TEMI E SIGNIFICATI DI UNA RICERCA
INTORNO AI PROVERBI FRATTESI
GIUSEPPE SAVIANO
Gli anni dell’immediato dopoguerra e della ricostruzione erano anni difficili. La vita
scorreva lenta, fra mille difficoltà, un giorno uguale all’altro. La durezza del lavoro
era simile, sia nei campi che nella botteghe degli artigiani; la difficoltà di procurarsi
quanto necessario alla vita teneva quotidianamente impegnata la maggior parte
dei frattesi.
Ancora più triste era la vita per la gente senza lavoro, costretta ad “arrangiarsi”, ad
inventarsi qualsiasi cosa per guadagnarsi dì che vivere. Ciò nonostante, c’è sempre
stato un costante impegno da parte dei frattesi a superare tutte le difficoltà e a non
far venire mai meno la speranza di credere ad un domani migliore del presente. E
pensando ai tempi andati riaffiorano alla mente di quelli della mia età persone e
luoghi che oggi non esistono più. Con piacere si ricordano le persone, familiari
(in particolare il padre), insegnanti ed amici che li hanno guidato e sorretto con
la loro esperienza lungo il difficile cammino dell’infanzia e della prima gioventù,
dando non solo buoni consigli. ma, all’occasione, anche rimproveri affinché si
rammentasse sempre di tenere ben saldi i valori ed i principi che erano stati
trasmessi con l’educazione.
La tristezza e l’amarezza riaffiorano, anche, quando passeggiando per le vie della città
non si vedono più alcuni luoghi dove si era soliti giocare e passare il tempo con gli amici.
Antichi palazzi, caratteristici per la loro architettura, piazze, vicoletti, negozi di artigiani,
con gli anni, un poco alla volta sono stati sostituiti da nuove costruzioni, da ville o
da parchi. I “campetti”, dove si giocava a pallone, e interi spazi situati in aperta
campagna hanno fatto largo alle nuove costruzioni e alla trasformazione urbanistica
della città. Solo a chi, si può dire conosce pietra per pietra la propria città, i suoi
angoli, le chiese e gli edifici, i vecchi negozi e le botteghe degli artigiani, non sfugge
di vedere una città nuova, diversa, soprattutto, da quella piena di polvere, cosi
come appariva a causa della lavorazione della canapa, occupazione alla quale
era intenta la maggior parte dei frattesi.
Questi luoghi, dove si è trascorso infanzia, fanno parte dei ricordi e, inevitabilmente,
anche, della vita. Così, con quelle immagini che tornano alla mente, si rivede,
com’era, la città.
E’ vero, parte di essa non esiste più. Ma si continuo a vederla e, soprattutto, a sentirla
attraverso le espressioni ed alcuni termini verbali, usati ancora dai frattesi.
Tutto ciò può stimolare una particolare ricerca di carattere antropologico, ed è quella
che in pratica ho avviato e che cerco di anticipare in questo intervento.
1. L’oggetto della ricerca è stato quello di raccogliere proverbi, detti, e modi di dire,
in uso, in forma dialettale, nella città di Frattamaggiore.
La ricerca, in un primo momento diretta a privilegiare la raccolta, esclusivamente, di
detti e proverbi, successivamente è andata allargandosi fino a comprendere anche
tutte quelle espressioni che avessero particolare significato nelle varie e complesse
“interazioni sociali”, in particolare quelle interessanti la politica. l’economia e le istituzioni
in genere. Ciò ha consentito in pratica di dare una più organica sistemazione
all’insieme delle espressioni trovate.
Nel tentativo, infatti, di effettuare una loro catalogazione, indirettamente, ne sono stati
evidenziati temi e contenuti, elementi quest’ultimi indicativi per poter, anche se
sommariamente, ipotizzare i tipi di rapporti esistiti nelle relazioni sociali dei frattesi,
tra la gente comune (il popolo) e le forme sociali istituzionalizzate quali la famiglia,
l’organizzazione politica, i gruppi di parentela, i culti religiosi e altri aspetti della
vita sociale.
Questi rapporti sociali, a seconda delle diverse epoche storiche, in dipendenza di fattori
politici, economici e socio-culturali, nel dar luogo a degli eventi da includere nel
patrimonio culturale, come esperienze acquisite come conoscenze, hanno trovato
nella parola, nel linguaggio, il veicolo indispensabile per trasmettere i messaggi e
le informazioni ed il mezzo più efficiente per la loro conservazione in forma simbolica.
Queste espressioni racchiudono in sintesi esperienze di vita, vissute e sofferte, le quali,
attraverso la mediazione di più generazioni di diversi contesti storici, sono diventate
parte integrante del patrimonio culturale frattese. Di qui esse hanno rappresentato
sempre il veicolo popolare principale per trasmettere sensazioni, sentimenti e
giudizi; ma, anche e soprattutto per ricordare e tenere presente il già vissuto.
In questo senso viene messo in evidenza di queste espressioni anche il fine educativo,
che è pratico, ed interessa la persona direttamente nel momento in cui deve decidere
su qualcosa o scegliere un’azione e dalla scelta fatta deve derivare, inevitabilmente,
un giudizio della propria famiglia o, in generale, del gruppo di appartenenza.
Nel presente cosi, come anche nel passato, in particolare per gli appartenenti alla
classe popolare queste elaborazioni dialettali sono andate a formare lentamente
nell’insieme un codice verbale con “norme” e simboli diretti a regolare e a
semplificare determinati rapporti sociali, compresi gli atteggiamenti di rassegnazione
o di rifiuto a situazioni di disagio. In ultima analisi, tali elaborazioni, vengono
assunte come un modo tipico di sentire, di comprendere e di reagire a specifiche
realtà, determinate a volte da fattori economici, politici e/o socio-culturali, a volte
dallo status sociale degli individui stessi che finiscono con l’attribuire tutti gli
aspetti della vita individuale , sia negativi che positivi, ad una volontà esterna
identificabile ora in entità religiose (es. Dio) ora in elementi di natura irrazionale
(es. il Destino). Le azioni, le reazioni ed altri atteggiamenti, comprese le
conoscenze ed i sentimenti. nati per opporsi alle avversità, ai soprusi ed
all’ingiustizia, divenendo elaborazioni verbali, storicamente collaudate e
tramandate, sono entrate a far parte della cultura popolare, di uno specifico
“schema culturale”; sono diventate parte di un patrimonio irrinunciabile che
trova nel simbolismo verbale i1 veicolo principale di trasmissione delle
esperienze a tutti gli individui di una comunità. In tal modo il vissuto diventa
presente; le esperienze del passato monito per le azioni future.
Per certo si può affermare che non vi sia stata persona che non abbia fatto ricorso,
almeno una volta nella vita, a detti e a proverbi. trovandosi a vivere dei momenti
particolari. Ed il frattese, sia per quanto riferito dalle persone anziane sia per
l’esperienza diretta di chi scrive, ne ha fatto sempre uso.
2. La raccolta dei proverbi frattesi si è sviluppata in fasi e momenti diversi. In primo
luogo, una volta esaurite le fonti scritte, laddove esistono, sono state contattate,
nei vari quartieri della città di Frattamaggiore, persone di diversa estrazione sociale,
soprattutto anziani, in quanto depositari di molte espressioni proverbiali e, allo
stesso tempo, in grado di testimoniare in relazione all’esercizio di attività agricole
ed artigianali, oggi non più praticate perché sostituite da quelle industriali.
Durante gli approcci e le interviste con queste persone si è avuta anche la testimonianza
di una cultura che, in modo particolare per gli anziani frattesi, ha validità certa
manifestandosi concretamente, ancora oggi, nelle forme sociali istituzionalizzate.
Questi proverbi, raccolti oralmente, manifestano chiaramente ed in modo genuino
l’esperienza e la saggezza popolare. I proverbi conservati e trasmessi oralmente si
differenziano sostanzialmente da quelli scritti, perché, questi ultimi, pur conservando
una loro relativa validità, avendo subito nelle varie fasi di trascrizione delle variazioni
sintattiche hanno assunto col tempo connotazioni e significati diversi da quelli che
avevano in origine, venendo, in tal modo, a rappresentare una realtà completamente
diversa.
Le espressioni , i detti e i proverbi usati esclusivamente nella forma dialettale verbale
rivestono una rilevanza particolare se si considera il fatto che essi raramente, tranne
che da parte di pochi studiosi, sono stati trascritti da letterati e dotti di ogni epoca,
in quanto non rispecchianti la propria cultura. Sono da ritenersi, quindi, elaborazioni
di origine e di appartenenza della cultura popolare. Nell’associare cultura e
linguaggio come strutture interdipendenti queste elaborazioni possono essere
considerate dei messaggi sintetici; essi racchiudono sentimenti, conoscenze,
credenze, principi e valori morali dichiarati e sottintesi; consentono di codificare
e memorizzare esperienze.
3. Durante questa fase si sono riscontrati dei limiti dovuti essenzialmente alla natura
dell’oggetto. Questi sono stati determinati innanzitutto dalla consapevolezza di non
poter risalire all’ origine. al momento, cioè, in cui è avvenuta la formulazione del
detto o del proverbio. E’ da ipotizzare, però, che in un tempo imprecisato,
l’esistenza di una serie di eventi, che ha particolarmente influenzato, in modo
positivo o negativo, non solo un individuo ma l’intero gruppo di appartenenza,
ha reso possibile la formazione di una serie di elaborazioni verbali, da conservare
e da trasmettere attraverso il linguaggio alle generazioni future, perché “testimoni”
di esperienze, conoscenze, giudizi e sentimenti.
4. Dall’analisi dei detti e dei proverbi si evincono legami con la vita in generale, con
il mondo del lavoro, con la religione, con tutte le istituzioni sociali in genere.
Ricorrenti sono i motivi che riguardano la famiglia, e all’interno di questa i rapporti
tra genitori e figli.
Per quanto riguarda il lavoro menzione particolare riveste la principale attività del
paese, che un tempo era quella relativa alla produzione, lavorazione e commercio
della canapa. Non meno importanti sono i riferimenti allo status sociale, agli
ammonimenti. ai giudizi, alle condizioni di qualsivoglia dipendenza, gli avvertimenti
a non intraprendere determinate attività e/o a compiere determinate azioni.
Quanto al significato dei detti e dei proverbi, non sempre reso in modo esplicito, è
da sottolineare il fatto che esso include quasi sempre un principio, un indirizzo al
quale tutti dovrebbero condurre le proprie azioni
E’ proprio la sinteticità di tali espressioni che, nel connettere un determinato principio,
presuppone un altrettanto specifico comportamento: quello che in realtà la persona
dovrebbe compiere secondo le aspettative del proprio gruppo di appartenenza.
Dal loro significato è possibile, dunque, enucleare uno “stile di vita”, un modo tipico
di agire e di pensare a fronte di determinati eventi sia del mondo sociale che naturale.
Uno stile di vita che si riduce ad azioni, atteggiamenti e comportamenti da assumere
e a cui affidarsi, soprattutto, nei momenti di necessità per superare disagi e
difficoltà, qualunque sia la loro origine.
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IL GRUPPO ARCHEOLOGICO FLEGREO
“THEODOR MOMMSEN”
organizza il
XIV Premio Internazionale “Theodor
Mommsen”
A) Sezione “Cuma”, premio giornalistico internazionale d’archeologia, al servizio
giornalistico pubblicato su un quotidiano o un periodico, italiano o straniero tra il 16
novembre 2001 e il 10 ottobre 2002, avente per tema: Storie e ricerche sui Campi
Flegrei (Premio di Euro 2.066,00).
B) Sezione “Marcello Gigante”, premio di Papirologia Ercolanese, per la pubblicazione
di uno studio a carattere scientifico in materia (Premio di Euro 1.290,00).
C) Sezione “Coppa di Nestore” per la pubblicazione di un articolo o di un saggio avente
per tema: Gli antichi vini e loro analogie con uve e vini moderni
(Premio di Euro 1.290,00).
Gli articoli dovranno pervenire alla Segreteria del premio entro il 15 ottobre 2002
a mezzo raccomandata.
Segreteria del Premio: Gruppo Archeologico “Theodor Mommsen”, via P. E.
Imbriani, 3 - 80010 Quarto Flegreo;
tel. e fax. 081.8763875.