SULL’ORIGINE DI GRUMO NEVANO
L’ALTOMEDIOEVO (V-IX sec. d.C.)
GIOVANNI RECCIA
In precedenti articoli (1) sono state affrontate le problematiche relative alla formazione di Grumo Nevano
in connessione con lo sviluppo degli insediamenti sannito-romani e del successivo avvento del cristianesimo.
Più volte è stato evidenziato come la prima attestazione documentale di Grumum/Grumo risalga
all’877 d.C. (2) e quella di Nivano/Nevano al 1120 d.C. (3),
ovvero al 944 d.C. come ipotizzato (4), mancando
per il periodo comprendente la fine dell’impero romano ed il sec. IX una qualsiasi ulteriore
documentazione. In tale contesto proveremo, con l’ausilio delle fonti dirette ed indirette, a ricostruire
i profili storico-militari e territoriali che possono aver interessato l’area grumese, insistente sulla via
atellana, nonostante l’oscurità che abbraccia i secoli dopo Cristo dal V al IX.
BIZANTINI E LONGOBARDI (5)
La fine dell’impero romano d’occidente è normalmente individuata nella morte di Romolo Augustolo
avvenuta nel 476 d.C., ma in realtà già alla fine del IV sec. d.C. i segnali della decadenza dell’impero
erano evidenti. Ultimo punto di contatto con la presenza romana, rinvenibile in area grumonevanese,
è l’iscrizione latina dedicata a Celio Censorino risalente al III/IV sec. d.C. (6). Da questo momento e
sino al IX sec. d.C. vi è quella perdita di “memoria storica” di cui si è fatto cenno (7), sempre
che non si ritengano attendibili le notizie riportate dal Pratilli (8). In ogni caso già nel 439 d.C.
i Mauri e nel 455 d.C. i Vandali, scesi in Italia e saccheggiata Roma, avevano imperversato in Campania e nell’area
atellana, ed allo stesso modo gli Eruli e gli Unni avevano attraversato la via atellana rispettivamente nel
476 e nel 480 d.C. (9). Probabilmente però una prima vera e propria crisi del sistema agricolo-sociale
grumonevanese si ebbe con l’arrivo degli Ostrogoti in Italia, di cui Procopio fa ampia
digressione (10), riferendosi pure all’area posta tra Capua e Napoli.
Le continue battaglie svoltesi tra greci e goti in territorio napoletano hanno sicuramente posto le basi
per l’abbandono delle terre da parte dei villani, che preferiranno rimanere al sicuro nelle aree fortificate.
Nel 537 i bizantini si impossesseranno dell’agro napoletano, lo riperderanno nel 542 per riconquistarlo
soltanto alla fine della guerra greco-gotica nel 553. Il territorio napoletano, ritornato bizantino, rimarrà
pacificato per pochi anni, per la presenza dei Longobardi che, stabilitisi intorno al 570 nel beneventano
e nel capuano sino al fiume Clanio, contenderanno ai bizantini l’agro napoletano, ponendo continuamente
Napoli sotto assedio già dal 581. L’organizzazione territoriale determinatasi nel Ducato consentirà ai
bizantini di controllare effettivamente soltanto la città di Napoli ma non anche il limitrofo territorio, che
sarà oggetto della penetrazione longobarda (11), tanto da renderne discontinua
l’abitabilità. Dal 661 il Ducato (12) acquisirà autonomia da Bisanzio ma non riuscirà
comunque a mantenere nel proprio agro un predominio sui longobardi (13) al punto
che, da un lato, i possessori di fondi saranno abbandonati ad una condizione di semilibertà, dall’altro,
nelle medesime campagne si stabiliranno i tertiatores, cioè i “debitori del terzo” dei frutti del lavoro agricolo.
Un primo profilo d’interesse è che in tale area si realizza un dominio comune in cui vi è una divisione
delle rendite in favore di greci e longobardi, con obbligo di servire entrambe le parti ma di essere
liberi di lasciare il fondo in caso di forte oppressione da parte degli stessi. Un secondo profilo attiene
alla via atellana (14) che continua a mantenere lo status di principale via di comunicazione
tra Capua e Napoli. Nondimeno che per i sanniti ed i romani, anche per i longobardi tale arteria era fondamentale
per un controllo del territorio, rispetto invece ai greci napoletani che continuavano a svolgere i propri
traffici commerciali in special modo via mare. Un terzo profilo riguarda la religione nel senso che già
dal V sec. i templi pagani furono destinati ad usi civici e si decise che gli edifici di culto in rovina
venissero riutilizzati per le nuove costruzioni cristiane (15). Per Grumo e Nevano tale
passaggio comportò una fusione dei culti Cerere-Demetra/Madonna e Silvano/San Vito (16).
I longobardi, inizialmente ancora seguaci di culti pagani, poi fervidi cristiani dalla fine del VII sec., potrebbero
avere fatto proprio il culto di San Tammaro introducendolo in Grumo (17).
Difatti recependo storicamente le “leggende” riguardanti il Santo e tenendo presente le attestazioni
antroponimiche (18) si potrebbe considerare una presenza del culto in Grumo dall’VIII-IX
sec. Va peraltro specificato che un Santo accolto favorevolmente tra i longobardi, specialmente nel nord Italia, è stato
anche San Vito, ma gli aspetti agricolo-cultuali lasciano intravedere una presenza nel territorio
grumonevanese ad essi antecedente (19), a cui può nondimeno esserne seguito uno specifico
ed ulteriore adattamento. All’impossibilità di costituire un assetto stabile e definitivo dell’agro napoletano, oltre ai
Longobardi e Bizantini, contribuiscono i Saraceni che dalla fine dell’VIII - inizi del IX sec. cominceranno
a colpire le coste campane dal mare fino a stabilirsi in alcune zone del Ducato napoletano da cui
effettueranno continue scorrerie verso l’interno del territorio (20), reso ancora più insicuro
nella sua continuità abitativa. Nel medesimo periodo troviamo anche i Franchi in Campania, tuttavia la loro
presenza non ha influenzato gli assetti territoriali dell’area atellana (21).
TERRITORIUM GRUMI ET NIVANI (22)
Se sono tendenzialmente concordanti le tesi relative ai confini della protocontea normanna di Aversa
intorno al 1033-1046 (23), comprendente Grumo Nevano, lo stesso non può dirsi per
i precedenti confini del Ducato bizantino di Napoli e quello longobardo di Benevento che sono variati nei secoli
che vanno dal VI fino agli inizi dell’XI, dal fiume Clanio sino a giungere alle porte di Napoli. L’area atellana di
Grumo Nevano, trovandosi nel centro dell’agro napoletano, era sicuramente soggetta a tali variabili e,
con buona probabilità, è a questa fase storica che si collega la concezione di alcuni storici che
individuano l’etimologia di Grumo nel “confine/mucchio di terra” (24) del latino
grumus. Se però analizziamo l’italiano “confine” dal punto di vista linguistico-storico, possiamo
rilevare come la parola manchi nelle lingue indoeuropea ed osca (25), mentre in greco
è terma (26), in latino terminus, limes o
finis (27), in etrusco tular (28), in
goto marka (29) ed in longobardo guiffa (30).
In ogni caso nessuno dei termini indicati ha attinenza con il “confine/grumus” che appartiene
senz’altro all’area linguistico-concettuale romana riguardante i “termini agricoli” delle terre assegnate
ai coloni, come i limites e la centuriatio (31), per cui sembra evidente la
contraddizione linguistico-temporale tra l’arrivo dei longobardi ed il grumus romano.
La discordanza svanisce soltanto quando è il limes romano che trasformandosi nel limitone/paretone
bizantino assume effettivamente il significato di “confine” tra territori (i Ducati) (32). In tale
ambito emerge il fossatum publicum di Grumo (Strada di pantano, odierna via Roma), laddove rilevando
storicamente, unito ad esso, un Pontone sul Limitone ed una via del limitone (odierna via E. Toti), può aver costituito
un elemento confinario in età bizantina (33). Detto fossato confinario, se è stato tale nel sec.
XI durante la prima espansione dei normanni da Aversa, potrebbe esserlo stato anche in epoca altomedioevale,
ferma restando la mutabilità del dominio tra greci e longobardi. La toponomastica antica ci offre spunti
di rilievo laddove troviamo nel cuore antico di Grumo il vico de’ Greci (odierna via F. Tellini) e la via
Anzaloni che avendo attinenza con il primitivo abitato altomedioevale, presentano caratteristiche
etimologiche che si riferiscono a longobardi e bizantini e che lasciano trasparire una loro concomitante
presenza, forse proprio sotto il profilo dell’insediamento di tertiatores (34).
Altri elementi d’interesse ineriscono la presenza di torri, archi, castrum (insediamento fortificato/palazzo)
o castella, che paiono assenti in Grumo Nevano per il periodo de quo, anche se una torre si trova in
Grumo nel 1734 e Castro Nivani viene così riportato in un documento del 1648 (35).
In ogni caso la vita degli abitanti dei casali nel periodo altomedievale si svolgeva nelle curtis, aree antistanti
le abitazioni la cui edilizia era costituita da materiali poveri (legno, argilla, frasche) ed erano ad impianto
ridotto (36). L’indicazione però dell’abitato minore, il locus ubi dicitur,
testimonia un popolamento decentrato a cui corrisponde un paesaggio con i coltivi e l’incolto presenti
ovunque (37). La produzione agricola (38) è la
stessa rilevabile in epoca romana, con la differenza che i prodotti vengono coltivati oltre che nei
campi (39) anche nell’orto. Inoltre con riguardo agli animali, oltre quanto già
evidenziato (40), va ricordato che, da un lato, nelle curtis si tenevano le
oche (41), dall’altro, che i longobardi hanno allevato le gru (42)
ed introdotto il bufalo (43).

Foto 1
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
Le fotografie nr. 1, 2 e 3 relative all’area storica di Grumo e di Nevano, evidenziano, per il primo,
una struttura originaria basata su di un corpo centrale cd. “a goccia” (da Piazza Capasso alla Basilica
di San Tammaro) e tre strade (vico de’ Greci, via Anzalone/via F. Tellini e Puteo Veteris/via
Giureconsulto) che si dipartono da essa, per il secondo, un sistema basato su linee parallele e
perpendicolari (tendenzialmente raccordate in modo omogeneo intorno alla Chiesa di San Vito) (44).
E’ possibile che per Grumo, la zona delimitata da via San Domenico/Piazza Cirillo/Piazza Capasso/via
Pola, con il fossatum/via Roma posto a sud a difesa della struttura, abbia costituito il centro dell’abitato
altomedioevale, attraversato dalla via atellana ed a cui giungono (o da cui si sviluppano) le tre strade
suindicate, ove alcuni edifici si possono attribuire per tecnica costruttiva al IX-XI sec.. Relativamente
a Nevano, il Castrum citato si riferisce al Palazzo Baronale del XV sec., sede del Tribunale di
Campagna del Regno di Napoli, abbattuto nel XX sec., del quale non abbiamo notizie per il periodo
in esame (45). Ma mentre l’abitato nevanese è legato alla chiesa di San Vito, quello grumese
pare staccato dalla Basilica di San Tammaro e collegato alla struttura “a goccia”. Peraltro quest’ultima ed il palazzo
baronale di Nevano (che abbracciava un’area di pertinenza di via Rimembranza/via Landolfo/via Po)
si pongono in corrispondenza delle case rurali romane in altra sede individuate (46), tali da
segnare una continuità dei nuclei storici di Grumo e Nevano da antica epoca.
In sostanza laddove risultano essere collocati resti archeologici di una villa rustica romana possono
essersi sviluppate le strutture principali altomedievali. In tal senso andrebbe valutata anche la casa
palaziata (attuale Palazzo Coppola) di cui abbiamo notizia dalla fine del ‘500, sita tra il centro antico
di Grumo, la via atellana ed il palazzo baronale di Nevano. Soltanto un preciso esame stratigrafico
dei caseggiati posti all’interno delle aree centrali potranno stabilirne le effettive datazioni. Allo stesso
modo andranno tenute in considerazione le aree funerarie rilevate in Grumo Nevano di età
sannito-romana, adiacenti la via atellana, che possono servire alle ricerche finalizzate allo studio
dell’altomedioevo (di cui al momento non è stato rinvenuto alcun reperto archeologico) (47),
anche se ciò potrebbe essere utile limitatamente ad una indagine riguardante i Bizantini (e soltanto sotto il
profilo dei tertiatores), atteso che, ad esempio, le necropoli bizantine in Napoli sono risultate essere
contigue alle necropoli romane (48). Viceversa i longobardi si sono sempre tenuti separati
dalla popolazione locale, preferendo sia abitare nelle zone rurali sia costituire aree sepolcrali in luoghi diversi da quelli
utilizzati dai romani, come avvenuto ad esempio in territorio beneventano-capuano, ove le necropoli
longobarde sono state rinvenute specialmente in zone adiacenti i corsi d’acqua/fossati ed in prossimità
delle vie di comunicazione (49). Probabilmente le aree poste a sud del fossatum,
il rione dei Censi ed i luoghi adiacenti la via atellana (via San Domenico), potrebbero essere studiate al fine
di provare a fare luce su di un periodo storico di Grumo Nevano fortemente oscuro (50),
ma che ritengo maggiormente legato al mondo longobardo beneventano-capuano anziché a quello
greco-napoletano.

Foto 2

Foto 3
(1) G. RECCIA, Sull’origine di Grumo Nevano: scoperte archeologiche
ed ipotesi linguistiche, in “Rassegna Storica dei Comuni” (“RSC”), anno XXVIII n. 110-111
(2002) e Sull’origine di Grumo Nevano: culto, tradizione e simbolismo agricolo-pastorale,
in “RSC”, anno XXIX n. 116-117 (2003).
(2) B. CAPASSO, Monumenta ad Neapolitani Ducatus Historiam
Pertinentia, Acta translationis S. Athanasii, Napoli 1892 e A. VUOLO, Vita et Traslatio
S. Athanasii Neapolitani Episcopi, Istituto Storico Italiano per il Medioevo, Roma 2001.
(3) A. DI MEO, Annali critico diplomatici del Regno di Napoli della
mezzana età, Napoli 1795.
(4) Trattasi del toponimo Vivano: G. RECCIA, Sull’origine: culto cit. e
Giovanni Monaco, Chronicon Vulturnense, doc. 105, a cura di V. FEDERICI, Roma 1925.
Tenendo presente che al casale di Nevano è ricondotto il toponimo Vinano citato nel 1308, M.
IGUANEZ, L. MATTEI CERASOLI e P. SELLA, Rationes decimarum Italiae (RD) Campania,
Città del Vaticano 1942, alla stessa Nevano/Vivano-Vinano credo che vada ricondotto anche il
toponimo Bivano (con il campus de piro) presente in età normanna nelle vicinanze di Aversa, A.
GALLO, Codice Diplomatico Normanno di Aversa (CDNA), doc. CIX, Napoli 1927. Inoltre
tali Stefano de Vivano e Fundato de Vibanum sono presenti negli anni 949 e 1016, Regi
Neapolitani Archivi Monumenta (RNAM), docc. A54 e 300, Napoli 1845-1861. E’ utile
specificare che in Italia non esiste alcun comune in Vinano/Vivano/Bivano/Vibano, DE
AGOSTINI, Enciclopedia della geografia, Novara 1998, tranne i simili Vivara (NA) e Vivaro
(PN), derivati dal latino vivarium, “luogo di piante”, UTET, Dizionario di toponomastica, Torino
1990. Vi sono però toponimi che storicamente mantengono l’alternanza v>b>v, come, UTET,
op. cit., Bovino (FG) e Vibonati (SA), connessi all’etnico sannita vibinates, Bivona (AG),
ricordata come Bibona/Vivona e Vibo Valentia (RC), antica Vibona/Bibona/Bivona. Atteso che
già conosciamo il legame fonetico n>v>n, per il principio della proprietà transitiva abbiamo anche
b>n>b, con un’eguaglianza n=v=b. Se Vivano corrisponde a Nevano, essendo ad essa
documentalmente antecedente, non può tralasciarsi di considerare una derivazione etimologica
da un prediale latino con suffisso in –ano legato alla gens Vibia anzicchè Naevia, anch’essa di
origine osca, presente in tutta la Campania dal II sec. a.C. come rilevato da G. D’ISANTO,
Capua romana, Roma 1993.
(5) Sui Bizantini ed i Longobardi, in generale ed in Italia: G. GAY, L’Italia
meridionale e l’Impero Bizantino, Firenze 1917, N. CILENTO, Italia meridionale longobarda,
Napoli 1966, J. MISCH, Il Regno Longobardo d’Italia, Roma 1979, G. HERM, I Bizantini,
Milano 1989, N. CHRISTIE, I Longobardi, Genova 1995 e E. ZANINI, Le Italie bizantine,
Bari 1998.
(6) Da ultimo in F. PEZZELLA, Atella e gli atellani nella documentazione
epigrafica antica e medioevale, Istituto di Studi Atellani, Frattamaggiore 2002.
(7) G. RECCIA, Sull’origine: culto, op. cit.
(8) F. M. PRATILLI, Dissertatio de Liburia, Napoli 1751, elenca le
località presenti in Campania tra il V ed il IX sec. d.C., tra cui Casagrumi e Nivanu, con la
specificazione di averle rilevate da carte e cedolari dei bassi tempi riferite al periodo longobardo.
Sull’impossibilità di verificare tali informazioni, N. CILENTO, Un falsario di fonti per la storia
della Campania medievale: F. M. Pratilli, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”,
Anno 1950/51 n. XXXII. Sul punto credo che non vadano sminuite le indicazioni del Pratilli, tenuto
conto che operava in tempi difficili per la ricerca storico-topografica. In ogni caso, allorché si
considerino come “false” le citate notizie, ciò sarebbe rivelatrice soltanto di un’assenza temporanea
dei nostri casali dal corso della storia, attesa la loro accertata occupazione in epoca
sannito-romana.
(9) P. CRISPINO, G. PETROCELLI e A. RUSSO, Atella e i suoi casali,
Napoli 1991, G. BOVA Tra Capua e l’Oriente, Napoli 2004 e G. LIBERTINI, Il territorio
atellano nella sua evoluzione storica, in “RSC”, n. 126-127, 2004.
(10) PROCOPIO DI CESAREA, De bello gotico e H. SCHREIBER,
I Goti, Milano 1985.
(11) ERCHEMPERTI, Historia Langobardorum.
(12) Sul Ducato di Napoli: M. SCHIPA, Storia del Ducato napoletano,
Napoli 1891, S. BORSARI, Il dominio bizantino a Napoli, Napoli 1952, G. CASSANDRO,
Il Ducato bizantino, Napoli 1975 e M. FORGIONE, Napoli Ducale, Roma 1995.
(13) Sui Longobardi in Campania: N. CILENTO, Le origini della Signoria
capuana nella Longobardia minore, Roma 1966, F. HIRSCH e M. SCHIPA, La Longobardia
meridionale, Roma 1968, L. RUSSO MAILLER, Momenti e problemi della Campania
altomedioevale, Napoli 1995 e M. SCHIPA, Il Mezzogiorno d’Italia, Salerno 2002. Nel 715 i
longobardi conquisteranno Cuma e saranno più volte alle porte di Napoli senza riuscire ad
accedervi.
(14) Negli atti della traslazione di san Attanasio dell’877, A. VUOLO,
op. cit., non si rilevano notizie sulla presenza longobarda e/o bizantina in Grumo, salvo la
constatazione della necessità che la traslazione avvenisse con celerità da Cassino ad Atella (in una
giornata) per motivi di sicurezza legata al timore di trascorrere la notte in viaggio attraverso strade
insicure. L’arrivo ad Atella dà tranquillità ai cerimonieri. Di chi si debba aver timore, nulla dice la
traslatio, ma, premesso che non si trattava di greci, ritengo che ci si riferisca a predoni saraceni che
infestavano con frequenti scorrerie il territorio campano-laziale, mentre i longobardi ormai cristianizzati
non avevano alcun interesse ad arrecare danno al corteo funebre.
(15) G. PRUNETI, Dal tempio pagano alla chiesa cristiana, in “Il
mondo della Bibbia” n. 74/2005.
(16) Un influsso religioso di formazione bizantina lo possiamo riscontrare
in Santa Maria di Loreto odighitria, “guidante il cammino”, la cui cappella era però presente in
Grumo nel basso medioevo, B. D’ERRICO, Due inventari del XVII sec. della Basilica di San
Tammaro di Grumo Nevano, in “RSC”, Anno XXVIII n. 110-111, Frattamaggiore 2002. Altre
cappelle presenti nel ‘700 in Grumo Nevano, Archivio di Stato di Napoli (ASN), Tribunale misto,
Incarti nn. 10, 14 e 21, sono quelle della Madonna del Rosario, del SS. Sacramento e del Purgatorio.
Va tenuto presente anche il toponimo di Nevano la Maddalena, area confinante con la città di
Atella/Sant’Arpino, che è collegata al culto di Maria Maddalena, simboleggiante l’acqua che serve
ai campi, la noce ed il vino, A. CATTABIANI, I Santi d’Italia, Milano 1999. Inoltre nella Grumo
ricordata come sita nei pressi di Capua, A. DI MEO, Annali critico diplomatici del Regno di
Napoli della mezzana età, Napoli 1795-1819 e G. BOVA, Le pergamene sveve della Mater
Ecclesia di Capua, Napoli 2004, di cui vi è riscontro topografico (Grumo diruta) nelle carte di G.
A. RIZZI ZANNONI, Topografia dell’agro napoletano, Napoli 1793, troviamo ivi presente lo
stesso culto di San Vito nonché quello di San Massimo.
(17) G. RECCIA, Culto, op. cit. Il passaggio dal rito dell’incinerazione a
quello dell’inumazione avvenuto verso la fine del VII sec., costituisce per gli studiosi l’elemento di
distinzione nell’evoluzione cultuale dei longobardi, M. ROTILI, La necropoli longobarda di
Benevento, Napoli 1985, F. HIRSCH e M. SCHIPA, op. cit. e A. RUSCONI, Il culto
longobardo della vipera, Galatina 1975.
(18) G. RECCIA, Culto, op. cit. Invero P. SAVIANO, Episcopato e
vescovi di Atella, in “RSC” n. 126-127, 2004, individua l’esistenza della Chiesa di San Tammaro
in Grumo già nel 599 richiamando le Epistole di Gregorio Magno, ma non mi pare che ciò sia
effettivamente rilevabile. Allo stesso modo A. VUOLO, San Tammaro tra Capua e Benevento,
in “Campania Sacra” (CS) n. 32, 2001, nega, a parere nostro senza profonda motivazione, validità
alle affermazioni di M. MONACO, Sanctuarium Capuanum, circa una presenza del toponimo
Tammaro nel 946 d.C. e non spiega come sia stato possibile che l’antroponimo Tammaro sia poi
comparso in Gaeta (LT) nel 1070, atteso che in detta area può esservi giunto soltanto attraverso la
Campania, né come si giustifichi l’esistenza di un S(T)ammarus presbiter nel 1067 in Cava dei
Tirreni (SA), S. LEONE e G. VITOLO, Codice Diplomatico Cavense, Vol. IX doc. 28, Badia di
Cava 1984, senza contare il toponimo San Tammaro nel 778 d.C. nonché l’antroponimo Temmaro
nel 1004, rilevabili dal citato Chronicon Vulturnense verso cui non disdegno un qualche fondamento
di verità almeno per ciò che concerne i nomi ivi riportati. Ma soprattutto è rilevabile nel 973 un
Tammarus clericus in Benevento, A. CIARALLI, V. DE DONATO, V. MATERA, Le più antiche
carte del Capitolo di Benevento (668-1200), Roma 2002, doc. 19. Di recente G. BOVA, Capua
cit., ha affermato una possibile origine longobarda o maura del Santo. A completamento della
“confusione” linguistica emersa con riguardo all’antroponimo Tammaro, di cui ho fatto cenno negli
articoli precedenti, aggiungo: la parola dialettale veneta di tamaro indicante lo “zenzero/coriandolo”,
M. CORTELLAZZO e C. MARCATO, op. cit.; la città numidica non identificata di
Tamallum/Tamarrum, sede vescovile del nordafrica vandalico, A. ISOLA, I cristiani dell’Africa
vandalica, Milano 1990; il Castrum Tamarum in pago Veiano dal XII sec., E. JAMISON,
Catalogus Baronum, Roma 1984; tammare che sono gli “sbirri” in G. B. BASILE, Lo cunto
de li cunti, Napoli 1634, e Tammaru, che è l’appartenente alla camorra in M. MONNIER,
La camorra, Napoli 1965; Tamma significa “completare/compiere (il giro) in semitico, mentre
Tama è un idronimo etrusco dal semitico tamu, “ansa”, G. SEMERANO, Il popolo che sconfisse
la morte: gli Etruschi e la loro lingua, Milano 2003, mentre Tamaricis, presente nel 1129 è
riferito ad un fiume nelle adiacenze di Rignano Garganico (FG), RNAM, doc. 605; tamartu/leggere
in semitico/accadico, da cui forse tamar è “colui che legge” (i testi sacri ?), G. SEMERANO,
La favola dell’indoeuropeo, Milano 2005; tama è anche il “cavallo domestico” per i germani e
Tabarro, “pelle”, con suffisso euroafricano in –arro, si riferisce ai libici (forse per il particolare
colore della pelle ?), G. DEVOTO, Dizionario etimologico, Firenze 1968. Per quanto non vi siano
elementi di diretto collegamento con San Tammaro, C. MASSERIA, Il mondo Enotrio, Napoli 2001,
ha evidenziato come le feste romane dell’Equus October - terminanti il 15 ottobre (ricorrenza del
Santo) - si riconducono alle operazioni agricole della vendemmia ed al culto taumaturgico delle
acque/paludi. Infine agli oronimi bellunesi in Tamar-, E. VINEIS, La toponomastica come fonte
di conoscenza storica e linguistica, Belluno 1980, associa anche i toponimi ladini di Tamper-ber,
Damber, Tamà-è-ai-ei, Gameres, Tamion, Tamarin-l,
Tamarie, Tamera e Tambriz-uz.
(19) G. RECCIA, Culto, op. cit. G. BOVA, Capua, op. cit.,
ritiene che San Vito si colleghi alle Fabule atellane per la protezione che il Santo ha verso gli attori ed i ballerini,
ma credo che il legame fondamentale rimanga quello “coreico” comportante movimenti scomposti del
corpo che possono denotare un andamento caratteristico dell’attore/ballerino, tanto che una delle
forme tipiche della malattia è denominata proprio “Ballo di San Vito”, DE AGOSTINI, Enciclopedia
della Medicina, Novara 1994. Evidenzio ancora la vitis romana da cui è derivato il concetto di “vizio”,
G. CAMPANINI e G. CARBONI, Vocabolario latino-italiano, Milano 1974, ed il vitis, “bastone”
del centurione primipilaro, D. NARDONI, I gladiatori romani, Roma 2002. Anche il trinomio
Croce/Silvano/Sole si riferisce al rinnovamento della terra feconda professato prima dell’avvento di
Cristo, M. GREEN, Le divinità solari dell’antica Europa, Genova 1995, a cui si associa il culto di
San Vito e la cui chiesa in Nevano si trova in prossimità dell’antico luogo detto Croce. Basti ricordare
che anche l’osco viù si riferisce alla “via”, P. POCCETTI, Note sulla toponomastica urbana di
Pompei preromana, Napoli 1986. Inoltre l’antica contrada Trivio presente in Nevano ha attinenza
con gli “incroci”, ma S. HOBEL, Misteri partenopei, Napoli 2004, ha rilevato una componente
simbolica del “bivio/trivio” in rapporto alle caratteristiche di Ercole, protettore delle vie di comunicazione.
Inoltre G. SEMERANO, Etruschi cit., specifica come il prefisso Her- comune ad Ercole ed
Era/Demetra si riferisce “all’acqua del fiume”.
(20) R. PANETTA, I Saraceni in Italia, Milano 1998. Non è improbabile
che una fuga degli abitanti dalla costa nord campana (liternense-volturnense) verso l’interno sia stata
portatrice del culto di San Tammaro in Grumo, così come per San Sossio il cui culto si è trasferito da
Miseno a Frattamaggiore, S. CAPASSO, Frattamaggiore, Frattamaggiore 1992. In tale periodo
anche il litorale nord campano era soggetto al dominio longobardo.
(21) E. JAMES, I Franchi, Genova 1998 e L. RUSSO MAILLER,
op. cit.
(22) Ancora sull’archeologia di Grumo Nevano a conferma della sua formazione osco-sannita
in dipendenza di Atella e della via atellana: “una tomba a camera di epoca sannitica con frammenti di vasellame
campano, due balsamari fusiformi di creta greggia, due strigili di bronzo con armilla, quattro perni in ferro, di epoca
sannitica, nonché cocci, pietre lavorate, lucerna con testina, ago e monete di bronzo romane di età
costantiniana”, furono rinvenute sulla rotabile Grumo-Sant’Arpino (via atellana) da G. PETRONI, Relazione
su tomba antica, in “Atti Accademia Nazionale dei Lincei – Notizie di scavi” (ANLS), Roma 1896;
F. DI VIRGILIO, Sancte Paule at Averze, Aversa 1992, riferisce della possibile presenza di un cimitero
cristiano e di tombe romane (?) nelle adiacenze della Chiesa di San Vito di Nevano. Gli antichi toponimi
grumesi di ad campum palumbum, alo rotundo e pignitello (sempre che quest’ultimo non si riferisca
a Pignatelli, facente parte dell’onomastica longobarda, ovvero alla presenza di pigne di pino infra), S.
MONGELLI, Regesto delle pergamene di Montevergine (RPMV), r. 3380, Roma 1956, ASN,
Notai del XVI sec.- Protocollo di Ludovico Capasso, n. 414, folii nn. 87 e Comune di Grumo
Nevano, Platea de territorj e giardino – Anno 1824, potrebbero avere attinenza rispettivamente
con ambienti sepolcrali ed un edificio tombale di epoca romana, come già appurato per Grumentum,
L. GIARDINO, La viabilità nel territorium di Grumentum in età repubblicana ed imperiale,
Galatina 1983, e con i “pentolini/pignatielli” intendendo per essi i cocci-resti archeologici così chiamati
dai contadini napoletani, E. DI GRAZIA, Civiltà osca e scavi clandestini, in “RSC” n. 4, 1969. O.
SACCHI, Ager campanus antiquus, Napoli 2004, ha messo in risalto il fatto che la pianta della città
dell’antica Atella ha un orientamento greco come la città di Neapolis, ed azzarderei l’ipotesi che, essendo
Grumo Nevano (con la Basilica di San Tammaro e la chiesa di San Vito), dal punto di vista
geoarcheologico, tagliato da un meridiano (quasi rapportato ad una ideale ed astratta via atellana)
che attraversa i centri antichi delle città di Atella e di Napoli (14°05’27’’, ISTITUTO GEOGRAFICO
MILITARE [IGM], Provincia di Napoli, Firenze 1997, oppure +1°, RIZZI ZANNONI, op. cit.),
sia esistita una comune matrice osca che abbia tenuto insieme i primi insediamenti di Napoli pregreca
e di Atella presannita. In tale ambito F. RAVIOLA, Napoli origini, Roma 1995, non solo individua
la chora greca di Neapolis in tutto il territorio sito a nord della stessa (probabilmente sino a quella
che abbiamo definito “appendice” di Atella, costituita dal vicus Naevianus e dalla via atellana
controllata dai sanniti nel IV sec. a.C., G. RECCIA, Storia di Grumo Nevano dalle origini
all’unità d’Italia, Fondi 1986), ma ritiene che tale zona fosse disabitata tra VI-V sec. a.C., ciò
che avrebbe consentito l’insediamento di osco-sanniti in area atellana a fine V-inizi IV sec. a.C.
Anche l’antica viocciola/vecciola (via E. Simonelli) di Nevano – sempre che non si riferisca alla pianta
della veccia/fava, infra – nascente da un bivio, parallela a via Rimembranza (che nei precedenti articoli
ho preso a base come via atellana insistente in Nevano), nonché passante per la Chiesa di San Vito,
significando via “vecchia” potrebbe avere attinenza con la via atellana tanto che le due strade paiono
poi congiungersi poco a sud del casale di Sant’Arpino (CE). Credo però che il termine si riferisca ad
un “viottolo”, via piccola e stretta, non apparendo così idonea a rappresentare la via atellana, salvo
ritenere che la separazione tra via Rimembranza e via E. Simonelli sia di epoca medioevale e che quindi
il tracciato originario della via atellana comprenda in larghezza entrambe le strade. Per una corretta
identificazione del ramo nord della via atellana nel tratto cittadino di Nevano andrebbero svolte
specifiche indagini archeologiche. Sul punto sovviene la vignetta dei gromatici romani tratta dal Ms.
Palatinus, nn. 197a e 136a, riportata da L. CAPOGROSSI, Persistenza e innovazione nelle
strutture territoriali dell’Italia romana, Napoli 2002, relativa ad Atella, ove appaiono: una strada
di principale comunicazione (la via atellana ?) che si interseca con una via trasversale (via Antiqua?),
rivoli (del Clanio?) provenienti da Atella, un Mons Sacer (Monte dei Cani/San Vito/Cerere-Silvano ?),
nonché una concessio Lucio Titiole(nsi)s (in area grumese ?). In ogni caso dovrebbero essere poste in
relazione tra loro le origini di Atella lucana, pure sorta nel IV sec. a.C., e di Grumentum, A.
PONTRANDOLFO GRECO, I Lucani, Milano 1982, con la nostra Atella.Ancora sull’etimologia
di Grumo quale indoeuropeismo di gru-mor inteso come “terreno ricco di acqua per la coltivazione
di cereali/orzo”: mentre il “grano” ha origine dall’indoeuropeo *gere, “orzo” deriva dalla radice *ghr-,
G. DEVOTO, op. cit., ed entrambi, con i lupini e le fave, erano utilizzati dai romani per la produzione
di unguenti e creme, C. AVVISATI, Pompei: mestieri e botteghe 2000 anni fa, Roma 2003;
ulteriore riferimento risalente al 1268 nella forma di Gruma in Cabana, è in G. FILANGIERI,
I registri della Cancelleria Angioina (RCA), Napoli 1959, Vol. IV, ed in RNAM, doc. A54,
laddove nel 949 viene citato Grume con XXX moggia di terra; Grumentum ha origini lucane
ed una sorgente lambiva l’abitato, C. MASSERIA, op. cit.; gruma in latino volgare si riferirebbe
ad un “piccolo tumulo”, G. DEVOTO, op. cit.; de illa grummusa-grumosa/villa nova de illu
grummusu, presente in area Plagiense nel 962 e nel 1012, RNAM, docc. 95 e 285, potrebbe
avere attinenza con un’area grumosa/paludosa; tra i toponimi europei troviamo l’antica Grumenna
in Spagna, C. MINIERI RICCIO, Relazione della guerra di Napoli, Bologna 1984, e la moderna
Ceski Krumlov in Cechia, sita sul fiume Vltava. Infine in L. SCHIAPPARELLI, Codice Diplomatico
Longobardo, Vol. I doc. 192 e Vol. III docc. 38, 134, 140, 194 e 196, Roma 1984, tra i toponimi,
in aggiunta a quelli di area lombardo-veneta in altra sede citati, troviamo: in Toscana, Gruminium,
attuale Segromigno di Capannori (LU), ed in Emilia Romagna, Grumum in Comitate Parma,
odierna Grugno (PR) e Grumum con la Grumolenses paludes, Grumo frazione di Modena.
Relativamente a Segromigno/Grominium, ed alla limitrofa frazione di Capannori denominata
Sassogrumo/Sasso Gromolo di Vorno, R. AMBROSINI, Per una storia del Capannorese
attraverso la toponomastica, Lucca 1987, ne ha evidenziato una etimologia riferita al Monte
Gromigno di origine pelatina (forse alpina) significante “rialzo di terra”, che avrebbe a sua volta
influenzato il grumus latino. Sulla questione vedi G. RECCIA, Scoperte cit., tenendo presente
che viceversa Grugno (PR) deriverebbe dall’idronimo grue, in corrispondenza con il latino grus,
“gru”, poi indicato nel tardo latino come Grunium-Grumum, F. CAMPARI, Di un antico ponte
sul Taro a Grugno, Parma 1883, e Grumo di Modena, anch’esso forse riferibile etimologicamente
al “mucchio di terra/grumus”, ma paludoso, L. VALDRIGHI, Dizionario storico-etimologico
delle contrade di Modena, Modena 1880.
Inoltre: grumo è la “boccia/bottone” del fiore, grumolo è la parte centrale di pianta a cesto, come
la lattuga ed il cavolo, grumato, una specie di fungo e grumereccia, un tipo di fieno corto e tardivo,
G. PETROCCHI, Vocabolario italiano, Milano 1939; l’inglese groom si riferisce al “domestico in
livrea al servizio nelle case signorili”, TRECCANI, Vocabolario, Milano 1998; anche gronna in tardo
celtico è lo “stagno/palude” da bonificare, influenzato dalla groma latina, G. TRAINA, Paludi e
bonifiche del mondo antico, Roma 1982; grue è un idronimo piemontese riferito, come detto, al
latino grus, “gru”, UTET, op. cit. Krum è pure un Khan slavo-bulgaro dell’802, da cui è derivata
la città di Krumovgrad in Bulgaria, ALEXANDER TOUR, Bulgarie, Sofia 2000. Evidenzio ancora
come nel dialetto calabrese con il termine gromete si indica un “arbusto”, come derivato dal greco
bizantino di agromyrtos, “mirto selvatico”, M. CORTELLAZZO e C. MARCATO, Dizionario
etimologico dei dialetti italiani, Torino 2005, non presente però in territorio grumese, G. RECCIA,
Culto, op. cit. Cognomi in grum/grom e simili sono assenti in India, ove però si riscontra l’antico
fiume Krumos, F. VILLAR, Gli indoeuropei e le origini dell’Europa, Madrid 1996, in Tunisia,
ove vi è la Krumiria, regione a base cerealicola, LONELY PLANET, Tunisia, Torino 1999, in
Africa occidentale, ove vi è la tribù bantu degli agricoltori Kru, B. DAVIDSON, La civiltà
africana, Torino 1997. Krombucher è invece un tipo di birra prodotta in Germania, P. DEL
VECCHIO, Storia della birra, Milano 2000.
Sono assenti toponimi e cognomi in glum/glom assimilabili fonologicamente a grum/grom, mentre
Grompo in Veneto deriverebbe da un antroponimo ipocoristico formato con il suffisso germanico-longobardo
di –balda>-pald/-pa>-po, E. VINEIS, op. cit. Infine: Crom, risulta essere una primordiale divinità
celtica della terra/mondo, della giustizia e della virtù, che comanda sugli dei e sugli uomini, M.
RIEMSCHNEIDER, La religione dei Celti, Milano 1997, come Cromla è la montagna di Crom in
OSSIAN, Fingal; crumena è la “borsa di premio” del gladiatore, D. NARDONI, op. cit. Il napoletano
rummasuglia si riferisce al “rimasuglio/avanzo”, riferito al verbo “rimanere”, quindi “ciò che rimane”,
TRECCANI, op. cit., connesso al grumus latino, per cui il cognome Rummo, rinvenibile in Napoli
nel 1496, D. ROMANO, Cartolari notarili campani del XV secolo, Anonimo, Napoli 1996,
potrebbe avere attinenza, nella trasformazione dialettale napoletana di rummo/rumme, sia alla
specie di pesci “Rombo” (Rhombus), sia alla “tavola dell’alfabeto”, sia pure alla denominazione di
Grumo, come casale di provenienza, R. ANDREOLI, Vocabolario napoletano-italiano,
Napoli 1983.
Relativamente alla necessità di non confondere l’indoeuropeo *mar-/mor-, “acque”, nel germanico
occidentale ho riscontrato marja, significante “famoso” (da cui il suffisso –mari nei toponimi
Casamari-FR o Montemari-PI) e meridies, “luogo di sosta pomeridiana del bestiame” (da cui i
toponimi con antefisso in mari- come Marisena e Marizele-BL). Anche il prelatino marra, “mucchio
di sassi” non va confuso con *mar-/mor-, mentre marmor in ladino è il “ghiacciaio/marmo”, E.
VINEIS, op. cit. Con riguardo al marmor/marmo latino ho rilevato come negli anni ‘30 del sec.
XX la lavorazione del marmo era un’attività economica presente in Grumo Nevano, AA. VV.,
Dizionario biografico delle industrie e degli industriali napoletani, Napoli 1960. La non
attinenza è data anche dal sanscrito maru, significante, in opposizione alla presenza di acqua,
“infecondo/deserto”, A. CARASSITI, Dizionario etimologico, Genova 1997, nonché dal
dialetto veneto mare, riferito alla “marna” (calcare misto ad argilla, derivato dal celtico margila),
da cui ha tratto origine la definizione archeologica di “Terramare”, AA. VV., Le terramare, Milano
1997. Significato analogo al mar-/mor- sta invece nel celtico marisca indicante “area palustre” e
nel greco maros riferito al “prato umido/palustre”, G. TRAINA, op. cit. Per quanto concerne
l’indoeuropeo *grim/krem, avente il significato di “maschera”, R. CAPRINI, Nomi propri,
Alessandria 2001, od anche di “bruciare”, G. DEVOTO, op. cit., questi danno vita agli
antroponimi/cognomi Grimoaldo/Grimaldi e Grimo-a/Grumaldo, tutti rimasti in uso in epoca
medioevale in Italia nordorientale anche come sostantivi significanti “vecchio”, forse a ricordo degli
antichi progenitori (Grimo/Grima) longobardi, G. LOTTI, Le parole della gente, Milano 1992.
Un Pietro de grimmum è citato nel 1019, RNAM, doc. 310, ma potrebbe trattarsi proprio di
Grummum. Inoltre gremene è il terreno “aspro e sassoso” in ladino, E. VINEIS, op. cit.
Drumos è il “bosco” in greco bizantino, mentre drymos è il “boschetto stagnante” in greco ellenistico in uso
in Egitto, G. TRAINA, op. cit., ma entrambi non sono attinenti al nostro, come indicato in G.
RECCIA, Scoperte, op. cit. Ancora sull’etimologia di Nevano: analogo toponimo è quello di
Bibbiano (RE), mentre anche una Nevano appartenente alla città di Puteoli è documentata in
epoca romana, L. CAPOGROSSI, op. cit. In indoeuropeo abbiamo *newo, “nuovo”, che,
come già specificato in altra sede, avrebbe costituito, partendo dal celtismo nevio, base onomastica
latina per la gens Naevia, nonché *newn, “nove”, G. DEVOTO, op. cit., il cui numero, anche
simbolicamente analizzato con riguardo alla sua connessione con la Vergine/Madonna, N. JULIEN,
Il linguaggio dei simboli, Milano 1997, non sembra avere attinenza con il nostro casale. Rilevo
ancora che tra VI e IX sec. la Chiesa di Roma possedeva beni, nell’ambito del Patrimonium
Campaniae, nella Massa Neviana che era situata al XX miglio della via appia, F. MARAZZI,
I Patrimoni Sanctae Romanae Ecclesiae nel Lazio (sec. IV-IX), Roma 1998. Tra i toponimi
europei ed extraeuropei ho poi riscontrato soltanto le cittadine di Nevio site in Albania ed in Bulgaria,
soggette all’impero romano nel II sec. d.C.. Evidenzio curiosamente come nevio in dialetto
bolognese assume il significato di ”persona che porta sfortuna”, R. AMBROGIO e G.
CASALEGNO, Dizionario storico dei linguaggi giovanili, Torino 2004. In Italia non vi sono
cognomi in Nivano/vivano/bivano/ vinano/ binano/ ninano/ Nibano /Binano/ Bibano e
Neviano, mentre se ne rilevano in Viviano/Biviano/Bibiano (nr. 674 in nord Italia, Toscana,
Lazio, Campania, Puglia e Sicilia) associabile perlopiù all’antroponimo Viviano, derivato dal
praenomen latino-cristiano di Vivianus, “vitale”, M. C. FUENTES e S. CATTABIANI,
Dizionario dei nomi, Roma 1992. Ancora sulla ricchezza di acqua/paludi in Grumo: gli ulteriori
antichi toponimi di Agno, Puteo Veteris, Marinaccio e Purgatorio, ASN, Notai del XVII sec.-
Protocollo di Ottaviano Siesto, n. 1, folii nn. 145, 154 ed Archivio privato di Tocco di
Montemiletto (APTM), Feudo di Grumo, busta 139 n. 2/8, si riferiscono alla presenza di
acqua/pozzi-stagni/acquitrini, E. VINEIS, op. cit. e TRECCANI, op. cit.; i termini, di cui abbiamo
già riferito in altra sede, si tratterebbero di cippi anepigrafi, normalmente posti nelle vicinanze dei
corsi d’acqua; le cisterne romane, di cui ricordo quella rinvenuta in piazza Capasso, possono
fungere da sistemi di captazione e distribuzione delle acque nel territorio. Infine in greco, L. ROCCI,
Vocabolario greco-italiano, Città di Castello 1974, troviamo anche i termini ugros, “umidità” e
nera, “acqua di sorgente”, ricordando come Atella nell’antichità era definita la “nera”, S.
ANDREONE, L’antica Atella, Napoli 1993.
(23) G. PARENTE, Origine e vicende ecclesiastiche della città di
Aversa, Napoli 1857-1861, A. GALLO, op. cit., L. SANTAGATA, Storia di Aversa, Aversa
1987, F. FABOZZI, Historia della fondazione di Aversa, Sala Bolognese 1989, L. ORABONA,
I normanni: la chiesa e la protocontea di Aversa, Napoli 1994, G. CHIANESE, Storia di
Grumo Nevano, Frattamaggiore 1995 e L. MOSCIA, Aversa, Napoli 1997.
(24) F. PRATILLI, Della via Appia, Napoli 1745, E. STEFANO,
Glossarium, Napoli 1800 e L. GIUSTINIANI, Dizionario geografico ragionato del Regno
di Napoli, vol. V, Napoli 1802.
(25) G. DEVOTO, op. cit., ciò che evidenzia per gli Osci la sussistenza di
insediamenti rurali sparsi sul territorio, tanto che con il medioevale villa grumi si indicherà l’insediamento
aperto, non protetto da mura, dotato di chiesa con intorno un gruppo di case.
(26) L. ROCCI, op. cit.
(27) G. CAMPANINI e G. CARBONI, op. cit.
(28) R. A. STACCIOLI, Il mistero della lingua etrusca, Roma 1987.
(29) C. MASTRELLI, Grammatica gotica, Milano 1975. Il termine privo
di connessioni indoeuropee C. DEVOTO, op. cit., è presente anche nel tardo-celtico marga, E.
ROSSONI, Vocabolario dei termini celtici, Milano 2000. Unendo l’etimo gru- al mar(ka),
appare un’etimologia tardo antica riferita ad un confine/territorio delimitato dal gru-, quest’ultimo
da considerare o nel senso di campi di cereali/orzo o come antroponimo corrotto di Grimo. Ma
la forzatura è evidente laddove i Goti non si sono stanziati nell’area atellana per un tempo tale da
lasciare tracce linguistiche, PROCOPIO DI CESAREA, op. cit. e H. SCHREIBER, op. cit., ed
il citato antroponimo è di provenienza longobarda, E. MORLICCHIO, Antroponimia longobarda
a Salerno nel IX sec., Napoli 1985. Sulla questione etimologica di Grumo, vedi G. RECCIA,
Sull’origine: Scoperte, op. cit.
(30) A. ARECCHI, Nomi longobardi, Abbiategrasso 1998.
(31) Peraltro G. FRANCIOSI, Ager Campanus, in Atti del Convegno
Internazionale sull’Ager Campanus, San Leucio 2001, ritiene che il diverso orientamento della
centuriatio in Campania sia dovuto al regime delle acque operato nell’ager. Inoltre il reticolo
dell’ager campanus sarebbe unico e realizzato tra II e I sec. a.C., mentre i limites del sistema
Acerrae-Atella I risalirebbero sino al III sec. a.C.. Ciò rafforzerebbe l’idea che la via
atellana/decumano dell’ager campanus, come detto sopra, potesse comprendere in larghezza
entrambe le vie Rimembranza/Simonelli di Nevano, passante per la Chiesa di San Vito.
(32) E. ZANINI, op. cit., per il quale i paretoni o limitoni di epoca
bizantino-longobarda assumono un significato anche più ampio, nell’ambito di sistemi di difesa in
“zone confinarie”. Ad Aversa vi era un lemitone, divenuto l’omonimo quartiere cinquecentesco,
L. MOSCIA, op. cit., costituente ab origine il confine esterno della città. Un paretone invece si
ritiene sussistente nel toponimo di Parete (CE), G. CORRADO, Parete, Aversa 1912, quale
sistema di difesa confinario. Si può affermare quindi che il limitone/paretone costituisca un limite
di difesa, di volta in volta utilizzato, a seconda della situazione militare riscontrabile sul terreno, più
o meno avanzato.
(33) G. RECCIA, Sull’origine: Scoperte cit. ed APTM, Feudo cit., busta
140 n. 96. C.
MAGLIOLA, Difesa della terra di Sant’Arpino e di altri casali di Atella contro alla città di
Napoli, Napoli 1755, specifica che Grumo, facendo parte del territorio atellano, rientrava nei domini
longobardi, rimanendo il confine tra i due Ducati a metà tra i casali di Grumo ed Arzano. Non
escluderei neppure la possibilità che il fossatum publicum costituisse un unicum con l’antica fossa
greca presente a nord di Cuma in prossimità di Quarto (NA), L. CAPOGROSSI, op. cit. e O.
SACCHI, op. cit. (su tale identificazione della fossa greca rilevo la non concordanza di G. BOVA,
Le pergamene sveve della Mater ecclesia di Capua, Vol. V, Napoli 2005, che la identifica con
il corso del fiume Clanio). In tale ambito bisogna specificare che non soltanto il corso/tracciato
originario del fiume Clanio non è ancora conosciuto, ma sicuramente il fiume aveva molte diramazioni
che si districavano nell’area atellana, tanto che da un lato l’esistenza di rivoli (oltre quanto già detto
per via G. Russo di Grumo, G. RECCIA, Scoperte cit., nonché per la stessa presenza in Nevano
del citato toponimo Agno indicante proprio il Clanio/Laneo-Lagno/Agno) nel territorio grumese
potrebbe rilevarsi anche da un diploma di Roberto d’Angiò del 1311 indirizzato al Giustiziere di
Terra di Lavoro, laddove Grumo e Melito risultano tra le Università manutentrici dell’acqua lanei,
A. CANTILE, Dall’agro al comprensorio, in “L’Universo”, Firenze 1994, semprecchè Melito
non sia da correggere in Nullito, casale scomparso nei pressi di Cardito come vuole G. CAPASSO,
Afragola, Napoli 1974, e Grumo non sia da collegare all’omonimo scomparso casale in pertinenza
di Marcianise (CE), A. DI MEO, op. cit.
Dall’altro, non solo i continui e diversi richiami ad un ponte di Grumo in G. FIENGO, I Regi Lagni
e la bonifica della Campania felix, Firenze 1988, riferito ad un luogo imprecisato sui Regi Lagni
(forse la citata Grumo di Capua nei pressi di Marcianise (CE) riportata da A. DI MEO, op. cit. e
G. BOVA, op. cit.), potrebbero riguardare proprio (od in parte) il pontone sito nel nostro casale,
bensì anche i richiami di epoche longobardo-bizantina e normanna alle terre poste in finibus lanei
potrebbero condurci ai nostri luoghi. Invero G. LIBERTINI, op. cit., specifica l’appartenenza dei
casali di Grumo e Nevano al Ducato bizantino di Napoli, ma ritengo la questione ancora lontana da
una soluzione definitiva. Devo evidenziare che per quanto Grumum sia citato nel 955 d.C. con
riguardo a fondi ivi presenti (siti nei luoghi ad asprum ed at pertusa), RNAM, doc. 69, ciò non
toglie che ci si potesse trovare nella situazione dei tertiatores, sistema ancora presente nel X secolo,
F. HIRSCH, op. cit. Notizie in merito, ricavabili dagli atti della traslazione di San Attanasio avvenuta
nell’877, come detto, non ve ne sono, A. VUOLO, traslatio, op. cit. Tuttavia il fossatum, se
l’interpretazione è corretta, mi sembra faccia la differenza, nel senso che:sappiamo già che un
fossato esisteva nell’XI sec. tra Melito, Casandrino, Grumo e Frattamaggiore, M. SCHIPA,
Mezzogiorno cit., RNAM, doc. 329 ed A. GALLO, CDNA, doc. XL, proseguente per
Panicocoli/Villaricca, Giugliano e Quarto, D. CHIANESE, I casali antichi di Napoli, Napoli 1938;
esaminando le carte topografiche, D. SPINA, Napoli e dintorni, Napoli 1761, G. A. RIZZI
ZANNONI, op. cit., IGM, Provincia cit., 1902/1959/1997 e TOURING CLUB, Campania,
Roma 1936, il fossato delimita in linea retta i casali di Casandrino, Grumo e Frattamaggiore (ove
il fossatum/Corso Durante era chiamato Agno, P. COSTANZO, Itinerario frattese,
Frattamaggiore 1987), ed in parte Melito (che ha una connessione con esso mediante il
Lavinajo).Ciò fa propendere per un’appartenenza (in un momento imprecisato, tenuto conto
della mutevolezza del dominio tra VI e IX sec. ed a poco rilevando il fatto che ben tre secoli dopo,
nell’XI sec., l’area aversana viene fatta oggetto di donazione ai normanni da parte del Duca di
Napoli) di parte di Melito al Ducato di Napoli ma non degli altri casali, venendo così confermate
le indicazioni del MAGLIOLA, Difesa cit., che già nel 1755 proponeva una ricostruzione storica
altomedioevale basata, come specificato, su di un confine dei napoletani posto tra Arzano e Grumo
e che gli ha consentito di vincere la “battaglia legale” contro F. FRANCHI, Dissertazioni
istorico-legali, Napoli 1757, sull’applicazione della tassa della bonatenenza dei napoletani.
Ovviamente non dobbiamo farci trarre in inganno nel riscontrare che il fossato sembri tagliare
Grumo in due parti, in realtà tutto l’abitato a sud dello stesso (attuale via Roma) è di formazione
bassomedioevale. Lo stesso si rileva per Casandrino e Frattamaggiore laddove l’area antica dei
predetti casali è posta a nord del fossatum, S. CAPASSO, op. cit. e P. CAIAZZO CHERUBINO,
Casandrino nella sua storia, Napoli 1967, ed al contrario per Melito, ove l’area antica è situata a
sud del Lavinajo, A. JOSSA FASANO, Melito nella storia di Napoli, Napoli 1978. Con l’ipotesi
appena specificata, diversamente dalle indicazioni del LIBERTINI, op. cit., è facilmente giustificabile
l’appartenenza alla Diocesi di Aversa di Grumo Nevano, Casandrino e Frattamaggiore, ed a quella
napoletana, di Melito. Peraltro i culti grumesi di San Vito e di San Tammaro ci spingono, con
diverse evoluzioni e sfumature, in direzione longobarda (soprattutto San Tammaro) piuttosto che
bizantina, tanto che non vi sono culti analoghi in Napoli nel periodo in considerazione, P. GUARINO,
Chiese e monasteri bizantini nella Napoli Ducale, Napoli 2003.
Difatti mentre il culto di San Tammaro è assente in ogni tempo in Napoli, una chiesa di San Vito
compare in detta città relativamente tardi (XIV sec.?), G. A. GALANTE, Guida sacra della città
di Napoli, Napoli 1872, a conferma di una natura non cittadina ma sostanzialmente agricola di
entrambi i culti. Inoltre lo stesso antico toponimo grumese di Longobardo, ASN, Notai del XVI
sec.- Protocollo di Giovanni Fuscone, n. 356, folio n. 26, che si riferisce ad un’area posta nelle
adiacenze del fossatum tra Grumo e Casandrino, ci conduce in tale direzione. In sostanza Grumo
Nevano sarebbe stato soggetto (in misura maggiore) al dominio longobardo anziché bizantino,
costituendo il fossatum una linea di separazione tra le diverse aree Ducali (tutt’al più potrebbe
apparire tale anche la linea - posta più a sud - corrispondente alla via di demarcazione partente
dal lato nord dell’abitato di Afragola e poi per Arcopinto, le masserie Spena di Cardito, Patricello
di Frattamaggiore e Ruta di Arzano, sino a giungere al Lavinajo di Melito, sempre proseguente
per Panicocoli/Villaricca, Giugliano e Quarto), così da far parte prima della Diocesi di Atella e
confluire poi naturalmente in quella neocostituita di Aversa. In sostanza l’appartenenza alla Diocesi
di Aversa deriva da un assetto territoriale strutturatosi con i normanni alla fine dell’XI sec. e non
da indeterminate pseudo-competenze ecclesiastiche citate dal LIBERTINI, risultando inappropriata
una tesi che propende per un’inclusione ab origine dei detti casali nella chiesa di Napoli, e poi di
Aversa, configurandosi in realtà un sistema amministrativo napoletano che comprenderà in esso
solo civilmente i detti casali e soltanto a cominciare dal periodo normanno-svevo, B. CAPASSO,
Sulla circoscrizione civile ed ecclesiastica del Regno di Napoli, Napoli 1886.
(34) Vico de’ Greci potrebbe avere origini bizantine con riferimento ad
emigranti provenienti sia dal Ducato sia dalla costa campana soggetta agli attacchi via mare dei
Saraceni, G. RECCIA, Storia cit., come avvenuto per Frattamaggiore i cui primi abitanti risultano
essere transfughi da Miseno, S. CAPASSO, op. cit. La via Anzaloni poi tradirebbe l’origine
longobarda con riguardo all’antroponimo Answald ed al suffisso –one avente funzione collettiva, M.
SALA GALLINI e E. MOIRAGHI, Il grande libro dei cognomi, Casale Monferrato 1997 e A.
MOLOSSINI, Dizionario di Toponomastica, Cernusco 1997. Altri toponimi grumesi evidenzianti
legami con greci e longobardi sono, ASN, Notai - Fuscone cit., Notai del XVII sec. - Protocollo
di Ottaviano Siesto, n. 1, folio n. 145 e Comune di Grumo Nevano, Platea cit.: Longobardo,
Seripando (che fa parte dell’onomastica bizantina) e Pignitello/pignatello (dell’onomastica
longobarda), G. GRANDE, Origine de’ cognomi gentilizi nel Regno di Napoli,
Napoli 1756.
(35) B. D’ERRICO, Notizie sulla “fabbrica” della Basilica di San Tammaro
di Grumo Nevano, in “RSC” XXV, n. 92-93, 1999 e APTM, Feudo cit., busta 137 n. 2/8.
(36) S. GELICHI, Introduzione all’archeologia medioevale, Roma 2003.
I cardini delle porte ed i carri, come in epoca romana, venivano costruiti con il legno dell’olmo, C.
AVVISATI, op. cit., quest’ultimo presente in Grumo, G. RECCIA, Culto, op. cit. Inoltre il toponimo
grumese Baracca si potrebbe collegare allo spagnolo barracca, “casa di campagna/tettoia di frasche”,
E. VINEIS, op. cit., luogo in cui secondo G. INNACCONE, La Carboneria e l’avvio della
rivoluzione del 1820, in “RSC” n. 86-87, 1998, “travagliavano i carbonari”. Invero anche con il più
antico Campolongo, in relazione al gioco napoletano detto barracca che si svolgeva in un “campo
lungo”, P. IZZO, Giochi storici napoletani, Napoli 2003. Infine anche il fasciame, realizzato con
legno di pino serviva alla casa tardoantica come a quella romana, C. AVVISATI, op. cit. Fors’anche
il pino dunque era presente in Grumo se consideriamo il toponimo pignitello/pignatello, Comune
di Grumo Nevano, Platea, op. cit. Il pino (Pinus), dalla radice indoeuropea *pi-, G. DEVOTO,
op. cit., era sacro a Cibele/Grande Madre e si riteneva che crescesse laddove prosperava la vite.
La resina (dal sanscrito rasa, “succo”) di pino era infatti usata per aromatizzare il vino, C. AVVISATI,
op. cit., e per cicatrizzare le ferite provocate dai morsi delle serpi. La pigna infine, che contiene i
commestibili pinoli, ha evocato il simbolo della fertilità e servivano nel medioevo a coronamento
dei pozzi, A. CATTABIANI, Florario, op. cit.
(37) M. MONTANARI, L’alimentazione contadina nell’alto medioevo,
Napoli 1979.
(38) F. SACCO, Dizionario geografico-istorico-fisico del Reame di
Napoli, Napoli 1796, M. BILANCIO, Crescita demografica e sviluppo economico in un centro
rurale del napoletano (Grumo dal 1700 al 1815), Napoli 1975, V. CHIANESE, op. cit. e G.
RECCIA, Sull’origine: Culto, op. cit. In aggiunta F. FIORENTINO, L’agricoltura meridionale
tra il XVIII ed il XX secolo, in “RSC” n. 86-87, 1998, afferma l’esistenza nella Grumo del ‘500
di salici e giunchi. Il salice (Salix) cresce accanto ai corsi d’acqua. Dal *selik indoeuropeo indicante
“pianta”, G. DEVOTO, op. cit., il salice/vimine, decorticato dopo la macerazione per essere utilizzato
nella fabbricazione di cesti, era associato alle nove Muse, alla Luna, alla Grande Madre/Madonna
quale simbolo della castità. Il giunco (Juncus), derivato dal latino iungere, “legare”, G. DEVOTO,
op. cit., è una pianta erbacea palustre e/o dei fossi e veniva utlizzata per realizzare cesti e panieri, A.
e V. MOTTA, Nel mondo delle piante, Milano 1974. Inoltre gli antichi toponimi grumesi di
Vecciola/Viocciola, Vinella e Rosamarina, B. D’ERRICO, Note storiche su Grumo Nevano,
Grumo Nevano 1987, si possono riferire alla “veccia/fava”, alla produzione di “vino” ed alla presenza
del “rosmarino”. Il rosmarino (Rosmarinus officinalis) che cresce soltanto in presenza di acqua,
era utilizzato nelle cerimonie religiose (principalmente funebri) al posto dell’incenso. Dalla radice
indoeuropea *ros-, indicante “rugiada”, G. DEVOTO, op. cit., anch’esso era legato al simbolismo
della Grande Madre/Madonna, A. CATTABIANI, Florario, Milano 1996. Anche il toponimo
Poseria/Pusario/Pesaria, APTM, Feudo cit., busta 139, n. 62, si riferisce ad un luogo ove
vengono depositati i “liquidi da risulta” delle botti, quindi connesso alla produzione di vino,
TRECCANI, op. cit. N. LAMBOGLIA, Per una classificazione preliminare della ceramica
campana, Bordighera 1952, individua nelle “palme” ovvero nelle “rose” i motivi floreali tipicamente
presenti nei kylix sanniti, motivi riscontrabili all’interno di quello rinvenuto nella necropoli di via
Po/via Landolfo di Grumo Nevano nel 1966. La palma (Phoenix), presente in ambienti lacustri,
è associata al Sole, per la sua conformazione, ed al Cristo. Derivata dall’indoeuropeo *pela,
“piatto disteso”, G. DEVOTO, op. cit., con le sue foglie si fabbricavano corde e scope ed ha
simboleggiato la vittoria. La rosa (Rosa) cresce nel “giardino” ed ha assunto in epoca antica sia
il ruolo di fiore funerario per le morti precoci, sia quello della ruota nell’eterno ciclo della vita.
Da *wrodya in indoeuropeo, “fiore”, G. DEVOTO, op. cit., la rosa, unita al simbolismo della
Grande Madre/Madonna, era coltivata in età romana anche per la produzione di profumi,
ispirando il Rosario del cristianesimo, A. CATTABIANI, Florario, op. cit. Inoltre i suoi petali
erano utilizzati per aromatizzare il vino (Rosatum), C. AVVISATI, op. cit.
(39) o dei servi” in epoca tardo antica, mentre per E. SERENI, Storia del
paesaggio agrario italiano, Bari 1972, è il terreno più fertile del fondo. La località Pietra bianca
invece, sarebbe un luogo ove non si è depositata cenere vulcanica, in opposizione a cremano, C.
LUCARELLA, San Giovanni a Teduccio, Portici 1992.
(40) G. RECCIA, Sull’origine: Culto, op. cit., ove si richiamano le pecore,
i bovini, i maiali ed il pollame che dà le uova, di cui darò alcuni riferimenti simbolico-etimologici, G.
DEVOTO, op. cit. e N. JULIEN, Il linguaggio dei simboli, Milano 1997. Difatti la pecora (Ovis
aries), dalla radice indoeuropea *pek-, “pettinare”, era consacrata a Pan/Silvano, dio dei pastori e
dei boschi. Il bue (Bos) e la mucca, dall’indoeuropeo *gwous, erano consacrati ad Apollo/Sole ed
avevano un legame simbolico con l’acqua. Il maiale (Sus), dall’indoeuropeo *pork, si sacrificava a
Mercurio e Cerere/Demetra. Il gallo (Gallus) e le galline, dal latino gallus, costituivano elementi
simbolici della virilità e fertilità. L’uovo delle galline, dall’indoeuropeo *owyon, “uccello”,
simboleggiava il mondo ed il demiurgo, rappresentati da Giove/Sole. Anche il toponimo campum
palumbum, RPMV, r. cit., si può riferire ad un luogo di allevamento di colombi ovvero ad un
columbarium, ambiente sepolcrale di epoca romana, R. ANDREOLI, op. cit., ma non al Palombo
(Mustelus), pesce dei fondi sabbiosi dei mari temperati e tropicali, TRECCANI, op. cit. Il colombo
(Columbus), dal greco kelimbos, G. DEVOTO, op. cit., oltre ad essere collegato all’ulivo, era
sacro a Zeus ed alla Grande Madre, mentre in epoca cristiana simboleggiava il Cristo, A.
CATTABIANI, Volario, Milano 2000. Inoltre il toponimo Irano (?), presente in Grumo nel 1682,
APTM, Feudo cit., busta 139 n. 44, potrebbe riferirsi ad un luogo di “pascolo per le capre”,
TRECCANI, op. cit. Il capro (Capra), dall’indoeuropeo *kaper, era consacrato a Pan/Silvano
e simboleggiava la fertilità.
(41) In RNAM, doc. A54, nel 949 oltre le terre che danno lino, frumento,
orzo, grano e vino, site in Grume, si stabilisce che per le sedi delle case danno grano, orzo ed I oca.
L’oca (Anser anser), di ambienti umidi, dall’indoeuropeo *auica, “uccello”, G. DEVOTO, op. cit.,
sacra a Giunone, era la protettrice della casa e partecipava all’universo simbolico della Grande
Madre/Madonna, A. CATTABIANI, Volario, op. cit.
(42) V. FUMAGALLI, Il Regno Italico, Torino 1978. La gru (Grus grus),
“uccello palustre” derivato dal suono onomatopeico indoeuropeo gr…gr…/*gruem, era sacra a
Saturno e ad Apollo, come protettore dei viaggiatori. La “danza” delle gru simboleggia il ciclo della
vita e la sua zampa, il dipartirsi delle linee nell’albero genealogico, A. CATTABIANI, Volario,
op. cit. Particolari amuleti fatti di pelli di gru venivano preparati sotto Costantino, L. DE
GIOVANNI, Costantino ed il mondo pagano, Napoli 1989.
(43) E. HYAMS, Storia della domesticazione, Milano 1973.
(44) Dalle fotografie dell’area antica di Grumo si può rilevare la centralità
di Piazza Capasso, ove sarebbe stata scoperta una cisterna (di una villa rustica ?) di epoca romana,
e del fossato (via Roma) che limiterebbe l’abitato. Inoltre se come credo la zona ovale costituiva
l’insediamento altomedioevale, l’attuale ingresso della Basilica di San Tammaro appare priva di
relazioni topologiche, mentre la porta secondaria sita in via A. Diaz ritenuta da E. RASULO,
Storia di Grumo Nevano e dei suoi uomini illustri, Frattamaggiore 1979, l’ingresso originario
della chiesa, assume l’orientamento del luogo. Inoltre dalla foto nr. 1 è visibile il “passaggio” del
Pontone sul limitone che superando via Roma/Strada di Pantano, pone in corrispondenza via E.
Toti/via del limitone con il centro storico di Grumo. Dalla foto nr. 3 relativa al centro antico di
Nevano appare con evidenza il sistema romano di stabilizzazione agricolo-viario, con un segmento
ad “Y” all’inizio della via atellana in Nevano, costituita da via Rimembranza e via E. Simonelli, il
cui braccio destro conduce alla chiesa di San Vito.
(45) V. CHIANESE, op. cit. e M. CORCIONE, Modelli processuali
nell’Antico Regime: la giustizia penale nel Tribunale di Campagna di Nevano, Istituto di Studi
Atellani, Frattamaggiore 2002.
(46) G. RECCIA, Scoperte, op. cit.
(47) Soltanto la vasca rinvenuta in Grumo nel 1966 nel fondo Baccini, G.
RECCIA, Scoperte cit., si potrebbe prestare ad una “forzata” identificazione di struttura d’età
altomedioevale. Infatti la posizione della stessa, posta a 4 metri dalle tombe sannito-romane ed al
di là dell’abitato e della via atellana, potrebbe far lontanamente pensare ad una vasca per il battesimo,
generalmente foderata all’interno da uno strato di intonaco impermeabile (cocciopesto), realizzate
fuori dai centri abitati tra il V e VI sec. d.C.
(48) G. LICCARDO, Vita quotidiana a Napoli prima del medioevo,
Napoli 1999.
(49) M. ROTILI, op. cit.
(50) Per l’altomedioevo l’assenza di dati copre i secoli V-IX, ma, prima delle
notizie di epoca normanna (1132), oltre i pluricitati riferimenti a Grumo nella traslazione di San Attanasio
dell’877 ed in RNAM, doc. 69, del 955, ritengo che anche i richiami nel 949, 954 e nel 1019 presenti
in RNAM, docc. A54 e 310, ed in S. RICINIELLO, Codice Diplomatico Gaetano (CDG), doc.
53, di grume, grumu e de grimmum, riguardino il nostro casale (permanendo un forte grado di
incertezza soltanto per grummosa-grumosa/grummusu nel 962 e nel 1012, site in area Plagiense,
RNAM, docc. 95 e 285, che potrebbero riferirsi o ad un luogo paludoso, in analogia con i toponimi
tosco-emiliani, ovvero ai corrotti antroponimi longobardi di Grima/Grimo, oppure ad altro luogo
rimasto sconosciuto). Allo stesso modo vale per Nevano (citato in età normanna ed angioina come
Bivano, CDNA cit. e Vinano, RD cit.), relativamente a vivano e vibanum riscontrabili
nel 944 nel Chronicon Vulturnense, nel 949 e nel 1016 in RNAM, docc. A54 e 300, nel 1030 secondo
P. COSTA, Rammemorazione storica, Napoli 1709, e nel 1459, G. LIBERTINI, Documenti
per la città di Aversa, Istituto di Studi Atellani, Frattamaggiore 2002 (doc. I-VII).