UNA LETTERA
Dall’egregio dott. Carlo Cerbone riceviamo e ben volentieri pubblichiamo.
Il Direttore
Caro Direttore,
nella stampa di Afragola feudale, per una mia svista o per un errore della
tipografia, sono “scomparse” dalla bibliografia cinque opere alle quali rimando
nel testo. Questa lacuna non consente ai lettori interessati ad approfondimenti e
verifiche di individuare le opere alle quali mi riferisco, e La prego quindi di
consentirmi di rimediare come posso pubblicando questa mia lettera a integrazione
della bibliografia. Le opere “scomparse” sono, in ordine alfabetico:
DURRIEU Paul
1886. Les archives angevines de Naples. Étude sur les registres du roi
Charles I (1265-1285). Paris, Thorin, 1886-1887.
GIORDANO Antonio
1834. Memorie istoriche di Fratta Maggiore. Napoli, Stamperia Reale.
MILETTI Marco Nicola
1995. Tra equità e dottrina. Il Sacro Regio Consiglio e le ‘Decisiones’
di V. de Franchis. Napoli, Jovene.
1998. Stylus judicandi. Le raccolte di ‘Decisiones’ del Regno di Napoli
in età moderna. Napoli, Jovene.
VALLONE Giancarlo
1993. Feudi e città. Studi di storia giuridica e istituzionale pugliese.
Galatina, Congedo.
1999. Istituzioni feudali dell’Italia meridionale. Tra Medioevo ed Antico
regime. L’area salentina. Roma, Viella.
La lacuna più grave è senz’altro quella relativa alle opere di Miletti e Vallone.
Qualunque cultore di storia locale napoletana, infatti, sa a che cosa ci si riferisce
quando genericamente si rinvia a “A. Giordano, 1834” e a “P. Durrieu, 1886”.
Più difficile è invece identificare le opere di Miletti e Vallone disponendo del solo
anno di edizione, sia perché di recente pubblicazione sia perché destinate a un
pubblico di specialisti.
I due testi citati di Vallone sono particolarmente importanti per chi si occupa
di storia del feudalesimo e delle istituzioni locali dell’intero Mezzogiorno, non
solo della Puglia. Vallone infatti fa ricorso a un nuovo e più complesso sistema
concettuale che lega figure quali feudo, demanio, casale, universitates, ecc., a
una riflessione articolata sul territorio; ciò gli consente di mettere in luce aspetti
della vita comunitaria e istituzionale finora non colti dagli storici. Un brano della
“Premessa” al volume edito da Viella potrà aiutare i lettori a comprendere la
particolarità dell’approccio di questo studioso ai temi affrontati.
«Nel Salento - scrive Vallone - era inclusa la maggior parte del feudo più
importante e complesso del Regno, il Principato di Taranto, che ho esaminato
dal Duecento all’età orsiniana ed anche molto oltre, con riferimenti continui alla
Contea di Lecce e ad altri feudi minori della Puglia meridionale, di quella barese
e del rimanente Mezzogiorno continentale. Ne deriva un quadro istituzionale che
vale per la feudalità dell’intero Meridione. (…) Alcuni saggi di Gennaro Maria
Monti avevano avanzato una certa teoria sul Grande feudo, poggiando quasi
esclusivamente su larghi spogli documentali in Napoli che le distruzioni del 1943
rendono irripetibili. Ho percorso perciò una via diversa e piuttosto scomoda: il
recupero e lo studio dei documenti editi dalla erudizione regionalistica e locale e
di quelli inediti sopravvissuti nelle sedi periferiche. Inoltre ho creduto opportuno
confortare il quadro nuovo che si andava delineando con un ricorso continuo
alla dottrina feudistica coeva, che proprio ad opera precipua di Andrea da Isernia,
il maggiore tra i feudisti antichi, aveva costruito le proprie teorie poggiando sulla
pratica della Cancelleria regia e sulla valutazione dei documenti. Con questo
metodo l’incomprensione e gli errori di Monti, e degli studiosi che venendo
dopo di lui avevano minor ragione di sbagliare, sono apparsi evidenti e definitivi
già nell’esigenza di prospettare un nuovo orizzonte ‘costituzionale’ nel quale
inserire la feudalità e i feudi (non solo salentini), e cioè il disfacimento, in età
angioina, del dirigismo federiciano.
Il progresso delle conoscenze - prosegue Vallone - è, credo, oggettivo; e con
tratti di piena suggestione ad esempio per la convergenza, con segno militare,
del demanio feudale e della sua rigida disciplina nell’istituto della baronia, e nel
controllo regio su di questa (l’inquaternamento). (…) Infine, il tema della
‘rifeudalizzazione’, proposto dagli storici politici, trova, nel terzo capitolo, un
tentativo di lettura istituzionale che percorre lo sconvolgimento di antichi assetti
lungo gran parte dell’Antico Regime. È, anzi, in questo percorso - mi pare - che
il Medioevo si fa moderno, almeno nei modi del potere sul territorio».
Credo che questo basti a spiegare l’opportunità, oltre che il dovere, di colmare
la lacuna nella bibliografia.
La ringrazio per l’ospitalità,
CARLO CERBONE