UN SECOLO DI RITROVAMENTI ARCHEOLOGICI
IN TENIMENTO DI CAIVANO (*)
FRANCO PEZZELLA
La località in cui sorge Caivano fu abitata anticamente da piccoli nuclei di osco-sanniti
come testimonia il ritrovamento, nella prima metà del secolo scorso, in quattro
adiacenti cortili localizzati tra le attuali vie don Minzioni e Capogrosso, di alcuni
vasi di creta rossa utilizzati per conservare alimenti, databili al V secolo
a.C. (1).
Dopo questi primi nuclei di coloni, stabilitisi nella zona successivamente forse ad
una preliminare bonifica del Clanio, il territorio fu via via interessato da ondate
migratrici di atellani in fuga dalla loro città, teatro in più occasioni di aspre battaglie,
come quella combattuta nel 313-312 a.C. tra campani e romani. Ma fu soprattutto
dopo la seconda guerra punica, allorquando nel 216 per la defezione da Roma
durante la seconda guerra punica Atella fu saccheggiata e distrutta, che il piccolo
villaggio osco, del quale peraltro ignoriamo il nome, si popolò fino ad assumere i
caratteri di un vero e proprio centro abitato. A quest’ultimo avvenimento si collega
probabilmente anche il nome stesso di Caivano. Il toponimo trae infatti origine,
secondo il Flechia (2), da praedium Calavianum o
Calvanium, vale a dire podere della gens Calavia, una famiglia capuana un
cui ramo (3), secondo l’ipotesi recentemente avanzata
dal Libertini (4), era stata immessa nel possesso del
preesistente villaggio proprio per la fedeltà mostrata a Roma durante la seconda
guerra punica. Era accaduto, infatti, come c’informa Livio, che al momento
dell’alleanza fra Annibale e Capua, retta in quella contingenza da un autorevole
membro della gens Calavia, Pacuvius, molti capuani fra cui alcuni membri della
sua stessa famiglia e finanche un figlio, si erano dichiarati aspramente contrari
all’alleanza con Annibale ed erano perciò passati dalla parte dei
romani (5).
L’ipogeo di via Libertini
L’esistenza di questo centro spiegherebbe, peraltro, il ritrovamento nell’attuale
territorio comunale delle diverse testimonianze archeologiche venute alla luce
nell’ultimo secolo, tra cui, prima in ordine di tempo e di importanza, quella di
una ricca tomba nobiliare del I secolo d.C. con splendidi affreschi parietali
raffiguranti, insieme a vivaci scene fluviali, le case di un villaggio da identificarsi
secondo qualche studioso con la stessa Calavanium (6).

Ipogeo di Caivano. Planimetria.
L’ipogeo fu rinvenuto nel febbraio del 1923 da alcuni operai nel corso dei lavori di sterro per la costruzione di una casa nella proprietà di tale Simone Serrao, sita nei pressi della chiesa di santa Barbara. Riconosciuto subito, ad una prima sommaria occhiata delle competenti autorità, come documento unico di pittura romana della fine del I secolo d.C. (successivo cioè alla già ricca documentazione pittorica di Pompei ed Ercolano), nell’impossibilità di conservare in loco il manufatto fu deciso il taglio e il distacco delle pareti affrescate con il proposito di ricostruire l’ipogeo nel Museo Nazionale di Napoli; ricostruzione poi effettivamente realizzata, sia pure con qualche anno di ritardo, nel 1929, in uno dei cortili del complesso.

Ipogeo di Caivano. Sezione longitudinale.
Come mette in evidenza la Elia, autrice nel 1931 dell’unico saggio finora dedicato all’ipogeo caivanese, la costruzione si presenta edificata in opus incertum (7) di tufo con pavimento in cocciopesto e si caratterizza soprattutto per la presenza sulle pareti intonacate di una ricca decorazione dipinta a fresco dove briose scene fluviali, paesaggistiche ed animalistiche si alternano a rappresentazioni di cespi di foglie e di frutta e a motivi vegetali stilizzati, che lasciano configurare il monumento come la tomba di famiglia di un ricco possidente agricolo del luogo (8).

Ipogeo di Caivano. Sezione trasversale.
L’interno è impostato su una pianta quadrata con volta a tutto sesto, secondo uno schema di architettura funeraria lungamente adottato e diffuso in Campania, quello della cosiddetta “tomba a camera”. Esso è occupato in gran parte da tre letti funerari ricavati da un’unica costruzione in tufo che gira intorno alle pareti lasciando libera quella d’ingresso, nella quale si apre un corridoio a gradinata che, nell’originaria posizione, metteva in comunicazione l’interno del sepolcro con l’antico piano di campagna. In corrispondenza di ciascun letto si osservano, tagliati nello spessore della muratura, delle nicchie rettangolari, al di sopra delle quali, connesse al piano d’impostazione della volta, realizzata a getto, sporge dal muro una cornice di stucco dalla sagoma semplicissima che percorre tutti e quattro i lati.

Ipogeo di Caivano.
Più articolate si presentano, invece, le decorazioni pittoriche. In particolare il campo di ciascuna delle pareti è diviso in cinque riquadri rettangolari a fondo chiaro da fasce verticali gialle contornate da una banda rossa all’interno delle quali si sviluppano motivi decorativi costituiti da calici stilizzati alternati a sagome quadrate disposte a catene. Ciascuno dei riquadri, ad eccezione di quello centrale reca, a sua volta, un duplice motivo ornamentale: nella parete d’ingresso e in quella di fondo, il primo dei motivi, che occupa la parte superiore dello specchio, è costituito alternativamente, ora da un filo che regge una patera, ornata intorno all’orlo da piccoli globuli, ora da un filo che regge un pedum legato ad una syringa; il secondo motivo, che si sviluppa giusto a metà di ciascun riquadro, è costituito, invece, da un sottile stelo di erba da cui originano due ramoscelli recanti tre foglioline ciascuno che, ripiegandosi, si affrontano, definendo lo schema di una X. Differentemente, nelle pareti laterali all’ingresso, i due motivi decorativi che si alternano nella parte superiore dei riquadri sono rappresentati da un rhyton, adorno di nastri, e da un cestello con piede e manico, mentre resta invariato, nella parte mediana, il motivo a fogliolina. Passando ora ad esaminare i riquadri centrali si osserva, anzitutto, che quelli delle pareti laterali sono occupati, nella sola parte mediana, dalla rappresentazione di tre balsamari di vetro colorati (di cui quello di centro in rosso, gli altri in azzurro), sormontati da un festone fittamente intrecciato di fiori gialli, rossi e violacei, sospeso nello spazio per mezzo di un filo i cui due capi sono fissati in corrispondenza degli angoli della nicchia; manca, ovviamente, per la presenza della porta, il riquadro centrale nella parete d’ingresso, mentre quello della parete di fondo presenta insieme con un festone intrecciato di soli fiori rosa un secondo festone gettato di traverso sull’altro.

Ipogeo di Caivano. Gli affreschi della parete di ingresso in un disegno acquarellato
del Prof. Gennaro Luciano, disegnatore dell’Ufficio scavi di Pompei.
Nel campo delle lunette sono dipinte due scene di paesaggio che, per la complessità
degli elementi raffigurati, si possono definire dei veri e propri quadri.
La lunetta che sovrasta la porta d’ingresso presenta un paesaggio fluviale con
la veduta di due imbarcazioni, una navicella a vela ed una barca a remi, sullo sfondo
di piccole architetture. Più precisamente in primo piano appaiono: a sinistra, una
piattaforma rocciosa sulla quale si elevano, a di sopra di un grande basamento,
due colonne ioniche a fusto liscio sostenenti un alto epistilio coronato da una ricca
cornice e da un frontone arcuato; a destra, un piccolo edificio cilindrico a tetto
cuspidato al quale si appoggia un minuscolo portico, costituito da due colonne di
sostegno e da una tettoia a gradinate sulla quale si affaccia una sfinge alata in funzione
di acroterio. Tanto nell’uno che nell’altro caso, le costruzioni sono precedute da are
rotondeggianti intorno alle quali si muovono, impegnate in riti sacrificali, alcune
figure di uomini, donne e bambini. Altre figure umane s’intravedono sulle imbarcazioni:
tre sulla navicella (una a poppa, una seconda al centro, la terzo a prua), un’altra, dalle
forme grottesche, sulla barca a vela. Al di là di questi elementi figurativi e di un pino
che affianca la costruzione con il portico, nessun altro soggetto appare nella restante
parte del quadro caratterizzato per il resto da uno sfondo nebuloso.

Ipogeo di Caivano. Gli affreschi della parete di fondo in un disegno acquarellato
del Prof. Gennaro Luciano, disegnatore dell’Ufficio scavi di Pompei.
Ancora più ricca e complessa nei suoi elementi pittorici si presenta, invece, la lunetta della parete di fondo, caratterizzata com’è da una veduta paesaggistica che si articola su più piani prospettici nei quali si svolge tutta una serie di scene indipendenti le une dalle altre. Così, se nella sinistra dell’affresco si osservano su un breve declivio erboso due caproni al pascolo ed, in alto, in un piano piuttosto lontano, la sagoma confusa di un rilievo montano sul quale sembra innalzarsi un colonnato, poco più avanti si intravede un’ara rotonda poggiante su un plinto rettangolare sulla quale è posato un erpice. E, ancora, se poco più avanti, una lunata penisoletta fa da sfondo ad una mensa adagiata sulla terraferma intorno alla quale si distribuiscono sei figure di commensali e quella di un servo, su un piano più indietreggiato, dominato da una costruzione che poggia su un’isola ellittica, si osserva scivolare sull’acqua, leggermente increspata, una navicella, dall’alta poppa ricurva, spinta da tre rematori.

Ipogeo di Caivano. Gli affreschi della volta in un disegno acquarellato
del Prof. Gennaro Luciano, disegnatore dell’Ufficio scavi di Pompei.
Non di meno, si impone allo sguardo, per ricchezza di inserti pittorici, la parte destra della stessa lunetta che in primo piano presenta un promontorio dalla base erosa, collegato alla sopracitata penisoletta da una sottile lingua di terra. Sulla sponda del promontorio s’innalza un platano ed accanto ad esso, su un basamento quadrato, un’alta colonna terminante con un capitello ionico e un epithema a forma di olla. Tra l’albero e la colonna si eleva, su una base conica, un simulacro di Priapo, dinanzi al quale è un’ara su cui un anziana donna depone, gesticolando, delle vivande. Sull’orlo dello stesso promontorio è anche la figura segaligna e adusta di un pescatore, con un bizzarro cappello a cono, raffigurato nell’atto di trarre a sé, con un energico strappo della canna da pesca, un grosso pesce. L’estremità dell’affresco è occupata da un alto pino con un’ampia chioma ad ombrello; ai suoi piedi si osservano le figure di un pastore seduto sull'erba e di un caprone che pascola lungo i margini del campo. Sullo sfondo, evanescente, si disegna la sagoma di un tempio.

Ipogeo di Caivano. Pannelli decorativi della volta. Parete destra.
Parte integrante della decorazione pittorica delle pareti va considerata anche la
fascia affrescata con raffigurazioni di pomi disposti a gruppi di due su un fondo
verde chiaro che ricorre, come un fregio, al di sopra della cornice plastica che
divide le pareti dalla volta. Il cielo della volta, delimitato da un rettangolo riquadrato
su ogni lato da una larga fascia a fondo bianco contornata in rosso, è suddiviso in
quattro campi triangolari da due grandi fasce trasversali che si intersecano in diagonale,
determinando una partizione a crociera della volta. All’incrocio delle fasce un riquadro,
che corrisponde alla chiave di volta, accoglie la raffigurazione di una cerva in corsa
cinta intorno alle terga e alla pancia da un tralcio di erba. Dai lati del riquadro, pendono,
tenuti ciascuno da un doppio filo, quattro oggetti a due a due corrispondenti: una
coppia di pissidi, adorne di fiocchi, ed una coppia di siringhe, legate da strisce di
cuoio e nastri. Sottostanti a questi sono inseriti quattro quadretti rettangolari a fondo
verde con rappresentazioni di volatili domestici, paperi, o forse galline faraoni (non
si capisce bene per il pessimo stato di conservazione di questa parte di affresco) che
si affrontano. Nella parte inferiore la volta si raccorda alle pareti laterali mediante
una fascia decorativa a doppia banda divise in tre pannelli su entrambi i lati.
Nella banda superiore della fascia che si sviluppa a sinistra dell’ingresso troviamo
nell’ordine: all’estremità sinistra un quadretto con una ghiandaia e alcune ciliege,
all’estremità destra un quadretto con tortorella e rami di pesco, mentre al centro
si sviluppa, inserita in un pannello rettangolare, una scena di carattere idillico sacrale
che si può interpretare come la rappresentazione del breve corso di un fiume
(il Clanio?) lungo la cui riva si snoda un sentiero campestre animato da figure
umane che si muovono tra architetture ed alberi.
Nella banda inferiore troviamo, invece: a sinistra un pannello rettangolare con la
rappresentazione di oggetti vari tra cui una maschera di sileno calvo, un’ara, un
corno potorio (recipiente per bevande) e una maschera tragica; al centro, un
quadretto con uccello che insegue una farfalla; a destra un altro pannello rettangolare
con la raffigurazione di un labrum, di una hydria panciuta alla quale è poggiata una
patera, e di una piccola mensa a quattro piedi sulla quale è poggiata, invece,
una cesta con coperchio.
La duplice fascia si ripete, con qualche variante, nell’altro lato della volta. Nella
banda superiore troviamo, infatti, nell’ordine: a sinistra un quadretto con uccello
e pere; al centro un pannello rettangolare con paesaggio, dominato da una massa
rocciosa affiancata da un edificio cinto da mura fortificate e animato da diverse
figure, alcune delle quali impegnate nell’atto di offrire un sacrificio su di un’ara
posta presso una colonna, altre poste al di sopra della massa rocciosa; chiude
la decorazione, a destra, un altro quadretto con uccellino e fichi.
Nella banda inferiore si susseguono, a partire da sinistra, un pannello rettangolare
con due maschere tragiche, una maschile l’altra femminile, accanto a due are
cilindriche; un quadretto con uccello e due susine; un altro pannello rettangolare
con la rappresentazione di un labrum, al quale è poggiato una patera, e poco
più oltre di un hydria metallica rovesciata sulla quale è un ramo di palma.
Ancora qualche nota su questi affreschi per osservare che essi furono eseguiti
su uno strato piuttosto sottile di intonaco preparato in prevalenza con calcina, e
che al di là di qualche inevitabile scrostatura e qualche macchia, si presentavano
al momento della scoperta in uno stato di conservazione quasi perfetto.
La necropoli in contrada Padula
Qualche anno dopo il ritrovamento dell’ipogeo, nel febbraio del 1928, in un
fondo di proprietà del cav. A. Cafaro, sito in contrada Padula, in seguito al
fortuito ritrovamento di due tombe, fu scoperto una vasta necropoli pre-romana.
In un primo momento furono scavate, clandestinamente, sei tombe, di cui, per
fortuna, in seguito al tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria prima e della
Soprintendenza poi, fu possibile recuperare e ricomporre con una certa sicurezza
i relativi corredi asportati. Solo successivamente, dopo accordi intercorsi con il
proprietario, la Soprintendenza, diretta in quella contingenza dal famoso archeologo
napoletano Amedeo Maiuri, dispose una più articolata campagna di scavi, diretta
da E. Tarabbo, che portò alla scoperta di altre quindici tombe integre e complete
che, sommate alle prime sei, formarono un complesso di ventuno
sepolcri (9).

Caivano, località Padula, veduta degli scavi nel febbraio 1928.
Le tombe, scavate e disposte su uno strato di terreno impermeabile, erano
disposte parallelemente in direzione est-ovest ed erano generalmente realizzate a
cassa di tufo con il fondo dello stesso materiale; altre erano scavate direttamente
nel terreno e si presentavano ricoperte da lastre di tufo o da
tegole (10). Ben diciassette erano dotate di corredo
funerario e undici di queste si potevano ritenere sicuramente maschili per la
presenza o della lancia, o della spada, o dello strigale (11).
Per le sostanziali differenze strutturali, i corredi, a lungo conservati nel Museo
Nazionale di Napoli e solo recentemente risistemati nelle vetrine del neonato
Museo Archeologico dell’Agro Atellano di Succivo, si possono dividere in
due gruppi (12).
Il primo, relativo alle tombe contrassegnate durante gli scavi con i numeri I,
III, V, VI, VII, X e XIV, si configura, per la presenza di corredi molto ricchi
e con numerosi vasi figurati, come espressione di un elevato grado sociale dei
sepolti ed è pertanto legato ad una cultura di tipo urbano; in queste tombe
compare, infatti, di solito, una lekythos, un guttus, un ricco servizio da mensa
composto di piatti, skyphos, kylikes, coppe, coppette e brocchette, un’hydria
e un’anfora a manico, la cosiddetta bail-amphora, il contenitore al cui interno
era deposte le offerte al defunto.

Tipi di tombe pre-romane (da A. Cantile,
Frignano nella storia, Aversa, 1985).
Il secondo gruppo, relativo alle tombe IX, X, II, XIII e XVI, si configura,
invece, per la costante presenza dello stammos e di un’olla di argilla acroma
(la quale come si ricorderà prima di essere seppellita con il morto era servita
ad usi agricoli), più legati ad una cultura di ispirazione contadina. Del resto la
restante parte del corredo è costituita per lo più, tranne che nelle tombe IX e XI,
più ricche, da modesti servizi da mensa a vernice nera integrati dalla presenza
dell’askos che sostituisce il guttus e in taluni casi della lekythos.
Il corredo funerario delle tombe VIII e XII, oltre che dagli oggetti di carattere
personale, è costituito dal solo unguentario mentre la tomba XVIII, caratterizabile
per le sue ridotte dimensioni come la tomba di un bambino, presenta un
corredo funerario formato esclusivamente da una brocchetta.

Una delle tombe appena scoperta.
Quanto alla datazione della necropoli, per la presenza dei numerosi vasi a figure
rosse, essa fu fissata, abbastanza attendibilmente, fra il 350 ed il 320 a.C. con
la sola esclusione delle tombe VIII e XII, che furono ritenute più tarde.
La maggior parte dei vasi figurati è attribuibile alla prima fabbrica di Capua ad
esclusione di quelli delle tombe VI e XIV che sono di fabbricazione cumana,
mentre la ceramica a vernice nera è genericamente considerata di produzione
campana o al più di produzione meridionale. La presenza di corredi misti con
vasellame a figure rosse e vasellame a vernice nera ancora a tutto il IV secolo
a.C. si spiega con la presenza a Capua di ceramografi ancora dediti, sullo
scorcio di quel secolo, alla produzione della cosiddetta ceramica campana a figure
nere nonostante i bruschi cambiamenti di indirizzo cui era andata incontro la cultura
artistica della città dopo i profondi cambiamenti politici intercorsi nella prima metà
del secolo (13).
Sempre per quanto concerne i vasi figurati è stato possibile attribuirne la paternità
a pittori ben definiti stilisticamente, ai quali mancando naturalmente i dati anagrafici,
sono stati convenzionalmente imposti i nomi di pittore di Caivano, pittore di
Parrisch, pittore Siamese, pittore CA, pittore del duello (14).

Corredo della tomba I, necropoli di località Padula.
Nel passare ora ad illustrare in dettaglio i corredi delle singole tombe si premette
che a ragione della mancata sorveglianza della Soprintendenza nello scavo delle
prime sei tombe, permangono alcuni dubbi circa la reale consistenza di essi.
In ogni caso, secondo la ricostruzione dei tecnici del tempo nella tomba I furono
recuperati un’hydria, un’anfora e un grande skyphos a figure rosse, un piatto
a figure rosse con fondo in cornice nera, cinque scodelle a vernice nera, un
guttus a vernice nera. Attualmente risultano però irreperibili lo skyphos, tre
scodelle e il guttus. Facevano parte della tomba frammenti di uno strigile
e di un gladio anch’essi perduti.

Corredo della tomba III, necropoli di località Padula.
Per le forme eleganti, le raffigurazioni e, soprattutto, per la mirabile freschezza
dei colori ravvivati da tocchi sovrapposti nei toni bianco, violaceo e giallo-oro,
il pezzo più pregiato di questo corredo è rappresentato dall’hydria sul cui lato
anteriore fanno bella mostra di sé due guerrieri sanniti contrapposti mentre
eseguono una sorta di “danza armata” e non già, come viene subito da pensare
ad una prima sommaria occhiata, nell’atto di duellare.
Gli altri vasi figurati accolgono per lo più teste femminili, figure nude o vestite,
figure a cavallo, in un caso, sul fondo del piatto, tre perche. In particolare
l’anfora accoglie su entrambi i lati figure virili mentre lo skyphos mostrava sulla
faccia principale la figura di un guerriero seminudo, coperto solo di una corta
tunica, nell’atto di stringere con la destra le redini di un cavallo e su quella
secondaria una grottesca figura di efebo ammantato. Di esecuzione piuttosto
trascurata è invece la ceramica a vernice nera ornata per lo più di mascherine
gorgoniche all’interno di motivi decorativi a palmette. Nulla si trasse invece,
secondo le relazioni di scavo, dalla tomba II.

Corredo della tomba V, necropoli di località Padula.
La tomba III restituì, viceversa, due anfore a figure rosse quasi simili nelle dimensioni,
uno skyphos a figure rosse, una lekythos a figure rosse, tre kylix, di cui uno a
figure rosse e due a vernice nera, due boccaletti e una scodellina a vernice nera,
i resti di una punta di lancia. Anche per questo corredo bisogna registrare alcune
lacune: mancano, infatti, il kylix a figure rosse, uno dei boccaleti e la punta di lancia.
La superficie figurativa dell’anfora più grande, delimitata da un fregio con meandro
ad onde, è divisa in due scene occupate entrambe da figure di efebi. Una bella
figura di efebo, raffigurato completamente nudo con i soli piedi chiusi da una
bassa calzatura allacciata alla caviglia mentre è nell’atto di scoccare una freccia
dall’arco, orna anche la facciata anteriore dello skyphos; più trascurata, invece,
l’altra figura di efebo sul lato opposto. Un efebo alato nudo seduto su un rialzo
roccioso contraddistingue altresì il kylyx, mentre una figura femminile avvolta in
un ampio mantello e adorna di monili e di diadema compare sulla faccia principale
dell’altra anfora. Una scena di gineceo con due figure femminili in atto di conversare
costituisce, invece, l’unica raffigurazione presente sulla lekythos.

Succivo (CE), Museo Archeologico
dell’Agro Atellano, Hydria a figure
rosse (dal corredo della tomba V).
Della ceramica a vernice nera, infine, si fa menzione di uno solo dei due kilyx, quello in cui si osserva, sul fondo, un motivo decorativo costituito da un fiore a sei petali accerchiato da cinque palmette.

Succivo (CE), Museo Archeologico
dell’Agro Atellano, Anfora a figure
rosse (dal corredo della tomba V).
Mentre poco o nulla si poté recuperare dalla tomba IV che restituì i soli resti di
una lancia, dalla tomba V, si cavarono, insieme ad un’anfora a figure rosse,
due lekythos ariballiche a figure rosse, uno skyphos a figure rosse, una brocchetta
a vernice nera, un guttus a vernice nera, quattro coppe a vernice nera, due
scodelle a vernice nera e un’hydria a figure rosse che, per l’accuratezza dell’esecuzione,
per la freschezza e la vivezza dei colori va senza dubbio considerato il miglior
esemplare di tutta la serie vascolare della necropoli. Sulla parte anteriore del
manufatto è raffigurata il sacrificio di Polissena. Un racconto mitologico, alimentato
dalla letteratura epica medievale, riporta che durante le guerre troiane, all’eroe
greco Achille fu offerta la mano di Polissena, la figlia di Priamo di cui si era
follemente innamorato, se solo avesse acconsentito a togliere l’assedio alla città.
Invitato dalla bella fanciulla ad offrire un sacrificio ad Apollo, mentre era
inginocchiato dinanzi all’altare, Achille fu colpito al tallone, l’unica parte di cui
era vulnerabile, dal fratello di lei Paride. Dopo la conquista di Troia il fantasma
di Achille apparve ai capi dell’esercito greco chiedendo che Polissena fosse
sacrificata sulla sua tomba. Il compito fu assolto da Neottolemo, figlio
dell’eroe (15). Conformemente al racconto, sul vaso
di Caivano Polissena è raffigurata in ginocchio presso la tomba di Achille
nell’atto di essere giustiziata da Neottolemo che leva su di lei la spada. Nella
pittura vascolare il sacrificio di Polissena ricorre già altre volte: si cita in particolare
un’anfora tirrenica a figure nere del 550 a.C. conservata nel British Museum
di Londra.
Sugli altri vasi a figure rosse che compongono il corredo compaiono ora
personaggi a figura intera (giovani ammantati, guerrieri, donne) ora teste
femminili mentre sui manufatti a vernice nera prevalgono soprattutto motivi
decorativi a palmetta, solcature e, in un caso, una maschera gorgonica appena
accennata. Va ancora evidenziato che con il corredo si ritrovarono una punta
di lancia di ferro e una piccola moneta, frazione d’obolo di Neapolis, con
l’immagine di Apollo laureato nel recto e di un toro androprosopo (a metà
corpo) (16). Sia l’una sia l’altra non sono purtroppo
più reperibili (17).

Corredo della tomba VI, necropoli di località Padula.
La tomba VI offrì un corredo non molto ricco, costituito in prevalenza da
ceramica e da una cuspide di lancia. La suppellettile vascolare, di non eccelso
interesse artistico, è costituita a due anfore, da un’hydria, da uno skyphos,
tutte a figure rosse, da due piatti, di cui uno a vernice nera, l’altro a figure rosse,
e da un guttus a vernice nera. Sia l’hydria sia una delle anfore sono ornate da
scene di carattere funerario: nella prima è rappresentata una scena votiva per un
giovane guerriero sannitico morto che, seduto su un masso roccioso presso la
sua tomba costituita da un pilastro rotondo, è affiancato a sinistra da un efebo
con la testa cinta da un ramoscello d’ulivo e a destra da due figure femminili di
cui una a seno nudo seduta l’altra munita di grandi ali; nella seconda è invece
raffigurata una pensosa figura femminile che indossa un lungo chitone senza maniche
mentre si accinge a deporre una patera ed una ghirlanda ai piedi di una stele
funeraria a forma di grande pilastro presso la quale è seduta la defunta, vestita
anch’ella di un lungo chitone.
L’altra anfora presenta nel registro inferiore del lato principale la figura di
un guerriero sannita nei pressi di un pilastro rotondo poggiante su un plinto;
nel registro superiore, completano la decorazione, due figure femminili,
quella a destra vestita di una lunga tunica, quella a sinistra seminuda con i
fianchi e le gambe coperte da un mantello.
Lo skyphos, invece, è ornato, immediatamente nei pressi dell’orlo, da un
fregio di meandro ad onde sottostante al quale si sviluppa, sul lato anteriore,
la raffigurazione di due figure femminili, adorne di orecchini, collane ed armille,
che indossano un largo chitone senza maniche cinto alla vite. L’altro lato accoglie
due figure di efebi ammantati con la testa cinta di tenia e corona di perle.
Molto semplice il motivo decorativo a figure rosse che adorna il piatto
costituito da una torpedine, due saraghi e una conchiglia disposti in circolo
all’interno di un meandro ad onda.

Corredo della tomba IX, necropoli di località Padula.
Ancora più povera si rivelò la tomba successiva, la VII, dove si ritrovarono
una lekythos a vernice nera e uno skyphos a figure rosse con l’immagine di
un personaggio seduto con la testa di un efebo, il torso (nudo) femminile e
le gambe coperte da un mantello, nell’atto di reggere una coppa. Con i due
vasi fu ritrovata una moneta, frazione d’obolo di Neapolis, con l’immagine
di Apollo laureato nel recto e di un toro androprosopo e di un delfino nel
diritto, attualmente irreperibile.
Dalla tomba VIII si cavarono due soli balsamari fusiformi di terracotta
grezza e una moneta di bronzo simile a quella sopra descritta.
Per quanto di scarso interesse, il corredo della la tomba IX si presenta
più nutrito. Esso è infatti costituito, oltre che da un anellino di bronzo,
da un’olla di terracotta grezza (un’altra olla, più grande risulta dispersa),
da uno skyphos, da un lekythos ariballico, da un askos, da una piccola
brocca e da quattro scodelle tutti a vernice nera. Tre delle scodelle
presentano sul fondo una decorazione formata da cinque meandri disposti
entro un cerchio.

Corredo della tomba XI, necropoli di località Padula.
La tomba X restituì un askos ed una lekythos a vernice nera (attualmente
irreperibile), una piccola brocca dal fondo grezzo verniciato in nero, una
patera a due anse a vernice nera (anch’essa irreperibile), una scodella,
sempre a vernice nera ma con sul fondo una decorazione a stampo costituita
da un poligono a sette lati con palmette agli spigoli e con al centro quattro altre
palmette disposte a croce, una grande olla di terracotta grezza, due altre piccole
scodelle, tre frammenti di una cuspide di lancia e vari residui bronzei di lamina
appartenenti ad un cinturone. Questi ultimi risultano, però, con i frammenti
della lancia, attualmente mancanti.
Nella tomba XI furono invece ritrovati uno skyphos e un askos a vernice nera,
un boccaletto panciuto con ansa a nastro, una lekythos panciuta con bocca
ad imbuto in vernice nera, una kylik di argilla anch’essa a vernice nera,
quattro scodelle di diverse misure di cui una piuttosto grande, sempre
verniciate in nero, una piccola ciotola a forma di calotta rovesciata. Va
con rammarico registrato che anche per questo corredo mancano
la lekythos e la scodella grande.

Corredo della tomba XIII, necropoli di località Padula.
Due balsamari di terracotta rustica, a forma di piccolo orcio, e un anellino in
bronzo a fascia costituiscono quanto emerse dalla tomba XII.
Manca di diversi pezzi, il corredo della tomba XIII, già di per sé non molto
ricco. E’ ancora presente, fortunatamente, l’oggetto più importante costituito
da uno skyphos a figure rosse con la vivace immagine, sul lato principale, di
un guerriero con elmo che si copre per metà il volto con uno scudo, e con
l’immagine del solito efebo sulla faccia secondaria. Gli altri pezzi residui sono
rappresentati da un askos e da un kylix a figure nere. Mancano una grande
olla di terracotta rustica, un piccolo stamnos e tre scodelle di dimensioni varie,
tutti a vernice nera, oltre che da una grande coppa con un alto piede cilindrico,
sempre a vernice nera. Insieme al corredo furono ritrovati frammenti di ferro
relativi ad una cuspide di lancia, e frammenti di bronzo, appartenenti ad un
cinturone anch’essi purtroppo dispersi (18).

Succivo (CE), Museo Archeologico
dell’Agro Atellano, Skyphos a figure
rosse (dal corredo della tomba XIII).
Notevolmente più ricco, benché anch’esso depauperato dalla dispersione di
alcuni pezzi, il corredo della tomba XIV. In particolare si segnalano, tra gli
oggetti superstiti, due anfore a figure rosse: una, dal corpo allungato, con la
raffigurazione di una grande testa femminile sul collo e di un cespo d’acanto
sotto le anse, e con la raffigurazione, sul lato principale, di tre figure femminili
di cui una, nuda, seduta su una roccia; un’altra, con le immagini contrapposte
sui due lati altrettante figure femminili, una nuda, l’altra ammantata. Preziosa
per le rappresentazioni a figure rosse anche un’hydria dal piede campanulato,
ornata, sotto l’ansa verticale, da una palmetta arricchita da un arcobaleno di
foglie e fiori, e , nel lato anteriore, da quattro figure femminili, disposte su due
piani, nell’atto di conversare. Il resto del corredo è costituito da una piccola
oinocheae a vernice nera con grande testa femminile dipinta sul lato anteriore,
da un kilix a vernice nera , da un piatto con pesci dipinti sul fondo e fregi di
meandro ad onda. Sono irreperibili, invece, uno skyphos a vernice nera con
figure rosse di donne su entrambi i lati, una lekythos ornata da teste femminili,
tre scodelle a vernice nera, un uovo fittile votivo di terracotta e quattro frammenti
di ferro appartenenti alla cuspide di una lancia (19).
Dalla tomba XV si ricavò una sola monetina di bronzo simile a quella ritrovata
nell’altra tomba.

Corredo della tomba XIV, necropoli di località Padula.
Un’altra monetina di bronzo, proveniente da Irnum, fu trovata anche nella tomba
successiva insieme ad un gladio di ferro molto ossidato (entrambi dispersi) e ad un
piccolo corredo costituito da un‘olla di terracotta rustica, da un askos e da uno
skyphos a vernice nera, da una piccola brocca e da due scodelle ugualmente
verniciate in nero.
Le tombe XVII e XIX, destinate a fanciulli, erano prive sia degli scheletri che dei
corredi mentre la tomba XVIII, destinata ad un ragazzo, conteneva solamente una
piccola brocca rustica adorna di una semplice striscia rossa intorno alla bocca.

Succivo (CE), Museo Archeologico
dell’Agro Atellano, Hydria a figure
rosse (dal corredo della tomba XIV).
Nella tomba XX si rinvennero una piccola brocca di terracotta con fasce rosse, una lekythos panciuta e un kylix a vernice nera, due scodelle di diverse dimensioni sempre a vernice nera, due manici sottili di bronzo appartenenti forse a piccoli vasi. Questi ultimi e la brocca non sono però più reperibili (20).

Succivo (CE), Museo Archeologico
dell’Agro Atellano, Anfora a figure
rosse (dal corredo della tomba XIV).
Nulla da segnalare, infine per la XXI tomba, priva sia di scheletro che di corredo.
La necropoli di contrada Fossa del Lupo
Nel gennaio del 1958, durante i lavori di pulizia di un invaso comunale in
località Fossa del Lupo, a nord-est dell’abitato, sulla sponda destra, in un
fondo di proprietà della parrocchia di santa Barbara, fu rinvenuta una tomba
del tipo a cassa.
Il sacello, orientato da est ad ovest, era a circa due metri di profondità ed
era stato probabilmente violato già in età romana, come lasciò ipotizzare la
presenza, insieme con ciò che era rimasto del corredo, di un frammento di
“sigillata chiara” e il fatto stesso che la copertura si presentava a due
spioventi. Purtroppo l’impossibilità di poter procedere ad un più sistematico
lavoro di recupero per un intercorso temporale che provocò il rigonfiamento
dell’alveo e il cedimento della scarpata impedì anche una più particolareggiata
raccolta dei dati. I pochi materiali reperiti si riconducono ad un grosso frammento
di cratere a campana attico a figure rosse, ricomposto riunendo più pezzi, ad un
pyxis di forma schifoide con il relativo coperchio e ad una
lekythos (21).
Il lato principale del cratere presenta, inserita nella superficie che si svolge
tra il motivo decorativo a meandro della base e quello a ramo di olivo con
foglie molto allungate dell’aggettante orlo, una scena di banchetto con tre
uomini di cui due giacenti ed un terzo inginocchiato che regge un vassoio;
completano la scena un’auletrista (suonatrice di aulos) e un uomo con tirso
(l’asta sormontata da pampini ed edera intrecciati che portavano i seguaci di
Bacco). Sull’altro lato del manufatto la scena presenta tre giovani ammantati,
di cui quello a destra con bastone.

Succivo (CE), Museo Archeologico
dell’Agro Atellano, frammenti di cratere
a campana attico a figure rosse (dalla
necropoli di località Fossa del Lupo).
Il cratere è databile al IV secolo a.C. e si può assegnare, a buon diritto, nel gruppo
del cosiddetto Pittore del Tirso nero, gruppo nel quale rientrano almeno sei crateri di
Caudium e uno di Capua (22).
La lekythos mostra, invece, sul lato anteriore un giovane seduto avvolto da un ampio
mantello che regge con la destra un bastone e con la sinistra un uccello. Il vaso rientra
tra gli esemplari più antichi del tipo cosiddetto Pagenstecher ed è delle stesse mani
dell’artefice del vaso con il Giudizio di Paride del Metropolitan Museum di
New York (23).
La villa di Sant’Arcangelo
Alla prima metà del II secolo d.C. si data, infine, la villa rinvenuta alcuni anni
fa nei pressi dei ruderi del castello longobardo di Sant’Arcangelo, un’antica località
ora abbandonata a circa due chilometri a nord-est di Caivano, della quale fu però
sufficientemente indagato il solo ambiente termale. Già nel passato, come testimonia
il Lanna, la zona era stata teatro di occasionali ritrovamenti: “Nelle vicinanze del
distrutto villaggio furono per lo passato scoperti sepolcri antichi, che non
accennavano però a cimitero di distrutta città, perché pochi e dispersi. In essi
si trovarono vasi di creta e lucerne di varie forme. Spesso nella campagna si
rinvennero monete antiche, che il villano, o non curò se di rame, o le vendette
all’orefice se di argento od oro”(24). La maggior parte di
questa suppellettile era poi confluita nella casa dei Caldieri di Cardito, i quali, sul
finire del XVIII secolo, avevano addirittura creato, come ci ricorda il Giustiniani,
un piccolo museo con questi materiali (25).

Caivano, località Sant’Arcangelo,
resti dell’abitato medievale.
Gli scavi furono iniziati alcuni mesi dopo l’occasionale ritrovamento, nel corso
dei consueti lavori agricoli di sterro, di un frammento di un grosso pavimento a
mosaico rimasto purtroppo spezzato in più frammenti per l’azione di una scavatrice.
I dati raccolti permisero di individuare otto ambienti, sei dei quali sicuramente
pertinenti al quartiere termale del complesso, nonché un ambiente e altre strutture
più piccole attribuibili all’abitato medievale che a far data dal VIII secolo si sviluppò
all’estremità meridionale dell’area indagata. Il complesso comprendeva, nella originaria
fase costruttiva, un frigidario con due vasche ai lati, una sezione riscaldata composta da
almeno due ambienti in asse con esso, ed un terzo ambiente situato ad est della prima
sala calda; di un quarto ambiente, che pure faceva parte del complesso, non fu invece
possibile specificarne la funzione. Se ben poco si poté evidenziare della struttura in
alzato, demolita fino all’altezza dei pavimenti, risultarono, invece, in buono stato di
conservazione le due vasche del frigidario e i vani ipocausti delle termali calde. Sia
la vasca che il pavimento della sala fredda erano rivestiti con mosaici; quelli stessi
che realizzati a tessere bianche e nere con le raffigurazioni di un cavallo mitologico,
un delfino, un pesce e la testa di un bue erano stati all’origine della scoperta della
villa e della successiva campagna di scavo (26). Questi reperti,
recuperati dopo una lunga querelle tra il Comune e la Soprintendenza di cui resta
traccia nelle pagine di alcuni quotidiani e giornali locali, sono attualmente depositati
presso il Museo archeologico dell’Agro Atellano in attesa della definitiva
sistemazione (27).

Caivano, località Sant’Arcangelo,
villa romana, frammenti di mosaico.
Nel corso dell’età media e tardo imperiale, gli ambienti termali furono ristrutturati almeno due volte. Con il primo intervento la sala fredda mantenne il suo assetto originario, anche se le vasche furono ridotte di dimensioni e rivestite con lastre di marmo colorato, mentre i muri perimetrali della sala a nord furono completamente abbattuti e il settore ”caldo” ridisegnato.

Caivano, località Sant’Arcangelo,
villa romana, il mosaico.
Gli ambienti riscaldati (almeno tre) furono posti in asse con il frigidario, mentre gli ambienti alle loro spalle, ridotti di dimensioni, furono integrati nel nuovo percorso termale, mantenendo in qualche caso le funzioni originarie.

Caivano, località Sant’Arcangelo,
villa romana, ambienti termali.
In una fase successiva, non ancora ben precisabile cronologicamente, il prospetto occidentale del complesso termale fu interessato da una nuova ristrutturazione che produsse, accanto ad una modifica del percorso balneare, anche una diversa sistemazione dell’area antistante.

Caivano, località Sant’Arcangelo,
villa romana, ambienti termali.
Due delle sale riscaldate furono dotate di altrettante vasche per il bagno a
immersione, la terza fu invece trasformata in sala fredda.
Tra la fine del VI secolo d.C. e la prima metà del secolo successivo gli ambienti
termali, dopo essere stati spoliati quasi completamente dei marmi di rivestimento
e degli elementi metallici (grappe, fistole, ecc.), in seguito, forse, ad un temporaneo
abbandono, incominciarono ad essere utilizzati per lo scarico dei rifiuti. Per i secoli
successivi la continuità dell’occupazione dell’area risultò documentata da alcune
strutture murarie, ancora non precisamente databili, ma in ogni caso anteriori al
XV/XVI secolo a giudicare dai numerosi frammenti di ceramica databili tra l’VIII
e il X/XII secolo ritrovati in uno strato che copriva il piano pavimentale. Frammenti
analoghi furono ritrovati, insieme a scarichi di rifiuti domestici, anche in una serie di
fossi ricavati dagli strati di riempimento dei vani ipocausti e nelle strutture murarie
romane. Gli strati di riempimento di un pozzo restituirono invece frammenti di
ceramica e abbondanti resti ostologici databili al XV/XVI secolo.

Caivano, località Sant’Arcangelo,
villa romana, veduta degli scavi.
A questo lasso di tempo si potrebbe riconnettere anche un’ampia vasca di forma
pressoché quadrata con pozzetto circolare sul fondo, rivestita con malta idraulica,
per la cui realizzazione era stata distrutta la porzione settentrionale della vasca ovest
del frigidario. Un’altra serie di fosse agricole evidenziate dagli scavi si connette invece
ad un contesto più tardo, databile tra l’800 e i giorni nostri e relativo allo sfruttamento
produttivo dell’area.
Appendice
Anfora: grande contenitore panciuto con anse orizzontali sul
ventre, sul collo e sulle spalle, usata per il trasporto e la conservazione dei liquidi.
aulos: strumento a fiato simile ad una zampogna.
cratere: grande recipiente a bocca larga usato per mescolare
acqua e vino.
Guttus: vaso per contenere oli profumati.
labrum: vasca di fontana.
lekythos: vaso per contenere profumi.
hydria: brocca per versare acqua, generalmente fornita di
due anse orizzontali e di una verticale.
kylik: coppa con piede sottile e tazza molto ampia, poco
profonda, con due anse orizzontali.
oinochoe: brocca usata per il vino, con bocca trilobata ed
una sola ansa verticale.
olla: recipiente per la conservazione o la cottura dei cibi.
opus incertum: struttura muraria costituita da conglomerati
irregolari.
patera: scodella bassa adoperata nei sacrifici.
pedum: bastone da pastore.
pyxis: scatoletta con coperchio per unguenti e profumi.
phiala: coppa metallica larga e bassa.
rhyton: bicchiere per vino, tipico dell’antica Grecia, largo
nella parte superiore, appuntito nella parte inferiore, spesso terminante con la
raffigurazione di una testa di animale.
syringa: strumento di forma trapezoidale formato da una
serie di canne di differente lunghezza tenute insieme da una corda.
skyphos: coppa di medie dimensioni.
stamnos: recipiente con due anse per conservare vino e olio.
Note:
(*) I risultati di questa ricerca non hanno la pretesa di essere esaustivi. Mancano
infatti, per scarsezza di documentazione, i dati relativi allo scavo di necropoli, costituite
per lo più da tombe a cassa di tufo che contenevano a volte ricchi corredi, ubicate in
località Cantaro e Masseria d’Ambra, e nella zona a nord della città fino alla frazione
Pascarola. Come anche mancano, i dati relativi a tutti quei ritrovamenti che, specie
nel passato, ritenuti dai contadini di poca importanza, anzi dannosi dal momento che
le tombe trovandosi spessa a basse profondità danneggiavano aratri e altri strumenti
di lavoro, erano sistematicamente distrutti o destinati al più ad altri usi, come ad esempio
ad abbeveratoi di animali domestici; ovvero, ancora, tutti quei ritrovamenti, tantissimi,
depredati da vere e proprie organizzazioni malavitose dedite al traffico dei reperti
archeologici (si cita in merito, per quest’ultimo aspetto, E. DI GRAZIA, Le Vie
Osche nell’agro aversano, Napoli 1970, pp. 10-14).
(1) V. MUGIONE, in un articolo inedito riportato da S. M.
MARTINI, Caivano Storia, tradizioni e immagini, Napoli 1987, pp. 24-25.
(2) G. FLECHIA, Nomi locali del napolitano derivati da
gentilizi italici, Torino 1874, pag.13.
(3) La gens Calavia, fra le maggiori di Capua nell’IV-III
secolo a.C., è attestata in età osca a Cumae e in età romana a Puteoli, Nuceria,
Capua e Pompei (cfr G. CAMODECA, I senatori della Campania e delle regiones
II e III, in «Epigrafia e ordine senatorio (Tituli, 5)», Roma 1982, pag. 130.
(4) G. LIBERTINI, Persistenze di luoghi e toponimi nelle
terre delle antiche città di Atella e Acerrae, Frattamaggiore 1999, pag. 35.
(5) T. LIVIO, Ab Urbe Condita, XXIII, 2-10.
(6) S. M. MARTINI, op. cit., pag. 26.
(7) Per facilitare ai lettori meno addentro la materia la comprensione
di questo ed altri termini specifici che compaiono nell’articolo, si riporta in appendice
un piccolo lessico, cui si rimanda per i chiarimenti del caso.
(8) O. ELIA, L’ipogeo di Caivano, in «“Monumenti antichi
dell’Accademia dei Lincei»”, vol. XXXIV (1931), pp. 421-492.
(9) O. ELIA, Caivano Necropoli pre-romana, in «Notizie
degli scavi d’Antichità» (1931), pp. 577-614.
(10) Le tombe di tufo sono generalmente costruite con lastre
dello spessore di 20 cm. circa, di colore grigiastro (per un fenomeno di silicizzazione
che ne altera l’originario colore bianco); hanno forma di quadrilatero retto; le varie
facce non sono saldate insieme, e tuttavia il peso e la pressione le fanno aderire
perfettamente. La copertura è costituita da una lastra dello stesso spessore, talvolta
da tre pezzi di uguali dimensioni.
(11) La presenza in alcune di esse dello scheletro induce a
credere che il rito funerario praticato fosse quello dell’inumazione.
(12) AA.VV., Museo Archeologico dell’Agro Atellano,
s.l., s.d. (ma 2002), pp. 14-15.
(13) B. GRASSI, La ceramica campana a figure nere, in
«Il Museo Archeologico dell’Antica Capua», Napoli 1995, pag. 45.
(14) A. D. TRENDALL, The red-figured vases of Lucania,
Campania and Sicily, Oxford 1967.
(15) R. GRAVES, I miti greci, Milano 1983, alle voci Achille
e Polissena.
(16) Non è difficile collegare la presenza di una moneta nelle
tombe osche con l’uso greco di porre in bocca al morto una moneta che servisse da
obolo per Caronte, il traghettatore infernale. Questa analogia indica, peraltro, quale
notevole influsso sulla civiltà indigena dovettero avere quelle più evolute delle
popolazioni orientali.
(17) G. D’HENRY, Caivano località Padula, scheda in: La
cultura materiale nelle aree limitrofe, cat. della mostra di Napoli «Napoli antica», pag. 322.
(18) G. D’HENRY, op. cit., pag. 327, nota 17.
(19) Ibidem, pag. 327, nota 9.
(20) Ibidem, pag. 325, nota 13.
(21) W. JOHANNOWSKY, Caivano località Fossa del Lupo,
scheda in La cultura…, op. cit., pag. 328.
(22) Sul pittore di Tirso cfr. J. D. BEAZLEY, Attic Red-Figure
vase-painters, Oxford 1963, pag. 1431.
(23) Corpus Vasorum Antiquorum, Italia 29, Capua III,
n. 1.
(24) D. LANNA, Frammenti storici di Caivano, Giugliano
in Campania 1903, pag. 38.
(25) L. GIUSTINIANI, Dizionario Geografico ragionato,
Napoli 1797, t. III, ad vocem Cardito.
(26)La tecnica del bianco e nero e la raffigurazione del ciclo
marino negli ambienti termali sono tipiche di questo periodo (cfr. G. BECATTI, Scavi
di Ostia IV I mosaici, Roma 1961, pag. 310 e 318).
(27) A. TRILLICOSO, Caivano: alla luce la storia della città,
in «Il Mattino» del 31/1/1995; A. TRILLICOSO, Tra comune e Sovrintendenza è
guerra aperta sulla custodia del mosaico longobardo (sic), in «Il Mattino» del
10/5/1995; G. LIBERTINI, “Salvate la storia”, in «Cogito», a. II, n. 15 (18/5/1995),
pp. 16-17; F. CELIENTO, Memorie storiche cancellate dall’incuria a Caivano,
in «Cronaca di Napoli» del 7/9/1995.