RECENSIONI
CARMELINA IANNICIELLO (LOTO), IL RESPIRO DELL’ANIMA.
SILLOGE DI POESIE, Istituto di Studi Atellani [Quaderni ISA, 6], Frattamaggiore 2002.
Questa silloge di poesie di Carmelina Ianniciello, sensibile e delicata poetessa frattese,
consta di 27 poesie, di cui 2 scritte in vernacolo, si fregia della prefazione della
professoressa Silvia D’Afflisio Maiello e di una breve, ma toccante, presentazione
del Preside Capasso.
Carmelina, che si cela dietro lo pseudonimo di Loto, è nata a Frattamaggiore (Napoli),
fin da ragazza ha coltivato la passione per la poesia, unitamente a quella per la ricerca
storica e la pittura; socia e attiva promotrice dell’Istituto di studi locali, è attualmente
docente di Lettere presso l’I.T.C. “Gaetano Filangieri” della sua città. Nel curriculum
della nostra autrice c’è una decennale parentesi lavorativa nelle scuole del Nord che
ha notevolmente arricchito la sua professionalità.
Non è un caso che Il respiro dell’anima sia stato presentato per la prima volta al
pubblico il 28 settembre 2002, nella sala consiliare del Comune di Frattamaggiore,
insieme al pregevole libro dello storico Sosio Capasso, Giulio Genoino. Il suo tempo,
la sua patria, la sua arte. E’ un accostamento felice e contiguo, un metaforico filo
che intreccia il passato al presente.
Possiamo dunque affermare che Frattamaggiore è terra di poeti, musici, scrittori?
Dalle promozioni culturali dell’Istituto di studi atellani che abbiamo avuto modo di
seguire ed apprezzare, si evince una tradizione storica non comune, costellata da uomini
di ingegno che hanno dato lustro a questa città.
La particolarità della nostra autrice, che si riscontra nella lettura veramente piacevole
di questo testo, è nella composizione stessa dei versi che sono stati scritti da una
donna moderna, ma, percorrono anche sentieri che si riallacciano al passato, a questa
terra ricca di “humus” culturale che ha dato i natali a tanti artisti come, appunto, il
poeta–commediografo Genoino.
Pur rispettando le naturali differenze tra i due autori, leggendo le loro liriche possiamo
constatare che sono tanti i punti in comune.
In entrambi, infatti, c’è alla base la stessa giovane freschezza, il garbato senso dell’ironia
oltre che un autentico amore per i giovani e per il teatro, questo ultimo inteso come
mezzo utile e indispensabile nel processo educativo.
Carmelina ha presentato tempo fa con i suoi alunni una delle commedie di Giulio
Genoino con costumi d’epoca L’istinto del cuore e questo che è solo uno dei tanti
lavori di successo della Ianniciello lo citiamo a testimonianza di come la poetessa
frattese sia sempre stata attenta e rispettosa delle tradizioni e del patrimonio culturale
inestimabile ereditato dai suoi concittadini.
Ma tornando alla poesia possiamo dire che la silloge della nostra autrice è scaturita
indubbiamente dalle profonde riflessioni di un animo sensibile (del resto, quale poeta
non lo è?) ma la sua originalità sta nel percorso stesso fatto dall’autrice: dalle fonti di
ispirazione al frutto poetico che si concretizza nella composita armonia dei versi.
Quali sono dunque le sorgenti comuni a cui hanno attinto un artista vissuto a cavallo
tra il 18° e il 19° secolo e una donna dei nostri tempi?
Anzitutto sono entrambi frattesi e, non è poco, se pensiamo che entrambi appartengono
a questa terra ricca di storia e di miti.
Essi scrivono versi in vernacolo, celebrano la vita quotidiana popolata da personaggi
semplici, autentici di una civiltà contadina che va scomparendo e da cui essi riprendono
leggende e storielle della tradizione orale.
Basti citare le famose ‘Nferte e i versi struggenti della nota canzone napoletana
Fenesta vascia del Genoino e ‘U presebbio e ‘A Cannavella della nostra
Ianniciello.
Ricordiamo sempre del Genoino le liriche in lingua italiana come La partenza che
riecheggia l’omonima canzonetta del Metastasio e di Carmelina citiamo la poesia
Lionora scritta in onore dell’eroina della Rivoluzione Partenopea Eleonora Pimentel
Fonseca.
Ci è particolarmente gradito sottolineare anche il richiamo ai grandi miti del passato
presente nella poesia di entrambi nel Viaggio poetico pe’ Campi flegrei dell’illustre
poeta e in Una sera al borgo in cui la nostra autrice immagina «Partenope, dolce
Sirena che s’inebria d’amore tra i flutti spumeggianti».
E ci colpisce per la sua ironia Il ventaglio vinto al lotto, del Genoino; un ricamo di
versi su un oggetto civettuolo, tanto comune nelle donne del suo tempo, quasi un
omaggio alla seduzione femminile.
Poi c’è la Carmelina moderna, donna dei nostri tempi che si indigna per la vile e
umiliante condizione della donna musulmana in Prigione di stoffa e si addolora per
la povera rondine di Prigioniera di cemento, che è costretta a nidificare in muri -
barriere, simboli crudeli della moderna civiltà…Purtroppo! Sempre più alienante e
disumana.
Carmelina appartiene a quella vasta schiera di docenti che dedicano la loro vita alla
scuola e all’educazione delle nuove generazioni, e, proprio da questo quotidiano
contatto con la realtà giovanile che ella trova l’ispirazione per scrivere cose semplici
e mirabili, per dar voce a quel fanciullino pascoliano che inevitabilmente alberga in
ogni poeta.
La silloge, di questa delicata e sensibile poetessa, è una sinfonia di note poetiche che
toccano tutte le corde dei sentimenti; è musica che apre le finestre dell’anima per
farci partecipi del respiro stesso della vita , di quel palpito impercettibile e, così,
fuggevole della nostra esistenza.
Come la stessa autrice afferma nella presentazione del testo, ella si svela, si apre agli
altri in tutte le sue poliedriche sfaccettature di donna sposa, madre, educatrice,
amica.
Dal lavoro di Carmelina, che è anche un’appassionata ricercatrice locale, traspare
giustamente l’orgoglio delle sue origini frattesi, di questa cittadina, la cui storia, legata
a Miseno, Cuma e Atella è entrata nei miti partenopei.
Oltre quelle già citate che ci sembrano più vicine all’ispirazione poetica del Genoino
ci piace sottolinearne alcune poesie come Bolle di sapone, espressione dei «sogni
dell’innocenza» e Zucchero filato in cui descrive con malinconica dolcezza «l’uomo
della bancarella» che dispensava delizie e profumi nelle viuzze del paese, per
concludere, poi, con i versi, veramente toccanti della sua più bella lirica, scritta
in vernacolo, ‘A Cannavella.
In questa ultima ci commuove il lamento di una povera lavoratrice di canapa delle
antiche piantagioni del nostro territorio, grido sommesso di un’umile donzelletta
frattese, antico canto dei vinti, degli operai, avvezzi alla dura fatica, di uomini di
una civiltà contadina, quasi scomparsa.
Il respiro dell’anima, breve ma intensa raccolta di versi, è un testo che si legge
con piacere. Infatti, le liriche della nostra autrice giungono dritte al cuore dei giovani
risvegliando una purezza che nel disincantato mondo di oggi sembra essere smarrita.
Questo testo dovrebbe avere la più ampia diffusione nelle scuole, non solo frattesi,
per promuovere lo studio della poesia che è silenzioso e riverente ascolto del cuore
in un mondo predominato dall’arroganza del fragore.
Il libro di poesie della Ianniciello ci appare, così con la magia di un ovulo fatato
di vetro, un gingillo trasparente, di quelli che un tempo si mettevano in bella mostra
sugli antichi comò, quelle delicate palline di vetro che, capovolte al tocco magico
delle nostre mani, si riempiono di fiocchi bianchi e pagliuzze evanescenti, dolci ricordi
della nostra vita.
SILVANA GIUSTO
SOSIO CAPASSO, Giulio Genoino. Il suo tempo, la sua patria, la sua
arte, Istituto di Studi Atellani [Paesi ed uomini nel tempo, 22], Frattamaggiore 2002.
Quest’opera, stampata su carta lucida, si presenta con una gradevole veste
editoriale; la Prefazione, nutrita di colte citazioni, è del Prof. Aniello Gentile
dell’Università di Napoli, Presidente della Società di Storia patria di Terra di Lavoro.
Il libro, pregevole monografia, scritta in stile chiaro, sobrio ed elegante, è il frutto
di un’attenta, minuziosa, paziente ricerca storica.
Il Capasso che, ricopre la carica di Presidente dell’Istituto di studi atellani, è
impegnato in una serie di attività culturali tese a rinvigorire il ricordo dei tanti suoi
concittadini che nel corso dei secoli hanno dato lustro alla loro terra. Ma chi era
Giulio Genoino? Cosa ha rappresentato nella Letteratura del XVIII° secolo?
Giulio Genoino, discendente da una nobile famiglia, nacque a Frattamaggiore il
13 maggio 1771 nel palazzo padronale situato nell’odierna Via Roma.
Il dotto canonico Don Domenico Niglio, riconosciute le indubbie capacità del
giovane, lo incoraggiò a proseguire gli studi classici e, come era uso nella borghesia
e nella piccola aristocrazia di periferia del ‘700, i suoi genitori lo mandarono a Napoli
per completare la sua educazione.
Dalle opere prodotte dall’artista frattese si deduce che ebbe una solida e eclettica
formazione culturale. Infatti, il Genoino fu poeta, drammaturgo, scrittore e, perfino,
buon suonatore di violino.
Il libro del Capasso traccia un profilo completo del personaggio che viene inquadrato
sullo sfondo storico dei ricchi fermenti culturali e artistici del suo tempo.
Il Genoino, come l’esule Marino Guarano di Melito di Napoli, il martire Domenico
Cirillo di Grumo, il professore di medicina Francesco Bagno di Cesa e tanti altri
uomini illustri della nostra periferia, entra a far parte della vasta schiera di patrioti
giacobini perseguitati e condannati all’esilio o alla forca dal regime borbonico.
Egli nel 1797 con decreto militare del re Borbone Ferdinando IV fu nominato
cappellano militare del battaglione «Principe», ma, purtroppo questa carica sarà
la causa dei sequestri e delle persecuzioni future che si accaniranno su di lui. In
effetti, a causa delle simpatie giacobine presenti nell’esercito, egli, come confessore
e, quindi, sacro custode dei segreti dei soldati, fu ritenuto responsabile di favorire le
rivolte antiborboniche. In un clima politico avvelenato di «caccia alle streghe e di
sospetti», gli furono confiscati i beni della Cappella gentilizia di San Ingenuino, poi
restituitogli, una volta mutate le condizioni politiche.
In questa monografia che ha indubbio rigore scientifico-storiografico, l’autore è
riuscito ad accendere di volta in volta cerchi di luce che presentano come su un
palcoscenico la vita del conterraneo nei suoi molteplici aspetti.
Il Capasso pone in evidenza il Genoino patriota che, seppure marginalmente e di
riflesso, vive pene e tristezze di quegli anni convulsi di fine secolo.
Infatti, l’alternanza del regime borbonico con le esplosioni rivoluzionarie nostrane e
di oltralpe creavano non pochi terremoti politici le cui conseguenze furono nefaste
per Napoli e il Regno del sud.
Tuttavia, il Genoino, spirito arguto e brillante, nei momenti di maggiore distensione
scrive Saggio di poesie dedicato a Carolina Saliceto, dama di palazzo della Regina
Carolina Bonaparte, Viaggio poetico nei Campi Flegrei indirizzato a Francesco
Berio, ciambellano del re e l’ode nel 1812 in onore di Gioacchino Murat di ritorno
dalla campagna di Russia.
L’autore, poi, spegne il cerchio di luce del Genoino patriota e accende quello degli
affetti cari che lo legavano alla sua famiglia: Giulio che insegna a suonare il violino alla
sorella Margherita, che scrive versi toccanti per la dipartita della madre, che indirizza
componimenti poetici agli amici come il marchese Tommasi, Vincenzo Cammarano…,
c’è il Genoino mondano, frequentatore di caffè, salotti, teatri e cenacoli alla moda nei
quali fa notizia la gustosa tenzone con Raffaele Petra, duca di Vastogirardi e marchese
di Caccavone che gli indirizzò un divertente e satirico epigramma. In questa contesa
dai toni scherzosi, ma, mai volgari, emerge il Genoino “uomo di spirito”, egli stesso
dotato di senso dell’umorismo che sa anche essere galante con le donne. Ricordiamo,
a tal proposito, la poesia Il ventaglio vinto al lotto, un ricamo di versi su un oggetto
civettuolo e di seduzione femminile.
Del personaggio, rivisto e approfondito dall’autore, ci colpisce la gaiezza, la sottile
ironia, il gusto per le cose semplici, ma anche l’incrollabile fede del pedagogo che punta
sulla scommessa educativa. Infatti, egli riesce a percepire, seppure con i limiti del suo
tempo, l’importanza nella scuola del “fare”, oggi diremmo del “laboratorio teatrale”
come grande mezzo di recupero dei valori nei giovani.
L’artista, autore di ben 26 piccoli drammi, scrisse L’Etica drammatica nel 1824
che fu tradotta anche in tedesco e Etica drammatica per l’educazione della gioventù
che vide la luce nel 1831.
Infine, riscopriamo il Genoino autore delle ‘Nferte, cioè offerte, regalo o mancia
di fine anno che venivano composte in occasione del Capodanno e di altre festività.
Sono, questi, gustosi componimenti in vernacolo, lingua particolarmente amata
dall’artista, che tra l’altro, è anche autore dei versi della struggente canzone napoletana
Fenesta ca lucive, musicata da Guglielmo Cottrau e ispirata ad una leggenda
siciliana del ‘600.
I personaggi, dunque, di queste divertenti liriche sono quelli del popolo minuto di
cui il Genoino osserva i comportamenti descrivendoli, non con l’occhio altezzoso e
sprezzante dell’intellettuale chiuso e ostile, ma, con lo sguardo bonario, affettuoso di
uomo sapiente e indulgente, dell’aristocratico illuminato che si mescola alla gente
che cammina per le strade della sua città, che ne coglie gli odori, i sapori, le gioie, le
delizie ma, anche le miserie e le durezze che pure vengono esorcizzate in una sorte
di dolce oblio fatto di ironia e fiducia nel riscatto umano.
Il poeta drammaturgo ebbe grande notorietà nel suo tempo tanto da meritare
l’appellativo di “Metastasio napoletano”, egli, fu anche membro dell’Arcadia e, poi,
Presidente dell’Accademia Pontaniana.
Ancora una volta, il Preside Sosio Capasso non tradisce le aspettative dei suoi tanti
estimatori e compie un’operazione culturale di notevole interesse.
Il libro è il risultato apprezzabile di un lavoro storiografico in cui, accanto all’indubbio
rigore scientifico, si ritrovano, mescolati in una felice sintesi, la sensibilità dell’uomo,
la lucidità e la sorprendente freschezza dello studioso, ma, soprattutto la ferma
convinzione nel continuare a tracciare un percorso didattico storico teso a riportare
alla memoria collettiva gli uomini illustri della sua amatissima città. Frattamaggiore,
dunque, terra di santi, scrittori e poeti? Sembra proprio di si! Infatti, essa vanta ben
60 uomini illustri, ancora tutti da riscoprire, una vera miniera per gli storici e gli
appassionati di Storia locale.
Ricordarli è un nostro preciso dovere affinché le voci del passato non si disperdano
in valli oscure ma, ritornino a noi in echi di valori rinnovati, linfa vitale della nostra
comunità civile.
SILVANA GIUSTO
ANGELO PANTONI, Montecassino scritti di archeologia e arte,
a cura di Faustino Avagliano, premessa di Philipe Pergola, Richard Hodges,
Valentino Pace (Archivio storico di Montecassino, studi e documenti sul Lazio
meridionale, I), Montecassino 1998, pagg. 318.
Don Angelo Pantoni, monaco di Montecassino, ingegnere e insigne studioso di
archeologia e storia dell’arte cassinese, già noto autore di apprezzate monografie
sul luogo, con questa sua opera ci fornisce una più precisa lettura dell’area cassinese
dall’età del Ferro al medioevo. Il volume si compone di oltre 300 dense pagine, in
cui si susseguono le analisi archeologiche, scientificamente accurate. L’autore dopo
aver descritto Montecassino e dintorni nell’età del Ferro, analizza le tracce dell’insediamento
precristiano, ricordando alcuni ritrovamenti presso monte Puntiglio, frammenti di vasellame
decorato, alcuni frammenti di tegole, punte di frecce, coltellini e borchie, lastre laterizie
decorate (pag. 29) ed infine, vasetti votivi, figurine fittili, fibule di bronzo e di ferro
(pag. 41), recuperati a Pietra Panetta. Si susseguono le analisi archeologiche
scientificamente accurate, sulla basilica di Gisulfo e tracce di onomastica longobarda
a Montecassino (pag. 53 segg.), come pure l’identificazione della basilica di S.
Martino (pag. 75 segg.), individuata negli scavi del 1951. Non sfugge all’autore l’ingente
quantitativo di epigrafi sepolcrali, di frammenti delle medesime, rinvenute a Montecassino
nel corso dei lavori di ricostruzione, che hanno offerte notizie sulla presenza di tanti
personaggi settentrionali che animarono la vita del cenobio nell’alto medioevo (pag.
85 segg.). Completa questa eccellente ricerca, una esposizione di varie opinioni e
valutazioni critiche sull’arte benedettina in Italia (pag. 153 segg.), opere e avanzi
trecenteschi e quattrocenteschi a Montecassino, nonché i molteplici vincoli e affinità
tra la basilica di Montecassino e quella di Salerno ai tempi di San Gregorio VII (pag.
195 segg.). E’ noto, del resto, che fu proprio la presenza dei Benedettini di Montecassino
a promuovere, attraverso le scuole che essi crearono, quel risveglio di cultura e di
arte che tanto sviluppo doveva avere nei secoli successivi e fino ai giorni nostri. L’autore
pone, inoltre, in evidenza i caratteri originali di quest’arte, che la distinguono da quella
più propriamente regionale e la sua diffusione, in vario grado, oltre l’ambito strettamente
locale. Il Pantoni segue con grande scrupolo soprattutto le vicende artistiche dell’Abbazia,
dalla sua edificazione nel 529 da S. Benedetto, fino a tutto l’alto Medioevo, che
corrisponde al periodo migliore, in campo civile ed economico, della regione. Questo
ultimo scorcio di tempo coincide con il rinnovamento operato dall’abate Desiderio,
nella seconda metà del secolo XI. Questa ricerca vuole essere e rimanere così come
è stata concepita e maturata, un contributo alla conoscenza dell’archeologia cristiana
del territorio della diocesi, fondata sulla minuziosa ricostruzione delle fonti di ogni
epoca, dando il giusto valore ai minimi resti archeologici collocati nel loro contesto,
per cui viene fuori una storia di Archeologia e Arte di Montecassino quasi inedita e
questo appare l’aspetto peculiare di questo libro. Il volume è stato curato dal
monaco storico cassinese don Faustino Avagliano, che vuole consegnare alle nuove
generazioni un patrimonio culturale, che trova nel proprio passato, la migliore garanzia
per il futuro. Il libro, inoltre, è impreziosito dalla presentazione del professore Philippe
Pergola, Rettore del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, nella quale si legge
che Don Angelo Pantoni, «seppe coniugare, con altissimo rigore intellettuale e
scientifico, tutte le fonti disponibili, di ogni epoca, senza dimenticare mai la dimensione
religiosa del messaggio di luoghi e monumenti cristiani plurisecolari». Completano
questa eccellente pubblicazione la premessa del professore Richard Hodges, il quale
afferma che «è stato un privilegio aver conosciuto don Angelo Pantoni anche perché,
come tutti gli antiquari, è stato egli stesso un pezzo di storia». Il ricordo di don Angelo
monaco cassinese è completato dalla premessa di Valentino Pace, nella quale scrive
che l’autore di questo libro «era per lui, lo studioso di cose cassinesi e benedettine in
genere, che aveva avuto l’ardire di opporre articolate argomentazioni a difesa delle
proprie idee contro l’autorevolissima opinione di Geza de Francovich, che aveva bollato
come favola critica il concetto di arte benedettina». Un volume di grande interesse
dunque, cui aggiungono rilevanza l’ottima documentazione fotografica, le annesse tavole
con riferimento alle pagine del libro, l’indice dei nomi e dei luoghi, che rendono più
utile la consultazione di questo lavoro e che permettono al lettore di rendersi conto
del tipo di fonti consultate dall’autore.
PASQUALE PEZZULLO
NICOLA CILENTO, Pluralismo ed unità del medioevo cassinese
(Secoli IX-XII), a cura di Faustino Avagliano, presentazione di Cosimo
Damiano Fonseca, saggio introduttivo di Gerardo Sangermano. Montecassino 1998.
Questa pubblicazione raccoglie una serie di testi delle relazioni del prof. Nicola
Cilento tenute nei Convegni sul Medioevo meridionale, organizzati da Montecassino
negli anni Ottanta del secolo scorso, e di altri suoi interventi tenuti nell’Abbazia in
varie circostanze.
Se l’autore fosse stato in vita, non avrebbe respinto «che sul frontespizio di una
sua raccolta di saggi di storia cassinese comparissero i termini pluralismo e unità
per indicare il suo percorso storiografico all’interno di quattro secoli di ricca e
incisiva presenza della più insigne istituzione monastica del Mezzogiorno d’Italia»,
che fu nei mezzi tempi il palladio della letteratura e del sapere. Questa raccolta di
scritti prende tre «direzioni»: quella longobarda e normanna, quella capuana e, infine,
quella ecclesiologica per indicare «i principali vettori di polarizzazione del monachesimo
cassinese», come afferma nella presentazione il prof. Cosimo Domenico Fonseca.
Partendo da questa premessa, il prof. Cilento, pone la storia di Montecassino
al centro non solo di vicende locali dell’Italia meridionale ma anche di interventi
che si inseriscono con grande efficacia nel più ampio quadro della storia generale,
precisando ancora come l’abbazia cassinese, con la pienezza della sua giurisdizione,
si fosse inserita pienamente nel Mezzogiorno della penisola finendo da ultimo, per
condizionarne le scelte politiche. Al termine del primo trentennio del secolo XI
l’Italia meridionale e la Sicilia si trovavano in uno stato di permanente anarchia
per le continue lotte che i potentati locali si facevano tra loro e con i paesi stranieri.
Questi stati erano i ducati di Gaeta, Napoli, Amalfi e più tardi Sorrento i quali
rappresentavano l’ultimo baluardo bizantino: stati derivati da una medesima
origine eppure, non di rado, nemici fra di loro oltre che con gli altri. La dominazione
longobarda era rappresentata largamente da tre stati con titolo di principati: Capua,
Benevento, Salerno egualmente fra loro nemici, più spesso nemici con gli altri stati
autonomi di origine bizantina. La Puglia, gran parte dell’attuale Basilicata, e della
Calabria, denominati Catapanato d’Italia, erano sotto la diretta dominazione
bizantina. La Sicilia era in mano ai Musulmani. Alla metà del dodicesimo secolo
tutto il Sud della Penisola era passato in mano ai normanni, circostanza dovuta alla
loro sagacia e al loro valore, ma anche per il favore concesso ai normanni dal papato
romano. Questo grande avvenimento lo propiziò il grande abate di Montecassino,
l’insigne beneventano Desiderio (1058-1086), futuro papa con il nome di Vittore
III, il quale da grande politico dell’epoca, nonostante che i normanni gli avessero
ucciso il padre, seppe mettere da parte i suoi sentimenti personali , comprese
prima di altri componenti dell’alto clero che non era più possibile espellere dall’Italia
meridionale i nuovi dominatori, e poiché bisognava subirli, meglio era rivolgere
alla chiesa le nuove e vergini forze. Da questa silloge del Cilento, si nota che è
grande nella sua storiografia la presenza di Montecassino e risulta che egli è convinto
che la storia di questa abbazia (nonostante sia stata distrutta per ben tre volte nei
secoli, per la cieca volontà dei violenti, altrettante volte sia risorta dalle ceneri) abbia
influenzato nei secoli le scelte politiche dell’Italia meridionale. Rilievo nel lavoro del
Cilento ha anche il capitolo VI, il cui titolo è Cultura e storiografia nell’Italia
meridionale fra i secoli VII e X, in quanto tratta della traslazione di S. Severino
dal Castrum Lucullanum nell’omonimo monastero intramurano avvenuta nel 902, e
il rinvenimento a Miseno delle reliquie del martire S. Sossio, anch’esse traslate in
Napoli (pag.100). Entrambi sono i compatroni della mia città: Frattamaggiore (NA)
ed i cui corpi si trovano nella parrocchia di questa chiesa custoditi, traslati da Napoli
a Frattamaggiore il 31 maggio 1807, dall’omonima basilica e rappresentano l’unico
avanzo, l’unico ricordo, l’unico tesoro, rimasto delle tristi invasione dei saraceni sulle
coste della nostra penisola, che tanti lutti e rovine produssero, distruggendo la stessa
Miseno nell’850. Se il corpo di Sossio non fosse stato scoperto e portato in Napoli,
sarebbe rimasto inonorato, dimenticato, derelitto sotto i macigni della diroccata Miseno,
dove i benedettini ed i preti napoletani lo posero su di una nave al fine di traghettare
il ritrovato tesoro. Venne portato prima al castello lucullano e poi successivamente
nell’artistico tempio dei santi Severino e Sossio in Napoli, che per nove secoli ebbe il
vanto di possedere i loro corpi, ed anche quando li perse (1807), continuò a chiamarsi
dai loro nomi. Anche questa iniziativa fu frutto dei figli di S. Benedetto. Il Cilento si rifà
al racconto di Giovanni Diacono, noto autore di traduzione dal greco e di testi agiografici
del santorale napoletano, ed evoca anche la grande ansia dei Napoletani per la paura
dei saraceni.
Questo volume è stato voluto e curato da don Faustino Avagliano, direttore
dell’archivio dell’abbazia di Montecassino, con il suo consueto entusiasmo, ed è
arricchito dal bel saggio introduttivo del prof. Gerardo Sangermano, noto collaboratore
della nostra Rassegna Storica dei Comuni. Nel saggio introduttivo, Sangermano,
che ben conosceva il Cilento, afferma: «che la badia bendettina fu per Lui, un
luogo dove cercare, per brevi intervalli, quella quiete sempre agognata e mai
veramente vissuta, che alla fine soltanto la serenità dello studio e della ricerca
talora riuscirono a dargli».
PASQUALE PEZZULLO