895; Glum è una
divinità normanna della terra presente nella Saga Viga-Glums, A. KEYER, La religione
dei Normanni, Milano 1997. Ancora: il cromorno, dal tedesco krummhorn, è il “corno
ricurvo”, la gluma è il “rivestimento dei chicchi di grano” e sgrumare/sgrommare
significa “liberare dalla gromma”, il latino glomus-eris è “l’appallottolarsi” come fanno
le api operaie ed i glomeridi/millepiedi, G. DEVOTO e G. OLI, Dizionario della lingua
italiana, Firenze 2001. Inoltre P. GUARDUCCI, Tintori e tinture, Firenze 2005, ha
messo in risalto come nel sec. XV in Firenze la gromma/gruma, colorante inorganico,
si identificava con il cremore di tartaro che, quando bruciato, dava luogo all’allume di
feccia, deposito vinario melmoso di colore rossastro.
In questo contesto vanno anche esaminate tutte le informazioni elaborate per il periodo
medioevale da A. DU CANGE, Glossarium mediae et infìmae latinitatis, Niort 1886,
così rilevabili:
- gloma ---- corrisponde al rafis in greco, indicante “l’ago”;
- glomus-ere-ex-o/grumiceglus ----- coincide con l’alatis in greco significante
“appallottolare”, da cui glomereccio/appallottolato;
- groa/groua/groea ---------- terra paludosa/luogo vicino a fiume con virgulti;
- gromes/gromet/groumet/gromus ------ famiglio/servitore addetto alla vigna, da cui
groom e gourmet;
- gromma/gronna/grunna ----- luogo bituminoso/paludoso;
- groba --- raccoglitrice di acqua piovana;
- grua/grus ----- gru;
- gru/grus/gruau/gruellum ---- polenta;
- gruma/groma/cruma ----- bollicina;
- gruma/groma/gromma ---- deposito del vino;
- gruma/groma/gronna ----- selva;
- gruma/groma/gromulus ---- unità di misura dal greco gnoma;
- grumare ---- ammassare;
- grumella ---- farina;
- gruminus/grumus ---- acervo/mucchio;
- groa/goa ----- unità di misura fluviale;
- gruer ---- prestazione imposta;
- grunh ------ terminus/limes/confine.
Anche da questa sfilza di definizioni emergono una serie di elementi utili ai nostri fini che
vanno a confermare quanto già evidenziato nei precedenti articoli presentati in questa RSC,
cioè che:
- le uniche definizioni prese in considerazione dagli storici locali per una etimologia di Grumo
si riferiscono solo al grumus latino, inteso come “mucchio di terra, confine o selva/bosco”,
limitando l’attenzione soltanto a qualche voce riportata dal Du Cange;
- i diversi termini possono distinguersi secondo la provenienza (greco, latina, germanica) e
l’età (classica o medioevale), oppure in base al significato comune.
Nel primo caso abbiamo gloma-glomus/gruma-groma-gromulus riferiti “all’ammucchiare”,
“all’area acquosa” e ad “un’unità di misura terriera”, che costituiscono i termini più antichi,
per passare al gruminus-grumus-gruma, poi a tutti gli altri (tranne grua-grus, che, essendo
onomatopeico, è allo stesso modo di non definibile ma antica origine).
Nel secondo caso si vengono a configurare i seguenti gruppi:
- gloma/glomus/gruma-groma-cruma/gruminus-grumus/grumare indicante
l’operazione di “ammucchiare”;
- grua-grus/groa-groua-groea/gromma-gronna-grunna/groba/groa-goa riferito
ad un “luogo acquoso” con piante/uccelli acquatici;
- gromes-gromet-groumet-gromus/gruma-groma-gromma/gruer relativi al “lavoro
del servo sui depositi nella vigna”;
- gruma-groma-gronna per la “selva”;
- gruma-groma-gromulus/gruminus-grumus/groa-goa/grunh come “unità
di misura”;
- gru-grus-gruau-gruellum/grumella concernente i “cereali” trasformati in
farina/polenta;
- grunh riguardante un “confine”.
Premesso che sono isolati nei documenti storici i riferimenti al “lavoro dei servi”, alla
“selva”, al “confine”, da ritenere tardi e diffusi, secondo il Du Cange, soltanto tra la
popolazione degli Angli (non presenti nel nostro territorio nel corso dell’altomedioevo),
restano d’interesse il “luogo ricco d’acqua”, i “cereali”, nonché “ammucchiare” e “l’unità
di misura”, per le quali si riprendono le considerazioni e le differenze linguistiche e di tipo
diffusionistico-temporale formulate in G. RECCIA, Scoperte ..., op. cit.
Ancora in ambito botanico si rilevano un tipo di fungo saprofita denominato Agarico
Nebbioso (Clitocybe Nebularis) chiamato in vernacolo fiorentino grumato e presente
nei boschi di conifere, A. BENCISTA, Vocabolario del vernacolo fiorentino, Firenze
2005, nonché la gromphaena (Gomphrena della famiglia delle Amarantacee), PLINIO
SENIORE, Naturalis Historia, Libro XXVI, che cresce ovunque vi sia acqua, trattandosi
di pianta da giardino, A. e V. MOTTA, Nel mondo delle piante, Milano 1974.
Per quanto concerne gli aspetti storico-archeologico-linguistici elaborati in G. RECCIA,
opp. cit., va aggiunto che M. CRISTOFANI, Tabula Capuana, Firenze 1995, ritiene che
l’area a nord di Napoli facesse parte della chora di Cuma tra VII e VI sec. a.C.
Sui rapporti tra Puglia/Campania/Lucania è necessario evidenziare come per Grumentum
lucana PLINIO SENIORE, op. cit., Libro III, discorrendo dei lucani cita la popolazione
dei grumentini che provenendo dal territorio campano, avrebbero costruito in quel luogo
il proprio abitato. Inoltre L. GILIBERTI, Sulla controversa attribuzione delle monete
con legenda Gru-, Napoli 1934, ritiene che grumum derivi dal lessico italico e significhi
“monticello” (da grumus), e, mentre D. ADAMESTEANU, Grumentum, Potenza 1967,
ha affermato un’origine greca dell’etimo grum-, al contrario G. RACIOPPI, Storia dei
popoli della Lucania e della Basilicata, Napoli 1974, ne ha sì specificato una origine
indoeuropea però quale derivato dall’osco grama/villaggio, contraltare del pagus romano.
Ai grumentini vanno associati i grumbestini, richiamati dallo stesso PLINIO SENIORE,
op. cit., popolazione preromana abitante la Calabria antica (attuale bassa Puglia), cui si
collega l’antica Grumon pugliese.
Tutto ciò sembra confermare un passaggio dalla Puglia alla Campania, dipoi alla Lucania,
dell’etimo grum(or-n) – ritenuto composto da gru+mo(r)(n) – in una scansione temporale
comportante una posizione “nascosta” della Grumum napoletana. Ciò raccordandosi a F.
RIBEZZO, Italici, in Enciclopedia Italiana (EI), Roma 1934, secondo il quale i toponimi
di Grumo Campana, Grumo di Puglia e Grumento Lucana sono da porsi in collegamento tra
loro in quanto appartenenti al primo sostrato italico-ausonico. Inoltre, come ha evidenziato
D. SILVESTRI, Etnici e toponimi di area osca, Pisa 1987, nell’individuare, tra i casi di
rideterminazione morfologica, il poco noto grumbestini rispetto a Grumum, la –b- di
grumbestini “induce a sospettare un fenomeno di ipercorrettismo in una situazione
di consolidata interferenza linguistica”. In sostanza la forma grumbestini sarebbe la
trasformazione osca di un termine di formazione iapigio/illirica. Da ciò si può ritenere
discenda non soltanto una possibile identificazione tra gli etnonimi grum(b)estini e
grumentini rispetto al poleonimo Grumum, ma anche che la forma originaria abbia potuto
subire la detta oscizzazione proprio nella Campania di IV sec. a.C.. Tali profili, da porre in
relazione con quanto evidenziato in G. RECCIA, opp. cit., sono sicuramente interessanti
laddove sappiamo che:
- Grumon/Grumo Appula (BA) è un centro già presente nel V-IV sec. a.C. nella Puglia
degli Iapigi/Peucezi parlanti lingue illirico-indoeuropee;
- a Grumo Nevano (NA)/Grumum, sulla via atellana, vi erano sicuramente dei sanniti
nel IV sec. a. C.;
- Grumentum/Grumento (PT) è un abitato di fine IV-III sec. a. C. dei sannito-lucani.
In conclusione potrebbe apparire non azzardato considerare l’area atellana di IV sec.
a. C. (e la nostra Grumum) come un territorio abitato da osco-sanniti con presenze, non
disgiunte né sovrapposte ma integrate in essa, di provenienza iapigia che avrebbero
influenzato il sostrato toponomastico. Sull’archeologia nel nostro territorio ritengo che in
mancanza di scavi o carotaggi, anche l’impiego minimo di un magnetometro o di georadar
potrebbe portare ad importanti rilevamenti.
Circa gli indicatori linguistici, oltre quanto già riferito in altra sede, interessanti sembrano
essere l’idronimo krem, radice di Cremona, AA. VV., Glossarium Italicum, in
connessione, da un lato, con il fiume Krems, da cui le città site in Austria di Krems,
Kremsbruke e Kremsmunster, dall’altro, con l’antico fiume indiano Krumos, F. VILLAR,
Gli indoeuropei e le origini dell’Europa, Madrid 1996. Sul punto O. MAZZONI
TOSELLI, Origine della lingua italiana, Bologna 1831, ha associato
Crevalcore-Crepacore/Crevcoeur a Grumus intendendo per entrambi le alture degli
Appennini, e considerandoli sinonimi gallici derivati da crumm/grumm indicante
“curvo”.
Altro indicatore è il prefisso dialettale mor- riferito all’uva nera dei vitigni francesi
meridionali, a ricordo dell’antica influenza linguistico-culturale greco-focese, A.
SCIENZA, Dioniso in Etruria e il segreto della vite silvestre, in Archeo, Settembre
2006. Sul problema della vite in arbusta in area grumese, ritenuta dagli storici locali
realizzata dagli etruschi, vedi G. RECCIA, op. cit., ove viene evidenziato che non vi
sono nel nostro territorio riscontri archeologici etruschi o greci, per cui è da considerare
il fatto che il sistema in arbusta possa essere stato introdotto dai sanniti nel IV sec. a.C.,
conoscendo questi ultimi le tecniche etrusche di coltivazione della vite.
Va aggiunto che l’antico toponimo grumese Purgatorio, ARCHIVIO di STATO di
Napoli (ASN), Notai del XVII sec.- Protocollo di Ottaviano Siesto, n. 1, folio 154,
potrebbe riguardare un’area funeraria o dedita a culti religiosi, tanto che nel ‘700 è ivi
attestata l’omonima cappella, ASN, Tribunale misto, incarto n. 21.
(4) G. D’ISANTO, op. cit., trova la gens Naevia a Nola (II
sec. a.c.), Capua (I sec. a.c.), Cumae e Puteoli (periodo repubblicano); la gens
Novia a Capua, Nola, Venafrum, Puteoli, Hercolaneum,
Pompeii e Salernum dal II sec. a.C.; la gens Vibia in tutta la Campania dal II sec. a.C.
(5) Sulle iscrizioni atellane vedi F. PEZZELLA, Atella e gli
atellani, Frattamaggiore 2002 e G. RECCIA, “Atella e gli atellani”: una integrazione,
in RSC, Anno XXX n. 128-129, Frattamaggiore 2005.
(6) Publio Acilio Vernario potrebbe essere stato un veterano
romano entrato a far parte della vita amministrativa di Atella quale decurione, E.
TODISCO, I veterani in Italia in età imperiale, Bari 1999, tenuto conto che della
gens Acilia faceva parte Glabrio Acilius Sibidius Spedius, governatore della
Campania, E. SAVINO, Campania tardo antica, Bari 2005.
(7) G. D’ISANTO, op. cit. ed iscrizioni latine Annè
Epigraphique (AE) 1899/0034, 1900/0183, 1903/0166, 1978/0130, 1980/0245,
1986/0174.
(8) I Coelii erano presenti in Capua in epoca imperiale, G.
D’ISANTO, op. cit.
(9) Sul punto vedi la vignetta dei gromatici romani tratta dal
Ms. Palatinus nn. 197a e 136a, riportata anche da L. CAPOGROSSI, Persistenza
e innovazione nelle strutture territoriali dell’Italia romana, Napoli 2002, nonchè
quanto evidenziato in G. RECCIA, Sull’origine di Grumo Nevano: l’altomedioevo
(V-IX sec. d.C.), in RSC, Anno XXXI n. 130-131, Frattamaggiore 2005. Sul confine
posto tra Grumo ed Arzano, oltre i profili esposti in G. RECCIA, Altomedioevo ..., op. cit.,
è possibile fare una ulteriore riflessione con riguardo alla carta topografica del COMUNE
di Frattamaggiore del 1817, laddove la via Longa posta a sud corrisponde alla linea
demarcazione partente da Arcopinto/masseria Spena/masseria Patricello/masseria Ruta e
proseguente fino a Giugliano-Quarto, che abbiamo posto come alternativa confinaria
altomedioevale al fossatum publicum posto più a nord e passante per
Melito/Casandrino/Grumo/Frattamaggiore, poi a Giugliano-Quarto. Orbene dalla stessa
carta si nota poco più a sud la presenza di una Casa diruta di Tituo che ci può riportare
alla concessio dei Titii riferita dai gromatici romani.
(10) G. D’ISANTO, op. cit., ed iscrizioni latine: AE 1935/0027,
1973/0147, 1982/0186, 1984/0237, 1987/0253i e 1988/0307. E. TODISCO, op. cit., ha
rilevato come la gens Titia è comune alla classe dei veterani romani di origine italica.
(11) G. CAMPANINI, Vocabolario latino-italiano, Milano
1956.
(12) G. RECCIA, Altomedioevo ..., op. cit.
(13) RNAM, docc. A54, 300 e 310, rispettivamente del 949,
1016 e 1019.
(14) G. RECCIA, Altomedioevo ..., op. cit. Nell’antroponimia
longobarda è però caratteristico il personale Grimo-a, E. MORLICCHIO, Antroponimia
longobarda a Salerno nel IX sec., Napoli 1985. Nel CDLM troviamo i seguenti
cognomi:
- nel bresciano nel 1043, 1129, 1154 e 1163: de Grumide, de Grumedello-tello-thel-li-lo
e Grommata;
- nel lodigiano nel 1181: Grumoni;
- nel milanese nel 1189: de Grumo.
Anche la famiglia Grumelli è presente in Bergamo nel 1102, COLLEGIO ARALDICO,
Il Libro d’Oro della nobiltà italiana, Roma 1994 e F. ROSSI, Teatro della nobiltà
d’Italia, Napoli 1607, ed appare evidente la derivazione onomastica da quella toponimica,
profilo valevole pure per le altre località lombarde citate, tranne per de Grumide che come
Grimoaldo appartiene agli antroponimi composti da Grimo+aldo o Grima+i(l)da,
corrottisi in Grum- soltanto dopo il sec. XI e nel lombardo-veneto.
In tale contesto sembrano avere efficacia le considerazioni espresse per Grumo di Napoli,
G. RECCIA, opp. cit., laddove il de Grimmum, può riferirsi tanto al patronimico Grimo (e
quindi non avere attinenza con il nostro casale) quanto al preesistente toponimo di Grumum,
ritenendo la trasformazione linguistica lombarda presente anche nel napoletano. Ma in
quest’ultimo caso, a voler trarre la conclusione di una origine longobarda del casale (per il
quale non è giustificato comunque il legame tra persona e luogo), non si terrebbero nel
dovuto conto sia il substrato sannito-romano dell’area sia il toponimo pugliese Grumon
di IV sec. a.C. Va aggiunto che grumaldo ha successivamente assunto in area lombarda
anche il significato di “vecchio/vetusto”, G. LOTTI, Le parole della gente, Milano 1992.
Sul legame Nevano/Vivano, che si potrebbe rinvenire pure in Bivano/Hiviano-Biviano citata
come toponimo e come cognome nel 1198, nel 1260 e nel 1276, C. SALVATI, Codice
Diplomatico Svevo di Aversa (CDSA), Napoli 1980 ed RCA, XII, doc. 129, che si reputa
di pertinenza di Gricignano d’Aversa, G. PARENTE, Origini e vicende ecclesiastiche
della città di Aversa, Napoli 1857-1861, rinvenibile soltanto sino alla fine del XV sec.
(anche A. CAMMARANO, op. cit. e N. NUNZIATA, Cartolari notarili Campani
del XV secolo – Aversa – Notai Diversi, Napoli 2005, la individuano ancora tra il 1467
ed il 1483 con i Tonsello, de Nicolao, de Ausilio –Aulisio?- de Roccha di Ducenta,
de Iohanello di Trentola, Mactharono di Succivo), non trovo spiegabile il motivo per
cui detto casale sia completamente scomparso, dissoltosi nel nulla, soprattutto in un periodo
di stabilità territoriale a partire dalla prima metà del ‘500, nonché come sia possibile che non
ve ne sia ricordo in Gricignano d’Aversa (CE) anche per i periodi storici successivi. Viceversa
non si comprende come vi sia un solo riferimento documentale per i secc. XII-XV relativo
alla nostra Nevano di Napoli. Infine pur volendo considerare Vivano come parte di Gricignano
esistente tra XII e XV sec., cosa possiamo dire per l’epoca sannito-romana (e per l’età
altomedioevale) ove una continuità storica è rilevabile in modo certo per Nevano di Napoli?
Peraltro il locus Vivano è citato, nei documenti bassomedioevali, in connessione con la Starza
e sappiamo che il territorio di Nevano tra XV e prima metà del XVI sec. risultava essere poco
abitato e, soprattutto, di pertinenza di Grumo, B. D’ERRICO, Frammenti di catasto,
Frattamaggiore 2006, ove insiste la Starza.
Un altro elemento a supporto della nostra tesi può rilevarsi da R. FILANGIERI, I registri
della Cancelleria angioina (RCA), Vol. XLIII, doc. 73, ove si riscontra nel 1272 un luogo,
nell’area aversano-napoletana, chiamato Biyanum, ove nello stesso documento troviamo
associato al detto luogo anche Roberto Infans e sappiamo che un Infans (Nicolaus) è
proprio in Grumo nel 1306, C. DE LELLIS, Notamenta, Vol. IV bis, folio 562.
La questione credo rimanga al momento ancora aperta, sperando che nuovi documenti
consentano di sciogliere l’arcano, anzi ritengo opportuno richiamare anche i documenti del
922, Regii Neapolitani Archivi Monumenta (RNAM), doc. X, e del 1152, A. GALLO,
Codice Diplomatico Normanno di Aversa (CDNA), doc. LXIV, Aversa 1952, ove
vengono citati i loci de Vibarum e Bibarus che B. D’ERRICO, Note per la storia di Orta
di Atella, Frattamaggiore 2006, ritiene connessi al casale di Orta di Atella, anche nella variante
di Vinarum del 1191, R. PILONE, L’antico inventario delle pergamene del monastero
dei SS. Severino e Sossio, doc. 1460, Roma 1999. Sul punto però, il documento del 922, non
pare si riferisca a Vibarum come luogo sito in Horbeta/Orta ma come un luogo relativamente
lontano da esso ed a cui l’adiacente via conduce (terra mea que vocatur ad Horbeta posita
in Pumiliani de Atella hoc est traversum iuxta via a parte de via de Vibarum), ed infatti
una via che da Nevano conduceva direttamente a Pomigliano d’Atella (Cupa di Pomigliano)
è ancora visibile in una carta del 1793, G. A. RIZZI ZANNONI, Topografia dell’agro
napoletano, Napoli 1793. Meno certo è il legame con Bibaro, che, non indicato nel 1152
come posizionato in Orta, appare un toponimo autonomo confinante ad occidente con le terre
di San Donato (di Orta): invero proprio Nevano è localizzabile a sud-ovest di Orta.
Non così per Vinarum, in cui ricade la chiesa di San Donato di Orta, per il quale dal punto
di vista linguistico il legame con Nevano non sembra configurabile, perché va considerata
la variabile connessa ai frequenti loci ubi dicitur Vinea o Vinarum, riferiti a “vino/vite/vigneti”,
così come sorgono dubbi nel collegamento tra Vivano e Viviano, potendo in alcuni casi
quest’ultimo essere derivato da un antroponimo, ovvero, viceversa, come la Viviano
documentata nel 754 e nel 774 da J. M. MARTIN e E. CUOZZO, Regesti di documenti
dell’Italia meridionale (RIM), Roma 1995, regesti 322 e 450, che si riferisce all’area
pugliese (Neviano-LE?), mentre la Biviana citata per il 1342 in A. FENIELLO, op. cit.,
ove vi è una terra arbustata di proprietà del convento napoletano di Santa Chiara (in loco
Perralata), pare riferirsi alla nostra Nevano in quanto trovasi pertinenciarum
Neapolis.
(15) A. CATTABIANI, I Santi d’Italia, Milano 1999.
(16) E’ in Calvizzano (NA) nel 1306, C. VETERE, Le pergamene
di San Gregorio Armeno (PSGAM), Vol. III, r. 80, Salerno 2006.
(17) Monumenta Germaniae Historiae (MGH), Pactiones de
Leburiis cum Neapolitanis factae, Vol. IV, Hannover 1925 e F. BARBAGALLO, Storia
della Campania, Napoli 1978. Assente anche tra i nomen longobardi, E. MORLICCHIO,
op. cit., C. TROYA, Codice Diplomatico Longobardo (CDL), Napoli 1852 e L.
SCHIAPPARELLI e C. R. BRUHL, Codice Diplomatico Longobardo – Le Charte
dei Ducati di Spoleto e di Benevento (CDL-CDSB), Roma 1986, non pare che Fundato
possa poi rinvenirsi nel cognome quattrocentesco di Fundano, N. NUNZIATA, op. cit.,
in quanto quest’ultimo è il toponimico della città di Fondi (LT).
Va evidenziato come per E. SAVINO, op. cit., con l’occupazione di Atella nel 599, l’agro
napoletano fosse in mano longobarda nel VII sec., e ritengo lo sia stato sino almeno a tutto
il IX/prima metà del X sec., e B. CHIOCCARELLO, Antistitum praeclarissimae
neapolitanae ecclesiae catalogus, Napoli 1643, afferma che i longobardi utilizzavano, nei
secc. VII-IX, il castello di Atella per fare scorrerie contro i napoletani.
Un ulteriore elemento che fa convergere l’area dei casali a nord di Napoli nella sfera
longobarda emerge dall’analisi degli usi e delle consuetudini effettuata da N. ALIANELLI,
Delle consuetudini e degli statuti municipali delle provincie napolitane, Napoli 1873,
laddove pone in contrapposizione le consuetudini di Napoli con quelle di Capua ed Aversa,
ritenendo che alcune parti delle seconde, in materia di diritti familiari e di successione
ereditaria, siano legate al diritto longobardo tradizionale, di cui non vi è traccia in quelle
napoletane.
(18) ASN, Notai del XVI sec. - Giovanni Fuscone, prot. 356,
folio 74 ed M. SALA GALLINI e E. MOIRAGHI, op. cit. G. D’ISANTO, op. cit., li
rileva a Capua nel I sec. a.C. e nel I sec. d.C.
Sulle antiche vie Anzalone e de’ Greci di Grumo alcuni ritengono che si tratti di riferimenti
non antichi, derivanti dalla presenza/trasformazione dei cognomi d’Angelo/Angelone/Anzalone
e Greco, famiglie abitanti quei luoghi, di cui ne sarebbe rimasto il ricordo nelle cennate strade.
Peraltro dalla toponomastica antica le predette vie paiono comparire rispettivamente nel 1550
e nel 1655. In realtà, da un lato, i d’Angelo sono citati in Grumo nel sec. XVI, provenienti
da Succio/Succivo (CE) e da Orta di Atella (CE), risultano abitare in Platea Puteo Veteris
(odierna via Giureconsulto), Basilica di San Tammaro di Grumo Nevano (BSTG), Liber I
Defuntorum, dall’altro, il cognome Greco/Grieco è sconosciuto storicamente in Grumo,
BSTG, Liber I Baptezatorum et Matrimoniorum ed ARCHIVIO PRIVATO dei TOCCO
di MONTEMILETTO, Feudo di Grumo. Inoltre anche il dato toponomastico non sembra
incontrovertibile, per assenza di notizie per i periodi storici precedenti. Va osservato infatti
che in RPMV, II, r. 1172, sono citati Riccardo e Tommaso de Anselone presenti in
Grumum nel 1202, che potrebbe trattarsi della nostra Grumo. Se prendiamo a base questo
documento quindi, effettivamente potrebbe esserci un legame tra via Anzalone e gli
Anselone citati, e tenendo presente il periodo temporale, cioè sec. XII-XIII, viene a
confermarsi a sua volta, la possibile derivazione longobarda. Va però evidenziata la
posizione di A. TRAUZZI, Attraverso l’onomastica del Medio Evo in Italia, Sala
Bolognese 1986, secondo cui Ansaloni deriva dal semitico-ebraico ab-shalom, “padre
della pace”. Difatti Absalon, padre del milite Roberto, è in Bugnano di Orta di Atella
nel 1183, CDNA, doc. CXXI, considerato ebraico anche da M. COSTANZO, Individuo
e società in Aversa normanna, in Archivio Storico di Terra di Lavoro (ASTL), Vol.
VIII, Caserta 1982.
Per quanto riguarda il vico de’ greci, va specificato che i greci sono migrati nel territorio
napoletano in diversi momenti storici, tra i quali può prendersi a riferimento come primo
ed ultimo dato storico, l’epoca bizantina e l’emigrazione avvenuta nella seconda metà
del ‘500 in seguito all’occupazione della Grecia da parte dei turchi. Evidenzio che nel
primo dopoguerra le strade che ricordavano i greci in Italia furono sostituite con quelle
intitolate al Generale Francesco Tellini, ucciso dai greci in Albania nel 1923, così avvenuto
a Grumo come a Napoli, G. DORIA, Le strade di Napoli, Napoli 1943. In ogni caso
relativamente al nostro casale non vi sono per i secoli X-XVII documenti che attestano
l’arrivo/stanziamento/presenza di greci in Grumo, ma è pur vero che nel sec. XVIII
viene citato il vico de’ greci.
Si potrebbe anche fare riferimento al cognome reci/reccia, per caduta della g- di
“greci/grecia” e l’ipotesi appare stimolante ma poco supportata da documenti. Difatti
sappiamo che de Reccia, viene aggiunto, in Grumo e nella prima metà del ‘500, al cognome
de Cristofaro, la cui famiglia si trova in Pomigliano d’Atella nel 1522 e da cui si trasferisce
tra il 1523 ed il 1528/1530. Non solo, sappiamo (a conforto/confronto) anche che Rezza,
presente in Grumo nel 1567, si riferisce al cognome d’Arezzo, nonchè Cristofaro è un
patronimico di area cristiano ortodossa, quindi greca. Inoltre i Reccia abitano inizialmente
in Grumo nei luoghi di Platea Sancta Caterina e Puteo Veteris (via Giureconsulto),
quest’ultimo adiacente a vico de’ greci, G. RECCIA, Origini ..., op. cit.
Ritengo, in assenza di elementi probanti, che le due antiche strade, con la loro conurbazione
connessa all’area storica di Grumo, possano rimembrare l’antico sistema dei tertiatores,
regolamentati nei patti altomedievali, di cui le stesse rappresentano le aree di dislocazione
di longobardi e bizantini in Grumo così come, allo stesso modo, doveva essere avvenuto
nel fondato/abitato di Vivano/Nevano. Peraltro mancano ritrovamenti archeologici
attestanti una presenza di greci antichi, lasciando, come possibile identificazione toponimica,
la presenza di greci bizantini.
Rimane la maggiore influenza longobarda in Grumo Nevano nel periodo altomedioevale
sino al IX-X sec., tenuto conto che nel 581 e nel 771 i longobardi erano alle porte di Napoli,
Atella veniva occupata nel 599 mentre nel 784 si stabilivano i primi patti tra i Ducati che
venivano rinnovati nel 836, e nello stesso anno (836) i napoletani belligeravano contro i
longobardi ancora a Melito e Casoria, MGH, Chronicon Comitum Capuae e Pactiones ...,
op. cit., Voll. III e IV, Hannover 1925, quindi a sud di Atella e Grumo. G. RACIOPPI,
Il Patto di Arechi e i terziatori della Liburia, in ASPN, XXI, Napoli 1896, specifica che
nell’836 il Ducato di Napoli pagava il tributo della colletta al Principe longobardo di
Benevento. Peraltro ERCHEMPERTO, Historia Longobardorum, 56, specifica che
soltanto dall’884 (utilizzando i termini ab illo igitur tempore/”da allora”) i napoletani
iniziano a rivendicare il territorio liburiano (perchè per pochi anni, tra l’831 e l’834 il Duca
Bono e –principalmente per effetto di ciò - tra l’883 e l’887, il Duca Attanasio, giungeranno
ad assediare Capua, dopo aver conquistato Atella, come si evince per Bono pure dall’iscrizione
posta nella Basilica di Santa Restituta in Napoli). Proprio in Erchemperto, troviamo l’ultimo
riferimento alla città di Atella per l’anno 888, ed anche se nel 798 Atella et loca vicinas
risulterebbero essere stati distrutti dai Saraceni che colpirono duramente anche Napoli,
MGH, Scriptores rerum langobardicarum et italicarum – Neapolitanorum victoria
ficta, Hannover 1878, tanto che la città napoletana sarebbe stata ripopolata anche dai
cittadini atellani (anche Capua fu distrutta dai Saraceni nell’841, G. BOVA, Civiltà di
Terra di lavoro – Gli stanziamenti ebraici tra antichità e medioevo, Napoli 2007), in
realtà è solo del 922 la prima notizia riguardante la massa atellana, RNAM, Vol. I, doc.
X, evidenziante probabilmente la “fine” della città di Atella, avvenuta tra l’889 ed il 921
(in circa 30 anni) e, di contro, il forte sviluppo di abitati gravitanti attorno ad essa (Pumigliano,
Orta, Succivo e Sant’Elpidio/Arpino), tanto che d’ora in poi si parlerà solo di massa
atellana.
Sul punto non mi sembra che si possa convenire sul fatto che Atella sia ancora una città
viva nel 1015, B. D’ERRICO, Note Orta ..., op. cit., in quanto in quell’anno ci si riferisce
ad una terra que vocatur ad Tetitianum (forse la citata Titiolensis romana ?) in massa
atellana, ed allo stesso modo intende J. MAZZOLENI, Le pergamene di San Gregorio
Armeno, Napoli 1973, che ritiene il passo riferito all’area atellana, come lo stesso B.
CAPASSO, Monumenta ad Neapolitani Ducatus Historiam Pertinentia (MNHDP),
r. 155, che riporta integralmente il documento citato.
Va aggiunto che nei detti patti tra napoletani e longobardi non vi sono riferimenti a confini
tra i Ducati posti nel territorio atellano ed ovviamente non si riscontra una terminologia
riferita all’etimo grum- inteso come zona confinaria, probabilmente perché l’area è da
considerarsi contigua e sovrapposta da parte di entrambi i contendenti attraverso l’impiego
di tertiatores. Un profilo che può essere valutato è se la struttura a “goccia”, di cui abbiamo
fatto riferimento in G. RECCIA, op. cit., non si identifichi con un tipo di edificio fortificato
posto sulla via atellana alla stessa stregua di quello riscontrabile sulla via domitiana,
all’altezza dell’antica Volturnum, per il controllo del passaggio di uomini e cose via terra,
prima che sul fiume si sviluppasse l’omonimo castello avente analoga e più ampia funzione
di controllo territoriale, G. VITOLO, Le città campane fra tarda antichità e alto
medioevo, Salerno 2005.
Interessante analisi del nostro territorio, che ben si accorda con quanto già evidenziato,
è stato sviluppato da J. M. MARTIN, Guerre, accords et frontiers en Italie meridionale
pendant le Haut Moyen Age, Roma 2005, secondo cui per l’area atellana:
- i Pactiones sono realizzati per la prima volta da Arechi nel 784, e con essi si organizza
la divisione delle terre tra napoletani e longobardi, poi rinnovati da Sicardo nel 836;
- i tertiatores si trovavano nelle zone di frontiera già nell’VIII secolo ed erano indipendenti
dalla sovranità bizantina o longobarda riconosciuta sul territorio;
- il concetto di confine rilevabile nei Pactiones è soltanto quello di marca e solo
nell’849;
- i tertiatores sono un’istituzione longobarda, come evidenziava C. TROYA,
Della condizione dei Romani vinti dai Longobardi, Milano 1844, e contrariamente
a quanto prospettato da G. CASSANDRO, La Liburia e i suoi tertiatores, in ASPN, n. 65,
Napoli 1940, per il quale avrebbe avuto origini bizantine;
- Sicone tiene Marano nell’820 ed assedia Napoli nell’822, partendo da
Sant’Elpidio/Sant’Arpino, in ciò ricollegandosi al Chioccarelli (per cui Grumo e Nevano
erano in possesso longobardo);
- la frontiera di nord-est (Acerra-Nola) passa di mano più volte, mentre quella a nord
(Atella) rimane longobarda sino all’arrivo dei Normanni in territorio aversano nel sec. XI
(tranne quando governano Napoli i Duchi Bono ed Attanasio, che soltanto per 7 anni del IX sec.,
giungendo sino alle porte di Capua, tengono l’area atellana). In tale periodo, i tertiatores si
trovano citati nei documenti altomedioevali soltanto per le aree Acerra-Nola e Marano (a sud
di Atella e Grumo).
Altra notazione è rilevabile per l’anno 885 allorquando Guido II risiede in Atella per alcuni
giorni ospite dei napoletani, partecipando alle feste capuane dedicate a Terminus alla fine
di agosto-inizio settembre, prima di ripartire per Roma, RI, Vol. I, rr. 849 e 850. Dal documento
si evince come nel territorio di IX sec. si svolgevano ancora riti/feste di tradizione
romano-paganica, i cui riflessi nel sistema sociale hanno potuto portare allo sviluppo cultuale
ipotizzato in G. RECCIA, op. cit.
Da ultimo relativamente alle notizie su castelli o fortezze a Grumo, va ricordato che nel 1291
vi sarebbe stato un castello a Grumo, RCA, Vol. XXXVIII, doc. 129, Napoli 1957, nel 1630
il nostro casale viene indicato come Castro Grumi, BSTG, Liber II Baptezatorum, ed ancora
A. LOMBARDI, Storia della letteratura italiana nel secolo XVIII, Modena 1828, Libro II,
nel citare il giureconsulto Giuseppe Pasquale Cirillo, lo dice nato a Grumo, castello da Napoli
poco distante.
(19) BSTG, Liber I Defuntorum, folio 109. Vedi la nota precedente,
ricordando che la località è citata per l’anno 1655.
(20) RPMV, Vol. III, r. 2456, del 1289. Iscrizioni riferite alle predette
gens sono a Capua, Atella, Neapoli, Nola, Misenum,
Paestum e Pompei, gli Statii, a Capua, Atella, Cumae,
Puteoli, Velia, Pompei e Salernum, i Terentii, dal II sec. a.C., G. D’ISANTO,
op. cit. ed AE 1902/0207, 1905/0190, 1906/0077, 1934/0139, 1952/0055, 1958/0266a, 1968/0005b,
1973/0167-0169, 1974/0295, 1978/0139, 1982/0196, 1984/0190-0191, 1987/0256, 1990/0182b.
Sulla Starza ancora: A. CAMMARANO, Il protocollo inedito della chiesa e dell’ospedale
dell’Annunziata di Aversa, Caserta 1992, afferma trattarsi di un grecismo riferito alla
“fattoria”, e mentre lo “staccio” è l’arnese usato per separare la parte più grossa da quella
granulosa della farina, TRECCANI, Vocabolario, Milano 1998, in dialetto siculo la Statia
corrisponde alla “stadera”, tipo di bilancia derivata dall’antica groma dei romani, G.
MILAZZO, Mestieri e strumenti di lavoro tradizionali in Sicilia, Palermo 1983. Per
A. FENIELLO, Les Campagnes Napolitaines a la fin du Moyen Age, Roma 2005, la
Starza corrisponderebbe al “casale”, ma più aperto verso l’esterno e poco adatto alla difesa.
A. GENTILE, Da Leboriae a Terra di Lavoro, in ARCHIVIO STORICO di TERRA di
LAVORO (ASTL) Vol. VI, Caserta 1979, fa coincidere la Starza con un “vasto podere
presso un corso d’acqua”, mentre per G. VITOLO, op. cit., corrisponde ad un insediamento
costituito da appezzamenti a coltura cerealicola.
(21) ASN, Notai del XVI sec. Ludovico Capasso, prot. 412, folio
26, nel 1581. G. D’ISANTO, op. cit., la trova a Capua nel I sec. a.C. ma è presente anche
a Pompei, AE 1978/0120. G. DEVOTO, Gli antichi italici, Firenze 1967, ha riscontrato nei
Saepi/Seppi un’origine italica.
(22) A. ILLIBATO, Liber visitationis di Francesco Carafa nella
Diocesi di Napoli, Roma 1983, per il 1528. G. D’ISANTO, op. cit., la trova a Capua nel
I sec. a.C. ma è anche in Pompei, AE 1982/0192 e 1984/0211.
(23) RPMV, IV, r. 3380, del 1338. G. D’ISANTO, op. cit.,
riscontra i Florii in iscrizioni di Capua del I sec. d.C. ma sono anche a Velia, AE 1974/0296.
Potrebbe riferirsi anche ad un campo/area di abbondanti fiori/fiorita.
(24) ASN, Notai del XVI sec. – Giovanni Fuscone, prot. 356,
folio 26, nel 1549.
(25) ASN, Notai del XVII sec.- Protocollo di Ottaviano Siesto,
n. 1, folio 145, nel 1612 e G. GRANDE, Origine dè cognomi gentilizi nel Regno di
Napoli, Napoli 1756. Può però riferirsi ad una famiglia seicentesca presente nel casale.
(26) COMUNE GRUMO NEVANO (CGN), Discussi ...,
op. cit. e G. GRANDE, op. cit. Il riferimento è al 1682, per cui il toponimo può essere
connesso anche ad una famiglia seicentesca, proprietaria del fondo, sia ad un antico legame
con la vegetazione grumese, sempre che non si riferisca ai “pentolini/pignatielli” intendendo
per essi i cocci-resti archeologici, così chiamati dai contadini napoletani, E. DI GRAZIA,
Civiltà osca e scavi clandestini, in RSC, n. 4, Frattamaggiore 1969. Potrebbe anche
trattarsi di un corrotto Puglitello.
(27) L’antroponimo Tammarus è in Benevento nel 973, mentre
Vito si trova in Alife nel 983, A. CIARALLI, V. DE DONATO e V. MATERA, Le più
antiche carte del Capitolo della Cattedrale di Benevento, doc. 19, Roma 2002.
D’altro canto un’analisi delle iscrizioni latine tardoantiche mostra i seguenti legami con
Tammaro: tutti in Numidia i nomen di Alumnius Thamaritensis a Moregan (TN),
Potsilus Themarsae a Meninx/El Kantara (TN), Baras Temarse a Calceus
Herculis/El Kantara (TN) e Iulius Temarsa a Lambaesis/Tazoult (DZ), CIL VIII 23242,
AE 1933/0037, 1965/0247, 1967/0572b. Per Vito invece, escludendo la gens Vitellia citata
in altra sede, G. RECCIA, Culto ..., op. cit., si rilevano: Vitus in Forum Germa/Caraglio
(CN), Sextus Vitusius Faventius in Tremula Mutuesca/Monteleone Sabino (RI), Aurelius
Vitus in Tomi/Campana (ROM), Caio Vitio Ligiricon Viti filio in Clunia Sulpicia/Penalba
de Castro (E), Claudius Vitio in Nassenfels (D), Marco Vitio in Avedda/Bedd (TUN),
Viticula in Baria/Villaricos (E), CIL III 07532, V 00890, AE 1956/0234, 1973/0606,
1982/0629, 1988/0805 ed F. KOEPP, Germania romana, Bamberg 1928.
Ancora con riguardo all’antroponimo Tammaro, G. RECCIA, Culto ..., op. cit., sulla
questione sono importanti anche i regesti 505 e 734 del RIM, ove si rilevano in finibus
Beneventi i casali di Tamaro/Tammaro e Tamaricclu citati per il 777 e l’830. Il dato è
interessante perché si tratta di riferimenti a luoghi posti nelle vicinanze del fiume Tammaro,
J. M. MARTIN e E. CUOZZO, RIM, op. cit. Peraltro la località ad Tamarum si trova
pure citata nella Tabula Peutingeriana, realizzata nel IV sec. d.C., posta tra Saepinum
e Beneventum, che potrebbe corrispondere ai predetti casali, ma con molta probabilità il
toponimo è derivato dall’idronimo. Inoltre A. TRAUZZI, op. cit., ha evidenziato come tra
i nomi composti germanici altomedioevali vi sia Temmar/Tammar, derivato da theuda/teod/te
relativo allo stesso “popolo teutonico” e marja/marus indicante “famoso“, da cui Temmarus
per raddoppiamento della –m-. Il problema della provenienza rimane insoluto, fintanto che
non si individuino documenti rivelatori, fermo restando che il Santo, il culto e la sua diffusione
sono sicuramente antecedenti il 1000, probabilmente proprio di VI secolo, come da tradizione,
ripreso dai longobardi, rimanendo impregiudicata la dicotomia ab antiquo tra idrotoponimico
ed antropo-agionimico come evidenziata in G. RECCIA, Sull’origine: culto ..., op. cit. E’
necessario specificare ancora che potrebbe esservi un collegamento mai approfondito tra la
Basilica di San Tammaro di Grumo Nevano e l’omonima chiesa del Comune di San Tammaro
(CE): entrambe infatti si trovano in prossimità degli ingressi di antiche città sannitiche (Atella
e Capua), nonché posizionate sulle antiche vie romane (atellana ed appia/liternina). Inoltre
con riguardo al comune di Timmari (MT), come riportato da F. P. VOLPE, Memorie storiche,
profane e religiose su la città di Matera, Napoli 1818, il toponimo deriva dall’altomedioevale
Tammaro (849), collegato all’omonimo fiume.
Sulle connessioni linguistiche evidenziate in G. RECCIA, opp. cit., relativi a San Tammaro
vanno aggiunti: il Tambernicchi di D. ALIGHIERI, Inferno, che corrisponde al monte
Tambura nelle Alpi Apuane; le spagnole isole Canarie, che anticamente si chiamavano
Tamaràn indicante paese dei “valenti” o delle “palme”, A. M. TORRES, Historia
general de las islas Canarias, L’Avana 1945; nell’antica Palestina vi era la città
veterotestamentaria di Tamar, AA. VV. Il grande atlante della Bibbia, Milano 1986;
oltre il Tamarus sannita poi, tra gli idronimi indoeuropei, secondo C. DE SIMONE,
Il nome del Tevere, Firenze 1975, vi sono il Tamar nella Cornovaglia inglese, il
Tamera/Demer in Olanda, il Tamaris/Tambre in Spagna ed il Tamaron in Francia; il
Tamerlano non è altro che il nome italianizzato del sovrano turco Timur Lenk vissuto
nel sec. XIV, DE AGOSTINI, Enciclopedia Generale, Novara 1998; tammaro è
“colui che viene dai monti di Altilia (CB)”, ove nasce il fiume omonimo, sito internet
www.it.wikipedia.org; tabarro che è un tipo di “mantello rotondo”, TRECCANI,
op. cit.; le antiche città di Tamarit in Marocco e Tamralipti in India; il nome personale
Tamma(n)(r) diffuso nel medio evo nell’area arabica, DA’UD IBN AUDA, Period
arabic names, Londra 2003; oltre Thamugadi e Tamallum/Tamannun/Tamarrum, le
ulteriori città numidiche presenti nel V sec. d.C di Tamadempsis, Thamagristen/Tamaricetum,
Tamascani, Tamarucentis/Thamusida, Tambeis, ed il fiume Tamuda, VICTOR VITENSIS,
Historia persecutionis Africanae Provinciae, nonché la presenza in età romana tra gli
africani di Tamaru/zu Maurus, Tamaton Maurus e Tamen Maurus, G. PARTSCH,
Corippi africani grammatici, Roma 1879. Inoltre grumereccio che, come già detto,
è un tipo di fieno corto e tardivo che si falcia a Settembre, assume valenza laddove la
festa di San Tammaro si svolge in Grumo la prima Domenica dello stesso mese. Infine
per completezza, ma con poca attinenza con il nostro, A. BONGIOANNI, Nomi e cognomi,
Torino 1928, evidenzia come il nome personale di Bertrando viene usato anche nella
versione di Tamino.
Per quanto concerne San Vito, va constatata anche un legame tra la radice vit- e
“l’acqua del fiume”. Infatti A. RUDONI, Dizionario geografico, Pomezia 1996,
riporta i seguenti idronimi: Viti, fiume emiliano noto come Ronco; Vitba, fiume russo
che lambisce la città di Vitebsk; Vitim, fiume della Siberia; Viti, “l’isola dei fiumi” nelle
Figi. Lo stesso autore lega poi la medesima radice vit- delle città di Viterbo e Vitorchiano
(CE), al vicus latino, rispettivamente derivate dal vicus Elbii e dal vicus Orcla. Inoltre
sulla corrispondenza vicus/vitus si rileva nel 1289 il toponimo Sanctus Vicus in Boyano,
S. MORELLI, Le carte di Leon Cadier, Roma 2005, doc. 51. Rimane in ogni caso
sempre presente un legame tra San Vito ed il territorio in cui si diffonde il suo culto,
rappresentato da aree contadine dedite a coltivazioni diverse, la cui floridezza in età
pagana veniva affidata alla benevolenza di diverse divinità tra cui Silvano che abbiamo
legato a San Vito di Nevano, G. RECCIA, op. cit. Tale impostazione è rilevabile pure
nell’Istria postromana laddove il dio Silvano, a cui gli abitanti di Plomin affidavano la
buona riuscita delle colture della vite e degli olivi, nel tardo antico è stato venerato dai
cristiani come San Giorgio, LONELY PLANET, Croazia, Torino 2005, culto diffusosi
in quelle terre sulla spinta dei longobardi. Peraltro Silvano, in area latina di VII sec.
a.C, è spesso associato al dio Terminus come tutor finium, “tutore dei confini” in
relazione alla presenza di boschi ove finivano i possessi, in termini di campi coltivati,
della collettività preromana, A. ZIFFERERO, Primi popoli d’Europa, Firenze 2002.
Ma l’elemento che ci fa sempre più propendere per una implementazione del Santo
nel nostro territorio ad opera dei longobardi, pur derivato da un culto dedicato a Silvano,
è il fatto che presso i popoli germanici con vid si intendeva la silva latina, e da tale tema
onomastico è derivato Wido che, come precisato in altra sede, si è poi trasformato in
Guido/Vito, A. TRAUZZI, op. cit.
In proposito sul toponimo Aderl/Atella è necessario tenere presente quanto riportato
da A. FABRETTI, Corpus Iscriptionum Italicarum et Glossarium Italicum (CII-GI),
Torino 1867, ripreso da H. BENEDIKTSSON, Norsk Tidsskrift, Vienna 1960, secondo
cui deriverebbe dall’indoeuropeo *atrola/*adrola riferito ad un fiume “scuro/nero”.
L’antica Atella era detta anche la Nera da Aderl/Aderula/Ader-Ater “nera” con il
suffisso –la “città”, FABRETTI, op. cit. e S. ANDREONE, L’antica Atella, Napoli
1993, ma il riferimento all’acqua (nera in greco si riferisce “all’acqua di sorgente”),
lega la città anche al successivo culto cristiano della Maddalena, E. BEGG,
Il misterioso culto delle Madonne nere, Torino 2006, presente in territorio atellano
in relazione all’analogo toponimo sito tra Nevano e Pomigliano d’Atella. Va detto
soprattutto che Maria Maddalena è protettrice dell’acqua, A. CATTABIANI,
op. cit.
In tale ambito non paiono meno importanti i toponimi della massa atellana di
Sant’Arpino, Pomigliano, Orta e Succivo laddove le attuali etimologie possono in parte
essere riconsiderate alla luce di un diverso contesto territoriale. Difatti se per l’etimologia
di Sant’Arpino e Succivo non emergono problemi particolari, confermandone la
derivazione, rispettivamente, dal corrotto Sant’Elpidio, il cui culto e la cui chiesa si
trovava fuori le mura di Atella in prossimità della via atellana in direzione sud, nonché
dal latino subseciva indicante “un’area non centuriabile”, cioè che non raggiungeva
l’estensione di una centuria e non coltivabile, come riportato da ultimo in P. CRISPINO,
G. PETROCELLI e A. RUSSO, Atella e i suoi casali, Napoli 1991 e G. LIBERTINI,
Persistenza di luoghi e toponimi nelle terre delle antiche città di Atella e Acerrae,
Frattamaggiore 1999, altri elementi linguistici si rilevano invece per l’etimologia di
Pomigliano ed Orta. Per queste ultime attualmente si propende per un legame, da un
lato, con la gens Pomilia/Pomelia, avente un podere nell’area, dall’altra, con il latino
hortus “giardino”, da ultimi G. LIBERTINI, Documenti per la storia di Frattaminore,
Frattamaggiore 2006 e F. PEZZELLA, Note e documenti per la storia di Orta di
Atella, Frattamaggiore 2006.
Se il riferimento ad un praedius romano è in ragione del criterio professato da G.
FLECHIA, Nomi locali del napoletano derivati da gentilizi italici, Torino 1874, in
base al quale i toponimi terminanti in –ano si riferiscono a prediali latini, va però aggiunto
che non vi sono iscrizioni od epigrafi del nostro territorio né di quello capuano e/o
napoletano in cui si riscontri la detta gens, G. D’ISANTO, op. cit. ed ELECTRONIC
ARCHIVE of GREEK and LATIN EPIGRAPHY (EAGLE) - collegato alle
Epigraphische Datebank Heidelberg (EDH) e Epigraphic Database Rome (EDR)
che raccolgono le iscrizioni romane pubblicate e/o facenti parte dei corpus del
CIL/AE/IL -.
Ciò che appare quantomeno contraddittorio in termini di ricerca storica.
Invero potremmo prendere maggiormente in considerazione una derivazione etimologica
dal latino pomerium, indicante le “mura esterne della città”, quindi, con Pomigliano, tutta
l’area adiacente le mura a sudest di Atella su cui si è sviluppato il casale nella fase di
decadenza/distruzione della città altomedioevale.
Per quanto concerne Orta di Atella, l’etimologia proposta potrebbe essere superata
soprattutto per l’estensione concettuale che viene attribuita all’hortus/giardino, terra
coltivabile esterna alla città e recintata, in quanto invero con tale termine ci si riferisce
spesso a piccoli appezzamenti terrieri, anche interni alla città stessa e nelle singole
proprietà terriere. Peraltro N. CAPASSO, Alluccate contro li petrarchisti, Napoli
1789, nel sonetto De quanno nquanno fore a le ppadule, unisce il concetto di orti a
quello di paludi per quei luoghi ove vi era copia di acque stagnanti che distribuite in
diversi canali servono ad innaffiar le erbe dei giardini. Per l’etimologia di Orta quindi,
escludendo pure i riferimenti ad hortus/risorto quale participio passato del latino horior
nonchè i germanici ort/luogo ed orta/punta di lancia o di spada (che paiono, inventato
il primo, e non attinenti perché tardi, il secondo ed il terzo) possiamo riferirci a
qualcos’altro in collegamento con le origini poco conosciute dei toponimi etrusco/laziale
di Horta/Orte (VT) e sannito-frentano/abruzzese di Orton/Ortona dei Marsi (AQ)-Ortona
(CH), in connessione con la dauna Herdonia, divenuta in età medioevale Ordona/Orta
Nova (FG), nonchè la greca Orthe nell’antica Tessaglia.
In particolare tenendo presente, da un lato, il prefisso indoeuropeo or- che si riferisce
“all’oriente”, ove risulta posizionato il casale rispetto ad Atella (quindi è l’area sita ad
est della città), ovvero al termine indoeuropeo orbh “privo” (se guardiamo al suddetto
toponimo Horbeta) riferito ad una “terra non coltivabile”, G. DEVOTO, Dizionario
etimologico, Milano 2001, dall’altro soprattutto, avuto riguardo alla presenza del fiume
Orta in Abruzzo, collegabile ad un possibile idronimo indoeuropeo in ort.
Sulla presenza di aree acquose in Grumo Nevano vedi G. RECCIA, opp. cit.,
ricordando che anche Teverola/Teverolaccio paiono originati, più che da una base
mediterranea *teba “altura/colle”, da un prefisso *tibh- relativo ad un idronimo
indoeuropeo, come per il fiume Tevere, C. DE SIMONE, op. cit.
In sostanza Atella sembra aver avuto due aree non “limitabili” (ovvero non
immediatamente/facilmente abitabili) poste a nordovest (Succivo) ed est (Orta) che
ne consentivano una migliore difesa da influenze esterne, separate dalla via atellana
(e dal fiume che confluiva in Atella) che, proveniente da Capua, usciva a sudovest
(Sant’Elpidio) di Atella per dirigersi verso Napoli (passando per Grumo). La città
risultava essere fortificata e l’area ad est-sudest (Orta-Pomigliano) è stata la prima
ad essere abitata (escludendo ovviamente Sant’Arpino/Sant’Elpidio citata per l’820
che fa parte dell’Atella cristiana, RNAM, vol. I, doc. II) ed a far parte della massa
atellana nel 922, forse proprio per l’abbattimento delle mura atellane che ne hanno
consentito uno sviluppo a “cavallo” tra l’area cittadina decaduta e la zona esterna
alle mura tra l’889 ed il 921. Difatti Horbeta e Pumilliano sono del 922, RNAM, vol.
I, doc. X, Soccivo compare nel 1073, B. D’ERRICO e F. PEZZELLA, Notizie della
chiesa parrocchiale di Soccivo, Frattamaggiore 2003, e Villa Sant’Elpidio che si
conferma come abitato nel 1175, CDNA, doc. XCIX.
(28) CDNA, doc. XL.
*Ringrazio il Dott. Bruno D’Errico per le informazioni fornitemi relative ai documenti
dell’Archivio di Stato di Napoli delle Corporazioni Religiose Soppresse.
(29) R. PILONE, Le pergamene di San Gregorio Armeno,
r. 23, Napoli 1994.
(30) E. MORLICCHIO, op. cit., A. VUOLO, Vita et
Traslatio S. Athanasii Neapolitani Episcopi, Istituto Storico Italiano per il
Medioevo, Roma 2001 e A. GALLO, Aversa Normanna, Napoli 1952.
(31) C. GARUFI, Necrologio del Liber Confratrum di
San Matteo di Salerno, Roma 1922.
(32) RCA, Vol VIII, doc. 104, B. MAZZOLENI, Gli atti
perduti della cancelleria angioina, Napoli 1939, Vol. II, reg. X, doc. 19 e PSGAM,
op. cit., r. 11.
(33) RCA, Voll. XIII, doc. 38 e XXII, doc. 23. Credo però
che si riferisca alla famiglia de Paolo di cui abbiamo notizia per l’anno 1324.
(34) RPMV, III, r. 2488.
(35) ASN, Corporazioni religiose soppresse (CRS) –
Monastero San Pietro Martire di Napoli - Platea, Vol. 693, folii 121 e 122.
(36) C. DE LELLIS, Notamenta ..., op. cit.
(37) M. IGUANEZ, Rationes Decimarum Italiane (RDI),
Città del Vaticano 1942.
(38) BIBLIOTECA della SOCIETA’ NAPOLETANA
di STORIA PATRIA (BSNSP), Reassunto degli antichi strumenti, Ms.
XXVII.A.14, foglio 22.
(39) M. IGUANEZ, RD, op. cit. e A. AMBROSIO,
Il Monastero femminile domenicano dei SS. Pietro e Sebastiano di Napoli,
doc. 72, Salerno 2003.
(40) RPMV, IV, r. 3274.
(41) ASN, CRS – Monastero di Montevergine di Napoli,
Vol. 1745, folii 5 e 22.
(42) A. FENIELLO, op. cit.
(43) F. CAPECELATRO, Storia del Regno di Napoli,
Cosenza 1883 ed Origini della città e famiglie nobili di Napoli, Napoli 1769, PSGAM,
op. cit., r. 11, RCA, Voll. XXXVIII, doc. 129 e XXXVI, doc. 259, ACCADEMIA
PONTANIANA, I Fascicoli della Cancelleria Angioina, Vol. I, doc. 9olim, Napoli
1999, F. DELLA MARRA, Discorsi delle famiglie imparentate colla casa della
Marra, Napoli 1641 e B. D’ERRICO, Note per la storia di Grumo Nevano, Grumo
Nevano 1988.
(44) CDL-CDSB, op. cit., RCA, Voll. I e VIII, e M. SALA
GALLINI e E. MOIRAGHI, op. cit.
(45) A. FENIELLO, op. cit.
(46) CDSA, RCA, Voll. III e VIII, C. GARUFI, op. cit., G.
DEL RE, Cronisti e scrittori sincroni napoletani: Catalogus Baronum, Napoli 1845,
A. BONGIOANNI, op. cit., E. VINEIS, La toponomastica come fonte di conoscenza
storica e linguistica, Belluno 1980, J. M. MARTIN, op. cit. Gli Scaranii (di origine
germanica) erano armigeri di una milizia disordinata, B. CROCE, Storie e leggende
napoletane, Milano 1990, e la campana della cattedrale di Aversa è detta scarana
(armigera?) in A. COSTA, Rammemorazione storica, Napoli 1709. Inoltre vanno
richiamati, TRECCANI, op. cit., per i profili linguistici, lo scarabeo/scarafaggio, dal
greco karabos/carabo nero (derivato dall’egizio keper riferito al “seme in una palla”
che simboleggia la nascita della Terra, GARZANTI, L’universale – Simboli, Milano
2005); lo scaro, dal latino scarus, tipo di pesce marino la cui forma è però paragonabile
ad un pappagallo; lo scarabone, cioè il “masnadiero” e la scaramuccia, dal franco skara,
“schiera”. Nel sec. XVI Scarano è anche un luogo in tenimento di Capua, C. BELLI,
Stato delle rendite e pesi degli aboliti collegi della capitale e Regno dell’espulsa
Compagnia detta di Gesù, Napoli 1981, nonché toponimi viterbese (Piano Scarano)
ed aquilano (Penne Scarano) derivati dal nomen.
(47) RCA, Vol. IV.
(48) CDL-CDSB, op. cit., RCA, Voll. IV, VI, VIII e XVII,
M. SALA GALLINI e E. MOIRAGHI, op. cit.
(49) CDL-CDSB, op. cit., RCA, Vol. XVII e M. SALA
GALLINI e E. MOIRAGHI, op. cit.
(50) N. ALIANELLI, op. cit.
(51) RCA, Vol. IV.
(52) A. GERMAIN, Histoire de la Comune de Montpellier,
Montpellier 1851, Tomo I, doc. III ed RCA, Vol. XXI. Non ho rinvenuto il
cognome/soprannome in altre fonti duecentesche italiane, a meno che non ci si riferisce
al cognome Plateario presente in Salerno nel 1160, S. DE RENZI, Storia documentata
della Scuola Medica di Salerno, Napoli 1857.
(53) RCA, Vol. II.
(54) A. MILANI, Storia degli ebrei in Italia, Torino 1963;
(55) RCA, Voll. I e XLIII. Rammento che in RCA, Vol. XLIII,
doc. 73, si riscontra nel 1272 un luogo, nell’area aversano-napoletana, chiamato Biyanum,
ove nello stesso documento troviamo associato al detto luogo Roberto Infans, imparentato
con il nostro Nicolaus.
(56) RCA, Vol. I.
(57) RCA, Vol. XI.
(58) RCA, Vol. II.
(59) RCA, Vol. III.
(60) RCA, Vol. XVII.
(61) RCA, Vol. XXII.
(62) RCA, Vol. I.
(63) RCA, Vol. XVI e M. SALA GALLINI e E. MOIRAGHI,
op. cit.
(64) C. SALVATI, CDSA, op. cit. e G. BOVA, Civiltà ...,
op. cit.
(65) N. DELLA MONICA, Le grandi famiglie di Napoli,
Roma 1998 e V. DI SANGRO, Genealogia di tutte le famiglie patrizie napoletane
e delle nobili fuori seggio, Napoli 1895.
(66) CDSA, RCA, Voll. I, III e XVII, M. SALA GALLINI
e E. MOIRAGHI, op. cit.
(67) RCA, Voll. II, III, IV e XVII, M. SALA GALLINI
e E. MOIRAGHI, op. cit.
(68) CDSA e RCA, Vol. XVII.
(69) RCA, Vol. XI e S. AMMIRATO, Famiglie nobili
napoletane, Firenze 1580.
(70) S. AMMIRATO, Famiglie nobili fiorentine, Firenze
1615. Si potrebbe anche collegare al cognome Marzocco, in Napoli nel 1275, ovvero
a Martuccio, in Aversa nel 1277, RCA, Voll. XIII e XX.
(71) RCA, Vol. IX.
(72) F. CAPECELATRO, op. cit. e N. DELLA MONICA,
op. cit., che cita Giacomo Capece, signore di Alatri nel 1057 ed il primo Capecelatro,
Stefano, per l’anno 1107. Nel 1161 i Cacapece/Capece tenevano feudi nel territorio
aversano, G. DEL RE, op. cit. Inoltre mentre i Brancaccio/Loffredo abitavano in
Napoli, i nobili Capecelatro vivevano in Nevano tanto che alcuni battesimi vengono
registrati in Grumo ancora nel XVI sec., come quello di Alexandro Pietro Marcho
Capecelatro, BSTG, Liber I Baptezatorum, folio n. 9. Sui Capecelatro di Nevano del
sec. XVIII, C. TORELLI, Lo splendore della nobiltà napoletana ascritta nei cinque
seggi, Napoli 1678 e C. PADIGLIONE, La nobiltà napoletana, Napoli 1910.
(73) E. DE FELICE, I nomi degli italiani, Venezia 1982, M.
C. FUENTES e S. CATTABIANI, Dizionario dei nomi, Roma 1992, C. DE FREDE,
Nomi cristiani e nomi pagani nel rinascimento, in Campania Sacra, Vol. 32, Napoli
2001 e R. CAPRINI, Nomi propri, Alessandria 2001.
(74) L’agionimo di Tammaro si riscontra in Pietro de Tamaro
mutuatore in Aversa nel 1275, RCA, Vol. XVII, doc. 69, Tomaso de Tamaro in Bari
nel 1278, RCA, Vol. XXI, doc. 204, Giovanni Tammaro iudice nel 1289 in Napoli,
RCA, Vol. XXX, doc. 264, Nicolaus Tamarello capellanus S. Sossi et S. Erasmi
(in atellano diocesis aversane) nel 1308, RDI, op. cit., Ioanne de Tambaro iudice in
Aversa nel 1347, in Sant’Elpidio/Sant’Arpino (CE) con Petri e Ioanne
T(h)amarel(l)us nel 1364 ed a Capodechino con Tambaro de Lanterno/Literno
che nel 1342 tiene una terra, A. FENIELLO, op. cit. Per Vito abbiamo Milio Viti in
Capua (CE) nel 1250, G. BOVA, Le pergamene sveve della Mater Ecclesia
Capuana, Napoli 2001, Vol. III, ed Angelo de Vito di Ravello (SA) nel 1280, RCA,
Vol. XXV. Si nota come gli agionimici sono presenti in forma onomastica già nel ‘200.