GLI INSEDIAMENTI DEL TERRITORIO FRATTESE
IN EPOCA MEDIEVALE

FRANCESCO MONTANARO

Lo storico di origine frattese Bartolommeo Capasso ipotizzò che l’origine di Fracta fosse avvenuta, a partire già dall’alto Medio Evo, per l’aggregazione lenta e graduale di vari piccoli nuclei di contadini (1) operanti nella parte meridionale della Massa Atellana (2). Sicuramente già piccoli nuclei di contadini erano vissuti in questa zona da un’epoca antichissima, tanto è vero che il territorio frattese ha più volte rivelato le vestigia osche e latine di tombe e strade, di otri e vasellame ecc. (3). A confermare ciò il Pezzella (4) ha scoperto, sulla scorta del Mommsen (5), che la più antica iscrizione atellana conosciuta è stata proprio ritrovata a Frattamaggiore, agli inizi dell’Ottocento:

GNAE POMPEIO C. POMPEI F. ANNONAE PRAEFECTO
DUM ROMA ATELLAM PETERET
AB EQUO EXCUSSO INTEREMPTO
CIVES ATELLANI HIC CONDITORIUM POSUERE

A Gneo Pompeo, figlio di Caio Pompeo, Prefetto dell’Annona, morto caduto da cavallo mentre Roma assaliva Atella, qui i cittadini atellani posero le ossa.
Il riferimento alla guerra di Roma contro Atella fa datare quest’epigrafe funeraria tra il 220 ed il 211 a.C., epoca della guerra tra Roma e la confederazione delle città campane, tra le quali vi era Atella. Proprio l’epigrafe in ricordo di un potente esponente di Roma potrebbe essere la prova della presenza nel territorio frattese già nel III secolo a.C. di una comunità atellana.
Fu solo dopo la distruzione di Atella ad opera dai Vandali nell’anno 455 d.C. ed il suo progressivo abbandono nell’Alto Medioevo, che la Massa Atellana si trasformò in tanti vici. Lo spopolamento di Atella fu consistente nell’anno 537, dopo la strage dei Napoletani nell’anno 536 da parte dei Goti: difatti per ripopolare Napoli fu necessario ricorrere anche agli atellani (6). Gli stessi Goti nell’anno 543 rioccuparono Napoli ed Atella, come testimoniato da Procopio nel De bello gotico, mentre dall’anno 552 al 568 Atella tornò sotto il controllo imperiale.
Nell’anno 569 essa fu conquistata dai Longobardi, ed il suo territorio venne diviso in due parti: la prima, a settentrione dominata appunto dai Longobardi, comprendeva il territorio degli attuali comuni di Gricignano d'Aversa, Succivo, Orta di Atella, Caivano, Cesa, Sant'Arpino, Frattaminore, Crispano, S. Antimo, parte di Cardito e una piccola parte del territorio di Melito di Napoli (detta Melitello); la seconda, situata a sud e sotto il dominio ducale napoletano, corrispondeva al territorio di Casandrino, Grumo Nevano, Frattamaggiore, Afragola, Arzano, Casoria, Casavatore, parte di Cardito e di Melito di Napoli. Tale suddivisione , in realtà, fu sempre poco “rigida”, in quanto i territori , per periodi più o meno prolungati, passavano dall'una all'altro dominio. Tale instabilità portò, nel corso dei secoli, alla lenta crescita del numero di abitanti, al lento progresso dell’economia locale, oltre che al graduale indebolimento dell’autorità del vescovo di Atella: così alla ormai fragile Diocesi Atellana furono sottratte, progressivamente fino quasi al Mille ed a vantaggio di quella di Napoli, i territori di Melito di Napoli, Arzano, Casavatore, Casoria e Afragola, mentre quelli di Casandrino, Grumo Nevano, Frattamaggiore e Cardito, anche se subordinati al potere politico di Napoli, rimasero nell’ambito atellano. La Diocesi di Atella fu definitivamente avocata da Aversa nell’XI secolo poco dopo l’ascesa dei Normanni (7).
Dalla fine del IX secolo d. C. non abbiamo quasi più documentazione sulla vita di Atella, che diventa prima una città simulacro e poi definitivamente una città fantasma; così pure della organizzazione sociale, della vita agricola e dell’attività lavorativa delle scarse popolazioni locali di questo lungo periodo medievale fino alla scomparsa definitiva di Atella sappiamo poco o nulla.
Generalmente si ritiene, in questo periodo politicamente e socialmente così instabile e violento, che tra i pochi elementi propulsori positivi ci sia stato il lavoro agricolo commissionato dai monasteri e dagli ecclesiastici campani e napoletani. Difatti tra il IX ed il X secolo si ebbe nell’Ager neapolitanus ed in Liburia la diffusione del monachesimo benedettino, che avrebbe contribuito, affidando lo sfruttamento agricolo delle proprie terre ai coloni, ad avviare alcuni processi di rivitalizzazione socio-economica, la formazione di nuovi loci e/o lo sviluppo di alcuni di quelli antichi (8). Nei territori medioevali italici «il monastero rappresenta così il centro spirituale di una società nuova che si contrappone nettamente al costume, agli istituti, agli ideali di vita della società antica (…)»: così intorno ai monasteri si raccolsero gli uomini dispersi e si ricostituirono le maglie del vivere civile (9).
Ma non tutto il territorio dipendeva dagli ecclesiastici: anzi per Angerio Filangieri nell’Italia meridionale tutte la terre incolte e malsane non sempre richiesero né ottennero l’intervento dei monaci per essere ridotte a coltura (10). Anche lo studioso grumese Bruno D’Errico ritiene che già precedentemente alla rivitalizzazione del monachesimo benedettino, ci sia stato nel territorio tra Napoli e Caserta la trasformazione di molta parte delle terre incolte (11).
Durante il periodo del Tardo Antico, precedente gli spopolamenti di Atella causati dai Vandali e dai Goti, è molto probabile che ancora la villa rappresentasse il modello principale di organizzazione del lavoro agricolo. Fermatosi il processo di importazione di grano dall'Africa del Nord e dall'Egitto, nella villa prevalse la cerealicoltura non estensiva (frumento ed orzo) i cui prodotti si aggiungevano a quelli degli arbores et vites; inoltre in Napoli e in Atella sicuramente si conservò, anche nei secoli più bui del Medioevo, la coltivazione tradizionale degli orti e dei vigneti suburbani, con la campagna che in molti tratti penetrava in città.
Probabilmente nella tardoantica Massa Atellana fino circa al VII secolo una moderata produttività continuò; in essa vi dovevano essere aree padronali coltivate ma anche incolte più o meno vaste, mentre altre aree incolte non private costituivano o ager publicus o locum publicum, destinate perciò allo sfruttamento collettivo delle proprie fractae e dei propri pascoli da parte delle piccole comunità agricole (12). Le aree incolte erano sfruttate, inoltre, per una modesta attività pastorizia , attività invisa ai poveri contadini, a danno dei quali non raramente i pastori si organizzavano in bande di ladri a cavallo.
L'occupazione longobarda in Campania, stabilitasi dal VI secolo fino alla metà dell’XI secolo, mise in crisi l’organizzazione socio-economica territoriale tardoantica, centrata sulla rete delle villae. Sicuramente lo scontro culturale ed organizzativo sul territorio della “frontiera” atellana meridionale dovette portare ad interessanti innovazioni, con la formazione di un nuovo modello abitativo, verosimilmente caratterizzato dal popolamento sparso e da abitati rurali organizzati per nuclei familiari casati, ciascuno con il proprio piccolo podere indirizzato prevalentemente all’autarchia.  Poi, col tempo i piccoli raggruppamenti familiari si strutturarono in villaggi detti vici, loci e casalia, che sembra fossero insediamenti più accentrati. Così nella parte dell’Italia Meridionale saldamente governata dai Longobardi, questi cercarono di favorire il processo di incastellamento, mentre nelle terre bizantine ed in quelle al confine delle longobarde la forma accentrata non riuscì a svilupparsi: nel caso del territorio atellano, fu impossibile l’incastellamento per il rovinoso sfaldamento dell’unica Civitas presente, cioè quella di Atella (13).
Per tali motivi la zona frattese medioevale (che appartenne quasi sempre all’area bizantina ducale di Napoli, organizzata in castra, cioè in distretti il cui capo era il tribunus, che a sua volta dipendeva dalla magistratura del Duca), supponiamo che si caratterizzasse per la aggregazione di una popolazione sparsa, povera ed in parte nomade avvenuta attorno a qualche piccola chiesa rurale (sanctum stephanum, sancta julianes), costruite in genere da signori (domini) o chierici locali. Quando tali terre passavano ai longobardi, questi favorivano la formazione di stanziamenti rurali finalizzati ad esigenze contemporaneamente difensive ed economiche, ma non raramente, soprattutto nella lotta per contrastare i Bizantini di Napoli, il territorio di Fracta dai Longobardi di Benevento veniva devastato senza rispetto alcuno per le popolazioni (vedi il saccheggio della zona atellana da parte di Aione nell’anno 888 come descritto da Erchemperto).
Quando nel IX documento RNAM dell’anno 921 si fa riferimento al «locus qui advocatur Fracta», dobbiamo immaginare che la gran parte del territorio atellano-frattese avesse già subito le suddette tragedie e le conseguenti trasformazioni sociali e politiche: così dal primordiale frazionamento dei vari vici medievali periferici (con i propri abitanti in prevalenza contadini, con le molte proprietà private laiche e/o ecclesiastiche, con le rare proprietà pubbliche) si passò alla graduale aggregazione della scarsa popolazione residua verso quello centrale «ad illam fractam».
Il successivo vero e proprio sviluppo del locus e l’ascesa di Fracta, in ossequio alla tradizione orale, sarebbero susseguenti all’arrivo di una consistente colonia di profughi misenati.

I loci medievali
I loci, quindi, non furono «tutti assolutamente di nuova fondazione. In moltissimi casi gli insediamenti dovettero svilupparsi intorno a minuscoli gruppi umani preesistenti. Il fitto popolamento della Terra di Lavoro sembra dare l’esemplificazione più diffusa di questo caso. Ma non c’è dubbio che nella parte maggiore i nuovi insediamenti furono attuati con deduzioni di popolazione da luoghi più o meno vicini, con emigrazioni spontanee, con la promozione e l’incentivazione di nuovi raggruppamenti da parte di coloro che vi erano interessati, e così via: ossia con un diffuso trasferimento di popolazione da un luogo all’altro» (14). La stabilizzazione del nucleo abitativo di Fracta, avvenuta forse tra la fine del IX e l’inizio del X secolo, potrebbe essere stata determinata dalla «prevalenza acquistata dalle dislocazioni fondiarie, rurali di una popolazione fortemente diminuita nella sua consistenza complessiva, richiamando ed indicando ciò, fra l’altro, il già ricordato processo di crescita, medioevale o ancora più tardo, di villaggi e centri abitati intorno a gruppi composti originariamente magari soltanto da qualche casolare» (15). Solo in seguito sarebbe avvenuto «il passaggio da Casa a Casale, nonché il nuovo significato di villa e il passaggio a villaggio, dovrebbero indicare il momento in cui i vecchi insediamenti sparsi per la campagna (fundi cum casis, villae) hanno perduto il carattere originario e sono diventati centri residenziali di emergenza o centri produttivi orientati diversamente che in origine» (16). Per il locus di Fracta tale diversità produttiva non originaria - la canapicoltura e le attività indotte - sarebbe stata fortemente incentivata dall’arrivo dei profughi Misenati.
Quanto alle cause per cui alcuni loci siano sopravvissuti, mentre altri siano scomparsi, esse non sono chiare: sicuramente alcuni poco abitati si spopolarono più facilmente, ma è anche vero che nell’Alto Medioevo gli stessi luoghi più piccoli di campagna, persino quelli disabitati e modesti, avevano una propria denominazione, giustificata dalla presenza di una cappella rurale, di un boschetto, di un rigagnolo, di una fonte, di una palude, di ruderi di epoca romana o di una villa e così via: insomma i toponimi erano utilizzati anche per localizzare i beni immobili (campagne, caseggiati, poderi). E l’attività di compravendita di terreni e di scambio degli stessi, i contratti tra signoria laica ed ecclesiastica ed i coloni era molto sviluppata. Per il quasi totale analfabetismo allora dominante nella scarsa popolazione, i documenti di transazioni di poderi e di case venivano redatti dai notai civili detti curiali, ed in loro assenza da monaci ed ecclesiastici, che probabilmente svolgevano tale funzione presso le poche sedi vescovili (17).

Il primo documento su Fracta
È proprio grazie allo studio dei documenti notarili dei Regii Neapolitani Archivii Monumenta (18), che sappiamo che tra il IX ed il X secolo d.C. esistevano nel territorio della Liburia molti loci o piccoli nuclei abitati, precursori di quei Casali, da cui in seguito si svilupparono le attuali città della zona.
Nella pergamena RNAM doc. IX dell’anno 921 d.C. per la prima volta troviamo citato fracta, che, molto probabilmente, corrisponde al sito originario di Frattamaggiore, anche se nel Medio Evo il toponimo fracta era abbastanza diffuso ed usato nel Napoletano e nella Liburia. L’interesse di questo documento risulta anche dal fatto che in esso si porge ossequio all’Imperatore di Bisanzio e si fa cenno al proprietario terriero Raghemperto di Fracta, a dimostrazione che i longobardi o, per lo meno i nomi di origine longobarda, oramai erano diffusi tra la popolazione autoctona.
A conferma della l’esistenza di una zona frattese già abitata vi sono altri documenti RNAM, in base ai quali Bartolommeo Capasso ipotizzò la dinamica della nascita di Fracta, territorio per il grande storico sicuramente popolato già prima del periodo (845-850 d.C.) della “mitica” immigrazione dei fondatori Misenati.

Il locus Caucilione: topografia
Riprendendo la tesi del Capasso (19), il Saviano (20) ha ribadito recentemente che l’antico vicus Caucilione, descritto per la prima volta nel documento RNAM n. II dell’820 d.C., era situato in pieno territorio frattese. il documento è importante perché riferisce della convivenza di uomini di probabile stirpe longobarda (Gemulo, Trasemundo) con gente autoctona (Mauro, Cerulo e Palumbo ed il padre e figlio Trasulo e Ursiniano). Inoltre tale fonte ci fa capire che in questo periodo storico la zona frattese-atellana non fosse sotto la giurisdizione ducale napoletana, ma longobarda di Sicone, compresa la stessa sanctum helpidium (Sant’Elpidio e poi Sant’Arpino, locus o civitas?), sede vescovile atellana, in cui fu redatto il documento da un tale curiale presbitero Melliano e alla presenza di testimoni (Gemulo, Albino di Caucilione, il suddiacono Portuno, il chierico Siciperto, il chierico Sebastiano, Lupino figlio di Arsafo di Sanctum Helpidium, il chierico Gemulo ed Ursiniano di Caucilione). Da esso si evince non solo che il villaggio di Caucilione esisteva da tempo, ma anche che avesse un minimo di organizzazione; infine si accenna a due contadini Bonissone e Lapino, figli del fu Bonulo del vicus vollitum, toponimo medievale forse corrispondente alla zona di Cardito, dove ancora oggi sorge la chiesa della Madonna delle Grazie, già di S. Giovanni a Nullito (21).
Il toponimo Caucilione, per Saviano (22), corrisponde allo stesso riportato successivamente in altri documenti RNAM, rispettivamente al n. XXV dell’anno 936 ed al n. XLIII del 946 d.C. E difatti nel documento dell’anno 936 il locus di Caucilione viene localizzato tra Crispanum e Paritinule (l’attuale Pardinola) (23), e presenta nel suo territorio una località chiamata sancta julianes (24), località che potrebbe corrispondere al territorio di Frattaminore, adiacente a Pardinola, poche centinaia di metri dall’attuale Cappella di S. Maria della Pietà, come sarebbe dimostrato dalla mappa originale del 1775 di terreni delimitati dalla allora Cupa di Pomigliano (25).


Mappa del 1775 di un territorio agricolo di proprietà di Giuseppe Lupoli del Casale di Frattamaggiore situato lungo la Cupa di Pomigliano. La Cappella della Beata Vergine, di S. Sossio e di S. Giuliana si trova in alto all’angolo destro del trapezoide, alla confluenza delle strade.

Così come viene descritto nell’anno 936, il locus caucilione si delineava abbastanza chiaramente come una striscia di territorio che si allungava, quasi a forma di falce, a circondare la parte settentrionale ed orientale del locus fracta. In questo stesso documento si fa riferimento, inoltre, all’esistenza, sempre in Caucilione, di un’altra località chiamata ponticitum (26), e così come Caucilione risultava adiacente a paritinule si nomina, infine, un altro luogo abitato detto Rurciolo (27).
Con quest’atto notarile i monaci del monastero napoletano dei santi Sergio e Bacco scambiano una loro terra della zona suddetta con un’altra situata nella località chiamata ad fossatellum (28), posta vicino a sanctum stephanum ad caucilione (29), anch’esso un locus dell’antico territorio frattese. Come si può notare, quindi, in tali pergamene il riferimento al territorio frattese è assolutamente chiaro, costituendo un dato di partenza fondamentale per la conoscenza degli antichi insediamenti dell’area frattese.
Nel documento dell’anno 946, invece, l’egumeno del monastero dei santi Sergio e Bacco vende al monaco amalfitano Giovanni il campo chiamato fusanum (30) con l’intera striscia di terra fossatellum, siti nel luogo chiamato caucilione presso sanctum stephanum massa atellana. Questo campo confina con i campi del domino Giovanni Magnifico e con la terra del domino Cesario, figlio del prefetto domino Gregorio, e verso occidente con la terra degli uomini dello stesso sanctum stephanum.
Ma le evidenze non si fermano qui, perché a nostro parere anche il Caucilione, descritto in altri tre documenti RNAM, è collegabile abbastanza chiaramente a Fracta: ci riferiamo ai documenti n. XI dell’anno 926, al n. CCII dell’anno 985 e al n. CCCXLI dell’anno 1028. Nel documento dell’anno 926 ci troviamo di fronte ad una controversia per il possesso della proprietà di un appezzamento di terreno detto ad parietina sito nel luogo sanctum stephanum, tra Giovanni, figlio del tribuno Anastasio, con un certo Donadio, colono del locus sanctum stephanum ad ille fracte e figlio del presbitero Salperto. La terra viene descritta come confinante con quella degli uomini di caucilione e con la terra di Donadio, denominata ballanitum (31). Dalla lettura di tale documento, sanctum stephanum risulta un insediamento che nel suo territorio comprendeva appunto il locus ad parietina (che corrisponde, a nostro parere, al vicus paritinule dell’anno 820), entrambi confinanti, per lo scrivano-notaio, con caucilione e sanctum stephanum ad ille fracte, quindi senza dubbio territorio frattese.
Dall’analisi comparata dei dati e delle descrizioni, solo apparentemente frammentarie, di tali documenti risulta che tutti questi villaggi fossero adiacenti e che si servissero di vie pubbliche in comune.
Ancora nel doc. RNAM n. CCII dell’anno 985 vi è una divisione per eredità di terre sparse in molte località del napoletano, fra cui una in caucilione, che viene solo nominato senza una descrizione dell’ubicazione della zona.
Infine nel documento RNAM n. CCCXLI dell’anno 1028, datato quindi ben due secoli dopo quello dell’anno 820, si parla ancora di un luogo sanctum stephanum ad caucilionem, in cui vi è un campo detto ad illa cesa (32) ed una striscia di terreno detta ad fossatellum (33), il quale campo apparteneva all’infirmario (34) del monastero dei santi Teodoro e Sebastiano detto Casapicta in Viridario. I nomi di alcuni proprietari di terreni nel locus citati nel documento sono Cacapice, domina Anna Romana, Rindindino, Ciriario de porta noba, Sergio Morfissa biluce, Moncula, in alcuni casi almeno nobili napoletani dell’epoca. Importante segnalare la presenza nel documento di una chiesa dedicata a Santo Stefano (35).
Bartolommeo Capasso, nella Neapolitani Ducatus descriptio ubi et de Liburia nel vol. II, parte II, dei Monumenta ad Neapolitani Ducatus Historiam Pertinentia, parlando dei villaggi esistenti presso Frattamaggiore intorno all’anno 1000, sosteneva che dopo l’XI secolo di questi insediamenti non si ha più notizia. Riteniamo che almeno per la località di Caucilione si debba assolutamente smentire il Capasso. Difatti vi è un altro documento R.N.A.M. n. DCXII dell’anno 1131 in cui si accenna, nel territorio Afraore (Afragola) alla presenza del locus «cau...», nome tronco per usura della pergamena, ma che evoca chiaramente il toponimo caucilione, la cui persistenza nel XII secolo sarebbe confermata anche nel territorio che si allungava verso Afragola, forse in adiacenza al locus caucilione frattese (36). Inoltre Bruno D’Errico ci ha segnalato che nel Catalogus Baronum del 1155, tra i feudatari del «Principato di Aversa» è riportato, al n. 889, che «Riccardus de Rocca possiede Cautillonum, che, come lui stesso ha detto, rappresenta un feudo di un milite e con l’aumento ha offerto due militi» (37). Così ci sembra chiaro che il feudo di Cautillonum sia da identificare con il villaggio di Caucilionem, in quanto sia da un punta di vista linguistico che paleografico le differenze tra i due nomi sono irrilevanti, dato che la lettera c e la t sono scritti in modo identico nella scrittura gotica (38). Ciò confermerebbe che parte del territorio frattese medioevale, quello posto sul limite della Liburia, in epoca normanna avrebbe fatto parte del territorio della Contea (o principato) di Aversa.
Da questa documentazione risulterebbe che Caucilione (Cautilionem, Cautillonum) esistesse ancora intorno alla metà del XII secolo e che fosse un feudo di una qualche importanza. Da ciò conseguirebbe che è del XII secolo l’ultima citazione finora nota di questo antico locus dell’area frattese, area che si presentava costellata da una serie di piccoli villaggi, che poi nei periodi seguenti o scomparvero o confluirono, per la naturale crescita dell’abitato, nel locus ad illam fractam. Di tutti questi loci solo Pardinola, oltre naturalmente a fracta, è rimasta come dizione viva ancora oggi.
Ciò premesso è chiaro che il primo documento medievale scritto attestante una discreta organizzazione agricola del territorio frattese risulta così essere quello datato circa cento anni prima (820 d.C.) di quello che, redatto nell’anno 921, rimane in ogni caso il primo documento in cui viene menzionata il toponimo fracta. Ciò che ignoriamo, invece, è da quale epoca questo territorio fosse denominato caucilione, così che non possiamo escludere che lo fosse già dai tempi dell’Atella romana.
Un’altra prova, anche se indiretta dell’esistenza del locus fracta viene da un altro documento dell’anno 955 d.C. riportato nei Monumenta curati da Bartolommeo Capasso (39) in cui Fratta Piccola, è citato in quanto locus abitato (loco qui nominatur Fracta piczula Massa Atellana), e tale toponimo non poteva che servire a distinguere la medievale Fratta Piccola da una Fracta forse già allora considerata maggiore.
Quanto al documento RNAM n. CCXLVII dell’anno 997, in cui si cita fracta pictula, questa corrisponde a una clausura de terra, ossia ad una terra chiusa con opere umane, forse siepi o muretti o staccionate, non abitata, «posita in loco Casale territorio liburiano», che è da identificare in Casale di Principe. Anche nel documento R.N.A.M. n. DV dell’anno 1101 si accenna ad un locus ad fractam, situato sui confini lanei (o Clanio), ma non si riferisce a Frattamaggiore, appunto perché essa è posta nei pressi del Clanio (Regi Lagni).
Dopo la citazione dell’anno 1155 d.C. non sono state ritrovati, almeno finora, altri documenti in cui venga citato il locus caucilione: quel che è certo è il fatto che questo locus medioevale frattese è citato come esistente dall’anno 820 al 1155 d.C.


Schema semplificato della presunta allocazione
degli insediamenti medievalidel territorio frattese

Significato del toponimo Caucilione
Quanto alla derivazione ed al possibile significato del toponimo Caucilione molte sono le ipotesi: esso potrebbe essere un toponimo prediale, cioè derivato dal nome del proprietario (Caucilius o Cocilius) del podere (praedium) di epoca romana o tardo antica. In tal modo probabilmente la località si sarebbe denominata in epoca più antica o Cauciliano o Cociliano e da tale denominazione, attraverso vari passaggi, avrebbe avuto origine il nome di Caucilione (la stessa derivazione viene considerata per la città di Coseano in Friuli). Tale ipotesi è verosimile in quanto al radicamento della proprietà terriera antica si deve la toponomastica in -ano, molto ricca di esempi nel Napoletano (Crispano, Arzano, Giugliano, Marano, Mugnano, Caivano, ecc.).
Per il Saviano (40) il termine Caucilione potrebbe derivare o da Calcis liones (= leoni di calce o di pietra), oppure Caucis leonis (=leoni a guardia di un luogo chiuso), evocatori questi termini dei lapides leones, posti a guardia delle terre di S. Benedetto e rappresentati nell’antichissima araldica benedettina: quindi Caucilione potrebbe essere stata territorio appartenente ai monaci benedettini (41).
Infine consideriamo ancora il termine latino cauculus o caucellus, diminutivi di caucus che significa bicchiere, tazza, vaso, il che potrebbe evocare sin dai tempi remoti nella zona la presenza di una fabbrica di vasellame; ipotesi valida anche nel caso che esso derivi dal termine greco kaukaulion, usato indifferentemente con quello baukalion.

Il significato del toponimo Fracta
Per ciò che riguarda il toponimo Fracta, derivato dal latino, potrebbe essere sarebbe stato dato «per i molti cespugli, e fratte, che quel suolo ingombravano ...» (42), e questo significherebbe che in origine era un luogo boscoso. Questa ipotesi è anche avvalorata dagli studi del Libertini (43), il quale notando che la Chiesa di S. Sossio di Frattamaggiore è situata un poco distante dai territori sottoposti alla centuriazione augustea, ritiene che essa sia stata costruita in un secondo periodo, allorquando i frattesi autoctoni, forse assieme ai Misenati ,avrebbero diboscato la fracta.
Il Sereni sul significato di Fratta, chiarisce non pochi dubbi (44).
Ma se il significato di Fracta fosse «spezzata, rotta, infranta, staccata, separata» (45), in tal caso andremmo ad associare il concetto di separazione a quello di rottura del cordone ombelicale che la teneva legata alla città-madre Atella. Anche se ipoteticamente Fracta derivasse dal greco attico frakta nel senso di «riparata, protetta, fortificata», anche in questo caso si dovrebbe riferirlo al solido legame alla matrice atellana.

Significato del toponimo Paritinule
Quanto ai toponimi paritinule (RNAM n. XXV dell’anno 936) o paritine (RNAM n. CXVII dell’anno 966) o parietina (RNAM n. XI dell’anno 926) e lo stesso attuale Pardinola, essi sono così simili che, a nostro avviso, indicano probabilmente sempre la stessa zona. Tutti deriverebbero dal termine latino parietinae, con il quale si indicavano «muri cadenti e rovinati, resti antichi, macerie, rovine». Il termine paritinula o paritinule potrebbe essere un diminutivo di paratina, che si riscontra spesso in altri documenti medievali (a. 1132: «in loco qui noncupatur Paratina»; a. 1142: «a la Paratina de Riu modia .vi. et medium», «a la Paratina modia .ii. et quartae .iiii.»;) (46), sempre quale logica corruzione di parietinae. Tutto questo potrebbe solo indicare che nella zona di paritinula vi fossero ancora nell’alto medioevo resti di età romana o posteriori, comunque di una certa imponenza. Il termine latino parietina significa anche luogo racchiuso fra pareti, in rovina, divenuto poi anche in Spagna Pardina o Pardinal, come testimoniano alcuni documenti del XII secolo, che nominano «Platea del Pardinal» la piazza con campi recintati. L’attuale via Genoino in Frattamaggiore fu, fino al XIX secolo, denominata via Castello, perché nella tradizione orale frattese si tramandava la presenza in tale luogo delle rovine di un Castello. Poiché la zona di Pardinola è adiacente (a circa 300 metri) alla via Genoino, questo ci potrebbe fare ipotizzare la presenza, ancora in età medievale, in Pardinola delle rovine del mitico castello, rovine che potrebbero anche essere state quelle della antica fortificazione costruita all’epoca della Colonia Augustea nella zona atellana (47).

I legami tra Fracta e Miseno e quelli tra Fracta, Sanctum Helpidium e Aversa
Quanto all’ipotesi di Fracta fondata dai profughi di Miseno, i capisaldi di questa teoria sono sempre stati il lavoro della fibra della canapa, soprattutto delle funi e gomene, la devozione della città al misenate martire S. Sossio, la distruzione di Miseno nell’850 d.C. con la esistenza subito dopo documentata nell’anno 921 del toponimo Fracta, ed infine alcune inflessioni della pronuncia del «frattese antico». Ma che Fracta non fosse un territorio vergine lo dimostra il documento che attesta l’esistenza dell’abitato di caucilione già nell’anno 820. Pertanto anche se, nel rispetto della tradizione frattese, riteniamo sicura che ci sia stata l’emigrazione in fracta di una colonia misenate, dobbiamo riconoscere che il territorio frattese preesistente all’anno 921 non fosse un territorio disabitato. Esso era troppo vicino alla via Atellana che rappresentava allora la strada più breve e rapida di comunicazione tra i centri della Campania costiera e quelli interni della Liburia e Capua. Quindi essendo una via trafficata e conosciuta, per quale motivo gli atellani oppure i napoletani o gli abitanti della Liburia avrebbero dovuto attendere i profughi di Miseno per far colonizzare il territorio frattese? Che poi non fosse un territorio completamente ricoperto di selve, lo dimostra il fatto che esso era già stata sottoposto alla centuriazione romana per le evidenti tracce della centuriazione Acerrae-Atella I (48).
Pertanto in accordo con tutti questi documenti e questi dati, il documento su Caucilione dell’820 d.C. ci presenta un quadro più o meno definito di un territorio già abitato, coltivato, umanizzato, così come ci fa supporre che una parte consistente dei terreni di questo territorio appartenesse, probabilmente già dall’inizio dell’VIII secolo, alle signorie ecclesiastiche tra cui vi erano importanti monasteri, mentre la restante era già proprietà di signori locali, longobardi o napoletani.
Per tutte queste ragioni noi ipotizziamo che i Misenati, scacciati dai saraceni, scelsero di spostarsi nella fracta perché era una zona già abitata ed adibita a diverse coltivazioni, compresa la canapicoltura, ma per fare ciò dovettero acquistare i terreni dai monaci o dai proprietari laici: ciò supponiamo proprio perché dai documenti R.N.A.M, risulta chiaramente che il territorio frattese nell’alto Medioevo era non solo conosciuto, ma anche parcellizzato, oggetto di scambi e di compravendite.
Il territorio frattese, appartenente alla Massa Atellana, aveva quasi sicuramente sanctum helpidium come suo punto di riferimento religioso-politico-burocratico, nel quale abitato, secondo la tradizione storica, vi era la sede del vescovato atellano: e difatti in sanctum helpidium, forse proprio nella sede vescovile, venne redatto il documento dell’anno 820. Nel momento in cui la Massa Atellana si frantumò ed il potere longobardo si sfaldò, probabilmente accadde che sanctum helpidium ed il vescovado continuarono con crescente difficoltà a svolgere il proprio ruolo. E forse proprio quando stavano cominciando a prendere consistenza i loci periferici come quello di fracta e magari gli antichi frattesi stavano aspiravando ad una forma di leadership del territorio circostante, un evento traumatico mutò il destino delle terre atellane: la prepotente nascita nell’anno 1030 della città normanna di Aversa.
I Normanni riuscirono, con la loro potenza organizzativa e militare e per la debolezza del Ducato Napoletano, ad imporsi e a soggiogare gli abitanti di molti loci della Liburia e di quelli del vicino Ager Neapolitanus. Difatti in poche decine di anni nell’XI secolo completarono la loro strategia di egemonia politica, riuscendo non solo a trasferire il vescovado atellano in Aversa, ma soprattutto anche a conservare alla nuova diocesi il potere sui territori atellani, compreso caucilione-fracta. A partire da tale periodo sanctum helpidium fu costretta ad abdicare alle proprie ambizioni di leadership politico-religiosa della zona atellana a favore di Aversa, mentre caucilione-fracta dovette sottostare, a seconda dei periodi e delle vicende, sia al potere politico del Ducato Napoletano sia a quello religioso-politico dei Normanni aversani, diventando niente più che un grosso villaggio di contadini e mercanti.


Note:
(1) Monumenta ad Neapolitani Ducatus Historiam Pertinentia, a cura di B. CAPASSO, vol. II, parte II, Napoli 1892, diss. Neapolitani Ducatus descriptio ubi et de Liburia, pag. 176 (Prope Fractam, florentissimum nunc oppidum, plures vici per haec tempora memorantur, qui deinceps obsoleverunt, habitatoribus alio et fortasse Fractam ipsam transmigratis).
(2) Cosiddetta per la confluenza in essa di varie aziende agricole. È citata in Regii Neapolitani Archivii Monumenta (RNAM), 6 voll., Napoli 1845-1861, passim.
(3) Lo storico frattese Franco Pezzella (comunicazione personale) riferisce che, alla fine degli anni ‘70, vennero alla luce i resti di una antica strada con ai margini diverse tombe, il tutto subito distrutto in fretta e furia, durante lavori di scavo al Corso Europa nella zona delle cooperative edilizie.
(4) L’epigrafe fu ritrovata appunto in Frattamaggiore, assieme ai resti mortali e alle armi del defunto, su una tomba che venne alla luce durante alcuni lavori di sterro nella proprietà di tale Andrea Biancardi nel 1805 (quasi sicuramente tale località agli inizi dell’800 corrispondeva all’attuale zona di passaggio tra via Biancardi e la linea ferroviaria). F. PEZZELLA, Atella e gli Atellani nella documentazione epigrafica antica e medievale, Istituto Studi Atellani, Frattamaggiore 2002.
(5) T. MOMMSEN, Corpus Inscriptionum Latinarum, 1863, X, 681*.
(6) G. A. SUMMONTE, Istoria della città e del Regno di Napoli, Napoli 1748-50.
(7) Allo spopolamento avevano contribuito ancora nell'anno 830 il duca Buono di Napoli che distrusse la rocca atellana ed il castello di Atella occupati dai Longobardi; ancora nell'anno 835 il longobardo Sicardo riprese la Liburia atellana e strinse d'assedio la stessa Napoli. Inoltre tra gli anni 841 ed 842, in seguito alle lotte di successione fra Siconolfo e Radelchi, furono assaltate Capua e Atella. In questo periodo l’esistenza di Atella è comprovata da Erchemperto (Historia Longobardorum, Cap LXXI), secondo il quale nell'anno 882 il conte capuano Landone si fermò ad Atella per rifornire Capua di viveri. Infine nell'anno 888 Aione, principe longobardo di Benevento, depredò la Liburia e la zona atellana, costringendo il capuano Atenolfo, sconfitto al Clanio dai Napoletani, a rifugiarsi ad Atella.
(8) «Per locus si intendeva un abitato di coltivatori delle terre, che ne costituivano il territorio o i fines nella loro varia composizione, che tuttavia la comunanza di vita e l’affermarsi di una consuetudo tendevano a pareggiare» (G. Cassandro, Il ducato bizantino, 1969).
(9) C. DEL VILLANO, Casaluce. Storia e civiltà nella penombra, Aversa s.d. pag. 10: «Radi nuclei umani, terre incoltivabili e malariche, precarietà delle condizioni di vita e quotidiana convivenza con la provvisorietà: tale era la situazione nella regione liburiana, quando i benedettini vi si affacciarono nel corso del X secolo, dando inizio ad una grandiosa opera di riorganizzazione delle campagne e di ricostruzione paziente del tessuto urbano e rurale, attraverso una formidabile attività di colonizzazione». Cfr. pure: Atti dei Convegni Lincei, San Benedetto e la civiltà monastica nell’economia e nella cultura dell’Alto Medio Evo, Roma 1982.
(10) A. FILANGIERI. Sui passati regimi fondiari della pianura campana, in «Archivio Storico per le Province Meridionali», III serie, anno XI (1972).
(11) B. D’Errico (comunicazione personale) a conferma della propria tesi, cita un lascito del 964 d.C. (riportato nel Chronicon Vulturnensis) con il quale i principi di Capua, Pandolfo I e Landolfo III, donarono al Monastero di San Vincenzo al Volturno la quarta parte di 56 appezzamenti di terreno che essi possedevano in Liburia, localizzati nella massa patriensis, cioè nella zona occidentale della regione, nonché la metà degli appezzamenti in finibus Liburie, per un totale di 300 moggia di suolo agricolo, che però costituiva l’intero moggiatico dei 117 appezzamenti di terreno, mentre la superficie oggetto dell’atto era di circa 110 moggia. Secondo il D’Errico, se si fa coincidere con buona approssimazione la Liburia al territorio della Diocesi di Aversa, si ha un suolo complessivo di moggia (quello aversano = 4529 mq) 81.000 circa, che sono una grandezza non comparabile assolutamente ai 110 moggi donati al Monastero di S. Vincenzo al Volturno. Da ciò si può dedurre che le suddette terre furono sì dissodate e rese produttive grazie al lavoro dei monaci e dei contadini legati a quei suoli, ma rappresentarono solo una minuscola porzione in un grande territorio che, per la maggior parte, era di proprietà dei privati.
(12) E. MIGLIARINO, Alcune riflessioni sul paesaggio italico tardoantico, in «Archeologia Medievale », XXII, 1995, pag. 475.
(13) J. M. MARTIN, Città e campagna: economia e società (secc. VII-XIII), in Storia del Mezzogiorno, III, L'Alto Medioevo, Roma 1994, pp. 257-382.
(14) G. GALASSO, L’altra Europa. Per un’antropologia storica del Mezzogiorno d’Italia, Mondatori, Milano 1982.
(15) Ivi.
(16) Ivi.
(17) Cfr. A. GALLO, I curiali napoletani nel Medio Evo, Napoli 1923; J. MAZZOLENI, Le pergamene del monastero di S. Gregorio Armeno di Napoli. I. La scrittura curialesca napoletana, Napoli 1973.
(18) I documenti RNAM sono stati tradotti da Giacinto Libertini e posti in Rete sul sito dell’Istituto di Studi Atellani (www.iststudiatell.org).
(19) Breve cronica dal 2 giugno 1543 al 25 maggio 1547 di Geronimo de Spenis da Frattamaggiore, a cura di B. CAPASSO, in «Archivio storico per le Province Napoletane», Vol. II (1877). Cfr. in particolare l’introduzione del Capasso (pp. 511-517).
(20) P. SAVIANO, Ecclesia Sancti Sossii, Frattamaggiore 2001.
(21) Cfr. introduzione del Capasso alla Breve cronica cit.
(22) P. SAVIANO, op. cit.
(23) S. CAPASSO, Il vicus Pardinola: da monastero ad ospedale, «Rassegna Storica dei Comuni», Appendice al n. 92-93 (1999).
(24) Il culto di Santa Giuliana , secondo la tradizione orale frattese ,sarebbe stato portato dai cumani immigrati in Fracta all’inizio del XIII secolo, ma l’esistenza di questo toponimo già nell’anno 820 d.C. dimostra inequivocabilmente che il culto è molto più antico nel territorio frattese.
(25)Il toponimo potrebbe essere in relazione con la presenza di un’antica cappella rurale medievale dedicata a santa Giuliana, andata distrutta circa mezzo secolo fa, situata a poche centinaia di metri prima (provenendo da Frattamaggiore) dell’attuale cappella frattaminorese di S. Maria della Pietà, nella quale si conserva ancora un’immagine del XVIII secolo di santa Giuliana. Quel che è certo che questo Sancta Juliana non corrisponde al territorio omonimo situato tra Fratta e Carditello, laddove fino a 40 anni fa vi erano i resti della Cappella dell’omonima santa, terra denominata appunto Santa Giuliana nella carta topografica del Rizzi Zannone del 1797.
(26) Ponticito da ponticus = selvatico.
(27) Che il luogo fosse abitato lo dice il documento stesso: “terra de hominibus de loco qui nominatur rurciolo”. Rurciolo potrebbe derivare il nome dal latino ruriculus che significa colui che abita nei campi o da ruricola = piccolo fondo agricolo.
(28) Piccola fossa, piccolo canale o anche confine laterale.
(29) Il toponimo Santo Stefano è sicuramente da porre in relazione alla presenza di una chiesa rurale dedicata al protomartire, il cui culto era molto sentito tra le popolazioni napoletane e tra i benedettini (Cfr. nota 35).
(30) Fusanum = significato ignoto, a meno di non pensare ad un errore di trascrizione per Fusarium, ossia vasca per la macerazione di canapa e lino.
(31) Forse significa querceto, perché nella lingua latina balanae corrisponde alla parola italiana ghiande.
(32) Dal latino (silva) caesa, bosco tagliato, territorio boscoso ridotto a coltura.
(33) Vedi nota 28.
(34) Luogo del monastero medioevale nel quale erano allocate le persone inferme o deboli, quindi un piccolo ospedale.
(35) È assai interessante notare che nell’inventario dei beni del monastero di Santa Chiara di Napoli, fatto per ordine della Regina Giovanna nel 1346 dal giudice Bertone Gattola di Gaeta, (Cfr. Archivio di Stato di Napoli, Monasteri soppressi, vol. 2684 fol. 87) tra i possessi fondiari del monastero risulta «una terra sita in pertinenze del casale di Cardeto [Cardito] nel luogo dove si dice alla Fratta vicino una certa chiesa che si chiama S. Stefano», che si collega, verosimilmente, all’antica chiesa di S. Stefano a Caucilione, di cui costituirebbe la testimonianza documentaria più recente.
(36) C. CERBONE, Afragola feudale. Per una storia degli insediamenti rurali del napoletano, Istituto di Studi Atellani, Frattamaggiore 2002.
(37) In originale: «Riccardus de Rocca tenet Cautillonum quo sicut ipse dixit est feudumj militis et cum aumento obtulit milites ij».
(38) Il Catalogus Baronum ci è pervenuto in una trascrizione di epoca angioina. Fu pubblicato per la prima volta da Carlo Borrelli nel suo Vindex neapolitaneae nobilitatis (Napoli, 1653). Esso conteneva l’elenco dei feudatari delle province continentali del regno normanno di Sicilia, ossia del Ducato di Apulia e del Principato di Capua, tenuti al servizio militare nell’anno 1155 in vista di una non meglio specificata grande spedizione militare. All’elenco dell’anno 1155 furono apportati aggiornamenti fino all’anno 1168. Per la citazione abbiamo seguito l’edizione curata da Evelin Jamison e pubblicata dall’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo (Fonti per la storia d’Italia, 101. Roma 1972). Da notare che la Jamison non identifica Cautillonem.
(39) Monumenta ad Neapoltani ducatus historiam pertinentia, vol II, parte I, Napoli 1881, pag. 50.
(40) P. SAVIANO, op. cit.
(41) Il Saviano sostiene che in tal modo sarebbe spiegata anche la presenza dell’abate, affiancato al Parroco, nella Chiesa di S. Sossio sino al 1559: l’abate potrebbe essere stato, tra la fine del primo millennio e l’inizio del secondo, il rappresentante degli interessi monastici nella zona di Fracta, oppure potrebbe sarebbe stato nella stessa Fracta medioevale il capo di un antico e poi scomparso insediamento benedettino presso una ipotetica antica chiesa-abbazia di S. Sossio. E’ questa davvero solo un’ipotesi, perché non abbiamo nessun documento storico che la confermi, tanto più che la presenza di un monastero benedettino in Fracta e di una abbazia sicuramente non sarebbe passata inosservata nella storia locale.
(42) A. GIORDANO, Memorie Istoriche di Frattamaggiore, Napoli 1834.
(43) G. LIBERTINI, Persistenza di luoghi e toponimi nelle terre delle antiche città di Atella e Acerrae, Istituto di Studi Atellani, Frattamaggiore 1999. L’autore osservando la topografia di Frattamaggiore del 1793, dimostra che via la Croce S. Sossio e la via Cumana, quest’ultima prolungata all’attuale via don Minzoni, coincidono abbastanza con due cardini successivi della centuriazione, mentre la strada che da Cardito porta a Frattamaggiore coincide con il decumano. Nella zona della antica chiesa di S. Anna a Frattaminore e della antica cappella di S. Rocco sita fino a 40 anni fa tra Fratta e Carditello, si nota la coincidenza con due altri decumani. Inoltre lo stesso attuale corso Durante di Frattamaggiore è parallelo ad un decumano: ciò dimostrerebbe che probabilmente nel periodo romano e poi nell’Alto Medioevo già fosse una strada già tracciata, forse a forma lineare più retta rispetto a quella attuale.
(44) E. SERENI, Terra nuova e buoi rossi. Le tecniche del debbio e la storia dei disboscamenti e dissodamenti in Italia, Torino 1981, pagg. 14-15: «A parte il caso di questi continuatori di runcare e di exartum, comunque non pare dubbio che anche numerosi altri termini di formazione latina o romanza, usati a designare le pratiche del diboscamento e del dissodamento, o gli appezzamenti a esse assoggettati, siano entrati largamente nell’uso anche e particolarmente come termini tecnici della nomenclatura del attuale debbio. Così, ad esempio, per i continuatori ed i derivati di un latino medievale (silva) (o terra?) fracta, che col valore di “appezzamento diboscato o dissodato” troviamo attestati in Toscana (fratta) nel secolo XII, e nel Trentino e nel Cadore (frata) - ove essi sono a tutt’oggi in uso - a partire dal secolo XIII. In questi due ultimi settori geografici stessi, il latino medievale fractare o il dialettale far frate hanno assunto, per parte loro, il valore di “diboscare e dissodare un appezzamento nel bosco”: e si trovano sovente usati, nei documenti medievali, come sinonimi di runcare, a significare il diritto delle popolazioni a ridurre a coltura, con o senza il ricorso alle tecniche dell’abbruciamento, un appezzamento della selva comune. Anche fuori dell’ambito trentino e cadorino, i continuatori di fracta, usati come sinonimi dei derivati di runcare “diboscare, dissodare, addebbiare”, si trovano attestati, nella toponomastica medievale, in un più esteso dominio geografico italiano settentrionale. Nel settentrione, tuttavia, come anche in buona parte dell’Italia Centrale, i continuatori del latino fracta (secondo che già abbiam visto per quelli del latino caesa) hanno più frequentemente assunto il valore di “siepe”, o quello di ”sbarramento di rami e frasche” mentre in altre parti dell’Italia centrale stessa, e in tutto il Mezzogiorno, fratta è generalmente passato a significare “macchia, luogo intricato di pruni e sterpi che lo rendono impraticabile”. Non si può pertanto, come faceva il Serra, attribuire senz’altro il valore originario di “tagliata nel bosco” a tutti i locali del tipo Fratta: che non di rado, in Italia settentrionale, andranno invece riferiti ad altri dei valori sopra indicati Nell’Italia centro-meridionale , del pari, molti tra questi toponimi andranno riferiti al valore originario di “macchia, luogo intricato di pruni e sterpi”, e non sempre (direttamente, almeno) a quello di “appezzamento diboscato, dissodato, addebbiato”. Ma è vero che anche qui, nell’Italia centro-meridionale, i due valori semantici di “macchia” e di ”appezzamento sottoposto alla pratica del debbio” finiscono, per lo più, col coincidere dal punto di vista genetico. Da un lato, in effetti - come meglio vedremo nel prosieguo della nostra indagine, la fratta, la macchia, non è qui, generalmente, una formazione vegetale originaria (o primaria, come più precisamente la si qualifica nella terminologia botanica). Essa è invece, più sovente, una formazione vegetale secondaria: risultante ,cioè, da un processo di progressiva degradazione dell’antica selva mediterranea, avviato proprio dall’estensione e dalla ripetizione delle pratiche di abbruciamento da parte dei pastori e degli agricoltori, e ulteriormente aggravato dagli eccessi del carico pascolativo, specie caprino. Si può rilevare, d’altro canto, che proprio la fratta, la macchia riducibile a coltura anche colla semplice pratica dell’incendio, senza nemmeno ricorrere alle più faticose e costose operazioni del taglio della vegetazione spontanea, è divenuta nell’Italia centro-meridionale, il luogo di elezione delle pratiche del debbio: sicché metter fuoco alla fratta, sfrattare, smacchiare - come il sardo ismattare, ismattuzzare - si trovano qui largamente usati come sinonimi di “addebbiare”».
(45) F. E. PEZONE, Questioni di etimologia: Fratta, in «Rassegna Storica dei Comuni» n.s. a. XV (1989) n. 49-51.
(46) Codice diplomatico normanno di Aversa, a cura di A. GALLO, Napoli 1927 (rist. anastatica Aversa 1990): Cartario di S. Biagio, doc. XL, a. 1132; doc. XLIV, a. 1142.
(47) Augusto inviò una colonia ad Atella nel 29 a. C., e ciò ci viene tramandato da Frontino nel De coloniis: «Atella muro ducta colonia,deduca ab Augusto. Iter populo deber pedibus CXX. Ager eius in jugeribus est assignatus», e secondo Igino (De castris Romanis, quae extant opera) il Giordano (Memorie Istoriche di Frattamaggiore, pag. 41) riferisce che «tale colonia, che Augusto vi dedusse, veniva circondata da mura; se dobbiamo prestare attenzione alla pianta di Atella da Igino tramandataci, sembra che la Colonia Augustana fosse situata non già nello stesso sito, dov’era l’antica Atella, ma in qualche distanza della medesima; di modo che nello stesso Agro vi era l’antica Atella, che Igino chiamava Oppidum di figura quadrata, fortificata con quattro torrioni, e la Colonia Augustana, più grande dell’antica Città, di figura ottangolare con otto torrioni in ogni angolo delle sue mura».
(48) G. LIBERTINI, Persistenza di luoghi e toponimi cit.