RECENSIONI

CARMELINA IANNICIELLO (LOTO), IL RESPIRO DELL’ANIMA. SILLOGE DI POESIE, Istituto di Studi Atellani [Quaderni ISA, 6], Frattamaggiore 2002.

Questa silloge di poesie di Carmelina Ianniciello, sensibile e delicata poetessa frattese, consta di 27 poesie, di cui 2 scritte in vernacolo, si fregia della prefazione della professoressa Silvia D’Afflisio Maiello e di una breve, ma toccante, presentazione del Preside Capasso.
Carmelina, che si cela dietro lo pseudonimo di Loto, è nata a Frattamaggiore (Napoli), fin da ragazza ha coltivato la passione per la poesia, unitamente a quella per la ricerca storica e la pittura; socia e attiva promotrice dell’Istituto di studi locali, è attualmente docente di Lettere presso l’I.T.C. “Gaetano Filangieri” della sua città. Nel curriculum della nostra autrice c’è una decennale parentesi lavorativa nelle scuole del Nord che ha notevolmente arricchito la sua professionalità.
Non è un caso che Il respiro dell’anima sia stato presentato per la prima volta al pubblico il 28 settembre 2002, nella sala consiliare del Comune di Frattamaggiore, insieme al pregevole libro dello storico Sosio Capasso, Giulio Genoino. Il suo tempo, la sua patria, la sua arte. E’ un accostamento felice e contiguo, un metaforico filo che intreccia il passato al presente.
Possiamo dunque affermare che Frattamaggiore è terra di poeti, musici, scrittori?
Dalle promozioni culturali dell’Istituto di studi atellani che abbiamo avuto modo di seguire ed apprezzare, si evince una tradizione storica non comune, costellata da uomini di ingegno che hanno dato lustro a questa città.
La particolarità della nostra autrice, che si riscontra nella lettura veramente piacevole di questo testo, è nella composizione stessa dei versi che sono stati scritti da una donna moderna, ma, percorrono anche sentieri che si riallacciano al passato, a questa terra ricca di “humus” culturale che ha dato i natali a tanti artisti come, appunto, il poeta–commediografo Genoino.
Pur rispettando le naturali differenze tra i due autori, leggendo le loro liriche possiamo constatare che sono tanti i punti in comune.
In entrambi, infatti, c’è alla base la stessa giovane freschezza, il garbato senso dell’ironia oltre che un autentico amore per i giovani e per il teatro, questo ultimo inteso come mezzo utile e indispensabile nel processo educativo.
Carmelina ha presentato tempo fa con i suoi alunni una delle commedie di Giulio Genoino con costumi d’epoca L’istinto del cuore e questo che è solo uno dei tanti lavori di successo della Ianniciello lo citiamo a testimonianza di come la poetessa frattese sia sempre stata attenta e rispettosa delle tradizioni e del patrimonio culturale inestimabile ereditato dai suoi concittadini.
Ma tornando alla poesia possiamo dire che la silloge della nostra autrice è scaturita indubbiamente dalle profonde riflessioni di un animo sensibile (del resto, quale poeta non lo è?) ma la sua originalità sta nel percorso stesso fatto dall’autrice: dalle fonti di ispirazione al frutto poetico che si concretizza nella composita armonia dei versi.
Quali sono dunque le sorgenti comuni a cui hanno attinto un artista vissuto a cavallo tra il 18° e il 19° secolo e una donna dei nostri tempi?
Anzitutto sono entrambi frattesi e, non è poco, se pensiamo che entrambi appartengono a questa terra ricca di storia e di miti.
Essi scrivono versi in vernacolo, celebrano la vita quotidiana popolata da personaggi semplici, autentici di una civiltà contadina che va scomparendo e da cui essi riprendono leggende e storielle della tradizione orale.
Basti citare le famose ‘Nferte e i versi struggenti della nota canzone napoletana Fenesta vascia del Genoino e ‘U presebbio e ‘A Cannavella della nostra Ianniciello.
Ricordiamo sempre del Genoino le liriche in lingua italiana come La partenza che riecheggia l’omonima canzonetta del Metastasio e di Carmelina citiamo la poesia Lionora scritta in onore dell’eroina della Rivoluzione Partenopea Eleonora Pimentel Fonseca.
Ci è particolarmente gradito sottolineare anche il richiamo ai grandi miti del passato presente nella poesia di entrambi nel Viaggio poetico pe’ Campi flegrei dell’illustre poeta e in Una sera al borgo in cui la nostra autrice immagina «Partenope, dolce Sirena che s’inebria d’amore tra i flutti spumeggianti».
E ci colpisce per la sua ironia Il ventaglio vinto al lotto, del Genoino; un ricamo di versi su un oggetto civettuolo, tanto comune nelle donne del suo tempo, quasi un omaggio alla seduzione femminile.
Poi c’è la Carmelina moderna, donna dei nostri tempi che si indigna per la vile e umiliante condizione della donna musulmana in Prigione di stoffa e si addolora per la povera rondine di Prigioniera di cemento, che è costretta a nidificare in muri - barriere, simboli crudeli della moderna civiltà…Purtroppo! Sempre più alienante e disumana.
Carmelina appartiene a quella vasta schiera di docenti che dedicano la loro vita alla scuola e all’educazione delle nuove generazioni, e, proprio da questo quotidiano contatto con la realtà giovanile che ella trova l’ispirazione per scrivere cose semplici e mirabili, per dar voce a quel fanciullino pascoliano che inevitabilmente alberga in ogni poeta.
La silloge, di questa delicata e sensibile poetessa, è una sinfonia di note poetiche che toccano tutte le corde dei sentimenti; è musica che apre le finestre dell’anima per farci partecipi del respiro stesso della vita , di quel palpito impercettibile e, così, fuggevole della nostra esistenza.
Come la stessa autrice afferma nella presentazione del testo, ella si svela, si apre agli altri in tutte le sue poliedriche sfaccettature di donna sposa, madre, educatrice, amica.
Dal lavoro di Carmelina, che è anche un’appassionata ricercatrice locale, traspare giustamente l’orgoglio delle sue origini frattesi, di questa cittadina, la cui storia, legata a Miseno, Cuma e Atella è entrata nei miti partenopei.
Oltre quelle già citate che ci sembrano più vicine all’ispirazione poetica del Genoino ci piace sottolinearne alcune poesie come Bolle di sapone, espressione dei «sogni dell’innocenza» e Zucchero filato in cui descrive con malinconica dolcezza «l’uomo della bancarella» che dispensava delizie e profumi nelle viuzze del paese, per concludere, poi, con i versi, veramente toccanti della sua più bella lirica, scritta in vernacolo, ‘A Cannavella.
In questa ultima ci commuove il lamento di una povera lavoratrice di canapa delle antiche piantagioni del nostro territorio, grido sommesso di un’umile donzelletta frattese, antico canto dei vinti, degli operai, avvezzi alla dura fatica, di uomini di una civiltà contadina, quasi scomparsa.
Il respiro dell’anima, breve ma intensa raccolta di versi, è un testo che si legge con piacere. Infatti, le liriche della nostra autrice giungono dritte al cuore dei giovani risvegliando una purezza che nel disincantato mondo di oggi sembra essere smarrita.
Questo testo dovrebbe avere la più ampia diffusione nelle scuole, non solo frattesi, per promuovere lo studio della poesia che è silenzioso e riverente ascolto del cuore in un mondo predominato dall’arroganza del fragore.
Il libro di poesie della Ianniciello ci appare, così con la magia di un ovulo fatato di vetro, un gingillo trasparente, di quelli che un tempo si mettevano in bella mostra sugli antichi comò, quelle delicate palline di vetro che, capovolte al tocco magico delle nostre mani, si riempiono di fiocchi bianchi e pagliuzze evanescenti, dolci ricordi della nostra vita.

SILVANA GIUSTO

SOSIO CAPASSO, Giulio Genoino. Il suo tempo, la sua patria, la sua arte, Istituto di Studi Atellani [Paesi ed uomini nel tempo, 22], Frattamaggiore 2002.

Quest’opera, stampata su carta lucida, si presenta con una gradevole veste editoriale; la Prefazione, nutrita di colte citazioni, è del Prof. Aniello Gentile dell’Università di Napoli, Presidente della Società di Storia patria di Terra di Lavoro.
Il libro, pregevole monografia, scritta in stile chiaro, sobrio ed elegante, è il frutto di un’attenta, minuziosa, paziente ricerca storica.
Il Capasso che, ricopre la carica di Presidente dell’Istituto di studi atellani, è impegnato in una serie di attività culturali tese a rinvigorire il ricordo dei tanti suoi concittadini che nel corso dei secoli hanno dato lustro alla loro terra. Ma chi era Giulio Genoino? Cosa ha rappresentato nella Letteratura del XVIII° secolo?
Giulio Genoino, discendente da una nobile famiglia, nacque a Frattamaggiore il 13 maggio 1771 nel palazzo padronale situato nell’odierna Via Roma.
Il dotto canonico Don Domenico Niglio, riconosciute le indubbie capacità del giovane, lo incoraggiò a proseguire gli studi classici e, come era uso nella borghesia e nella piccola aristocrazia di periferia del ‘700, i suoi genitori lo mandarono a Napoli per completare la sua educazione.
Dalle opere prodotte dall’artista frattese si deduce che ebbe una solida e eclettica formazione culturale. Infatti, il Genoino fu poeta, drammaturgo, scrittore e, perfino, buon suonatore di violino.
Il libro del Capasso traccia un profilo completo del personaggio che viene inquadrato sullo sfondo storico dei ricchi fermenti culturali e artistici del suo tempo.
Il Genoino, come l’esule Marino Guarano di Melito di Napoli, il martire Domenico Cirillo di Grumo, il professore di medicina Francesco Bagno di Cesa e tanti altri uomini illustri della nostra periferia, entra a far parte della vasta schiera di patrioti giacobini perseguitati e condannati all’esilio o alla forca dal regime borbonico.
Egli nel 1797 con decreto militare del re Borbone Ferdinando IV fu nominato cappellano militare del battaglione «Principe», ma, purtroppo questa carica sarà la causa dei sequestri e delle persecuzioni future che si accaniranno su di lui. In effetti, a causa delle simpatie giacobine presenti nell’esercito, egli, come confessore e, quindi, sacro custode dei segreti dei soldati, fu ritenuto responsabile di favorire le rivolte antiborboniche. In un clima politico avvelenato di «caccia alle streghe e di sospetti», gli furono confiscati i beni della Cappella gentilizia di San Ingenuino, poi restituitogli, una volta mutate le condizioni politiche.
In questa monografia che ha indubbio rigore scientifico-storiografico, l’autore è riuscito ad accendere di volta in volta cerchi di luce che presentano come su un palcoscenico la vita del conterraneo nei suoi molteplici aspetti.
Il Capasso pone in evidenza il Genoino patriota che, seppure marginalmente e di riflesso, vive pene e tristezze di quegli anni convulsi di fine secolo.
Infatti, l’alternanza del regime borbonico con le esplosioni rivoluzionarie nostrane e di oltralpe creavano non pochi terremoti politici le cui conseguenze furono nefaste per Napoli e il Regno del sud.
Tuttavia, il Genoino, spirito arguto e brillante, nei momenti di maggiore distensione scrive Saggio di poesie dedicato a Carolina Saliceto, dama di palazzo della Regina Carolina Bonaparte, Viaggio poetico nei Campi Flegrei indirizzato a Francesco Berio, ciambellano del re e l’ode nel 1812 in onore di Gioacchino Murat di ritorno dalla campagna di Russia.
L’autore, poi, spegne il cerchio di luce del Genoino patriota e accende quello degli affetti cari che lo legavano alla sua famiglia: Giulio che insegna a suonare il violino alla sorella Margherita, che scrive versi toccanti per la dipartita della madre, che indirizza componimenti poetici agli amici come il marchese Tommasi, Vincenzo Cammarano…, c’è il Genoino mondano, frequentatore di caffè, salotti, teatri e cenacoli alla moda nei quali fa notizia la gustosa tenzone con Raffaele Petra, duca di Vastogirardi e marchese di Caccavone che gli indirizzò un divertente e satirico epigramma. In questa contesa dai toni scherzosi, ma, mai volgari, emerge il Genoino “uomo di spirito”, egli stesso dotato di senso dell’umorismo che sa anche essere galante con le donne. Ricordiamo, a tal proposito, la poesia Il ventaglio vinto al lotto, un ricamo di versi su un oggetto civettuolo e di seduzione femminile.
Del personaggio, rivisto e approfondito dall’autore, ci colpisce la gaiezza, la sottile ironia, il gusto per le cose semplici, ma anche l’incrollabile fede del pedagogo che punta sulla scommessa educativa. Infatti, egli riesce a percepire, seppure con i limiti del suo tempo, l’importanza nella scuola del “fare”, oggi diremmo del “laboratorio teatrale” come grande mezzo di recupero dei valori nei giovani.
L’artista, autore di ben 26 piccoli drammi, scrisse L’Etica drammatica nel 1824 che fu tradotta anche in tedesco e Etica drammatica per l’educazione della gioventù che vide la luce nel 1831.
Infine, riscopriamo il Genoino autore delle ‘Nferte, cioè offerte, regalo o mancia di fine anno che venivano composte in occasione del Capodanno e di altre festività. Sono, questi, gustosi componimenti in vernacolo, lingua particolarmente amata dall’artista, che tra l’altro, è anche autore dei versi della struggente canzone napoletana Fenesta ca lucive, musicata da Guglielmo Cottrau e ispirata ad una leggenda siciliana del ‘600.
I personaggi, dunque, di queste divertenti liriche sono quelli del popolo minuto di cui il Genoino osserva i comportamenti descrivendoli, non con l’occhio altezzoso e sprezzante dell’intellettuale chiuso e ostile, ma, con lo sguardo bonario, affettuoso di uomo sapiente e indulgente, dell’aristocratico illuminato che si mescola alla gente che cammina per le strade della sua città, che ne coglie gli odori, i sapori, le gioie, le delizie ma, anche le miserie e le durezze che pure vengono esorcizzate in una sorte di dolce oblio fatto di ironia e fiducia nel riscatto umano.
Il poeta drammaturgo ebbe grande notorietà nel suo tempo tanto da meritare l’appellativo di “Metastasio napoletano”, egli, fu anche membro dell’Arcadia e, poi, Presidente dell’Accademia Pontaniana.
Ancora una volta, il Preside Sosio Capasso non tradisce le aspettative dei suoi tanti estimatori e compie un’operazione culturale di notevole interesse.
Il libro è il risultato apprezzabile di un lavoro storiografico in cui, accanto all’indubbio rigore scientifico, si ritrovano, mescolati in una felice sintesi, la sensibilità dell’uomo, la lucidità e la sorprendente freschezza dello studioso, ma, soprattutto la ferma convinzione nel continuare a tracciare un percorso didattico storico teso a riportare alla memoria collettiva gli uomini illustri della sua amatissima città. Frattamaggiore, dunque, terra di santi, scrittori e poeti? Sembra proprio di si! Infatti, essa vanta ben 60 uomini illustri, ancora tutti da riscoprire, una vera miniera per gli storici e gli appassionati di Storia locale.
Ricordarli è un nostro preciso dovere affinché le voci del passato non si disperdano in valli oscure ma, ritornino a noi in echi di valori rinnovati, linfa vitale della nostra comunità civile.

SILVANA GIUSTO

ANGELO PANTONI, Montecassino scritti di archeologia e arte, a cura di Faustino Avagliano, premessa di Philipe Pergola, Richard Hodges, Valentino Pace (Archivio storico di Montecassino, studi e documenti sul Lazio meridionale, I), Montecassino 1998, pagg. 318.

Don Angelo Pantoni, monaco di Montecassino, ingegnere e insigne studioso di archeologia e storia dell’arte cassinese, già noto autore di apprezzate monografie sul luogo, con questa sua opera ci fornisce una più precisa lettura dell’area cassinese dall’età del Ferro al medioevo. Il volume si compone di oltre 300 dense pagine, in cui si susseguono le analisi archeologiche, scientificamente accurate. L’autore dopo aver descritto Montecassino e dintorni nell’età del Ferro, analizza le tracce dell’insediamento precristiano, ricordando alcuni ritrovamenti presso monte Puntiglio, frammenti di vasellame decorato, alcuni frammenti di tegole, punte di frecce, coltellini e borchie, lastre laterizie decorate (pag. 29) ed infine, vasetti votivi, figurine fittili, fibule di bronzo e di ferro (pag. 41), recuperati a Pietra Panetta. Si susseguono le analisi archeologiche scientificamente accurate, sulla basilica di Gisulfo e tracce di onomastica longobarda a Montecassino (pag. 53 segg.), come pure l’identificazione della basilica di S. Martino (pag. 75 segg.), individuata negli scavi del 1951. Non sfugge all’autore l’ingente quantitativo di epigrafi sepolcrali, di frammenti delle medesime, rinvenute a Montecassino nel corso dei lavori di ricostruzione, che hanno offerte notizie sulla presenza di tanti personaggi settentrionali che animarono la vita del cenobio nell’alto medioevo (pag. 85 segg.). Completa questa eccellente ricerca, una esposizione di varie opinioni e valutazioni critiche sull’arte benedettina in Italia (pag. 153 segg.), opere e avanzi trecenteschi e quattrocenteschi a Montecassino, nonché i molteplici vincoli e affinità tra la basilica di Montecassino e quella di Salerno ai tempi di San Gregorio VII (pag. 195 segg.). E’ noto, del resto, che fu proprio la presenza dei Benedettini di Montecassino a promuovere, attraverso le scuole che essi crearono, quel risveglio di cultura e di arte che tanto sviluppo doveva avere nei secoli successivi e fino ai giorni nostri. L’autore pone, inoltre, in evidenza i caratteri originali di quest’arte, che la distinguono da quella più propriamente regionale e la sua diffusione, in vario grado, oltre l’ambito strettamente locale. Il Pantoni segue con grande scrupolo soprattutto le vicende artistiche dell’Abbazia, dalla sua edificazione nel 529 da S. Benedetto, fino a tutto l’alto Medioevo, che corrisponde al periodo migliore, in campo civile ed economico, della regione. Questo ultimo scorcio di tempo coincide con il rinnovamento operato dall’abate Desiderio, nella seconda metà del secolo XI. Questa ricerca vuole essere e rimanere così come è stata concepita e maturata, un contributo alla conoscenza dell’archeologia cristiana del territorio della diocesi, fondata sulla minuziosa ricostruzione delle fonti di ogni epoca, dando il giusto valore ai minimi resti archeologici collocati nel loro contesto, per cui viene fuori una storia di Archeologia e Arte di Montecassino quasi inedita e questo appare l’aspetto peculiare di questo libro. Il volume è stato curato dal monaco storico cassinese don Faustino Avagliano, che vuole consegnare alle nuove generazioni un patrimonio culturale, che trova nel proprio passato, la migliore garanzia per il futuro. Il libro, inoltre, è impreziosito dalla presentazione del professore Philippe Pergola, Rettore del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, nella quale si legge che Don Angelo Pantoni, «seppe coniugare, con altissimo rigore intellettuale e scientifico, tutte le fonti disponibili, di ogni epoca, senza dimenticare mai la dimensione religiosa del messaggio di luoghi e monumenti cristiani plurisecolari». Completano questa eccellente pubblicazione la premessa del professore Richard Hodges, il quale afferma che «è stato un privilegio aver conosciuto don Angelo Pantoni anche perché, come tutti gli antiquari, è stato egli stesso un pezzo di storia». Il ricordo di don Angelo monaco cassinese è completato dalla premessa di Valentino Pace, nella quale scrive che l’autore di questo libro «era per lui, lo studioso di cose cassinesi e benedettine in genere, che aveva avuto l’ardire di opporre articolate argomentazioni a difesa delle proprie idee contro l’autorevolissima opinione di Geza de Francovich, che aveva bollato come favola critica il concetto di arte benedettina». Un volume di grande interesse dunque, cui aggiungono rilevanza l’ottima documentazione fotografica, le annesse tavole con riferimento alle pagine del libro, l’indice dei nomi e dei luoghi, che rendono più utile la consultazione di questo lavoro e che permettono al lettore di rendersi conto del tipo di fonti consultate dall’autore.

PASQUALE PEZZULLO

NICOLA CILENTO, Pluralismo ed unità del medioevo cassinese (Secoli IX-XII), a cura di Faustino Avagliano, presentazione di Cosimo Damiano Fonseca, saggio introduttivo di Gerardo Sangermano. Montecassino 1998.

Questa pubblicazione raccoglie una serie di testi delle relazioni del prof. Nicola Cilento tenute nei Convegni sul Medioevo meridionale, organizzati da Montecassino negli anni Ottanta del secolo scorso, e di altri suoi interventi tenuti nell’Abbazia in varie circostanze.
Se l’autore fosse stato in vita, non avrebbe respinto «che sul frontespizio di una sua raccolta di saggi di storia cassinese comparissero i termini pluralismo e unità per indicare il suo percorso storiografico all’interno di quattro secoli di ricca e incisiva presenza della più insigne istituzione monastica del Mezzogiorno d’Italia», che fu nei mezzi tempi il palladio della letteratura e del sapere. Questa raccolta di scritti prende tre «direzioni»: quella longobarda e normanna, quella capuana e, infine, quella ecclesiologica per indicare «i principali vettori di polarizzazione del monachesimo cassinese», come afferma nella presentazione il prof. Cosimo Domenico Fonseca. Partendo da questa premessa, il prof. Cilento, pone la storia di Montecassino al centro non solo di vicende locali dell’Italia meridionale ma anche di interventi che si inseriscono con grande efficacia nel più ampio quadro della storia generale, precisando ancora come l’abbazia cassinese, con la pienezza della sua giurisdizione, si fosse inserita pienamente nel Mezzogiorno della penisola finendo da ultimo, per condizionarne le scelte politiche. Al termine del primo trentennio del secolo XI l’Italia meridionale e la Sicilia si trovavano in uno stato di permanente anarchia per le continue lotte che i potentati locali si facevano tra loro e con i paesi stranieri. Questi stati erano i ducati di Gaeta, Napoli, Amalfi e più tardi Sorrento i quali rappresentavano l’ultimo baluardo bizantino: stati derivati da una medesima origine eppure, non di rado, nemici fra di loro oltre che con gli altri. La dominazione longobarda era rappresentata largamente da tre stati con titolo di principati: Capua, Benevento, Salerno egualmente fra loro nemici, più spesso nemici con gli altri stati autonomi di origine bizantina. La Puglia, gran parte dell’attuale Basilicata, e della Calabria, denominati Catapanato d’Italia, erano sotto la diretta dominazione bizantina. La Sicilia era in mano ai Musulmani. Alla metà del dodicesimo secolo tutto il Sud della Penisola era passato in mano ai normanni, circostanza dovuta alla loro sagacia e al loro valore, ma anche per il favore concesso ai normanni dal papato romano. Questo grande avvenimento lo propiziò il grande abate di Montecassino, l’insigne beneventano Desiderio (1058-1086), futuro papa con il nome di Vittore III, il quale da grande politico dell’epoca, nonostante che i normanni gli avessero ucciso il padre, seppe mettere da parte i suoi sentimenti personali , comprese prima di altri componenti dell’alto clero che non era più possibile espellere dall’Italia meridionale i nuovi dominatori, e poiché bisognava subirli, meglio era rivolgere alla chiesa le nuove e vergini forze. Da questa silloge del Cilento, si nota che è grande nella sua storiografia la presenza di Montecassino e risulta che egli è convinto che la storia di questa abbazia (nonostante sia stata distrutta per ben tre volte nei secoli, per la cieca volontà dei violenti, altrettante volte sia risorta dalle ceneri) abbia influenzato nei secoli le scelte politiche dell’Italia meridionale. Rilievo nel lavoro del Cilento ha anche il capitolo VI, il cui titolo è Cultura e storiografia nell’Italia meridionale fra i secoli VII e X, in quanto tratta della traslazione di S. Severino dal Castrum Lucullanum nell’omonimo monastero intramurano avvenuta nel 902, e il rinvenimento a Miseno delle reliquie del martire S. Sossio, anch’esse traslate in Napoli (pag.100). Entrambi sono i compatroni della mia città: Frattamaggiore (NA) ed i cui corpi si trovano nella parrocchia di questa chiesa custoditi, traslati da Napoli a Frattamaggiore il 31 maggio 1807, dall’omonima basilica e rappresentano l’unico avanzo, l’unico ricordo, l’unico tesoro, rimasto delle tristi invasione dei saraceni sulle coste della nostra penisola, che tanti lutti e rovine produssero, distruggendo la stessa Miseno nell’850. Se il corpo di Sossio non fosse stato scoperto e portato in Napoli, sarebbe rimasto inonorato, dimenticato, derelitto sotto i macigni della diroccata Miseno, dove i benedettini ed i preti napoletani lo posero su di una nave al fine di traghettare il ritrovato tesoro. Venne portato prima al castello lucullano e poi successivamente nell’artistico tempio dei santi Severino e Sossio in Napoli, che per nove secoli ebbe il vanto di possedere i loro corpi, ed anche quando li perse (1807), continuò a chiamarsi dai loro nomi. Anche questa iniziativa fu frutto dei figli di S. Benedetto. Il Cilento si rifà al racconto di Giovanni Diacono, noto autore di traduzione dal greco e di testi agiografici del santorale napoletano, ed evoca anche la grande ansia dei Napoletani per la paura dei saraceni.
Questo volume è stato voluto e curato da don Faustino Avagliano, direttore dell’archivio dell’abbazia di Montecassino, con il suo consueto entusiasmo, ed è arricchito dal bel saggio introduttivo del prof. Gerardo Sangermano, noto collaboratore della nostra Rassegna Storica dei Comuni. Nel saggio introduttivo, Sangermano, che ben conosceva il Cilento, afferma: «che la badia bendettina fu per Lui, un luogo dove cercare, per brevi intervalli, quella quiete sempre agognata e mai veramente vissuta, che alla fine soltanto la serenità dello studio e della ricerca talora riuscirono a dargli».

PASQUALE PEZZULLO