SANT’ARCANGELO
GIACINTO LIBERTINI
Nel territorio di Caivano, immediatamente a nord-est dell’anonimo incrocio fra l’autostrada
del Sole e la superstrada Nola-Villa Literno, i fatiscenti ruderi di una struttura antica (fig. 1)
costituiscono quanto rimane di un centro dalle vicende millenarie: sono le misere vestigia di
Sant’Arcangelo, prima pagus romano dal nome ignoto, poi centro longobardo, successivamente
casale fortificato di Aversa e infine illustre ma disabitata “Real Caccia di S. Arcangelo”.
Queste pagine vogliono essere un ricordo di ciò che è per sempre scomparso ma pure è
degno di una qualche memoria.

Fig. 1 – I ruderi del Castello di Sant’Arcangelo
Il pagus romano
Le origini del centro sono ignote ma è possibile che in principio fosse un villaggio osco.
Le prime testimonianze del luogo non provengono da documenti scritti ma da reperti archeologici
e da osservazioni topografiche che ne dimostrano l’esistenza in epoca romana. Pochi anni orsono,
infatti, nel gennaio del 1995, dietro ai ruderi del Castello furono rinvenuti i resti di una villa romana (1)
che dai reperti risulta essere stata abitata fino al V-VI secolo d.C. Nella parte scavata dalla
Soprintendenza di Napoli furono rinvenuti dei locali termali privati con impianto di riscaldamento
(fig. 2) e un mosaico a pietre bianche e nere raffigurante un delfino, un bue ed un cavallo
mitologico (fig. 3).

Fig. 2 – Vano, sottostante al pavimento, in cui
circolava l’aria riscaldata. Visibili i resti
delle colonnine di sostegno del pavimento.

Fig. 3 – Parte del mosaico raffigurante il cavallo mitologico
Ciò dimostra che il luogo doveva essere un pagus romano costituito almeno da una villa patrizia
e dalle case circostanti dei servi. In questi ultimi mesi, a seguito dei lavori per la linea ferroviaria
ad alta velocità, di cui il tracciato sfiora l’antico sito, in due punti nelle sue immediate vicinanze
sono stati trovati resti di un deposito oleario di epoca romana e varie tombe della stessa epoca.
Ciò conferma che la zona era coltivata e abitata in epoca romana.
Un ulteriore elemento si può ricavare dalle tracce delle centuriazioni che interessarono la zona (2),
benché, è bene precisare, le fasi storiche di impaludamento hanno quasi del tutto cancellato tali
tracce. Della prima centuriazione, la Ager Campanus I, di epoca gracchiana, non vi sono tracce
nonostante che, al contrario, a Caivano e Afragola ne siano rimasti segni cospicui (3). Dell’altra
centuriazione, la Acerrae-Atella I, di epoca augustea, con cardini fortemente orientati verso
ovest (N-26°W) e modulo di circa 565 metri, un tratto della provinciale Caivano-Sant’Arcangelo
corrisponde a un decumano e un cardine passa a lato della chiesa di Sant’Arcangelo, ricostruita
come modesta cappella a fine settecento. Inoltre, varie strade intorno al luogo sono parallele
ai cardini o ai decumani (4) (fig. 4). Ciò permette di ipotizzare che il luogo fu riorganizzato o per
la prima volta abitato in epoca augustea, in accordo con i risultati dei rilievi archeologici, che
pure necessiterebbero di ulteriori approfondimenti.

Fig. 4 – I reticoli delle centuriazioni sovrapposti alla cartina IGM-1955 del territorio.
Per quanto concerne il nome del pagus romano esso ci è ignoto e, come vedremo, fu sostituito
dai Longobardi con quello attuale. Per l’esistenza di una zona chiamata Marcigliana, a sud di
Sant’Arcangelo in direzione di Casolla Valenzano, è stato proposto come ipotesi (5) che la
denominazione romana fosse praedium Marcilianum, dal nome della gens Marcilia, e che
tale nome, sostituito da quello longobardo, sia sopravvissuto per l’area anzidetta. Ma niente
ci permette di escludere che il nome fosse diverso e poi del tutto cancellato.
Come ulteriore testimonianza dell’antichità della frequentazione umana nel luogo, Domenico
Lanna riporta: “Nelle vicinanze del distrutto villaggio furono per lo passato scoperti sepolcri
antichi, che non accennavano però a cimitero di distrutta città, perché pochi e dispersi. In essi
si trovarono vasi di creta e lucerne di varie forme. Spesso nelle campagne si rinvennero monete
antiche, che il villano, o non curò se di rame, o le vendette all’orefice se di argento od oro. La
famiglia Caldieri di Cardito, come ricorda lo Giustiniani, sulla fine del secolo XVIII formò in
sua casa un piccolo Museo di questi oggetti. In epoca molto remota dovette essere attraversato
da una strada lastricata con selci, ramificazione forse della via Appia, e perciò un luogo delle
sue campagne, è detto Seleciata; e forse a poca distanza dal Castello dovevano sorgere
fortilizii, perchè un altro luogo è detto Torrioni” (6).
Il centro fortificato longobardo
La prima testimonianza scritta dell’esistenza di un centro chiamato Sant’Arcangelo è fornita da
documenti redatti nella normanna Aversa, in anni in cui i nuovi conquistatori venuti dal nord
stavano completando la loro conquista del Meridione, comprese quindi tutte le terre già parte
della Langobardia minor. Per tutto il periodo longobardo, vale a dire dal VI all’XI secolo,
oltre alla mancanza di qualsiasi riferimento scritto vi è anche l’assenza di testimonianze archeologiche,
salvo i ruderi del castello di cui è ancora da definire con metodi oggettivi l’epoca della
costruzione.
Notizie indirette è indizi ci permettono però di sostenere ragionevoli e fondate ipotesi.
E ben noto che i Longobardi erano devoti a Wotan / Godan (Odino), dio della tempesta e della
guerra e signore degli dei e degli uomini, a cui attribuivano sia una loro mitica vittoria sui Vandali
sia la modifica del loro antico nome Winnili in quello di Langobardi / Longobardi (7), come
raccontato in un antico testo (8).
Dopo aver vissuto per circa quattro secoli (I-IV sec. dopo Cristo) nei territori nord-orientali della
Germania, temuti nonostante il loro piccolo numero fra i popoli germanici vicini, quando nel V
secolo si spostarono in Pannonia, nelle terre dell’attuale Ungheria, ed ebbero i primi contatti con
la civiltà romana orientale, detta comunemente ‘bizantina’, gradualmente trasposero nel Santo
Michele Arcangelo, ‘principe delle milizie celesti’ (9), che con una spada fiammeggiante dava
esecuzione alle volontà divine, il culto del dio guerriero Wotan (10). Il nome Michele deriva dall'ebraico
‘Mi ke Elhoìm?’, che significa ‘Chi come Dio?’ Nell'Apocalisse l'Arcangelo Michele è il capo
degli angeli fedeli a Dio che scacciano dal cielo il drago e i demoni ribelli. San Michele nei
dipinti e nelle sculture è di solito raffigurato con la spada sguainata mentre calpesta il diavolo
nelle sembianze di un drago (11). E' del tutto comprensibile quindi che i Longobardi sotto l'influsso
culturale dei Bizantini, nel momento in cui si avvicinavano al cristianesimo, ne assimilavano in
primo luogo gli aspetti che più si avvicinavano alle loro attitudini guerresche.
Nel 568 inizia l'invasione longobarda dell'Italia e dopo solo due anni vi è già il primo duca di
Benevento, Zottone. Secondo la tradizione più volte in battaglia S. Michele Arcangelo accorse
in aiuto dei longobardi di Benevento (12).
In segno di devozione i Longobardi di Benevento fondarono sul Gargano, vicino Manfredonia,
un monastero dedicato a S. Michele Arcangelo (Monte S. Angelo). Nei sotterranei di questo
santuario sono state scoperte ben 165 iscrizioni anteriori all'869, anno in cui il santuario fu
saccheggiato dai saraceni. Le più antiche iscrizioni risalgono all'epoca dei duchi Grimoaldo I (647-71)
e Romualdo I (673-87). La maggior parte dei nomi nelle iscrizioni sono di laici, anche gli stessi
duchi citati, e ciò avvalora largamente il significato guerriero che si attribuiva a questa mitica figura
di arcangelo (13).
In Campania, i Longobardi dedicarono la Chiesa già tempio di Diana Tifatina, sul monte che
sovrasta Capua antica, a questo loro potente protettore (S. Angelo in Formis). Anche la Chiesa di
Casertavecchia (Casa Yrta; il centro già esisteva nell'anno 880 secondo la testimonianza di
Erchemperto) (14) è dedicata a S. Michele Arcangelo. Alla stesso arcangelo è dedicato anche il Santuario
di S. Angelo a Palombara sulle colline che sovrastano Cancello ed Arienzo. In questo luogo trovarono
un primo rifugio i profughi da Suessula, l’antica cittadina di origine osca sita circa un chilometro a
sud-ovest di Cancello, allorché questa fu distrutta dai Napoletani nell'anno 880, come ci testimonia
Erchemperto ed è riportato dal Lettieri (15). Nella stessa Suessula la Chiesa principale era dedicata
a S. Michele Arcangelo (16).
I Longobardi tentarono fin dal loro arrivo in Campania di sottomettere Napoli. Il loro primo assalto
in grande stile fu condotto nel 581 congiuntamente dai duchi di Spoleto e di Benevento. Ma questo
assalto e tutti quelli che si susseguirono nell'arco di ben quattro secoli non riuscirono mai ad
ottenere la conquista di Napoli.
Benché aspramente contese e con alterne vicende, i Napoletani mantennero per lo più il controllo
di Acerra e Nocera (17). La linea di confine fra possedimenti longobardi e imperiali passava tra i territori
attuali dei Comuni di Caivano e Afragola.
Lungo questa area di confine, turbolenta e non marcata da barriere naturali, in una zona boscosa
e facilmente accessibile per chi veniva dalla valle caudina, e cioè da Benevento, e da Suessula, sede
di gastaldato, i Longobardi conquistarono di certo il pagus dove era la villa romana di cui parliamo
e, come già ipotizzato dal Lanna (18), diedero verosimilmente ad esso il nome del loro principale
protettore a cui dedicarono anche la chiesa. E sarebbe del tutto inverosimile che i Longobardi non
avessero dotato di fortificazioni un luogo in una posizione così avanzata nei loro attacchi verso
Napoli.
Vi è un altro indizio indiretto che mostra come Sant’Arcangelo dovesse essere un luogo ben
fortificato. E’ ben noto che il Castello di Caivano fu costruito nel XIII secolo, in epoca cioè angioina (19),
e che nel 1439, nei giorni della conquista del Castello da parte di Alfonso di Aragona, fu conquistato
anche il Castello di Sant’Arcangelo (20). E’ difficile immaginare che gli angioini abbiano fortificato
contemporaneamente sia Caivano che il vicinissimo centro Sant’Arcangelo ed è più plausibile che
abbiano deciso di costruire in posizione più idonea a difendere Napoli, a Caivano cioé, una nuova
fortificazione (21), lasciando inalterata – o poco modificata - la preesistente fortificazione di
Sant’Arcangelo.
Da Sant’Arcangelo i Longobardi potevano dominare i luoghi e i villaggi che ora hanno nome Crispano,
Cardito, Caivano, Pascarola, Casolla Valenzano e, verso sud, le terre fino a Licignano escluso. Dal
luogo si diramavano tre strade: la prima conduceva a Pascarola e Casapuzzano e di qui ad Atella; la
seconda andava verso Caivano e Cardito e di poi anche verso Atella o Napoli; la terza portava a
Casolla Valenzano e di qui procedeva verso Napoli. Da Sant’Arcangelo partivano molti degli assalti
contro Atella, di cui per lunghi periodi i Longobardi riuscirono ad averne il possesso. Da
Sant’Arcangelo infine partivano i soldati nelle incursioni contro le terre del ducato di Napoli o gli
assalti per conquistare la stessa Napoli. Sant’Arcangelo inoltre era il primo avamposto a subire le
incursioni e le controffensive dei Napoletani.
Non era sempre guerra peraltro. In quattro secoli furono firmati innumerevoli tregue, accordi e intese
amichevoli. Ad esempio, vi erano molte terre fra i due ducati in cui i contadini pagavano il tributo
ripartendolo fra le due potenze ed avendone in cambio l'interessato rispetto in caso di guerra (22).
Il casale fortificato di Aversa
In epoca normanna, e nei successivi periodi sia svevo che angioino, a testimonianza della rilevanza
del luogo nell’ambito delle terre dominate da Aversa, Sant’Arcangelo è uno dei luoghi più citati. In
particolare, prima del XIII secolo Sant’Arcangelo è ben più citato di Caivano e ciò avvalora la tesi di
Sant’Arcangelo come luogo ancora prevalente nella zona.
a. 1114: ‘Ego chosus sancti archangeli testis sum’ (23), ‘Ego chosus Sancti archangeli
testis sum’ (24);
a. 1118: ‘terra sancti michaelis arcangeli’ (25);
a. 1125: ‘consilio quoque ac interventu Odoaldi camerarii et Mansonis atque Philippi de Sancto
Archangelo’ (26);
a. 1126: ‘terra quam tenet Ciofus de Sancto Archangelo’ (27);
a. 1131: ‘et a parte occidentis bia publici abersana et terra sancti arcangeli et a parte meridie
bia publici que badit ad liciniana’, ‘terra ecclesie sancti arcangeli’, ‘terra de suprascripta ecclesia
sancti archangeli’; in cui, fra l’altro, si descrive che terre possedute dalla chiesa di Sant’Arcangelo
erano vicine ad una strada che conduceva a Licignano, ora Casalnuovo di Napoli (28);
a. 1132: Si parla del nobilissimo don Eleazaro figlio di don Adelardo di Sant’Arcangelo, territorio
di Aversa, ora abitante in Avella (29);
a. 1133: Don Eleazaro, ‘nobilissimo militi’, figlio del fu Adelardo di Sant’Arcangelo, territorio di
Aversa (30);
a. 1158: Lazaro di Sant’Arcangelo (31);
a. 1159: ‘Signum Robberti de Sancto Archangelo’ (32);
a. 1160: ‘Robbertus de Sancto Archangelo’ (33), ‘Signum Robberti de
Sancto Archangelo’ (34); a.
1161-1168: ‘Philippus Sancti Archangeli tenet feudum I. militis, sicut ipse dixit, et cum augmento
obtulit milites II.’ (35). Questa notizia, tratta dal cosiddetto Catalogus baronum, e altri indizi, fecero
supporre al Castaldi che Sant’Arcangelo fosse un importante feudo nell’ambito del territorio aversano,
abbracciante i territori degli attuali Comuni di Caivano, Crispano e Cardito (36). Anche se questo documento
da solo è insufficiente ad avvalorare l’ipotesi del Castaldi, gli altri argomenti espressi avvalorano la tesi
che in epoca normanna Sant’Arcangelo fosse ancora un centro preminente nella zona, quale residuo
della sua passata importanza in epoca longobarda.
a. 1162: ‘Signum Robberti de Sancto Archangelo’ (37);
a. 1163: Lazaro di Sant’Arcangelo (38), Eleazaro di Sant’Arcangelo (39);
a. 1168: ‘Guidonis de Sancto Archangelo’ (40);
a. 1195: ‘Robertus de Sancto Arcangelo filius Juelis’ (41);
a. 1209: ‘Signum manus Riccardi de Sancto Archangelo’ (42);
a. 1266: ‘terram Bartholomei de Sancto Archangelo’ (43);
a. 1269: ‘Goffrido Scaliono, de Aversa, provisio pro subventione a suis vassallis, quia maritavit
‘cum licentia nostra’ Simusoram (Sinisoram), filiam suam’ (44), ‘Goffridus Scallonus, de Aversa, fam.,
de Regis licentia dat filiam in uxorem Petro de Sancto Arcangelo, et petit subventionem a
vassallis’ (45);
a. 1270: ‘Henrico de Sancto Arcangelo’ (46), ‘Andree de Abenabulo conceditur assensus pro matrimonio
contrahendo cum Letitia f. qd. Henrici de Sancto Archangelo de Aversa’ (47);
a. 1271: ‘Henrico de Sancto Arcangelo’ (48), ‘Petrus et Franciscus de Sancto
Arcangelo’ (49), ‘Henricum et Petrum de Sancto Arcangelo’ (50),
‘Assensus pro matrimonio contrahendo inter Gerardum dictum
de Cremona mil. et Mariam uxorem qd. Henrici de Sancto Archangelo de Aversa, cum usufructo
medietatis cuiusdam pheudi, quod Petrucius de Sancto Archangelo, eiusdem Marie filius, tenet sub baronie
Francisca’ (51), ‘Assensus pro matrimonio contrahendo inter Fredericum f. qd. Frederici
de Campomaiore et Gemmam filiam not. Stephani de Sancto Arcangelo (52)’, ‘terram heredum
Henrici de Sancto Arcangelo’ (53);
a. 1272: ‘Petrum de Sancto Arcangelo’ (54), ‘Mandatum de pheudali servitio debito a Sinfrido de
Rocca pro vassallis suis de casali S. Arcangeli de Aversa’ (55);
a. 1273: ‘in pertinentiis ville S. Arcangeli ... et terram Henrici de Sancto Arcangelo’ (56);
a. 1275: ‘(mutuatores Averse:) Petrus de Marco de Villa Sancti Arcangeli unciam unam’ (57);
a. 1277: ‘(mutuatores Averse:) In villa Sancti Archangeli: Iohannes de Madio tar. XVI, gr. XIX;
Passamonte tar. XVI, gr. XVIII’ (58), ‘Assensus pro matrimonio contrahendo inter Iohannem Iacobum
Russi de Aversa et Mathiam f. qd. Henrici de Sancto Archangelo, mil.’ (59);
a. 1278: ‘Herricus de Sancto Archangelo’ (60), ‘mil. Henrico de Sancto
Arcangelo’ (61);
a. 1291: ‘Petro de Sancto Archangelo ... Francisco de Sancto Archangelo’ (62).
a. 1311: In un Diploma di Re Roberto è ordinato di effettuare la manutenzione del Clanio agli
‘homines ... Caivani, Crispani, Cardeti, Milleti, Casolle Valenzani, Sancti Nicandri, Sancti
Arcangeli, et Sallani de pertinentiis dicte civitatis Averse’ (Guerra, p. I, doc. I)
Relativamente all’anno 1439, abbiamo una interessantissima testimonianza (63), che ci dimostra come
Sant’Arcangelo fosse un luogo fortificato degno dell’attenzione dei due pretendenti al trono di quello
che sarà poi il Regno di Napoli. La riportiamo sia nella forma originale che in italiano moderno per
una maggiore comprensione:
| Et per declarare da prima in questo Reame non si conoscea che cose fossero spingarde quando venne Rè Ranato indusse seco 60 Spingarderi: Lo Rè Ranato, et dui altri deli detti spingarderi solamente sapeano lo Conso dela polvere, Rè de Rahona fece fare molte spingarde per la polvere non era naturale non operavano niente, Rè de Rahona tenendo assediato Sant’Arcangelo, Casale de Napole Rè Ranato che mando alcuni Infanti con dui soi spingarderi, el quale uno de quelli sapea la polver, foro tutti pigliati, et constretti questi sapeano la polvere l’insigno a Rè de Rahona et tutti subito foro imppiccati et lo castello de sant’Angelo presto se rendi a Rè de Rahona, et in questa forma ciascuno imparò de fare la polvere, et moltiplicaro le spingarde (come vedeti) in quelli tempi li catalani la chiamavano la Candola franciosa. | E per rendere chiaro che prima in questo Regno non si conosceva che cosa fossero le spingarde, quando venne Re Renato portò con sè 60 spingardieri. Soltanto il Re Renato, e due altri degli anzidetti spingardieri sapevano eseguire la concia della polvere da sparo. Il Re di Aragona fece costruire molte spingarde ma la polvere non era ben preparata e le spingarde non funzionavano per niente bene. Mentre il Re di Aragona assediava Sant’Arcangelo, casale presso Napoli, Re Renato mandò alcuni soldati con due suoi spingardieri, dei quali uno di quelli che sapeva preparare la polvere da sparo. Questi furono tutti presi prigionieri e quello che sapeva preparare la polvere fu costretto a insegnarlo al Re di Aragona. Tutti furono subito dopo impiccati e ben presto il castello di Sant’Arcangelo si arrese al Re di Aragona. E in questo modo ciascuno imparò a preparare la polvere da sparo e si moltiplicarono le spingarde (come vedete), che in quei tempi i Catalani chiamavano la Candela francese. |
| In anno 1419 lo detto Casale di Santo Arcangelo se possedeva per Francesco Barrile come appare In Archivio regiae Siclae Reginae Ioannae 2ae dicti Anni. Ut in registro (ditte) regine Ioanne 2ae signato 1419 et 1420, fol. 183 et a tergo. | Nell’anno 1419 il detto Casale di Santo Arcangelo era posseduto da Francesco Barrile come appare nell’Archivio Regiae Siclae della Regina Giovanna II del detto anno. Come nel registro della (suddetta) Regina Giovanna II segnato 1419 et 1420, foglio 183 e a tergo. |
| In anno 1442 Re Alfonso concede alla Università di Santa Maria alias Lucera delli saracini molti Capituli, et tra l'altri ce n’è uno per lo quale domanda detta Università, che se confirmi ad Antonello Brancazo la portione et tenuta del casale di Santo Arcangelo, et la gabella di Santo Paolo de Napoli, lo quale casale in pertinentiarum Averse dice tenerlo per causa delle dote di sua moglie, o' vero farli dare li danari che sopra quello ci have. Placet. Come appare In Quinternionum primo fol. VI . | Nell’anno 1442 Re Alfonso concede alla Università di Santa Maria alias Lucera dei Saracini molti Capitoli, e tra gli altri ce n’è uno per il quale detta Università domanda che si confermi ad Antonello Brancaccio la porzione e tenuta del casale di Santo Arcangelo, e la gabella di Santo Paolo di Napoli, il quale casale nelle pertinenze di Aversa dice di possederlo per causa della dote di sua moglie, oppure di fargli dare i danari che sopra quello ha. Si acconsente. Come appare nel Registro dei Quinternioni I, foglio 6. |
|
'BARRILE, Juan Angelo – Título a su favor del Duque de Cayuano, tierra situada en la provincia de
Tierra de Labor, del Reino de Nápoles. – Madrid, 3 de julio 1623. – S. P. – 186 – 80 v.° BARRILE, Juan Angelo. Baròn de Santo Arcangelo. – Provisión en su persona del oficio de Secretario del Reino de Nápoles, que renunció Andrés de Salazar. – Madrid, 21 de febrero 1623. – S. P. – 185 – 234.' e per l’anno 1646: 'BARRILE, Francisco – Título a su favor de Príncipe de Sancto Archangelo, tierra de la provincia de Tierra de Labor, del Reino de Nápoles. – Zaragoza, 27 de agosto 1646. – S. P. – 206-34.' |

Fig. 5 – Pianta della “Situazione della Real Caccia di S. Arcangelo” (87)
Il Lanna riferisce che “era traversato da lunghi stradoni, e chiuso con cancelli di ferro” (88) e forse
l’entrata principale era dove nella pianta settecentesca, con la lettera K, sulla strada da Sant’Arcangelo
a Caivano, è indicato come “Porta di S. Arcangelo”.
Ancor oggi, nella parlata popolare, a testimonianza di questo periodo, la zona di Sant’Arcangelo
è detta “buosco”.
Successivamente, con l’eversione della feudalità in base alle leggi di Re Giuseppe Bonaparte e di
Re Gioacchino Murat, la proprietà della tenuta passò al neo-istituito Comune di Caivano che subito
la divise fra i contadini (89), con la conseguente distruzione del bosco per la messa a coltura dei terreni.
Epilogo
Le case in cui risiedevano gli antichi abitanti sono scomparse, ma ancor oggi, specie nella zona a
nord dei ruderi del Castello, un occhio attento scorge fra le zolle innumerevoli minuti frammenti di
mattoni e pietre.
Il Lanna ci testimonia che “Al settentrione del Castello giace nella campagna un avanzo di colonna
di marmo del diametro di circa cinque palmi ...” (90). Forse è lo stesso marmo descritto dal Genoni come
cippo di un limite importante di centuriazione, delle dimensioni di cm 80 x 133 con due incassi
contrapposti alla sommità del cippo di cm 30 x 26 (91) (fig. 6). Il Genoni riferisce che il cippo fu più volte
rimosso dalle sedi precedenti dai conduttori dei fondi circostanti al Castello, di proprietà insieme ai
ruderi del Marchese Del Carretto (92).

Fig. 6 – Il cippo di Sant’Arcangelo
(foto da Genoni, op. cit.)
Oggi il cippo non è più reperibile e a ricordo del passato solo sono rimasti i ruderi del Castello e,
dietro, i resti della villa romana, che solo in tempi recentissimi hanno ricevuto un pò di attenzione da
parte di chi di competenza: eppure ivi giaceva intatto e quasi in superficie un mosaico di epoca romana
e solo la sua parziale distruzione ha condotto allo studio di un sito così importante!
Note:
(1) Franco Pezzella, Un secolo di ritrovamenti archeologici in tenimento
di Caivano, Rassegna Storica dei Comuni, n. 114-115, settembre-dicembre 2002.
(2) Giacinto Libertini, Persistenza di luoghi e toponimi nelle terre delle
antiche città di Atella e Acerrae, Istituto di Studi Atellani, Frattamaggiore, 1999.
(3) Ibidem, p. 31 e p. 37.
(4) Ibidem, p. 46.
(5) Ibidem.
(6) Domenico Lanna, Frammenti storici di Caivano, Giugliano, 1903, pp.
38-39; ristampato dal Comune di Caivano, Frattamaggiore, 1997.
(7) Paolo Delogu, Il Regno Longobardo, in: Storia d'Italia, Vol. I, UTET,
Torino, 1980.
(8) Origo gentis Langobardorum, in: Georg Waitz, Monumenta Germaniae
Historica, Scripta rerum Langobardicarum, Hannover, 1878. Il testo originale è il seguente: “[1]
Est insula qui dicitur scadanan, quod interpretatur excidia, in partibus aquilonis, ubi multae gentes
habitant; inter quos erat gens parva quae winnilis vocabatur. Et erat cum eis mulier nomine gambara,
habebatque duos filios, nomen uni ybor et nomen alteri agio; ipsi cum matre sua nomine gambara
principatum tenebant super winniles. Moverunt se ergo duces wandalorum, id est ambri et assi, cum
exercitu suo, et dicebant ad winniles: "Aut solvite nobis tributa, aut praeparate vos ad pugnam et
pugnate nobiscum". Tunc responderunt ybor et agio cum matre sua gambara: "Melius est nobis pugnam
praeparare, quam wandalis tributa persolvere". Tunc ambri et assi, hoc est duces wandalorum, rogaverunt
godan, ut daret eis super winniles victoriam. Respondit godan dicens: "Quos sol surgente antea videro,
ipsis dabo victoriam". Eo tempore gambara cum duobus filiis suis, id est ybor et agio, qui principes
erant super winniles, rogaverunt fream, uxorem godan, ut ad winniles esset propitia. Tunc frea dedit
consilium, ut sol surgente venirent winniles et mulieres eorum crines solutae circa faciem in similitudinem
barbae et cum viris suis venirent. Tunc luciscente sol dum surgeret, giravit frea, uxor godan, lectum
ubi recumbebat vir eius, et fecit faciem eius contra orientem, et excitavit eum. Et ille aspiciens vidit
winniles et mulieres ipsorum habentes crines solutas circa faciem; et ait: "Qui sunt isti longibarbae"?
Et dixit frea ad godan: "Sicut dedisti nomen, da illis et victoriam". Et dedit eis victoriam, ut ubi visum
esset vindicarent se et victoriam haberent. Ab illo tempore winnilis langobardi vocati sunt.”
(9) Gaetano Capasso, Afragola. Origine, vicende e sviluppo di un ‘casale’
napoletano, Athena Mediterranea, Napoli, 1974, p. 101.
(10) Benedetto Croce, Storia del Regno di Napoli, Laterza, Bari, 1966.
(11) Marina Cepeda Fuentes e Stefano Cattabiani, I nomi degli italiani,
Newton Compton Ed., Roma, 1992.
(12) Erchemperto, Historiola Longobardorum Beneventanorum in: Ludovico
Antonio Muratori, Rerum italicarum scriptores, Vol. V, p. 21.
(13) Vera von Falkenhausen, I Longobardi Meridionali, in: Storia d'Italia,
Vol. III, UTET, Torino, 1980.
(14) Erchemperto, op. cit., p. 21.
(15) Nicolò Lettieri, Istoria dell’antichissima città di Suessola e del vecchio,
e nuovo castello di Arienzo, Napoli, 1778; ristampato da Edizioni Dehoniane, Napoli, 1978.
(16) Gaetano Caporale, Memorie storico-diplomatiche della Città di
Acerra, Napoli, 1890; ristampato a cura del Comune di Acerra, Acerra, 1990.
(17) Paolo Delogu, op. cit.
(18) Lanna, op. cit., p. 36.
(19) Giuseppe Castaldi, Origini di Caivano e del suo castello, Il Movimento
Letterario, Anno II, Maggio-Settembre 1932, ristampato in: Rassegna Storica dei Comuni, Anno II,
n. 1, febbraio-marzo 1970.
(20) Anonimo, Diurnali detti del Duca di Monteleone, a cura di Nunzio
Federico Faraglia, Napoli, 1895, Ristampato da Forni Ed., 1979, p. 108.
(21) O forse fu ampliata una preesistente più ridotta fortificazione, dove è
ora il mastio attuale del Castello di Caivano. E’ plausibile che i Longobardi avessero già una piccola
fortificazione avanzata a Caivano e che essa risultasse, come era abitudine dei Longobardi,
dall’adattamento di preesistenti strutture romane. Infatti, la torre giace immediatamente a meridione
di un decumano della centuriazione Ager Campanus I da cui è largamente influenzato l’impianto
di Caivano, come già evidenziato in: Libertini, op. cit., p. 37.
(22) Paolo Delogu, op. cit.
(23) Regii Neapolitani Archivi Monumenta edita ac illustrata (RNAM),
Napoli, 1845-61, vol. V, doc. DLV, p. 386.
(24) RNAM, vol. V, doc. DLVII, p. 389.
(25) RNAM, vol. VI, doc. DLXXII, p. 38.
(26) Alfonso Gallo, Codice diplomatico normanno di Aversa (CDNA),
Società Italiana di Storia Patria, L. Lubrano ed., Napoli, 1927; ristampato in Aversa, 1990; Cartario
di S. Biagio, doc. XXXVI, p. 371 (i numeri delle pagine sono riferiti alla ristampa).
(27) Jole Mazzoleni, Le pergamene di Capua, Napoli, 1957-60, vol. I,
p. 55.
(28) RNAM, vol. VI, doc. DCXII, p. 135.
(29) Giuseppe Mongelli, Regesto delle Pergamene dell’Abbazia di
Montevergine, 1956-1962, vol. I, doc. 197, p. 71.
(30) Mongelli, op. cit., vol. I, doc. 204, p. 72.
(31) Mongelli, op. cit., vol I, doc. 371.
(32) CDNA, doc. LXXVI, p. 132.
(33) CDNA, doc. LXXVII, p. 135.
(34) CDNA, doc. LXXIX, p. 139.
(35) Catalogus baronum neapolitano in regno versantium, in: Giuseppe
Del Re, Cronisti e scrittori sincroni napoletani, Napoli 1845-1868, Ristampato da Forni Ed., Sala
Bolognese 1976, vol. I, p. 595.
(36) Castaldi, op. cit.
(37) CDNA, doc. LXXXIII, p. 147.
(38) Mongelli, op. cit., vol. I, doc. 421.
(39) Mongelli, op. cit., vol. I, doc. 423.
(40) CDNA., doc. LXXXIX, p. 157.
(41) Riportato in: Leopoldo Santagata, Storia di Aversa, Eve Editrice,
Aversa, 1991, vol. I, p. 259.
(42) Catello Salvati, Codice diplomatico svevo di Aversa (CDSA),
Arte Tipografica, Napoli 1980, doc. LV, p. 112.
(43) CDNA, Cartario di S. Biagio, doc. LVII, p. 407.
(44) I registri della cancelleria angioina ricostruiti da Riccardo
Filangieri con la collaborazione degli archivisti napoletani (RCA), Napoli presso l’Accademia,
dal 1950 in poi, vol. IV, doc. 72, p. 11.
(45) RCA, vol. IV, doc. 139, p. 23.
(46) RCA, vol. III, doc. 417, p. 178.
(47) RCA, vol. VII, doc. 115, p. 29.
(48) RCA, vol. VIII, doc. 300, p. 76.
(49) RCA, vol. VIII, doc. 339, p. 82.
(50) RCA, vol. VIII, doc. 67, p. 102.
(51) RCA, vol. VIII, doc. 418, p. 171.
(52) RCA, vol. VIII, doc. 430, p. 173.
(53) RCA, vol. II, doc. 85, p. 257.
(54) RCA, vol. IX, doc. 83, p. 239.
(55) RCA, vol. IX, doc. 123, p. 244.
(56) RCA, vol. II, doc. 11, p. 238.
(57) RCA, vol. XVII, doc. 43, p. 13.
(58) RCA, vol. XVIII, doc. 152, p. 73.
(59) RCA, vol. XVIII, doc. 271, p. 135.
(60) RCA, vol. XX, doc. 147, p. 111.
(61) RCA, vol. XXI, doc. 467, p. 320.
(62) RCA, vol. XXXIX, doc. 18, p. 20.
(63) Diurnali detti del Duca di Monteleone, op. cit., p. 108.
(64) Michele Guerra, Documenti per la città di Aversa, Aversa, 1801.
Ristampato dall’Istituto di Studi Atellani, Frattamaggiore, 2002.
(65) J. Mazzoleni, op. cit., vol. II, p. I, p. 236-9.
(66) Santagata, op. cit., vol. I, p. 410. Ma Caivano quale feudo ben fortificato
aveva una sua indipendenza e non era riportato nell’elenco dei casali di Aversa del 1459.
(67) Archivio di Stato di Napoli, Quinternioni, Repertorio Terra di Lavoro e
Molise, sec. XV-XVI; fol. 199; brani riportati in: Capasso, op. cit., p. 209.
(68) Capasso, op. cit., p. 289.
(69) Maria Martullo, Regesto delle Pergamene della SS. Annunziata di Aversa,
Napoli, 1971, doc. LXXII, p. 25, e LXXIII. p. 26.
(70) Santagata, op. cit., vol. I, p. 542.
(71) Titulos y privilegios de Napoles. Siglos XVI-XVIII. I. Onomastico di D.
Ricardo Magdaleno, Valladolid, 1980.
(72) Lanna, op. cit., p. 123.
(73) Giovanni Battista Pacichelli, Del Regno di Napoli in Prospettiva, Napoli,
Stamperia di Michele Luigi Muzio, 1703. Ristampa anastatica Forni Ed., Sala Bolognese, 1996, vol. I,
p. 30.
(74) Carlo Padiglione, Dizionario delle famiglie nobili italiane o straniere
portanti predicati di ex feudi napoletani e descrizione dei loro blasoni, Napoli, 1901; ristampa
anastatica Forni Ed., Sala Bolognese, 1976.
(75) Scipione Mazzella, Descrittione del Regno di Napoli, Napoli, 1601.
Ristampa anastatica Forni Ed., Sala Bolognese, 1981.
(76) Enrico Bacco, Nuova descrittione del Regno di Napoli diviso in dodici
provincie, Napoli, 1629. Ristampa anastatica Forni Ed., Sala Bolognese, 1977, p. 103.
(77) Ottavio Beltrano, Descrittione del Regno di Napoli diviso in dodeci
provincie, Napoli, 1671. Ristampa anastatica Forni Ed., Sala Bolognese, 1983, p. 96.
(78) Pacichelli, op. cit., p. 163.
(79) Inguanez Mario, Leone Mattei-Cerasoli, Pietro Sella, Rationes decimarum
Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana 1942, n.
3479.
(80) Ibidem, n. 3728.
(81) Lanna, op. cit., p. 36.
(82) Ibidem, p. 37.
(83) Ibidem.
(84) Ibidem.
(85) Gaetano Parente, Origini e vicende ecclesiastiche della Città di Aversa,
Napoli, 1857, vol. I, p. 177.
(86) Lorenzo Giustiniani, Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli,
Napoli, 1797-1816, voce Caivano.
(87) Riportata in: Giuseppe Genoni, Il cippo romano di S. Arcangelo, Ed.
Associazione Archeologica “Piana del Clanio”, Marcianise, 1987.
(88) Lanna, op. cit., p. 35.
(89) Inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini nelle provincie
meridionali e nella Sicilia, vol. IV, Campania, a cura del prof. Oreste Bordiga, Roma, 1909, p. 175. Anche
il Lanna, op. cit., p. 35, ci riporta che i terreni furono dissodati ai principi dell’ottocento.
(90) Lanna, op. cit., p. 38.
(91) Genoni, op. cit.
(92) Ibidem. Attualmente i ruderi del Castello sono di proprietà della famiglia Buononato
mentre i terreni circostanti, anche dove sono i resti della villa romana, appartengono a contadini di Caivano.