PAGINE TRATTE DA OPERE
DI GAETANO CAPASSO
da Cardito ieri ed oggi, Edizioni Rassegna Storica dei Comuni, Napoli 1969, pagg. 7-20
D. - Lungo la strada provinciale che congiunge Caivano ad Aversa, all’altezza di Sant’Arpino, tu noti delle rovine;
che cosa ti ricordano?
R. - Mi ricordano che su quelle zone sorgeva, un tempo, la città di Atella: una antica città della Campania, fondata dagli Osci,
tra Capua e Napoli; più tardi, divenne municipio romano e colonia. Durante la seconda guerra punica si diede ad Annibale,
come anche Capua. Per questo, nel 211, fu punita severamente dai romani. Quando Annibale abbandonò la Campania,
gli Atellani si dovettero arrendere ai Romani, e fu vera fortuna se non decretarono la distruzione della città, come avvenne
per altre città (ad esempio: Acerra e Nocera).
Nel 455, dopo aver saccheggiato Roma, i Vandali di Genserico si riversarono nella Campania, e distrussero Atella. Nei suoi
dintorni sorse il villaggio di Sant’Arpino, a qualche chilometro di distanza da Aversa.
D. - Che cosa sono le rappresentazioni teatrali, dette «Atellane»?
R. - Secondo le antiche testimonianze di scrittori romani, le «Atellane», così chiamate dalla città di Atella, erano simili - per
argomento e linguaggio burlesco - a drammi satireschi; potremmo dire, alla nostra farsa. Come la nostra commedia d’arte
del ‘600 e del ‘700, le «Atellane» si snodavano su soggetti improvvisati, con dialoghi lasciati alla creazione personale di ciascun attore.
Erano improvvisate: prima, cioè, si preparava il solo intreccio delle scene, e gli attori lo svolgevano poi estemporaneamente,
ed erano fornite di maschera: cioè, - come nel nostro teatro delle maschere - avevano dei tipi fissi, delle vere e proprie maschere.
I tipi fissi erano quattro:
Pappus: il vecchio babbeo, avaro e rimbambito; cfr. il nostro Pantalone.
Maccus: il balordo dalla testa rasata, un goffo scioccone dalle orecchie d’asino, millantatore e vile,
da tutti bastonato; cfr. il nostro Pulcinella.
Bucco: gran mangione e chiacchierone, che fa, per lo più, da servo; cfr. il nostro Arlecchino.
Dossennus: il gobbo gabbamondo, furbo e scroccone; cfr. il nostro Dottore [Balanzone].
D. - Ricordi qualche notizia sull’antica Atella?
R. - Premettiamo qualche cenno storico per poter più agevolmente chiarire il nostro argomento. I nostri paesi ebbero origine
dalla antica Atella. Il Castaldi, studioso di antichità atellane, ritiene che Atella sia stata fondata dagli Etruschi. Lo desume
dal fatto che la città fu costruita su un perfetto piano regolatore. Furono, difatti, gli Etruschi che, presso di noi, introdussero
il sistema della limitazione, la convivenza in aggregamento perfetto, la costruzione in pietra delle case: con gli Etruschi,
abbiamo la città - nel vero significato della parola - dalle strade larghe e regolari.
Le popolazioni nostre ancora conservano dialetto e caratteristiche della pronunzia osca; in particolare la zona frattese.
Oggi Atella sopravvive per quei pochi ruderi sulla provinciale di Aversa, e per le favole atellane, nella storia del teatro.
Ad Atella ebbero stanza, più volte, Ottaviano e Tiberio, allo scopo pure di godersi le commedie locali. Alla presenza
di Ottaviano, Virgilio lesse la sua Eneide. Le Atellane, man mano, si vennero trasformando nelle commedie napoletane.
È di ispirazione atellana la nostra danza tarantella; i nostri sandali ci richiamano i calzari osci; il poeta romano Orazio
dice che erano cose atellane: i panierini di ceci e di semi di zucca, di noci e avellane tostate.
Le nostre terre, poi, sono antichissime; abitate, nientemeno, fin dall’epoca paleolitica. Armi di pietra, rozzissime armi
di selce sono state rinvenute a Capri, all’Isola del Liri, a Telese.
2000 anni prima di Cristo, i Fenici iniziarono a penetrare in Campania.
Sulle nostre terre si stabilirono Aurunci e Piceni, Lucani e Irpini, Osci ed Etruschi.
Anche gli Etruschi soggiogarono la Campania, e vi eressero tempi al Dio Giano (di qui, forse, il nome: Campi Iania?).
Dal mare giungevano i Greci: da noi, questi pionieri di civiltà, portarono: arti, scienze, filosofia. Anzi, noi risentiamo
moltissimo, nel linguaggio che usiamo, della presenza antica dei Greci, e della loro lingua. Tante nostre parole sono greche.
Abbiamo ricordato che, nel V secolo, i Vandali distrussero Atella; le sue condizioni, peggiorarono con i Goti nel meridione.
D. - Ma quando è stata distrutta Atella?
R. - La risposta non è facile, perché c’è chi la ritiene ancora fiorente nel 789 d.C., e chi la ritiene ancora viva nel secolo IX.
Nell’877 d.C., ad Atella sostò il corteo che accompagnava le ceneri di S. Attanasio da Cassino a Napoli, per poi proseguire fino a Grumo.
Lo storico Erchemperto la dice distrutta nel sec. XI. L’ultima rovina la subì poco prima che i Normanni avessero edificata
Aversa. Erchemperto dice che Atella «in vicos abiit». Questi villaggi che vennero incrementati dalla popolazione che
fuggiva dalla città devastata, sono i nostri paesi, che incominciarono a rifiorire, dopo la triste sorte capitata ad Atella;
ma la frase dello storico può benissimo anche intendersi che Atella non fu allora distrutta, ma solo che la popolazione
si sparpagliò per il suo agro, dando vita ai numerosi villaggi, che attorno la cingevano.
Si è anche ritenuto che Atella fosse stata distrutta (da un incendio) verso il 455, ai tempi dell’Imperatore Arcadio e di
Papa Siricio, o tra la fine del IV ed il principio del V secolo, o nel secolo XI. Dopo l’incendio del V secolo, Atella dovette
riprendere il suo antico splendore, mentre solo molti suoi abitanti si dispersero nei pagi ( e cioè, villaggi).
Lo storico napoletano Bartolomeo Capasso, afferma che Atella fu distrutta del tutto fra la fine del secolo X e l’inizio del
secolo XI, probabilmente a seguito di una delle tante battaglie combattute tra greci napoletani e Longobardi.
Se nessuna testimonianza ci resta della sua distruzione, vuol dire che, a quel tempo, era già povera cosa.
Di essa resta il Castellone: secondo alcuni, è una delle torri; secondo altri, sono terme; secondo altri, un serbatoio di acqua,
perché di qui partono canalizzazioni destinate alla alimentazione idrica della città.
D. - Come l’acqua potabile giungeva ad Atella?
R. - L’acqua potabile giungeva ad Atella dal Serino; le antiche acque della città distrutta di Sebazia, erano canalizzate,
attraverso le campagne, con un acquedotto che le portava a Napoli. Dal tronco principale di tale acquedotto si staccava
un tronco secondario che passava per Arcopinto, per Carditello (S. Eufemia), per Frattamaggiore, e giungeva ad Atella.
L’antica tubatura atellana in piombo, venne alla luce sotto gli spagnoli, al tempo del viceré Don Pietro di Toledo.
D. - Che cosa pensa lo storico Pratilli sulla origine dei nostri paesi?
R. - Se merita fede la sua testimonianza, gli antichi villaggi che - dopo il V secolo - cominciarono a sorgere nel territorio
della Liburia (come il Pratilli dice di aver ricavato da cronache e scritture dei bassi tempi), rispondono a Sant’Arpino,
Pomigliano d’Atella, Casapuzzano, Grumo, Nevano, Casoria, Afragola, Caivano, Cardito.
D. - A Cardito v’era una strada chiamato Nollito o Nulleto: quale significato ha questa parola?
R. - Il geografo prof. Colamonico, descrivendo la voce Cardito, per la Enciclopedia Treccani dice che Cardito sorse
nel secolo XIII sulle rovine del villaggio S. Giovanni a Nullito. La notizia non è precisa, perché in un documento del 1114
troviamo, per la prima volta, menzionati due villaggi: Nolitum e Carditum, che più tardi si fondono, e costituiscono l’attuale Cardito.
Fu infatti il duca di Napoli che investì i normanni della contea di Aversa.
A questa contea apparteneva pure la «terra di S. Arcangelo» (in agro di Caivano), grande centro abitato fin dal X secolo,
che aveva la sua chiesa parrocchiale ed un suo antico castello. A quei tempi, Caivano, Cardito e Nolito, costituivano
altrettante frazioni di S. Arcangelo.
D. - Donde il nome di S. Arcangelo?
R. - Secondo il Gregorovius, furono i Bizantini di Napoli a introdurre questo nome, perché furono appunto essi che
diffusero in occidente il culto dell’Arcangelo S. Michele. Doveva forse trattarsi, secondo lo storico Castaldi, di un
praedium (e cioè di un territorio) pagano, che sorgeva non lontano dalla strada che congiungeva Atella con Acerra;
più tardi, fu dato un nome religioso.
D. - A chi appartenne Nollito?
R. - Conosciamo alcuni nomi di possessori di questo nostro centro: da Toraldo Mosca, ereditò Rainaldo Mosca;
da Rainaldo Mosca ereditò Riccardo Mosca. In un documento del 1114 (intestato a Roberto I, sesto dei conti normanni,
che resse Aversa dal 1106 al 1120), si contiene la donazione che Riccardo faceva alla Badia di San Lorenzo di Aversa,
ed al suo abate Matteo, per la salvezza della sua anima; egli, infatti donava alla badia Nolito, con tutti i suoi abitanti, e
le sue terre coltivate, e quelle non coltivate, ed un latifondo, nei pressi di Nolito e di Cardito, che da due parti confina[va]
con una via polverosa, che porta[va] in un senso a Caivano, e nell’altro senso a Cardito.
D. - Cosa dice la Bolla di Papa Innocenzo III?
R. - La Bolla di Papa Innocenzo III è del 1202, e riferisce, tra le donazioni dei monaci benedettini di S. Lorenzo, anche
la chiesa di S. Giovanni (attualmente, la Chiesa della Madonna delle Grazie) col casale che richiama Nollito, con i suoi
contadini, le rendite ed i territori.
Sotto Carlo II, nel 1310, leggiamo i due nomi - in un registro -, e cioè Cardito e Nollito; segno, quindi, che Nollito non
era stato ancora distrutto. Lo storico Parente ci attesta, dalla Cronaca di Cingla, che nell’800 d.C. Nollito già esisteva.
Il 25 gennaio 1311 fu stabilita una convenzione tra l’abbate del Monastero di S. Lorenzo in Aversa, Lanfranco, e la mensa
vescovile: al vescovo di Aversa veniva assegnato il Lago di Patria e la Chiesa di S. Fortunata; ai benedettini, invece,
la Chiesa di S. Giovanni a Nulleto e quella di S. Maria di Casolla Valenzana, ora frazione di Caivano.
D. - Fu importante la Badia di S. Lorenzo?
R. - Il filosofo Giambattista Vico, nella sua Scienza Nuova, ci attesta che quella badia governava, in Italia meridionale,
110 chiese; secondo gli storici, non si trattava di donazioni, ma erano le stesse popolazioni, le quali, per premunirsi
contro le taglie e le devastazioni, nell’epoca delle incursioni, mettevano i loro beni sotto la protezione della Chiesa.
D. - Quale è la etimologia dei due paesi Nollito e Cardito?
R. - Probabilmente si ritiene che sia stato denominato Nollito quel centro abitato dipendente dall’abbate di S. Lorenzo,
che - in quanto autonomo nei riguardi del vescovo di Aversa - era detto abbas nullius; Cardito, perché terra piena di
cardi. I benedettini, da noi, ebbero stanza in una vecchia ampia casa, dove nel 1840 fu istituita una notissima trattoria
detta del «Giardiniello», ricca di un vasto giardino dove lavoravano i religiosi, che avevano il loro motto: prega e lavora.
D. - Quando fu ceduto Nollito ai benedettini?
R. - Non possiamo affermare, con esattezza, la data; v’è però un’altra bolla pontificia del 1094, nella quale Riccardo II,
principe di Capua, conferma al monastero di S. Lorenzo il casale di Nollito, su intervento di Rainaldo Mosca, figlio di
Turoldo, per l’anima del nonno (Riccardo) e del genitore (Giordano) e della madre. Nel 1094 era abbate del Monastero
Guarino; Nollito aveva, allora, 400 abitanti, e una cappella «pro benedictione». Per chi avesse violato tale volontà,
o anche disprezzata, il principe aveva messo la taglia di 100 libbre d’oro purissimo.
(..)
D. - Di chi fu feudo Cardito?
R. - Era feudo della Signora Bianca Latro; quando, nel 1302, questa viene a morire, l’investitura del casale di Cardito
è concessa al cavaliere napoletano Berardo Caracciolo, cortigiano del Re. Poi lo sarà dei Loffredo.
D. - Che cosa pensa lo storico Giustiniani del nome Cardito?
R. - Nel 1797, scrivendo il Dizionario Geografico del Regno di Napoli, il Giustiniani riportava l’opinione di molti
che avvisano che «la sua denominazione fosse surta dall’abbondanza dei cardoni, che produce quel luogo appellato
Lavinale, che gli è verso occidente».
D. - Quali sono stati i più importanti feudatari del paese?
R. - Cardito è stato posseduto, per secoli, col titolo di Principe, dalla famiglia Loffredo. Sigismondo Loffredo acquistò
Cardito l’11 giugno 1529, insieme a Mugnano ed al Castello di Monforte; il 29 luglio 1533 l’imperatore Carlo V
approvò tale compra. A Sigismondo successero: Giovanbattista Loffredo, il figlio Cesare Loffredo, G. Battista II e
Andrea Filippo II, Carlo Loffredo, Mario Loffredo, Sigismondo Mario Loffredo, Nicola Sigismondo Loffredo, e
altri fino al principe Nicola Maria Loffredo (1781) ed a Venceslao Loffredo.
La famiglia Loffredo fu tra le più importanti di Napoli, per gli alti servizi resi nella politica.
D. - Chi fondò l’orfanotrofio Loffredo?
R. - Fu il principe di Cardito, Ludovico Venceslao Loffredo, presidente - nel 1819 . alla Commissione di pubblica istruzione, che nel
1840 fondò, e largamente dotò, l’orfanotrofio, che porta il suo nome. A principio del 1900, per oltre 25 anni, questo Istituto ebbe come
primo Governatore, e poi come sopraintendente, il Cav. Uff. Rocco Fusco. Tra le altre benemerenze, aveva determinato una
disponibilità di economia per circa un milione. Il regime commissariale provvide a dilapidare l’intero cespite, a quei tempi favoloso.
Triste destino per questo Istituto, oggi al tramonto. Basta ricordare che il 26-9-1861, in una seduta straordinaria al Comune,
per esaltare l’unità e la libertà della Patria, il Sindaco Giuseppe Caserta, nel discorso, fra l’altro, parlava de «le nefandezze
che ivi (e cioè nell’Orfanotrofio) si commettono a danno di quei poveri alunni, e benché dotati da una rendita di ducati quattromila
annui, pure sono costretti a perire di fame ed a giacere su letti luridissimi e pieni di schifosi insetti».