FORME E COLORI NELLE CHIESE DI CAIVANO

di Franco Pezzella

Nel proporre la fruizione di alcune interessanti, e però poco conosciute espressioni artistiche che si conservano nelle chiese di Caivano, mi preme anzitutto sottolineare, anche per denunciare una lunga e penosa storia di spoliazioni e incuria addebitabile in gran parte agli organi preposti alla tutela e alla conservazione dei beni culturali, come esse costituiscano - andate per di più perse la quasi totalità delle già poche testimonianze artistiche di pertinenza non ecclesiastica - solo una piccola parte di quanto rimane nonostante tutto, dell'ancora ricchissimo patrimonio artistico cittadino, un tempo quantitativamente, ed in taluni casi anche qualitativamente, più consistente (1).
Come non dimenticare infatti, solo per fare qualche esempio, la scellerata distruzione degli affreschi trecenteschi con Storie della vita di S. Francesco che si osservavano fino a qualche decennio fa nella cappella omonima all'angolo di via Don Minzoni con via de Paola, oggi adibita ad abitazione civile (2); o la dispersione dei numerosi dipinti (ben ventiquattro secondo la testimonianza del Lanna) realizzati da Nicola Malinconico per la Congrega della Addolorata, in S. Pietro (3); o ancora le numerose e preziose suppellettili delle sei congreghe caivanesi vendute dalle stesse a rigattieri e collezionisti di antiquariato (4).
Tra le opere superstiti che costituiscono l'oggetto di questo saggio mi piace segnalare per prime, vieppiù per la forte valenza che assumono nei confronti della storia locale, una serie di quattro pietre tombali, risalenti ai secoli XV,XVI e XVII, che si conservano, murate, nel transetto destro della monumentale chiesa di S. Pietro, ed il quattrocentesco monumento funerario dell'Arcivescovo De li Paoli. La più antica delle pietre tombali - un tempo variamente interrate secondo la testimonianza del Lanna nelle navate o nelle cappelle della Chiesa- é la lastra marmorea che copriva, nei pressi del sarcofago dell'Arcivescovo Marino De li Paoli (allorquando lo stesso era ancora accostato sulla parete sinistra dell'attuale Porta Piccola) il sacello di un congiunto di questi, forse il padre Giovanni, Gran Giustiziere presso la Corte della Vicaria di Napoli, già Capitano di Capua e Giustiziere degli Abruzzi. Sulla lastra, datata 1409,dovuta ad un ignoto marmoraio napoletano, é incisa una nicchia di stile gotico con colonne tortili che reggono una cimasa fregiata di ornati: all'interno di essa il defunto é vestito di toga e tocco, ha appesa al fianco sinistro la sciabola, nella destra stringe il bastone del comando, nell'altra mano regge una bandiera sulla quale sono incise le lettere S.P.Q.R. a ricordo del titolo di Senatore di Roma ottenuto per i servigi resi alla corte pontificia. In alto, ai lati dell'edicola archiacuta, si osservano due stemmi, identici, il cui campo é occupato da un'aquila con le ali spiegate e le zampe posate su due stelle; intorno alla lastra corre un'iscrizione, già abrasa ab antiquo, ma che nel 1707 fu provvidenzialmente ripresa e riportata su un'altra lastra (5). Per il resto, va evidenziato come il marcato espressionismo dell'immagine del giacente rievochi aspetti della scultura funeraria spagnola degli inizi del XV secolo.


Caivano, Chiesa di S. Pietro - Ignoto scultore napoletano -
Monumento Funerario dell'Arcivescovo M. De Li Paoli (1471)

- Particolare del frontone

Della fine dello stesso secolo é la lastra sepolcrale di tale Paolo Valle, di cui ci é dato sapere solo che era un sacerdote, realizzata in bassorilievo da un ignoto scultore napoletano della cerchia di Antonio Baboccio da Priverno. Il defunto, la testa poggiata su un cuscino, il corpo avvolto in un ampio manto, é raffigurato con le mani incrociate sul grembo ove é deposto un grosso libro, forse un Vangelo. Il rilievo, piuttosto appiattito, appare movimentato soltanto da un gruppo di pieghe. In basso una breve epigrafe ci informa che la tomba, originariamente situata presso l'Altare Maggiore, e di cui la lastra ne costituiva la copertura, fu fatta edificare dal nipote Giacomo per espressa volontà dello stesso prelato, morto il 12 ottobre dell'anno 1496 (6).


Caivano, Chiesa di S. Pietro, bottega di G. T. Malvito
- lapide sepolcrale dei fratelli Rosano (1520)

Alla mano esperta e sicura di un artefice della bottega di Giovan Tommaso Malvito sembra invece appartenere quella che, a mio avviso, é la più bella delle lastre conservate a Caivano: la lapide sepolcrale dei fratelli Rosano, datata 1520, frutto dell'assemblaggio operato ad inizio secolo di due differenti lapidi provenienti dalla cappella della Madonna delle Grazie (già di giuspatronato della famiglia), nella quale i due germani sono rappresentati, ad indicare il loro alto lignaggio, vestiti di larga toga e tocco sul capo. Una ricercatezza che trova una più che plausibile spiegazione nei costumi dell'aristocrazia del tempo, la quale, come suggerisce pure l'Abbate - qualificato studioso della scultura cinquecentesca napoletana - «..soprattutto nel sepolcro e nella scultura funeraria celebrava e ricordava ai vivi la propria potenza» (7). La figura di destra, dai lineamenti più giovanili, appare di profilo, col capo poggiato sulla spalla del fratello maggiore, nell'atto di cingergli col braccio il fianco. L'altro personaggio, di prospetto, é rappresentato invece, secondo la tradizionale iconografia, con gli avambracci incrociati sull'addome. La lastra é conclusa in alto da una breve epigrafe, la quale porta ai lati lo stemma di famiglia, il cui campo, diviso a metà da una fascia orizzontale, è occupato nella parte superiore da due rose e in quella inferiore da un'altra rosa (8). Aggiunta alla parte sottostante é invece un'altra piccola lastra marmorea rettangolare, proveniente dai piedi dello scalino d'ingresso all'ex cappella patronale dei Rosano, sulla quale si svolge una stringata epigrafe (9).


Caivano, Chiesa di S. Pietro. Ignoto lapicida napoletano.
Lastra tombale di F. A. D'Urso (1611)

I De Rosano, come altrimenti vengono citati nei documenti antichi, godettero di grande autorità a Caivano: esponenti della famiglia sono infatti elencati tra gli «hominum et vassallorum casalis Cayvani» di cui si fa menzione nell'atto d'infeudazione dei Casali di Giugliano, Caivano e Trentola firmato da Carlo II d'Angiò nel 1302 (10). Più tardi la famiglia é annoverata, accanto ai Gervasio, Mugione, Miccio, Galiero e D'Alois, tra le famiglie «onorevoli» del paese.
Una rappresentazione tipologicamente analoga a quella del sepolcro Valle, ma di molto successiva essendo datata 1611, si ravvisa nella lastra che celava la tomba del giovane Francesco Alessandro D'Urso, anch'essa originariamente situata nei pressi dell'Altare Maggiore. Sulla lastra il defunto é raffigurato vestito di calzoncini corti con legacci a nodo sul ginocchio; indossa una giacchetta con rigonfi alle maniche e colletto pieghettato, e un'ampia mantellina sulle spalle. Poggia il capo su un cuscino ai cui lati sono gli stemmi del casato: un leone rampante che una fascia trasversale, su cui sono incise due rose, divide in due parti. In alto tre stelle. Sotto la figura, una breve ed accorata epigrafe, dettata dal padre del defunto, Ottavio, esorta i giovani a ché «imparino a morire vivendo bene» (11).
Addossato alla parete della navata sinistra della chiesa, ma originariamente posto come già detto presso l'attuale Porta Piccola, è invece il bellissimo monumento funerario di Marino De li Paoli, importante figura di prelato - primo Arcivescovo, tra l'altro, delle diocesi riunite di Matera e Acerenza - realizzato in marmo nel 1471 da un ignoto scultore napoletano. Descritto dai biografi come uomo di grande ingegno e rettitudine, estremamente equilibrato e «sperimentato nel pacificare i popoli», Marino De li Paoli era probabilmente - come riferiscono gli Atti della Santa Visita di Mons. Carlo I Carafa - figlio di Giovanni, Gran Giustiziere della Corte della Vicaria di cui abbiamo trattato poc'anzi. Giovanissimo fu nominato Governatore di Todi, incarico che assolse con grande equilibrio in un periodo in cui la città umbra era ancora scossa, con altre città della regione, dalle vicissitudini seguite all'occupazione dell'esercito di ventura, comandato dal famoso capitano Braccio Fortebracci, nella sua disputa contro il Papa. In virtù delle benemerenze acquisite il pontefice dell'epoca, Martino V lo chiamò a guidare la Diocesi di Fondi, altra sede difficile, dove non erano ancora del tutto sopite le tensioni innescate dai cardinali che ad Anagni avevano deposto Urbano VI e che proprio nella città laziale, godendo appieno della protezione del Duca Onorato Caetani, avevano dato inizio, con l'elezione dell'antipapa Clemente VIII, allo Scisma d'Occidente.
Le fonti relative all'amministrazione della Diocesi di Fondi sono purtroppo avare di notizie e non é possibile pertanto avanzare giudizi sull'operato del De li Paoli in questo periodo. Certo é, però, che dopo qualche tempo, fu inviato da Eugenio IV a reggere la sede delle diocesi riunite di Acerenza e Matera, ancora una volta con lo scopo di mettere fine ad una agitata e lunga querelle che nata dalla diversa caratterizzazione assunta dai rispettivi prelati nei confronti del dissidio tra Renato d'Angiò e Alfonso d'Aragona, si era protratta oltremodo creando non pochi problemi al Papato (12).
In Basilicata il De li Paoli restò ben ventisette anni, fino al settembre del 1471, quando la morte lo colse a Miglionico, dove, secondo le fonti storiche locali (13), fu sepolto nella chiesa di S. Maria Maggiore, che però, ahimè, non conserva più il sepolcro a lui intitolato. In questa evenienza, pertanto, il sarcofago caivanese si prefigurerebbe solo come un cenotafio. Comunque sia, esso risulta costituito da tre colonnine di stile romanico che reggono il sacello, chiuso da una spessa lastra di marmo, su cui si adagia una scultura del defunto, vestito dei paramenti vescovili. Il frontone del sacello é scompartito in tre pannelli divisi da pilastrini scanalati. Ogni pannello ha la forma di una conchiglia in ognuna delle quali é un bassorilievo; in quello centrale si osserva, a figura terzina, la Vergine col Bambino fra le braccia; ai due lati - nella medesima posizione, entrambi rappresentati con libro e pastorale - S. Nicola e S. Biagio (o S. Canione). Tutt'intorno alla cornice corre una striscia con fregi di fogliame ed una breve iscrizione (14). In alto, murata nel muro é un'altra iscrizione (15).
Circa l'autore del monumento l'assenza pressoché totale di fonti non ne permette l'identificazione; tuttavia l'esecuzione molto accurata del manufatto lascia ipotizzare l'intervento di uno scultore di raffinato linguaggio.


Caivano, Chiesa di S. Barbara. P. De Maio,
Il Martirio di S. Barbara (1733)

La chiesa di S. Pietro oltre che per le succitate opere marmoree si qualifica, dal punto di vista artistico, anche per un piccolo ma significativo nucleo di statue lignee e soprattutto per una notevole serie di affreschi e dipinti (me ne riserbo di trattarne in una prossima specifica occasione) variamente distribuiti tra le navate, le cappelle e gli ambienti attigui, sedi nei secoli scorsi di alcune delle più importanti congreghe cittadine. Ma é tempo di passare ad illustrare alcuni altri manufatti artistici che si conservano nelle restanti chiese di Caivano.


Caivano, Chiesa di S. Barbara.
F. Verzella, Assunta (inizi sec. XIX)

A partire da quello che é senza dubbio il dipinto più interessante della Chiesa di S. Barbara, peraltro non particolarmente ricca di opere pittoriche antiche: la tela raffigurante il Martirio della Santa titolare, firmata e datata 1733 da Paolo de Majo (Marcianise,1703-Napoli,1784). Il dipinto si colloca in quella fase dell'attività del pittore ancora caratterizzata dalle soluzioni formali più classicistiche apprese nell'ambito dell'accademia di Francesco Solimena, di cui fu uno dei maggiori allievi. Per il resto Paolo de Majo é pittore oltremodo conosciuto perché se ne parli più diffusamente in questa sede (16). Qui basterà ricordare che alla fine del terzo decennio del secolo, deviando dai modi del maestro, si aprì verso un linguaggio più moderno molto vicino a soluzioni di gusto demuriano; cui si aggiunse più tardi una sua più personale raffinata sensibilità di tono arcadico-metastasiano che si protrasse fin oltre la metà degli anni '60 del secolo, quando incominciò ad evidenziarsi in lui un nuovo interesse per le moderne proposte del classicismo romano importate a Napoli dal Conca. Ritornando al nostro dipinto va sottolineato come iconograficamente non presenti sostanziali novità rispetto allo schema solitamente utilizzato da altri pittori per rappresentare l'episodio conclusivo della Passione di Barbara ambientata a Nicomedia, in Bitinia, nel III secolo. Secondo questi atti (del tutto infondati per molti studiosi) Barbara, convertitasi al cristianesimo, fu uccisa, dopo orribili torture di spada, dal padre, ostinatissimo pagano, per non aver voluto rinunciare alla fede in Cristo. Sempre secondo la leggenda non appena il padre ebbe recisa la testa alla figlia fu incenerito da un fulmine. Ed é per questo che la santa é invocata contro i fulmini e contro la morte improvvisa che non lascia tempo al peccatore di pentirsi e di prepararsi al trapasso; nonché da tutti quelli che hanno a che fare col fuoco, dai vigili agli artificieri, agli armaioli. Nel dipinto caivanese, donato alla chiesa dal rettore Michele Sagliocco come si evince da una scritta in calce alla tela (17), S. Barbara è raffigurata, su uno sfondo campestre, vestita di tunica verde e manto rosso sulle spalle, mentre genuflessa, con la mano sinistra al petto in gesto di devozione, volge lo sguardo al cielo. Al suo fianco, il padre, vestito anch'egli di tunica verde con bordo dorato a larghe maniche bianche e con ampio manto sulle spalle, ha la sinistra sulla fronte della figliola e stringe nella mano destra un coltello col quale é in atto di trafiggerla. In alto, entro una luce dorata, un angioletto guarda la Santa e regge la palma del martirio.


Caivano, Congrega del Rosario.
A. Mozzillo, Il seppellimento della Vergine (1797)

Nell'abside della navata laterale sinistra della stessa chiesa, in una nicchia posta sull'altare, si conserva invece una statua lignea policroma della Madonna Assunta. Poggiata su un groppo di nuvole retta un tempo da piccoli angioletti (ora scomparsi in seguito ad un furto sacrilego) la Vergine é rappresentata coi lineamenti molto delicati mentre ritta in piedi, con le braccia aperte, é in atto di pregare. Indossa un ampia veste color avorio damascata in oro e una larga fascia azzurra le cinge la vita. Benché di fattura non eccelsa, la scultura, di qualche graziosa finezza di ritmo soprattutto nel fluire morbido dei capelli sulle spalle e nel declivio flessuoso delle vesti, ha vasti riferimenti con composizioni settecentesche napoletane, assai ripetute e diffuse. La statua lascia infatti trasparire l'adesione dell'autore ai modelli correnti settecenteschi, derivati per lo più dalle coeve composizioni pittoriche rispetto alle quali si presenta però con una maggiore stasi nei movimenti e, quindi, un minore slancio delle figure. La scultura é attribuita dal Lanna a un non bene precisato artefice di nome Verzella (18). Sicché le fonti e i documenti tramandano diversi scultori con questo nome già a partire dalla fine del Cinquecento e fin oltre la metà dell'Ottocento, tutti appartenenti, peraltro, alla stessa famiglia. Nel nostro caso, in assenza di altri elementi di identificazione ma basandoci esclusivamente sull'analisi stilistica e tipologica - che riconosce nell'opera, ancorché caratterizzata da una stretta commistione del gusto neoclassico con quello settecentesco, una forte dipendenza dai modelli e dalla plastica di Giuseppe Picano - non crediamo di discostarci molto dalla verità nell'assegnarne la realizzazione alle capaci mani di Francesco. Questi, esponente di punto della bottega familiare, fu attivo secondo le ricerche del Borrelli dalla fine del Settecento a tutto il 1845 (19); seppure più recentemente il Loffredo, anche alla luce di nuovi ritrovamenti documentari lo dice attivo fino al 1835 subito dopo aver scolpito cioé l'immagine della cosiddetta Addolorata del Venerabile Gaetano Errico per l'omonima chiesa di Secondigliano (20).


Caivano, Chiesa di S. Antonio.
De Rosa, Pentecoste (1597)

Formatosi presso la bottega del padre,che un documento conservato presso l'Archivio Storico del Banco di Napoli ci dice essere sita vicino la chiesa di S. Nicola del Pozzo presso l'Arcivescovado di Napoli, Francesco fu autore di diverse statue variamente sparse tra Napoli e alcune cittadine della Campania. Tra le quali si segnalano un busto di S. Anna con la Madonnina nella chiesa di S. Anna a Mercogliano a Napoli (1806), le analoghe composizioni per la parrocchiale di Foglianise, in provincia di Benevento, di S. Anna di Palazzo e di S. Maria delle Grazie a Napoli, l'Immacolata per la chiesa di S. Monica e S. Geltrude ancora a Napoli (1823),un altra Assunta per la parrocchiale di Monte di Procida, quattro busti ed una scultura a figura intera dell'Immacolata per il Duomo di Torre del Greco (1827). E ancora gli sono state assegnate, dubitativamente, diverse sculture nella tribuna e in una delle cappelle dei Girolamini; nonché un Crocifisso nell'attigua Biblioteca (21).
Modesto é invece il rilievo artistico delle opere conservate nella più importante (per la storia religiosa locale) chiesa di Caivano: il Santuario della Madonna di Campiglione; dove - se si esclude naturalmente il famoso affresco della Madonna col titolo eponimo, meritevole di una trattazione specifica - le uniche opere d'arte degne di considerazione si riconducono, invero, a qualche altare marmoreo, ad una tavola di ignoto raffigurante la Madonna del Carmine, databile alla fine del Cinquecento, alla tela posta sull'altare della sesta cappella di destra, dedicata alla Madonna del Rosario, su cui é apparsa recentemente, in seguito al restauro, la firma di tale De Vitalis, altrimenti sconosciuto alla storia dell'arte.
Ben più meritevoli di considerazione sono invece gli affreschi settecenteschi di Angelo Mozzillo nell'attiguo Oratorio del Rosario. Qui l'artista afragolese affrescò nell'anno 1797, un ciclo di dipinti avente a tema Fatti della Vita della Vergine che si possono annoverare, senza alcun dubbio, tra le prove più alte dell'attività di frescante dell'artista. Che nato il 20 ottobre del 1736 ad Afragola, dove lasciò tra l'altro alcune sue opere nella Chiesa di S. Maria d'Ajello, nonché negli androni di diversi palazzi gentilizi e in alcune edicole votive (tra cui si segnala una bella Madonna col Bambino all'angolo tra via De Rosa e via D. Morelli), eseguì nella sua lunga attività affreschi e dipinti in tutta la Campania; oltre che a Casoria (Chiesa di S. Mauro) e Caivano, cittadine contigue al suo paese natìo, a Marano (Chiostro del Convento francescano), a Cimitile, e poi ancora a Napoli (Chiesa di S. Diego all'Ospedaletto, affreschi purtroppo perduti, S. Lorenzo, S. Anna dei Lombardi, Gesù Nuovo), Nola, Liveri, S. Paolo Belsito, Palma Campania, Scafati, Ottaviano, Cicciano, Somma Vesuviana (Cappella di S. Gennaro nella Collegiata), Castellamare di Stabia, Agerola, S. Giuseppe Vesuviano fino a S. Agata dei Goti, Solopaca, Sparanise, Polla. E fu tale la fama acquistata nel frattempo che nel 1788, i Governatori del Pio Luogo di S. Eligio a Napoli, lo incaricarono di decorare con un programma di vasto respiro tratto dal poema epico della Gerusalemme Liberata del Tasso, le volte e le pareti della Sala delle Udienze, deputata ad ospitare i Sovrani Borbonici allorché si recavano ad assistere all'annuale incendio del campanile della chiesa del Carmine in occasione della Festa della Madonna Bruna (22).Come in analoghi cicli aventi a tema Fatti della Vita della Vergine, trattati fin dal Rinascimento dai più disparati artisti, anche il Mozzillo, nella stesura dei vari episodi costituenti il ciclo di Caivano, si rifà alle narrazioni della Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, che scritte nel XIII secolo riprendevano ampiamente le scritture apocrife; ad esclusione del solo episodio della Discesa dello Spirito Santo, narrato, com’è noto, dagli Atti degli Apostoli (2,1-4).Il racconto evangelico riporta che dieci giorni dopo aver assistito all'Ascensione di Gesù, il giorno della festività ebraica della Pentecoste, gli Apostoli, mentre si trovavano riuniti in una casa di Gerusalemme videro piombare «...all'improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatté gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d'esprimersi». La Chiesa, fin dai suoi albori, ha voluto celebrare nell'episodio il suo atto di nascita; pertanto, quando nel 1570 l'erudito lovaniense Giovanni Ver Meulen, detto latinamente il Molanus, in un suo trattato introdusse nell'iconografia dell'evento anche la figura della Vergine, considerata dalla letteratura cristiana medioevale il simbolo e l'immagine stessa della Chiesa, il nuovo schema iconografico fu subito accolto (23).


Caivano (Casolla), Chiesa dell'Assunta,
La Madonna della Sperlonga (sec. XIV)

Tant’è, che a Caivano, già precedentemente al ciclo mozzilliano, nel 1597, anche Tommaso De Rosa - pittore napoletano cui era stata commissionato il dipinto con la rappresentazione della Discesa dello Spirito Santo da porsi sull'Altare Maggiore della omonima chiesa (ora intitolata a S. Antonio da Padova e popolarmente nota come la chiesa dei Cappuccini), in ottemperanza a questo nuovo schema iconografico, aveva posto la Vergine Maria al centro di una vasta composizione (tuttora nell'originaria ubicazione) mentre in tunica rossa e manto azzurro, e con le mani giunte, volge estatica lo sguardo al cielo pronta a ricevere sul capo - unitamente agli Apostoli che la circondano - la fiammella dello Spirito Santo, raffigurato nelle sembianze di una colomba su uno sfondo dorato. Circondano la Vergine e gli Apostoli numerosi discepoli in atto di adorazione. La bella tavola caivanese costituisce allo stato attuale degli studi l'unica opera firmata e datata del De Rosa, cui le fonti archivistiche assegnano numerose altre tavole, delle quali due sole note: il Martirio di S. Erasmo nella chiesa di S. Spirito a Napoli e l'Annunciazione di Montepaone in provincia di Catanzaro (24). Per il resto poco o nulla si conosce di questo pittore, più noto per essere il padre di Pacecco e Annella, allievi dello Stanzione, che l'autore, tra l'altro, della grande Cona dell'Ascensione (purtroppo perduta) nella Chiesa di S. Maria della Stella a Napoli, e propriamente nella Cappella di Isabella Cameraria, da identificarsi secondo l’Engenio nella nobildonna napoletana che fu moglie del celebre Tiberio Brancaccio. Il De Rosa morì prima del 1611, giusto quanto si ricava da una polizza di pagamento con la quale tale Francesco Sanchez paga tre ducati a Marcello di Mauro, suo cognato, a compimento di un dipinto con l'immagine della Madonna del Carmelo che il De Rosa aveva cominciato e che il De Mauro aveva portato a compimento (25)
. Torna conto, infine, parlare della cosiddetta Madonna della Spelonca, altrimenti denominata della Sperlonga. Se tutti (o quasi tutti) gli autori di storia locale caivanese si soffermano, più o meno diffusamente, a parlare, della miracolosa effige della Madonna di Campiglione, il solo Domenico Lanna, dà un qualche cenno - sia pure in modo sommario ed impreciso - sulla bella statua che prende il titolo dall'omonima parrocchiale di Casolla, la piccola frazione a nord del paese, dove tuttora é dato ammirarla; e dove la stessa era stata riposta, proveniente dalla vecchia chiesa - attualmente ridotta a pochi ruderi - a metà del XVIII secolo, in occasione della edificazione della nuova parrocchiale.
Scrive infatti il Lanna: «...la statua della Vergine protettrice, che si venera oggi nella Chiesa nuova, é di greca scultura, porta al tergo la data 869, unico testimonio dell'antichità del villaggio, e monumento più antico di quanti esistono in Caivano» (26). Eppure non sarebbe dovuto sfuggire all'autore, che manifesta peraltro una profonda conoscenza del patrimonio artistico di Caivano - se solo non avesse tenuto in nessun conto la datazione letta sul tergo della statua, relativa probabilmente ad un restauro realizzato nel 1869, e avesse viceversa preso nella dovuta considerazione le fattezze del viso e l'assetto verticale della stessa - come la sua realizzazione vada invece collocata, piuttosto, nel lungo periodo di transizione intercorso tra la fine della tradizione romanica e l'affermarsi dell'arte gotica d'influenza francese, diffusa per di più dalla venuta degli Angioini nelle nostre contrade. Rilievo che non sfuggì, invece, all'occhio esperto del compianto soprintendente di Napoli Raffaello Causa, curatore con Ferdinando Bologna a metà del secolo scorso di una pioneristica mostra sulla scultura lignea in Campania e del relativo catalogo, il quale nella scheda concernente la statua lignea della Madonna di Pugliano (ora Ercolano) conservata nella locale chiesa di S. Maria delle Grazie e, databile alla prima metà del XIV secolo, fece un breve accenno anche alla statua caivanese; giusto per osservare che anche essa, alla pari di analoghi manufatti conservati nelle chiese dell'Italia meridionale, pur essendone una «..rielaborazione ritardataria ed abbastanza povera» andava accostata al «..nobilissimo esemplare di Pugliano (...) nel quale é evidente l'innesto della cultura francese sulle forme locali» (27). A quest'ultima opera - che rappresenta la Vergine avvolta in una veste a pieghe coperta da un lungo manto aperto sul petto mentre seduta sul trono sorregge sulla gamba sinistra il Figlio in atto di benedire - il sacro legno di Casolla si apparenta infatti, oltre che per l'iconografia, per una serie di manierismi: quali il taglio della bocca della Vergine che si schiude in un pungente sorriso, l'ampia curva del drappo sul suo busto, il panneggio della veste con l'identica caduta delle pieghe. Per il resto l'unica peculiarità della scultura di Casolla é di carattere iconografico e riguarda la posizione seduta e non eretta della Vergine, così come é dato vedere - pur nelle diverse tipologie - nei coevi gruppi scultorei. La qual cosa rende lecito parlare, per il manufatto, di una variante tipologica rispetto sia al tipo della cosiddetta Hodigitria, raffigurata generalmente in piedi col Bambino benedicente tenuto con il braccio sinistro, sia al tipo della Madonna cosiddetta Nikopoia, rigorosamente rappresentata, invece, in posizione frontale, assisa sui cuscini, con il Figlio seduto sulle ginocchia.

NOTE:
(1) Si registra in particolare, relativamente alle opere conservate nella sala consiliare del Municipio, la scomparsa, nella seconda metà degli anni '80,di due ritratti ad olio raffiguranti rispettivamente Giuseppe Garibaldi e Pietro Rosano, già ministro del II Gabinetto Giolitti nel 1903.
(2) Si riporta, a titolo di curiosità, ma vuole essere anche un monito per noi tutti a non rifare gli errori del passato, quanto scrive D. Lanna, Frammenti storici di Caivano, Giugliano in Campania,1903, pag.256, a proposito della scoperta e della conservazione di questi affreschi agli inizi del secolo scorso: «Intanto vari anni or sono passando la processione del Corpus Domini (davanti alla Cappella di S. Francesco, o della Santa Croce, n.d.A)..e secondo il costume sparandosi i mortaretti, la crosta della calce scossa dalle forti detonazioni si staccò in due punti dal muro, e cadendo pose a nudo le pitture, che si sono conservate freschissime pel colorito. Sarebbe desiderabile che qualche erede della famiglia Rosano (all'epoca beneficiaria della cappella, n.d.A) compisse l'opera cominciata dal caso e facesse scoprire da qualche mano maestra il resto, e la facesse restaurare».
(3) D. Lanna, Frammenti . . . cit., pag. 207. Del Malinconico, tuttavia, sono rimasti nella chiesa di S. Pietro, due affreschi, peraltro rovinatissimi, nella cappella a sinistra dell'Altare Maggiore, raffiguranti l’uno la Natività di Gesù, l'altro, l’Adorazione dei Magi; oltre che una Madonna dei Sette dolori, resa scura dagli ossidi, sull'altare della cappella omonima, a sinistra della porta d'entrata.
(4) S. M. Martini (a cura di), Materiali di una storia locale: le ipotesi, le cose, gli eventi, gli uomini, le voci colte e popolari della storia di Caivano, Napoli, 1978, pag. 208. In particolare, va fortemente deprecata, l'alienazione del bellissimo pavimento, di probabile manifattura dei Giustiniani, che ornava l'impiantito dell'abside della Congrega del Sacramento in S. Pietro. Una vecchia scheda della Soprintendenza di Napoli così lo descrive: «Su una base ornata da volute, fiori e frutta poggia un vaso decorato con putti e fiori. Ai lati due pavoni fanno da manici: più in basso due corni d'abbondanza. In primo piano nel centro, su una cartella barocca é inscritto un medaglione in cui è raffigurata una donna seduta sull'orlo di una vaschetta con una spada fra le mani. In alto un mascherone su una voluta».
(5) La scritta recita: -HIC IACET CORPUS EGREGII VIRI IOANNIS DE LI PAOLI DE CAYVANO/OLIM CAPITANEUS CAPUAE/IUSTITIARIUS APRUTII CITRA/REGENS M.C.V. (Magnae Curiae Vicariae)/SENATUS URBIS ROMAE. A. D. MCCCCIV.
(6) Si riporta: -HIC PAULUS DE VALLIS POLLENS ORDINE SACRO/CONDITUR ET CUNTRI QUI GENERI UNDE FORENT./ANTRUM HOC FECIT IACOBUS IUSSUS AB IPSO/QUI NEMPE NEPOS MAXIME CHARUE ERAT./OBIIT AUTEM DIE XII OCTOBRIS II INDICTIONIS/MCCCCXIV.
(7) F. Abbate, La scultura napoletana del Cinquecento, Roma 1992, in quarta di copertina.
(8) Su di essa si legge: DOMINUS DOMENICUS DE ROSANA U.I.D. CUM BERNARDO ET IOANNE FILIIS EORUMQUE EXORIBUS HIC CONQUISCUNT.
(9) Si riporta: DOMINUS BERNARDUS DOMINI DOMINICI DE ROSANA CURRENTI ANNO MDXX.
(10) G. Capasso, Afragola. Origini vicende e sviluppo di un "casale" napoletano, Napoli 1974, pag. 194.
(11) Si riporta l'epigrafe: DISCANT ADULESCENTES BENE VIVENDO MORI FRANCISCI ENIM ALEXANDRI D'URSO NECEM OCTAVIUS PATER IN FLORE SUAE PUBERTATIS PLORAVIT A. D. MDCXI.
(12) Per un più puntuale profilo biografico dell'Arcivescovo De li Paoli cfr. D. Lanna, Frammenti . . . cit., pp. 264-272, con riferimenti alla bibliografia precedente (Faiola, Ughelli, Cappelletti, Moroni).
(13) T. Ricciardi, Notizie storiche di Miglionico, Napoli 1867.
(14) L'iscrizione recita: MARINUS CAYVANENSIS COGNOMENTO DE PAULO ARCHIEPS; ACHERUNTINUS HOC SIBI VIVENS POSUIT; ANNO MCCCCLXXI.
(15) Su di essa si legge: PUBBLICA CUI IUVENIS RES EST COMMISSA TUDERTI/FUNDORUM ET MERUI PRAESUL UT URBE FOREM/MAX ACHERUNTINAE REDIMITUS HONORETYARAE/EXEGI HIC VITAE TEMPORA LARGE MEA E./ANIMUM NUNC ME CAIVANUM PATRIA LEGET/ET NAGE DE PAULO SCRISI MEA CONTA DOMUS.
(16) Per una esauriente informazione sulla biografia e la produzione del de Majo si rimanda a M. A. Pavone, Paolo de Majo Pittura e devozione a Napoli nel secolo dei lumi, Napoli 1977; Id., Aggiunte al "Paolo de Majo", in Studi di Storia dell'Arte in onore di Mario Rotili, Napoli 1984, I, pp. 491-502.
(17) Si riporta: Can. Michael Sagliocco Trent(ulensis) Rector pingi curavit 1733.
(18) D. Lanna, Frammenti . . . cit., pag.163.
(19) G. Borrelli, Il Presepe Napoletano, Roma 1970, pag. 245.
(20) S. Loffredo, I Verzella, Napoli 1987, pag. 73.
(21) G. Borrelli, Il Presepe . . . cit., pp. 245-246.
(22) N. Spinosa, Pittura napoletana del Settecento dal Rococò al Classicismo, Napoli 1987, pag. 61 e pag. 445 (regesto a cura di G. Toscano).
(23) G. Ver Meulen, De picturis et imaginibus sacris liber unus: tractans de vitandis circa eas abusibus, et de earumdem signicationibus, Lovanio 1570.
(24) G. B. D'Addosio, Documenti inediti di artisti napoletani dei secoli XVI e XVII dalle polizze dei banchi, in Archivio Storico per le Provincie Napoletane, XXXVIII (1913), pp. 483-524, pag. 499; XLV (1920), pp.179-190, pag. 183 e 184; cfr. pure M. W. Stoughton, Giovan Battista Caracciolo: new Biographical Documents, in The Burlington Magazine, CXX (1978), pp. 204-215, pag. 209.
(25) G. B. D'Addosio, Documenti . . . cit., XLV (1920), pp. 179-190, pag. 180.
(26) D. Lanna, Frammenti . . . cit., pag. 42.
(27) F. Bologna - R. Causa (a cura di), Sculture lignee nella Campania, Napoli 1950, pag.76.