STRANO ODORE D’INCENSO

GIOVANNI DE SIMONE

Alle ore 9,00 circa del 29 novembre 1945 un odore strano d'incenso, diverso dalle sue caratteristiche quasi balsamiche, piuttosto acre, insospettì i numerosi fedeli che, raccolti e silenziosi, pregavano nella monumentale chiesa di S. Sossio di Frattamaggiore. Pochi istanti dopo quei sospetti divennero un'amara realtà. Improvvise fiamme divamparono da ogni parte del luogo sacro, con inaudito susseguirsi, scricchiolando come in un immane rogo, devastando in un baleno tutto ciò che le fiamme avvolgevano in un turbinio infernale. Divampò in un attimo il grande soffitto e dalle vetrate variopinte, fusi i vetri, uscirono lingue di fuoco rosso arancione di grande violenza come se fossero spinte da un forte vento o da una ventola meccanica; mentre ogni tanto si staccavano dal soffitto, con assordanti tonfi, travi di legno e dalle mura lastre di marmo. Fuori, sulla piazza, fin quasi sul sagrato, regnava sovrano lo sgomento di tutto un popolo, tempestivamente accorso sul luogo del disastro, e dei fedeli scampati per miracolo alla trappola infernale, subito accreditato al Santo Patrono S. Sossio.
Da ogni parte, turbata e perplessa, seguitava ad accorrere gente, anche dai paesi limitrofi a Frattamaggiore, quasi volesse fermare, con qualche stratagemma, le fiamme che sempre ingigantivano autoalimentandosi, senza soluzione di continuità, per l'infiammabilità dei materiali esistenti.
Sui volti tremolanti dei presenti il riflesso dell'incendio - come in un cerchio dantesco - dava risalto allo smarrimento e all'incredulità.
Alcuni in ginocchio, a mani giunte, imploravano, ad altissima voce, il Signore perché quello scempio cessasse. Ma le fiamme tutto distrussero di quel luogo sacro antichissimo, austero e sontuoso di riti, che aveva accolto in grembo e consolato generazioni di fedeli.
Poco dopo, di quel tempio, che con decreto ministeriale fu elevato nel 1902 a monumento nazionale, non restava che un immenso braciere, le cui ceneri coprivano un ammasso gigantesco di rovine, tranne alcuni muri maestri a testimoniare l'enorme disastro.



Nulla più resta dello stupendo soffitto,
ricco di dorature e di quadri d'illustri
Maestri, quali il Solimene e Luca Giordano.

Un brivido di freddo percorreva chi, ancora incredulo, si avventurava con spregiudicata temerarietà tra quei rottami fumanti, tra quelle pietre tramuta te in calce viva da un’inspiegabile forza distruttrice. Un brivido di freddo percorreva chi cercava ancora con gli occhi arrossati e smarriti gli oggetti a lui cari, l'angolo suo riposto ove, nei momenti di sconforto aveva pregato e trovato la serenità dell'animo e la pace dello spirito. Ora vi era subentrata una gran luce, non più pacata penombra dei colonnati di cui era ricca la chiesa. Il cielo terso si stagliava lungo l'estremità dei pochi muri perimetrali rimasti in piedi ove, poco prima, poggiava riparatore, il grande tetto col soffitto istoriato da illustri artisti.
L'arte aveva donato a questo tempio romanico-gotico, di tanto in tanto, opere altissime di ogni genere; dalle pitture ai ceselli, dalle decorazioni lignee ad alto rilievo, alle policrome tarsie marmoree. Artisti insigni avevano trovato modo di trasmettere ai posteri i segni inconfondibili del loro talento e del proprio stile.



Quel che resta del magnifico
colonnato marmoreo.

Francesco Solimena, (sommo pittore nato nel mio paese Serino AV il 1657) con i suoi discepoli aveva decorato la parte centrale del grande soffitto, creando in un alternato susseguirsi di luci, un’opera che univa alla funzione decorativa, una dominata, sicura modellazione, con figurazioni movimentate, coreografici ampi gesti compositivi.
Francesco De Mura nel quadro sull’altare maggiore, lasciava un Altro esempio della sua arte che andava schierando e rendendo, in quel tempio, meno grave sulle ombre di Luca Giordano; così come Sabatino da Salerno, molto tempo prima, aveva sognato un'opera imperitura, dagli smaltati colori vibranti di luce, emula della migliore tradizione pittorica italiana. E ancora vi erano opere di Postiglione e lavori pregevoli, dai bruni cupi toni ottocenteschi, del pittore Francesco Celentano; la tavola del purgatorio dalla minuziosa moltitudine figurativa di Bernardo Lama che, parte di essa, ancora non trova degna e definitiva collocazione. E poi opere di Federico Maldarelli, Saverio Altamura, Giuseppe Aprea. Lavori in marmo del Mazzotti, statue di Giacomo Colombo. Opere che in un insieme vario, arabescando in ogni piccola parte il tempio, gli conferivano una sontuosa, contenuta austerità.
L’oro a foglie, prezioso e luccicante sopra le cornici intagliate e i rilievi, si componeva in sequenze ampie, scendendo fin sopra gli infimi cornicioni stuccati e dipinti con certosina esecuzione soffermandosi su tutta la superficie dell’organo strumentale che, sovrastante la porta principale, intagliato e scolpito riccamente, completava la maestosa parata decorativa.
Se da un canto l'incendio del 1945 distrusse ogni cosa impoverendo brevemente uno dei maggiori templi partenopei di opere insigni, per valore artistico e storico, d’altra parte ruppe finalmente l’ostilità e la difficoltà dei più a rimuovere un così complesso e sacro patrimonio; ripropose in un’epoca di maggiore acume critico, un problema di rilevante interesse: eliminare, nella ricostruzione, le sovrastrutture, le sovrapposizioni riportando il tempio alla forma primitiva. Era l'unica via d'uscita, la più idonea e opportuna che in quel caso poteva adattarsi. Così, dopo autorevoli sopralluoghi, dopo discusse visioni e revisioni, ebbe inizio l'opera tanto agognata, in un tempo, dal sapientissimo parroco Don Lupoli: il ripristino architettonico originale della chiesa. Gran tempo è trascorso d’allora, la munificenza e l'interesse spassionato di altri hanno contribuito alla riabilitazione di un'opera che nel tempo, per la sua importanza, resterà come esempio tangibile di bene operare per i comuni interessi della collettività.



Cominciano ad affiorare le antiche colonne.

Oggi, ridotta ad una semplicità che sembrerebbe quasi arbitraria, la chiesa di S. Sossio splende nel suo primitivo, nitido linearismo architettonico romanico-gotico. La luce pacata di un tempo torna a carezzare, calma e mistica, le grigie, austere colonne, a piegarsi sopra le severe curvature degli archi scanditi in euritmica sequenza a proiettarsi dai finestroni, scomponendosi in mille toni diversi lungo la navata.
Un'eco lontana indefinibile di sublimi, silenti armonie corali, come la voce del mare nei gusci di conchiglie marine, tesse purificate composizioni di impercettibili note musicali. E il tempio, mentre i ceri si struggono gocciolando in calda unione col mormorio dei fedeli oranti, sembra adagiarsi in un riposo eterno, avvolto nell'afrore morbido d'incenso, un po' raffreddato dalla severità ombrosa e dura dalle austere pareti e del vasto colonnato. L'occhio vaga lentamente sulla superficie sino alla potente travatura del tetto, poi ancora discende, soffermandosi sull'immenso mosaico, da pochi anni composto in un unico fondo rosato, con sopra, quasi intagliate da contorni uguali di santi, con al centro trionfali, la Madonna col bambino. Fuori sulla porta principale si rileva il quattrocentesco portale di marmo, sobrio nel suo lineare equilibrio, con decorazione divisa in comparti simmetrici.
Ogni cosa qui è il segno tangibile della percezione spirituale, ben determinata di un’epoca che ripose tutto il proprio significato nell'unica istituzione potente ed universale della chiesa e che riprende la sua forza comunicativa in un candore ascetico di contenuto misticismo, decantato nei secoli, rafforzato e reso prezioso dal rinnovarsi delle concezioni sociali. Per gli studiosi di architettura, critici ed amatori che siano, il tempio frattese, costruito, com’è documentato in autorevoli scritti, anteriormente a quelli di Caserta Vecchia e di S. Angelo in Formis, rappresenta, per la sua preziosa rarità di splendidi e rari rapporti architettonici una compiuta opera d’arte.
È cosa veramente prodigiosa la storia di questa chiesa che, dopo infinite trasformazioni, sino alla mutilazione vandalica dei capitelli, doveva nuovamente riprendere la sua primordiale funzione di vetusto luogo di sacri riti.
Oggi, per ragioni inspiegabili, il tempio - uno dei luoghi sacri più ricchi di storia, di cronaca drammatica e di arte - é sconosciuto ad una gran parte di pubblico e giace incompreso, proprio nel centro di Frattamaggiore, a soli 14 Km a nord-ovest di Napoli e a circa 200 dalla Città Eterna.



L'arco maggiore è riapparso
in tutta la sua imponenza.

Giovanni De Simone, nato a Serino (AV) il 10 marzo 1917, pittore, critico d’arte e giornalista, ha riscosso, nei molti anni di attività artistica, numerosissimi riconoscimenti e premi. Dal suo volume autobiografico “Frammenti di vita” è tratta questa testimonianza sull’incendio che il 29 novembre 1945 ridusse il monumentale tempio di S. Sossio di Frattamaggiore ad un fumante ammasso di rovine.