RECENSIONI
SILVANA GIUSTO, Storia partenopea, Edizioni Escuela, 2001.
Il romanzo storico in Italia non ha avuto molta fortuna. Dopo le opere settecentesche
questo genere toccò, com’è noto, la sua punta più alta nell’ottocento con I promessi
sposi di Alessandro Manzoni, dal quale partì una corrente comprendente D’Azeglio,
Grossi, Cantù ed altri. In tutti questi autori all’esaltazione dell’idea nazionale si
aggiunse quella della pietà religiosa. Nello stesso periodo del Risorgimento un’altra
corrente si sviluppò in questo genere letterario e fu rappresentata da Francesco
Domenico Guerrazzi e dai suoi imitatori. Fu una corrente certamente meno importante,
dal punto di vista poetico, dell’altra ma, potremmo dire, di gusto più moderno per
la sua sensibilità verso i problemi sociali e di costume innestati su una visione più
democratica del risorgimento, che in parte si rifece a V. Hugò e a George Byron.
Nei decenni successivi rari esempi si ebbero di romanzo storico nella nostra
letteratura. E’ il caso di citare Le confessioni di un ottuagenario di Ippolito Nievo,
Il gattopardo di Tomasi di Lampedusa, La lunga vita di Marianna Ucria di
Dacia Maraini.
Negli ultimi anni abbiamo avuto una rifioritura del romanzo storico sull’onda della
grande partecipazione intellettuale e popolare alla preparazione e alla rievocazione
degli eventi della Repubblica Napoletana, in occasione del duecentesimo anniversario.
Vedono la luce infatti tre romanzi centrati su personaggi napoletani del 1799: Il
resto di Niente (1986) di Enzo Striano, Cara Eleonora (1993) e L’amante
della rivoluzione (1998) di Maria Antonietta Macciocchi. Quest’ultima produzione
letteraria si rifà probabilmente più al Guerrazzi che al D’Azeglio. E segno del nuovo
interesse che il pubblico riscopre per il romanzo storico è anche la ripubblicazione
di Luisa Sanfelice di Alessandro Dumas e di Partenope o l’avventura di Napoli
di Felix Hartlaub.
Legato allo stesso tema della Repubblica del 1799 è il romanzo di Silvana Giusto:
Storia Partenopea, pubblicata dalle Edizioni Escuela nel marzo del 2001. Questo
romanzo, contrariamente a quello di Striano e ai due della Macciocchi, non è
imperniato sulla ricostruzione della figura di un personaggio storico della rivoluzione
napoletana. L’autrice tenta una ricostruzione dell’atmosfera del breve periodo
repubblicano a Napoli e nelle immediate vicinanze, Capo di Chino, Melito, S.
Antimo, Cesa ecc., con una breve escursione sulla costa calabra.
A Napoli la Giusto ripercorre gli avvenimenti repubblicani in riferimento a due
ambienti culturalmente ed economicamente lontani l’uno dall’altro, anche se situati
sotto lo stesso tetto: quello della nobiltà che ruotava intorno alla famiglia di Don
Pedro Rodriguez de Moya e quello della loro servitù, costituita da figli della plebe
napoletana e del mondo contadino della provincia. Uguale tentativo viene fatto
negli ambienti piccolo borghesi della provincia dove pur si ebbe una partecipazione
agli avvenimenti rivoluzionari.
In questo periodo si snoda la storia d’amore tra il giovane Manuel, figlio primogenito
di Don Pedro, di origine spagnola, e della francese donna Amalia D’Eglise, e la
giovane Nina figlia di Vincenzo Pennino, bracciante e Cosima Cardone, tessitrice,
domicilita nella masseria Starza di Capo di Chino.
La cornice nella quale si muovono i personaggi del romanzo racchiude un mondo,
in una certa misura, reale. L’ambiente socio-economico della fine del 1700 a Napoli
e nella provincia è rappresentato con buona approssimazione.
Certo non mancano imprecisioni; ad esempio la biancheria che Nina deve indossare,
appena entrata nella casa dei duchi De Moya, è descritta dalla Giusto «di seta
ornata di piccoli pizzi, di ottima qualità che Nina riconosceva molto bene come
articoli che i magliari esportavano dal suo Casale». Per la verità la seta non
veniva lavorata nei casali dai contadini ma solo in alcuni “luoghi”: San Leucio,
Marigliano, Formicola, ecc. Salvo che a S. Leucio le lavorazioni artigianali
napoletane erano molto rustiche e grezze tanto che la biancheria e l’abbigliamento
di un certo “prestigio” erano importati dalla Germania e dall’Inghilterra. Una
piccola annotazione merita anche il termine magliaro, che mal si addice al ruolo
che questa figura “economica” di mercante-imprenditore aveva nel Regno di
Napoli alla fine del 1700.
Né sempre convincenti sono i dialoghi tra i vari personaggi. Si legga ad esempio
la risposta che Nina, la protagonista del romanzo, dà al giovane nobile Manuel che
le chiede se nella masseria giungono molti forestieri: «Si. Parecchi di passaggio,
brava gente, nobiluomini come lei, compratori di seta, per lo più commercianti dei
Casali dei dintorni». Di certo quel “lei” ancora più improbabile dell’intera espressione
in bocca a Nina contribuisce e rendere non molto felice l’espressione.
Più convincente, invece, è la Giusto in altri luoghi; ad esempio quando le lavandaie
devono “preparare” Nina per presentarla alla duchessa, e poi probabilmente al
duchino:
(Nina) «Si svegliò al tramonto in un trambusto generale; nella penombra della stanza
vide tre quattro donne procaci intente a riempire una larga tinozza. Esse ridevano
sguaiatamente, scherzavano tra loro gettandosi spruzzi di acqua sui volti, sentì
che stavano parlando di lei.
- E’ bbrava ‘a guagliona! ‘O Duca ‘a vò pulita e profumata - diceva una delle
donne dimenando i fianchi e alzando la sottana su un ventre nudo, bianchiccio.
- Già, ‘o Signurino l’adda presentà a mamman prima di …-, rispondeva un’altra
gesticolando volgarmente tra risatacce, lazzi, parolacce dai doppi sensi che Nina
riusciva a stento a capire.»
Ugualmente convincente è la Giusto in altre pagine; ad esempio ne La cappella
degli ebdomedari: «Aluni diaconi aprivano il corteo, adolescenti brufolosi, dai
volti emaciati con dalmate preziosissime ondeggianti sui loro scheletrici corpi.
Un odore d’incenso si diffuse tra i profumati vapori bianchi, Nina vide la statua
di legno di San Michele Arcangelo…». Ad essi i familiari di Nina si rivolsero
per farsi leggere il messaggio che Emanuelito aveva lasciato alla ragazza nel loro
primo casuale incontro. In esso il giovane nobile scriveva che sarebbe ritornato
per prendere Nina e portarla nella propria casa in qualità di serva. Dopo aver
spiegato ai Pennino il contenuto della missiva Padre Enrico, uno degli ebdomedari,
«come rianimato da un ricordo affiorato alla sua mente, stanco per la vecchiezza
e intorpidito dagli effluvi degli incensi aggiunse: - La madre! Si…la madre. Donna
Amalia Deloise o Deluise, non ricordo bene. Non è praticante, non è…come dire,
molto devota. Si dice che abbia la testa piena di letture francesi e una biblioteca
ricca di libri, come spiegarvi…-. Poi, infastidito per quella conversazione fattasi
troppo lunga, chiuse di netto con un’espressione decisa: - E’ una francese - Il
prelato aveva pronunciato la parola francese come la più oscena delle
parolacce e la cosa scompigliò non poco i Pennino, ai quali la Francia
appariva più lontano di una stella».
Infine è da evidenziare che le descrizioni della Giusto sulle violenze sessuali subite
dalle donne rispecchiano bene l’ambiente prevalentemente maschilista e violento
che caratterizzava la società del 1700. Solo in certi film e in alcune opere letterarie
la vita di quel periodo è vista con lenti deformanti, e mostra come largamente
diffusi i caratteri di gentilezza dei costumi e dei sentimenti.
Chiudiamo questa nota ricordando che c’è nel romanzo un certo equilibrio tra la
parte storica rappresentata dalle vicende della Repubblica napoletana e quella
imperniata intorno all’amore del Duca Manuel e di Nina. E non è poco.
NELLO RONGA
ANDREA MASSARO, Una famiglia di Terra di Lavoro: i Massaro di
Macerata Campania, Avellino 2002.
Macerata Campania è un comune di Terra di Lavoro, non lontano dall’antica Capua,
in tempi lontani tanto splendida da rivaleggiare con la potente Roma.
I Massaro sono una famiglia del luogo che, partendo dall’avo più lontano, “Mastro”
(maestro) Nardo Massaro, com’è indicato nel Liber Baptizatorum del 1591 nella
parrocchia di S. Maria degli Angeli di S. Nicolai ad Stratam, S. Nicola alla Strada,
in occasione del battesimo della figliuola Maria Cristina Alois.
Successivamente la famiglia si sposta e vive fra la vicina Caturano e Macerata.
Erano tempi duri; nella zona era intensamente la canapa, e lo è stato fino ai nostri giorni.
La produzione canapicola richiedeva una fatica cospicua, che si estendeva anche alle
donne, impiegate alla macennola, l’attrezzo atto a frantumare la canapa,
particolarmente arduo da maneggiare.
Il primogenito di Nastro Nardo, Luigi (Loise per la fede di battesimo) sposò, intorno
al 1632, una Vittoria Aperuta del suo paese. Agli Aperuta, poi indicati anche come
Della Peruta, appartiene Mons. Michelangelo Della Peruta, Vescovo di Isernia
dal 1769 al 1806, anno della sua morte.
Il massaro era uomo dei campi, colui che abitava la masseria ed era anche utilizzato
quale amministratore.
Il 7 gennaio 1639 Luigi ebbe un figliuolo al quale, in memoria del nonno, fu imposto il
nome di Leonardo. Da questi, il 17 settembre 1685, nacque un nuovo Aloisio.
Il terzo figlio di Leonardo Massaro, Vincenzo, fu sacerdote, consacrato il 25 febbraio
1696 dall’Arcivescovo di Capua, Monsignor Carlo Loffredo.
La storia dei Massaro continua nel tempo, collegandosi sempre più a quella di Macerata,
ove la famiglia si era definitivamente sistemata. A metà del Seicento la località contava
500 abitanti, per arrivare a 818 nel 1753. Era un tipico villaggio agricolo contraddistinto
da una profonda religiosità.
Tipiche le festività locali che si tramandavano attraverso i secoli, come quella di
Sant’Antuono (S. Antonio Abate) «che culmina nella sarabanda scatenata delle battuglie
allestite sui carri di past’e llesse», né mancava la «caccia alla bufala», simile a quella
della spagnola Pamplona: «questi animali erano continuamente feriti con delle lunghe
pertiche, armate alla punta con acuminati ferri, dette mazze ferretti. Inoltre le bufale
erano straziate da feroci morsi di cani mastini, aizzati dai cacciatori…».
E di generazione in generazione, giungiamo a Luigi, nato nel 1899.
Non mancano i Massaro emigranti; Nicola Massaro parte da Napoli ai primi del
novembre 1910 e giunge in visita della statua della Libertà il 22 dicembre, per spegnersi
a soli 22 anni nella immensa New York. Il fratello Stanislao compie in Italia il servizio
militare, poi torna in America.
Efficaci i soprannomi usati in paese. Ovviamente il libro ricorda anche altre notevoli
famiglie locali, come quella degli Stellato; di notevole rilievo Marcello Palingenio Stellato
che, nato alla fine del XV secolo, praticò la medicina, la filosofia, l’alchimia e compilò
lo Zodiacus Vitae. L’opera si compone di 12 libri, quanti sono i segni zodiacali; il
contenuto è filosofico, didattico, letterario e si articola in ben 9939 versi.
Tornando ai Massaro, degno di nota è il francescano Padre Innocenzo da Macerata,
al quale si deve un drammatico resoconto di una rappresaglia nazista del 1943 nella
cittadina. In Avellino, Padre Innocenzo è ben noto per la fondazione dell’opera sociale
“Roseto”, una benefica casa di accoglienza per persone anziane e sole.
L’autore di quest’opera veramente singolare nasce il 31 agosto 1938 da Stanislao
Massaro; egli è oggi Direttore Onorario dell’Archivio Storico del Comune di Avellino.
È un meraviglioso cultore degli studi storici; le sue opere, numerosissime e pregevolissime,
sono veramente impareggiabili per la profondità e minuziosità della ricerca, per chiarezza
dello stile, per sapienza di giudizio. Centinaia i suoi articoli pubblicati su giornali e
riviste di rilevanza nazionale.
Questo bel lavoro, con prosa costantemente avvincente e fascinosa, ripercorre
attraverso il lungo fluire dei secoli, le vicende, ora umili, ora sofferte, talvolta eroiche
di una famiglia come tante, ma di una famiglia che non ha mai dimenticate le sue origini;
ha onorato costantemente i suoi impegni; ha saputo risalire, passo dopo passo, la
difficile china dell’affermazione sociale.
La prosa è limpida, fluente, avvincente; sin dalle prime pagine l’opera appare densa
di contenuto, frutto di un lavoro di ricerca in libri parrocchiali, talvolta nel Catasto
onciario, condotta sempre con l’occhio vigile e critico dello storico che sa discernere
l’importante dal superfluo, mantenendo costantemente vivo l’interesse del lettore.
SOSIO CAPASSO
GENNARO MORRA, Storia di Venafro dalle origini alla fine del Medioevo,
introduzione di Enrico Cuozzo, presentazione di Faustino Avagliano [archivio storico
di Montecassino, studi e documenti sul Lazio meridionale, 8] Montecassino 2000,
pagg. 669.
Questo lavoro costituisce un nuovo libro sulla storia di Venafro.
Molto si è scritto e detto su Venafro. Gennaro Morra, già noto autore di apprezzate
monografie sul luogo, ha voluto dare alle stampe questa sua opera che si distingue
dalle precedenti per aver fatto ricorso ad una documentazione che per il passato
è stato del tutto trascurata, dalla ricchissima tradizione storiografica che solo a
partire dalla seconda metà del ‘500 si è occupata di Venafro, mostrando una
competenza sul piano tecnico e dell’euristica delle fonti davvero apprezzabile.
Questa eccellente storia municipale, che si compone di oltre 600 dense pagine,
tratta della storia di Venafro dalle origini mitiche diomedea, ma certamente di
fondazione osco-sannitica, alla fine del Medioevo. L’autore dopo aver descritto
la città nell’età romana, in cui visse un momento di splendore in epoca augustea,
analizza la fine dell’impero e le invasioni barbariche che coinvolsero anche Venafro,
che, distrutta dai vandali, vide dapprima l’insediamento dei Goti, ed alla fine del V
secolo la nascita della sua diocesi(pag.196). La conquista longobarda, avvenuta
nel 595, dopo la parentesi della riconquista bizantina, inserì la città nel ducato di
Benevento, in cui divenne anche centro dell’omonimo gastaldato. Sul suo territorio,
agli inizi dell’VIII secolo fu fondato da tre nobili longobardi (pag. 219) l’importantissima
abbazia di S. Vincenzo al Volturno, il più grande complesso monastico di età
carolingia. Questo, pur tra momenti di splendore, varie volte dovette subire devastazioni:
da quella dei saraceni (881) a quella delle soldatesche di Ludovico D’Angiò (1383) e,
ancora, dopo l’istituzione della commenda (1395) nonché quella provocata da un
violento terremoto (1456). Da questi avvenimenti e malgrado l’unione a Montecassino
sancita con bolla del Pontefice Innocenzo XII del 5 gennaio 1699, sarà soltanto una
storia di degrado e di rovina. E’ noto del resto che fu proprio la presenza dei Benedettini
nel principato di Capua - verso cui, già prima della ricordata distruzione saracenica,
gravitano economicamente e politicamente le grandi signorie monastiche di S. Vincenzo
al Volturno e di Montecassino - a promuovere, attraverso le scuole che essi vi crearono,
quel risveglio di cultura e di arte che tanto sviluppo doveva avere nei secoli successivi e
fino all’undicesimo (pp. 271-290). L’autore nel descrivere questi periodi storici dà
l’impressione al lettore di percorrere guidato questi luoghi. Il Morra segue con grande
scrupolo soprattutto le vicende di Venafro e della regione molisana nell’alto Medioevo,
che corrisponde al periodo migliore in campo civile ed economico, delle regioni
meridionali. Questo ultimo scorcio di tempo coincide con la costruzione del Regno
Meridionale indipendente con i sovrani normanni e svevi (XII e XIII secolo) in
corrispondenza del primato della civiltà mediterranea ed araba in particolare, che
privilegiava la posizione geografica del Reame. Anzi la penisola italiana, con il Sud
in primo piano, da un lato ed i Paesi Bassi a Nord avevano costituito i poli della
rinascita economica medioevale. Poi al più generalizzato ed intenso risveglio e dallo
sviluppo economico del Nord Europa aveva corrisposto nel Regno, il ristagno
del periodo Angioino. Successivamente in sincronia con il nuovo ciclo europeo di
sviluppo, subentrato alla staticità dell’economia medioevale al suo apogeo(XIV
secolo) s’era registrato un forte sviluppo economico nell’età aragonese (XV secolo)
evidenziatosi con lo sviluppo delle attività produttive. Le grandi scoperte geografiche,
le guerre di predominio europeo e di religione (XVI secolo), il progressivo decadere
del Mediterraneo e lo spostamento definitivo del baricentro economico europeo
del Nord Europa unitamente alla perdita d’indipendenza del Reame ed alla politica
vicereale ricalcante quella spagnola in madrepatria e scarsamente incentivante per
il Sud porta ad una perdita di un’identità nazionale che i dinasti aragonesi rappresentavano
per il Mezzogiorno d’Italia. Questa ricerca vuole essere e rimanere così come è
stata concepita e maturata, una storia locale, fondata sulla minuziosa ricostruzione
dei fatti collocati nel loro contesto, ma pone in risalto anche una ricca ed oculata
analisi della situazione
socio-economica dell’Italia meridionale, per cui viene fuori una storia di Venafro
quasi inedita e questo sembra l’aspetto peculiare di questo libro. Il Morra ha
dedicato il suo lavoro ad un illustre storico del Mezzogiorno medievale, Nicola
Cilento, scomparso il 16 novembre 1988, che vide nell’alto Medioevo il solo
periodo in cui il meridione mantenne il «suo vivace carattere di insularità» e di
conseguenza il solo periodo capace di fare «risalire alle fonti stesse del nostro
attuale modo di essere e di sentire per riscoprire le cause dell’infelicità storica
delle nostre regioni»(pag. 13). Il volume è impreziosito dalla presentazione del
monaco storico cassinese don Faustino Avagliano, profondo studioso ed attento
conoscitore della vita e della storia dei comuni del Lazio meridionale e dall’introduzione
del professore Enrico Cuozzo, ordinario di Storia dell’Università di Napoli, nella
quale si legge che il Morra «nella consapevolezza che la rinascita delle regioni
mediterranee nel X secolo abbia avuto un’onda lunga fino alle trasformazioni
strutturali avvenute all’indomani delle scoperte geografiche, rivendica il carattere
indigeno della Monarchia meridionale e di conseguenza le attribuisce la possibilità
di far cogliere nel suo seno le radici storiche del Mezzogiorno moderno». Completa
questa eccellente pubblicazione un’appendice di documenti che permetterà al
lettore di rendersi conto del tipo di fonti consultate dall’autore. Un volume di grande
interesse dunque, cui aggiungono rilevanza l’ottima documentazione fotografica, le
annesse tavole con riferimento alle pagine del volume, l’indice dei nomi e dei luoghi,
che rendono più utile la consultazione di questa storia e ci danno anche una ulteriore
conferma della funzione svolta nell’alto Medioevo dalle due grandi abbazie di S.
Vincenzo al Volturno e di Montecassino, le quali dal Nord fecero da tramite, aprendo
loro la via di accesso alle civiltà diverse e agli interessi contrastanti, alle due forze che
dall’esterno premettero sull’Italia meridionale la politica “italiana” dell’Impero occidentale
e la politica “meridionale” dei pontefici (N. Cilento, Le origini della signoria capuana
nella Longobardia minore, Roma 1966, pp.77-78).
PASQUALE PEZZULLO
GIUSEPPE CUSANO, Altri racconti in grigio verde (1941-1943),
Benevento 2001.
Siamo grati all’Amico Prof. Marco Donisi che ci ha fatto tenere questo bel libro
di Giuseppe Cusano, un libro la cui lettura ci ha fatto rivivere eventi di anni lontani,
ma tali da influenzare dal profondo la nostra vita.
Lo stile scorrevole e l’uso quanto mai perfetto della lingua, consentono di assaporare
in pieno gli episodi rievocati dall’Autore e rivivere con lui le emozioni palpitanti di
quei giorni drammatici.
Il Cusano, lungi dal menar vanto per aver saputo affrontare con sereno coraggio
pericoli gravissimi, dichiara, con modestia che è prova di un animo nobilissimo,
di aver compiuto il proprio dovere «nel modo migliore, cioè come sapevamo,
come potevamo compierlo, in relazione ai nostri mezzi, limitati, alla nostra
preparazione, superficiale, alla scelta del campo, non proprio indovinata».
Altamente drammatico l’episodio del mattino del 15 agosto 1942, quando,
durante una sosta nel corso della marcia di trasferimento dalla zona di Korenia, i
nostri soldati furono assaliti da partigiani travestiti con uniformi italiane. Il Cusano
fu l’unico del gruppo a non buttarsi a terra per ripararsi, cercando di raggiungere
il comandante del gruppo: una prova di valore, malamente interpretata dagli altri.
I versi che compongono il secondo racconto sono scorrevoli, chiari, tali da far
partecipare il lettore dell’affanno, dell’ansia, dell’angoscia di una vicenda irta di
pericoli:
Le rondini festanti o le veloci
vespe o l’erbetta fresca danzante
erano sempre la voce e la mano
della macabra, sdentata signora.
Veramente degno di elogio il concreto interessamento dell’Autore per i suoi soldati
che, in quelle tremende giornate, persero la vita. La corrispondenza con il Ministero
della Difesa in anni recenti per ottenere notizie di commilitoni scomparsi è quanto
mai significativa, così come è altamente commovente la visita al Sacrario dei Caduti
d’Oltremare di Bari: «… riposate, finalmente sereni (…) certi che le generazioni
venture, a cominciare da quelle dei figli e dei nipoti, rispetteranno le Vostre Spoglie,
Vi avranno sempre come esempio e non disdegneranno il sapore forte e fortificante
degli Ideali Vostri, della Fedeltà, dell’Onestà, dell’Onore, del Rispetto alla Tenacia,
al Sacrificio, all’Amore incondizionato per la Nostra Patria Unita».
SOSIO CAPASSO
SILVANA GIUSTO, Marino Guarano, una vista sospesa tra libertà
e mistero, Edizioni Escuela, Giugliano 2002.
La lettura dei lavori di Silvana Giusto, valorosa nostra collaboratrice, desta sempre
un profondo piacere, per l’interesse che promana dal soggetto prescelto, per la
scorrevolezza del discorso, per la particolare snellezza dello stile, sempre
brillante.
Marino Guarano è un illustre cittadino di Melito, antico casale di Napoli, ove
nacque il 1° aprile 1731.
Rimasto prematuramente orfano, egli fu affidato alle cure di un parente per parte
materna, Stefano Lombardi, Potette, così, studiare nel Seminario diocesano.
Quando Antonio Genovesi pubblicò l’opera Dei diritti e dei doveri, il Guarano
scrisse un vivace epigramma in latino, ove auspica il «sorgere di un governo sotto
eque leggi».
Marino Guarino coltivò dapprima le discipline classiche, poi si dedicò con
profondo impegno allo studio del diritto. Pubblicò una prima opera giuridica fra
il 1768 e il 1773, ove pose in relazione il diritto romano con quello applicato nel
reame di Napoli. Una seconda edizione ampliata del lavoro fu pubblicata nel
1774.
Nel 1776 licenziò alle stampe un nuovo volume, Il diritto delle Pandette ad
uso del Regno di Napoli, purtroppo andato perduto.
Il Guarano seguì la sorte di non pochi intellettuali di quegli anni, sempre più
agitati dalle idee innovatrici che, a seguito della rivoluzione francese, scuotevano
l’Europa. Dalle lodi ai Borbone egli passò all’entusiastico sostegno alla Repubblica
Napoletana del 1799. Scrisse una belle Parénesi, cioè un elogio, in latino, per la
spedizione napoletana del generale Championnet, ove, tra l’altro, rivolgendosi ai
cittadini, sosteneva: «Non credere di aver tradito un giuramento - Scelto l’esilio,
il profugo tiranno - aveva rinunciato al suo scettro - dunque la parola data è venuta
a mancare - di sua spontanea volontà».
Nel processo che, caduta la repubblica, fu celebrato, fra i tanti, anche a suo
carico, quel «tiranno» fu motivo di aspra contesa fra giudici e difensori i quali
riuscirono a dimostrare che, essendo il testo in latino, in questa lingua «tiranno»
sta per «signore». Il Guarano scansò così la condanna a morte e fu mandato in
esilio perpetuo, a Marsiglia.
Con il ritorno dei Francesi, a seguito del trattato di Firenze, gli esuli poterono
ritornare. Il nostro lasciò la Francia, ma non giunse mai nella sua Melito, forse
assassinato a scopo di rapina durante il viaggio di ritorno.
Questo bel lavoro della Giusto giunge quanto mai opportuno: è tempo che nei
nostri comuni gli spiriti nobili che li hanno onorati vengano tratti dall’oblio ed
additati soprattutto ai giovani. Bene ha fatto l’Amministrazione Civica di Melito
di Napoli a patrocinare l’iniziativa e ci auguriamo che ad essa facciano nuove
ricerche e che documenti sinora ignorati vengano reperiti e si possa conoscere
la fine del Guarano, fine ancora avvolta nel più fitto mistero.
SOSIO CAPASSO
ERRATA CORRIGE
Nell’articolo di Giovanni Reccia, Sull’origine di Grumo Nevano: scoperte
archeologiche ed ipotesi linguistiche, in «Rassegna storica dei comuni», n.
110-111, Gennaio-Aprile 2002, alla pag. 38:
al rigo 13 «Grumello di Rovigo» correggi in «Grumolo di Rovigo»;
al rigo 8 della nota 85 elimina «come indicato in n. 46».