LA CHIESA DI S. MARIA DELLE GRAZIE
E DELLE ANIME DEL PURGATORIO
IN FRATTAMAGGIORE
(Brevi note Storiche ed Artistiche)
FRANCO PEZZELLA
Il primo a decretare l'istituzione del culto in onore della Madonna delle Grazie
fu Papa Urbano VI, al secolo Bartolomeo Battillo Prignano da Napoli. L'8 aprile
del 1389, infatti, riuniti in segreto concistoro i cardinali suoi sostenitori (siamo
all'epoca del cosiddetto Scisma d'Occidente), decretò l'istituzione della festa
della Visitazione di Maria sotto il titolo di Santa Maria delle Grazie da celebrarsi
in tutte le chiese il 2 luglio con l'obbligo del digiuno nella vigilia. Il motivo primo
che aveva spinto Urbano VI alla istituzione di questa ricorrenza, poi ufficialmente
promulgata con apposita Bolla pontificia il 9 novembre dello stesso anno dal suo
successore Bonifacio IX, fu quello di sensibilizzare i fedeli ad intercedere presso
la Santa Vergine affinché facesse cessare lo scisma della Chiesa consumatosi il 20
settembre del 1378 con l'elezione nel concistoro di Fondi dell'antipapa Clemente
VII.
Qualche decennio dopo, nei primi anni del XV secolo, il culto per la Madonna
delle Grazie, proprio per la sua specificità legata a doppio filo con il concetto
di misericordia e più in generale di remissione delle colpe, viene a contatto con
la dimensione del Purgatorio. Prima ed immediata conseguenza di questo impatto
è la formulazione di un nuovo modello iconografico che i documenti coevi indicano
giustappunto col nome di "Sancta Maria de Gratia cum Purgatorio".
Questa immagine è caratterizzata dalla figura della Madonna che, aiutata dal
Bambino Gesù, si stringe il seno per spargere con il suo latte, simbolo della
grazia, le anime dei defunti, le quali, immerse in buche infuocate, stanno in
posizione orante ai suoi piedi.
Benché la Chiesa, ritenendo scabroso il tema (invero anche per l'accostamento
che esso aveva con la leggenda di Giunone e della via Lattea) ne ostacolasse
la diffusione, la nuova immagine ebbe un successo straordinario - manco a dirlo -
proprio in Campania, diventando ben presto oggetto di culto da parte di ampi strati
della popolazione. Ne costituisce tangibile testimonianza non solo l'aumento della
produzione artistica intorno a questo specifico tema iconografico, quanto l'erezione,
in tutta la regione, di numerose chiese e confraternite con questo titolo.
E in questo contesto che prende le mosse anche la storia della chiesa di Santa
Maria delle Grazie e delle Anime del Purgatorio nella nostra Frattamaggiore.
Ubicata nel centro antico della città, alle spalle della chiesa di S. Sossio, nel sito
anticamente chiamato "piazza dell'olmo" per la presenza di un albero di questa
specie giusto al centro della piazzetta un tempo antistante la chiesa. Le origini
della stessa, si fanno infatti risalire al XV secolo, in concomitanza con la
costituzione dell'omonima confraternita; la quale, come dichiararono gli economi
Cesare Fiorillo e Sebastiano Dello Preite a Monsignor Pietro Ursino, vescovo di
Aversa, venuto a Frattamaggiore in "Santa Visita" «ha fundatione et erettione antica
confirmata. da Mons. vescovo Balduino con facoltà di presentare il Cappellano
tanto in questa Capp. a quanto nella Capp.a di Monte Vergine del medesimo
casale, come appare per bolla del medesimo data 4 Febraro 1577». Per la
vicinanza con la sede comunale la confraternita contava numerosi sostenitori
ed iscritti tra gli amministratori comunali. Nella precedente "Santa Visita" del
vescovo Balduino de Balduinis del 17 novembre 1560 troviamo infatti annotato
che in essa «convengono i confratelli di detta Università», laddove con questo
termine s'intende l'attuale municipalità. La chiesa ora infatti già indicata "ab
antico" come S. Maria delle Grazie «seu del Comone», ossia del Comune
giacché, essendo un tempo l'ingresso ad essa ostacolato da un basso ed una
stanza di proprietà di tale Nicola Truotolo, gli amministratori avevano provveduto
ad espropriare e ad abbattere le due misere fabbriche creando nel contempo
la piazzetta di cui si diceva, poi scomparsa allorquando nel 1522 venne
ristrutturata la chiesa di S. Sossio. Non va comunque escluso che essa fosse
così denominata a ragione del fatto che era l'edificio religioso in cui il potere
civile riconosceva il proprio spazio liturgico ed ecclesiale per celebrarvi
solennemente le festività ufficiali e gli eventi politici di importanza sociale.
Secondo il canonico Francesco Antonio Giordano, autore a metà Ottocento
di una prima storia di Frattamaggiore, la confraternita di S. Maria delle Grazie
fu invece fondata nel 1616. Tuttavia, non bastassero le fonti documentarie già
citato, un documento manoscritto della congrega del Rosario, reso noto non
molti anni orsono dal Ferro testimonia che la confraternita «uscì per la prima
volta» dalla chiesa (evidentemente per una processione) il 29 agosto del 1599.
Alla luce di quanto fin qui detto è pertanto ipotizzabile che il Giordano si riferisca
invece, piuttosto che alla fondazione vera e propria della confraternita, ad un
semplice atto di corroborazione della stessa da parte delle autorità
ecclesiastiche.
Una riconferma certa della confraternita è registrata invece al 31 marzo del
1769, data in cui re Ferdinando IV di Borbone «roborò le sue Regole con
Regio assenso».
In ogni caso la cappella quattrocentesca fu rifatta quasi del tutto nella prima
metà del Seicento, subito dopo cioè il 23 marzo del 1639, allorquando, per
una distrazione del sacrestano che aveva lasciato acceso un piccolo recipiente
con del fuoco in un salone posto sopra la chiesa (ambiente normalmente
destinato alle riunioni della confraternita ma occupato in quella contingenza
da un indoratore il quale vi stava lavorando alla confezione di uno stendardo
processionale) si sviluppò un incendio di vaste proporzioni che nel giro di
qualche ora ridusse la chiesa ad un ammasso informe di rovine. Ricostruita
in forme barocche, forse con un diverso orientamento rispetto all'impianto
originario, questa chiesa aveva, secondo la testimonianza del Giordano - il
quale ne diede una breve descrizione nella sua storia della città prima che
anch'essa venisse abbattuta e ricostruita completamente alla metà dell'Ottocento
perché divenuta nel frattempo fatiscente - solo tre altari: quello centrale,
dedicato alla Madonna delle Grazie, quello a sinistra, dedicato alle Anime
del Purgatorio, dove ora si trova la statua di S. Pietro apostolo ad un terzo,
a destra, dedicato a S. Orsola. Nell'annessa confraternita vi erano, invece,
un altro altare dedicato alla Madonna delle Grazie, e due altari dedicati
rispettivamente ai santi Vincenzo Ferrer e Francesco da Paola.
Alcune lapide sepolcrali ricordate dal Giordano testimoniano la presenza,
in questo ambiente, di una cripta utilizzata per la sepoltura dei confratelli fino
a quando, per interdizione governativa, i defunti si dovettero inumare nel
cimitero cittadino aperto nell'aprile 1839.
Sulla prima, frammentariamente ancora presente, murata nel pavimento
dell'abside, si leggeva:
FERMA A PENSAR D'INEVITABIL SORTE
DECRETO FATAL, UOMO INFELICE
CHE QUI CENER SARAI DOPO LA MORTE
Su un'altra che celava la fossa dei confratelli si leggeva:
SEPULCRUM PRO HUJUS CONFRATERNITATIS CONFRATUM
CORPORIBUS EXANIMIS HUMANDIS TANTUM AN. A.
VIRGINIS PUERPERIS MDCLII
Su un'altra ancora:
QUI SIMUL UMANIMES VIXERE AD VIRGINIS AURAM
HAEC TEGIT EXANIMES FRIGIDE PETRA VIROS
A. R. S. MDCLXXVIII
Nella confraternita ebbe sepoltura, tra gli altri anche il giureconsulto Francesco Maria Niglio, ricordato da una epigrafe, ora non più esistente, il cui testo riportato dal Giordano recitava:
FRANCISCO MARIAE NILIO
DIVINI HUMANIQUE JURIS PERITISSIMO
CAUSARUM PATRONO INTEGERRIMO
QUI
RELIGIONE IN DEUM SPECTATISSIMUS
NON SIBI SED PATRIAE NATUS
LIBEROS INGENUE FOVIT
PAUPERES LIBERALITATE COMPLEXUS EST
CUNCTIS VIRTUTIBUS CLARUS
SUMMIS AEQUE AC IMIS
AETERNUM SUI RELIQUIT DESIDERIUM
JOSEPHUS DOMINICUS MICHAEL VINCENTIUS
PARENTI OPTIMO D. Q. S. B. M.
HOC MONUNENTUM
DONATUS EST ANNOS NATUS LXXXI
V. KAL. APRIL. AD. MDCCXCIII
Attualmente non si localizzano botole di accesso alla cripta, perché pare fossero
state chiuse durante i precedenti lavori di rifacimento della pavimentazione.
Essa si sviluppava forse, com'è dato intuire da un piccolo ambiente che s'intravede
da un condotto di sfiato dietro l'abside, in un area sottostante all'attuale
presbiterio.
Tra Seicento e Settecento la confraternita visse il periodo di maggior sviluppo:
sostenuta da rendite immobiliari e finanziarie cospicue, questa istituzione ebbe
fra gli scopi oltre che la sepoltura e la celebrazione di messe di suffragio per i
propri confratelli e per le Anime del Purgatorio, l'assistenza alle persone
indigenti.
Ne abbiamo la riprova in alcune epigrafi ritrovate nel corso di occasionali lavori
di restauro, dentro e fuori la chiesa.
La prima, ritrovata il 7 luglio del 1873 mentre si abbatteva il muro che separava
la sagrestia della chiesa dalla parrocchia di S. Sossio, recitava:
VENERABILI ANIMARUM PURGATORII CAPPELLAE
NOVELLUS BIANCARDO, DOMORUM HOSPITIUM
LEGAVIT, VOLENS, POST UXORIS OBITUM
RECTORES, HUNC LAPIDEM STRUENDUM, AC SEMEL
IN HEBDOMADA SACRUM, PRO SE, SUISQUE
A. D. MDCLXVIII.
E cioè: Novello Biancardo lasciò in eredità alla venerabile cappella delle Anime
del Purgatorio l'uso delle sue case come ospizio. Fu sua volontà che dopo la
morte della moglie i Rettori della cappella curassero la posa di questa lapide e
che vi celebrassero una volta alla settimana in suffragio suo e dei suoi genitori
A. D. 1668.
Una seconda epigrafe fu scoperta invece l'anno successivo, allorquando,
dovendosi eseguire lavori di ampliamento del secondo tratto di corso Durante,
la stessa venne fuori nell'abbattimento della parte antistante al palazzo Vitale,
l'edificio attualmente contrassegnato con il civico 242. Su di essa si
leggeva:
QUESTA CASA E' STATA DONATA
ALLA CAPPELLA DELLE ANIME DEL PURGATORIO
DA SCIPIONE DELLO PREITE
CON PESO DI MESSE QUARANTACINQUE
IN PERPETUUM. LA QUALE
NON SI PUO' VENDERE, NE' ALIENARE,
DEL CHE NE APPARE
DA ISTRUMENTI PER MANO
DI NOTARO DOMENICO BIANCARDO
DI FRATTAMAGGIORE
NEL DI' ULTIMO DI AGOSTO 1637
In questa casa vi era pure un'altra iscrizione che recitava:
HAEC EST DOMUS ALEXEI DELLO PREITE
IN QUA NON NEGATIBUR CHARITAS
PEREGRINIS ET PAUPERIBUS
A. D. 1696
Questa è la casa di Alessio dello Preite nella quale non si nega la carità né
ai pellegrini, né ai poveri A.D. 1696.
Da un documento conservato tra i processi della Curia Vescovile di Aversa -
nella fattispecie un ricorso presentato alla Regia Camera di S. Chiara da parte
di un gruppo di sacerdoti frattesi per ottenere una più equa distribuzione delle
messe legate alle diverse Cappelle cittadine - apprendiamo infine che, con il
numero complessivo di 2679, la Cappella del Purgatorio e di Santa Maria
delle Grazie superava di gran lunga tutte le altre Cappelle nella ripartizione
delle stesse.
Come già preannunciavo poc'anzi, nell'anno 1854 la vecchia chiesetta
seicentesca, divenuta fatiscente ed insufficiente, venne abbattuta. Ne patrocinò
la ricostruzione l'allora Priore della confraternita, tale Aniello Rossi, il quale,
affidato il progetto all'architetto napoletano Giuseppe Franciscone (noto
artefice, tra l'altro, delle chiese di S. Maria la Scala e di S. Michele Arcangelo
a Napoli) e l'esecuzione dei lavori alle maestranze dell'appaltatore Domenico
Ferro, s'impegnò personalmente, insieme al fratello Arcangelo e al confratello
Antonio Lanzillo, per un primo finanziamento e per rifornire il cantiere di calce
e pietre. In prosieguo di tempo un certo Pietro Antonio Cirillo, beneficiato
della Cappella di S. Maria di Montevergine e del Corpo di Cristo, lasciò in
dote per la costruenda chiesa ben 1060 ducati. Una somma insufficiente
comunque al completamento dei lavori tant'è che furono contratte delle
obbligazioni, estinte poi dal Monte dei Confratelli. Anche il popolo contribuì
alla ricostruzione, chi con piccole somme di denaro, chi, offrendo la propria
opera o i propri carri e cavalli per il trasporto dei materiali.
Il 24 maggio del 1857 la nuova chiesa, costata 6000 ducati, veniva consacrata
ed aperta al culto dal parroco di S. Sossio, don Carlo Lanzillo, per delega
del vescovo di Aversa Mons. Domenico Zelo.
Tra la fine dell'Ottocento ed il secolo appena trascorso, la chiesa ha subito
vari rifacimenti. Scomparsi gli affreschi rappresentanti la Visitazione e la
Presentazione al Tempio rimpiazzati dalle tempere tuttora in loco, sostituto
nella navata centrale il pavimento ottocentesco e gli altari nelle cappelle laterali,
rimosso il cancello di ferro che permetteva il passaggio dalla chiesetta alla
parrocchia di S. Sossio e che era stato oggetto di una annosa controversia
tra il rettore don Federico Pezzullo (poi vescovo di Policastro) e il parroco
don Raffaele De Biase conclusasi solamente con l'intervento del Vescovo, la
chiesa ci è giunta - si può dire - quasi integra nella originaria conformazione
ottocentesca.
Salvo registrare che nel 1873, in occasione dei restauri della chiesa di S.
Sossio, una parte della sagrestia fu abbattuta e utilizzata, unitamente ad alcuni
spazi diruti e abbandonati da secoli posti a ridosso del campanile, per
edificare l'attuale Cappellone dei Santi Sossio e Severino; e, ancora, che
giusto un secolo dopo, la restante parte fu ulteriormente ridotta per permettere
la costruzione della nuova sagrestia di S. Sossio.
In quella occasione fu altresì abolito, nonostante la vibrata protesta di alcuni
cittadini, il passaggio plurisecolare che dalla piazza Umberto I portava alla
chiesa, testimoniato, peraltro, da una targa marmorea che recitava:
D.O.M.
QUESTO BASSO E' DI PROPRIETA'
DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE
DI FRATTAMAGGIORE CENSITO DA QUESTO MUNICIPIO
APPROVATO CON REALE DECRETO ALL'ANNO 1856
Non portarono a sostanziali cambiamenti invece i lavori di restauro effettuati
nel 1969 per interessamento dei Signori Giuseppe Spena, Silvio Ferro e Michele
Donetto con il contributo di numerosi fedeli.
La facciata, che si presenta con una tipologia assai legata allo stile eclettico in
auge alla metà del XIX secolo, è divisa in due ordini da una prominente cornice
marcapiano ritmata per buona parte della sua lunghezza da modanature verticali.
Nell'ordine inferiore, tripartito da paraste con capitelli dorici, si apre, al termine
di cinque brevi scalini di piperno, l'unico portale della chiesa, sbarrato da una
robusta porta di legno castagno e delimitato da una semplice cornice modanata.
L'ordine superiore, tripartito da paraste con capitelli ionici e concluso da un
timpano triangolare con acroterio e croce in ferro, accoglie invece quattro
finestre centinate, due delle quali - quelle centrali - perimetrate da un unica
cornice in asse con la porta. Delle altre due, anch'esse perimetrate da cornici,
una (quella posta all'estremità sinistra) risulta cieca, l'altra (posta all'estremità
destra in posizione simmetrica) dà luce alla cella campanaria, cui si accede
dall'interno della chiesa mediante una stretta scala a chiocciola.
Il campanile ospita due campane: una, più grande, fusa da Salvatore Nobilione
nel 1887, l'altra più piccola, fusa nel 1670, e poi rifusa, perché rottasi, nel 1874.
Su di essa si legge:
VENITE, FILII, AUDITE ME, TIMOREM DOMINI DOCEBO VOS.
1670 RIFACTA A. D. 1874
Un'altra campana è ospitata nel campaniletto a vela in nuda pietra di tufo che
si trova nella parte posteriore della fabbrica.
La chiesa, a navata unica e priva di transetto, non presenta all'interno rilevanti
dimensioni, misurando, in lunghezza, m. 25; in larghezza, m. 12. Un certo senso
di maggiore spazialità le viene conferito dalle sei cappelle laterali, tre per lato,
non troppo profonde, ognuna delle quali munita di relativo altare.
In posizione speculare, quasi identici nella struttura, gli altari, improntati ad
un gusto sobrio, sottolineato dalle semplici e lineari partiture degli elementi,
furono realizzati sul finire dell'Ottocento da anonime maestranze campane.
La struttura propone nel paliotto una croce in rilievo che, laddove ancora
sussistono, è inserita in una lastra di marmi policromi. Sui dossali, non sempre
provvisti di ciborio, sono riproposti gli stessi marmi, mentre le estremità,
leggermente profilate, si avvolgano in brevi ma eleganti volute.
La separazione tra la parte centrale e le cappelle laterali è scandita dalla presenza
di archi a tutto sesto e, relativamente alle sole cappelle di destra, da transenne
marmoree. Quest'ultime, di discreta valenza artistica, sono costituite da pilastrini
e da braccetti sagomati e risultano realizzate nel 1932, giusto la scritta
devozionale che si legge sul basamento di una di essa:
A DIVOZIONE DI PEZZULLO MARIA FU CARMINE
A. D. MXMXXXII
I due elementi di ogni transenna erano un tempo congiunti da porticine a due
ante, ora disperse.
Un ulteriore scansione delle cortine murarie è raggiunta mediante l'innesto di
lesene sulla fronte dei pilastri, che terminano con eleganti capitelli in stucco di
stile ionico e sorreggono un'alta trabeazione su cui è poggiata la volta a botte,
ripartita in tre campate simmetriche riccamente ornate da decorazioni in stucco
e ad affresco.
Alla sommità delle pareti, lungo la volta, sei finestre, sormontate da altrettante
lunette affrescate con angeli recanti simboli mariani, danno sufficiente luce
all'interno, integrato nel presbiterio da cinque lampadari a sospensione di
manifattura veneta.
Tutti gli stucchi della chiesa, tranne quelli della terza cappella a destra, sono
dovuti all'attività di Francesco Casertano, mentre gli affreschi, sono di mano
di un anonimo frescante ottocentesco. Ai lati del vestibolo d'ingresso due nicchie
accolgono le statue in legno di un santo, di dubbia iconografia, e di S. Carlo
Borromeo. Il primo, da identificarsi forse in S. Stanislao Kosta, il giovane
gesuita polacco morto a solo diciotto anni nel 1568, è raffigurato nell'atto di
sorreggere il Bambino (che risulta però mancante) mentre S. Carlo Borromeo, il
grande arcivescovo di Milano canonizzato nel 1610, campione della Controriforma,
è raffigurato al solito in abiti vescovili nell'atto di reggere un Crocifisso.
Ai piedi di quest'ultimo santo si osserva un piccolo reliquario in legno.
Sul vestibolo è sistemata l'ampia balconatura dell'organo dalla lineare balaustra
in legno di stile neoclassico.
Lo strumento, di fattura ottocentesca, mostra i segni del tempo e non risulta
più funzionante. Sulla scorta del monogramma ancora leggibile su una delle portelle,
e grazie soprattutto ad una esplicativa scritta autografa apposta su una delle
superficie interne dell'organo, sappiamo che lo stesso fu realizzato nel 1810 da
Tommaso Alvaro, un organaro napoletano, con bottega in via Scassacocchi,
autore, tra l'altro di un analogo strumento nella chiesa di S. Barbara a
Caivano.
Lo strumento fu restaurato nel 1934 da Pietro Petillo, figlio del più noto
Domenico, autore dell'organo che si conserva nel vicino Santuario
dell'Immacolata.
Nella controfacciata l'unico elemento di rilievo è rappresentato dalle due
conchiglie aperte di marmo bianco che fungono da acquasantiera.
La prima cappella a destra è intitolata a S. Orsola, la leggendaria santa, figlia
del re di Bretagna, massacrata a Colonia, secondo antichi racconti medioevali,
dai corsari unni insieme alle undici compagne che l'avevano accompagnata in
un pellegrinaggio a Roma. Invero le compagne di S. Orsola non furono undicimila,
ma undici. L'errore deriva dall'errata interpretazione dell'iscrizione che
contrassegnava il luogo di sepoltura della santa, che è: URSULA ET XI M.
VIRGINES, e cioè Orsola e undici martire vergini. La M sigla di MARTYRES
fu considerata come il numerale romano mille. Sull'altare, una nicchia, perimetrata
alla pari di tutte le altre nicchie della chiesa da una spessa cornice in stucco con
motivi a girali, accoglie una pregevole statua della santa titolare. La quale è
raffigurata, secondo la consueta iconografia che la vuole incoronata e con addosso
un manto foderato di pelli di ermellino per ricordare i suoi nobili natali (l'ermellino
compare nello stemma dei Duchi di Bretagna), mentre nella mano sinistra regge
un bastone da pellegrino sormontato da una bandiera rossa, il vessillo cristiano
della vittoria.
La cappella fu restaurata nel 1924 come ricorda una breve epigrafe sulla
parete sinistra:
SOSSIO CAPASSO
FU ANTONIO
RESTAURO'
A SUE SPESE
QUESTA CAPPELLA
DICEMBRE MCMXXXIV
La cappella successiva, dedicata al culto congiunto della Madonna delle Grazie e delle Anime del Purgatorio, conserva sull'altare, provvisto di ciborio chiuso da una porticina metallica con una immagine di Gesù Trasfigurato lavorata a sbalzo, una tela centinata con la rappresentazione della Madonna delle Grazie e delle Anime del Purgatorio. Il dipinto, risalente alla seconda metà del Settecento, raffigura, con un garbato equilibrio compositivo nell'impianto scenico ma a tinte un pò scure, un disperato groviglio di anime, mentre avviluppate dalle fiamme, invocano il pietoso soccorso della Vergine. Sotto l'altare, che fino ad un recente passato era un altare privilegiato (una mensa cioè dove era ammessa l'indulgenza plenaria ogni volta che su di essa veniva celebrata una messa) si conservano alcuni reliquari. In essi, realizzati per lo più in legno, sono sistemate le numerose reliquie che i vari rettori succedutesi nel tempo si sono preoccupati di richiedere ad altre chiese o a privati cittadini. Si conservano, tra le altre, reliquie di S. Sossio e S. Severino, santi verso i quali i frattesi nutrivano e nutrono una grande venerazione.

Ignoto artigiano campano dei XIX sec.
Reliquario
Le decorazioni di questa cappella, pur presentandosi con la stessa tipologia
delle altre decorazioni risultano di diversa mano. Esse, infatti, furono realizzate
da Gennaro Giametta nel 1897, come ricorda la firma e la data apposte in alto
a sinistra, nell'arcone della cappella.
Di questa interessante figura di pittore locale, nato nel 1867 e capostipite di
una famiglia di artisti che annovera fra i suoi componenti altri artisti tuttora in
attività, sappiamo che, dopo un iniziale apprendistato presso il Pontecorvo,
famoso decoratore di scuola borbonica, era stato artefice di numerose
decorazioni nelle chiese e nei palazzi della zona: dalla chiesa di S. Maria Consolatrice
degli Afflitti a Frattaminore ai Palazzi Matacena e Romano, l'uno a Frattamaggiore,
l'altro ad Aversa.
Trasferitosi prima a Roma e poi a Buenos Aires, decorò diversi edifici pubblici
e privati in queste due città.
Addonato sul muro divisorio tra la II e la III cappella è il pulpito ligneo il cui
disegno, molto semplice, si allinea con lo stile del sacro edificio.
La terza cappella è intitolata al Sacro Cuore di Gesù, di cui si osserva, sull'altare,
una mediocre oleografia, liberamente tratta dall'immagine che si venera nella
basilica parigina di Montmartre. La figura è contenuta in un ovale posto giusto
al centro di una raggiera realizzata in stucco e circondata tutt'intorno da testine
di angeli, anch'esse della stessa materia. Queste decorazioni furono realizzate
nel 1929 nell'ambito dei lavori di ristrutturazione della cappella così come
documentati da un epigrafe posta a terra, a destra dell'altare:
A DIVOTIONE DI
PEZZULLO MARIA
FU CARMINE
A. D. MCMXXIX
Il vano presbiterale, a pianta absidiale, è sormontato da una cupoletta ellittica con motivi a lacunari ed è separato dal vano centrale, oltre che dalla balaustra, da un gradino posto poco prima dell'arco trionfale. Al suo interno accoglie, in un insieme ben proporzionato rispetto sia allo spazio architettonico presbiterale che alla visione prospettica dell'architettura interna del sacro edificio, l'Altare Maggiore e su di esso una bella cona marmorea con l'effige della Vergine titolare.

G. GIAMETTA, Decorazioni ad affresco
in una delle cappelle (particolare)
L'altare e la rispettiva cona prevengono dalla chiesa di S. Luigi di Palazzo di Napoli. Furono acquistati nel 1808 da don Nicola Rossi, rettore della chiesa, e da don Sossio Lupoli parroco della chiesa di S. Sossio. Il semplice impianto compositivo dell'altare si rileva conformato ad un gusto particolarmente diffuso in Campania. Innalzato su tre gradini, esso si presenta riccamente decorato da raffinate tarsie e da inserti in madreperla che nel paliotto si ricompongono in una croce fitomorfa ed in altri fantasiosi motivi floreali: sul fondo un alto dossale, includente il ciborio nella classica forma a tempietto, ripropone un analogo motivo ornamentale, mentre le estremità terminano con due eleganti testine di angeli. Al di sopra si eleva una monumentale cona marmorea, in forma di edicola, il cui carattere architettonico, benché stravolto da impropri restauri realizzati nel 1929, come ricorda la seguente epigrafe posta ai piedi del paliotto:
SOSIUS CAPASSO AERE SUO
INSTAURAVIT A.D. MCMXXIX
si traduce in un decoroso effetto scenografico.
In particolare i restauri interessarono il basamento della cona, sostituito, non
si sa bene il perché, da anonimi marmi moderni. Nella parte superiore la
nicchia è affiancata da due colonne alla cui sommità insistono due capitelli
in stile corinzio che sostengono uno spesso architrave ornato con motivi fitomorfi.
Un timpano curvilineo spezzato e occupato da un rilievo che raffigura la colomba
con le ali spiegate, simbolo dello Spirito Santo, sovrasta l'intera
composizione.
All'interno della cona è il simulacro della Madonna delle Grazie. La scultura
è ben leggibile nella sua qualità.

Ignoto scultore campano dei XVIII.
Statua della Madonna delle Grazie (particolare)
La Madonna appare in piedi con la mano destra protesa verso il petto e la
sinistra in atto di reggere il Bambino, che non risulta però essere l'originale,
scomparso forse in seguito ad un furto sacrilego.
Il viso è rivolto verso il cielo. Sul capo è poggiata una corona. L'abito è di
stoffa marrone con fiori e girali ricamati in oro. Il corpo è formato da un
manichino e le mani e i piedi sono snodabili. L'interno della cona è affrescato
con testine di angeli la cui realizzazione sembra debba assegnarsi allo stesso
anonimo autore delle lunette della volta centrale. Di altra mano invece sono
le due tempere con raffigurazione tratte dal Vecchio Testamento che
abbelliscono la parete di fondo dell'abside.
Gli episodi biblici trattati, la Rebecca al pozzo e l'Incontro tra Salomone e la
regina di Saba, prefigurazioni rispettivamente dell'Adorazione dei Magi e
dell'Annunciazione, sono tra i più rappresentati nella storia dell'arte, specie
nel periodo barocco.
Nel primo, narrato dalla Genesi (24) Abramo, volendo trovare una sposa per
il figlio Isacco, mandò il suo servo Eleazaro a cercare una giovane tra la sua
stessa gente in Mesopotamia.
Giunto a Nacor, in Caldea, Eleazaro sostò presso un pozzo e dopo aver pregato
Dio perché gli concedesse un incontro fortunato, decise che la fanciulla che avesse
dato da bere a lui ed ai suoi cammelli sarebbe stata la donna destinata ad Isacco.
Qui è raffigurato il momento immediatamente successivo all'incontro, quello in cui
Eleazaro, individuata la giovane nella vergine Rebecca che lo aveva invitato a
bere dalla sua anfora e aveva attinto acqua per i suoi cammelli, le offre i ricchi
doni inviateli dal padrone.

Ignoto pittore napoletano dei XIX sec.,
Rebecca al pozzo
Nel secondo, tratto dal Libro del Re (10, 1-13), si narra di quando la regina di
Saba, avendo avuto notizia della fama di saggezza di Salomone, accompagnata
da un grande seguito da cortigiani e da alcuni cammelli carichi di oro, pietre
preziose e spezie, si recò alla sua residenza per conoscerlo di persona ed
interrogarlo. Nella tempera in oggetto è rappresentata la circostanza in cui la
regina di Saba è accolta dal re Salomone all'ingresso del suo palazzo.
La paternità delle tempere va ricercata in un pittore attento ai modi di Federico
Maldarelli, uno dei più importanti maestri napoletani della seconda metà
dell'Ottocento, presente nella attigua chiesa di S. Sossio con la bellissima tela
che raffigura la Sepoltura del Santo, firmata e datata 1873.
La data di esecuzione di questa tela rappresenta un ottimo riferimento per la
cronologia anche delle tempere, realizzate, quasi certamente negli stessi anni, o
subito dopo. Nei dipinti, gli episodi, spogliati degli umori barocchi, sono
reinterpretati, alla luce dell'imperante pittura "orientalista", con poche ed essenziali
figure inserite in un contesto paesaggistico e architettonico esotico nel quale si
fondono, sapientemente miscelati, espressioni pittoriche della cultura romantica,
echi delle suggestioni neoclassiche e ricordi delle spedizioni militari e
diplomatiche di età napoleonica.

Ignoto pittore napoletano dei XIX sec.,
L'incontro tra Salomone e la Regina di Saba
Sottostanti agli affreschi, simmetrici l'un l'altro, si aprono due portali modanati
che immettono l'uno (quello di destra) in un ridotto adibito a ripostiglio, l'altro,
sul lato opposto, nel piccolo vano utilizzato come Sagrestia.
Particolarmente preziose ed eleganti si presentano le porte che adornano i
due portali, abbellite da fregi e motivi decorativi i quali racchiudono la figura
della Madonna delle Grazie invocata dalle Anime Purganti. La realizzazione
dei due manufatti va fissata intorno alla metà del Settecento o poco oltre.
Parrebbero suggerirlo - accanto al modo di svolgersi del tema iconografico,
da cui si desume, peraltro, una committenza, venuta dalla confraternita stessa -
i criteri e i caratteri che contrassegnano la fattura della struttura lignea.
Ai piedi dell'altare maggiore una piccola lapide in marmo indica con parole
semplici e concise il rifacimento del pavimento della navata centrale:
SAC. IOANNES DEL PRETE
ECCLESIA RECTOR
ET
SOSIUS CAPASSO MODERATOR
SODALITII MATRIS DIVINAE GRATIAE
TEMPLUM HOC
AERE COLLECTO ESC OFFERENTIBUS
MARIA PEZZULLO AC MARIA LIGUORI - CAPASSO
ANNA DEL PRETE AC CARMELA PEZZULLO
PAVIMENTO MARMOREO
DECORANDUM CURAVENT
ANNO DOMINI MCMXXXV
Del pavimento originale, di marca settecentesca, costituito da mattonelle
maiolicate caratterizzate da belle gradazioni di verde e giallo, non restano
che alcuni lacerti variamente riutilizzati in sagrestia e sulle piattaforme delle
nicchie sovrastanti gli altari laterali.
Le cappelle laterali conservano invece l'impiantito ottocentesco posto nel
coevo rifacimento della chiesa.
Sulla base delle affinità tecniche - stilistiche con analoghi, esemplari la
realizzazione del pavimento settecentesco si attribuisce al maestro riggiolaro
Nicola Giustiniani, il quale da un documento risulta essere stato l'artefice
dell'impianto del transetto laterale della chiesa di S. Sossio. L'impiantito
ottocentesco, ancora ben conservato in quasi tutte le cappelle laterali, è
invece produzione artigianale di una delle numerose fabbriche attive a Napoli
nella seconda metà del secolo.
La prima cappella di destra è dedicata a S. Lorenzo, il martire di origine
spagnola, morto a Roma nel 258, annoverato tra i santi venerati del mondo
cristiano già a partire dal IV secolo. Sull'altare è una statua a figura intera del
santo, databile agli inizi del secondo decennio del XX secolo (1911) sulla
scorta di una scritta devozionale apposta in calce.

Ignoto intagliatore campano dei XVIII sec.
Porta lignea, particolare con la Madonna
delle Grazie e anime purganti.
Il martire è raffigurato nelle vesti di un giovane, con la dalmatica da diacono,
mentre regge la graticola - suo precipuo attributo iconografico - sulla quale fu
condannato ad essere bruciato per aver distribuito ai poveri, anziché
all'Imperatore, i tesori della chiesa affidatagli in custodia da papa
Sisto II.
Segue la cappella di S. Andrea di cui si osserva il simulacro in legno. La scultura
propone una raffigurazione del santo fatta da un antico schema seicentesco,
derivato dalla famosa ed eccezionale scultura di François Duquesnay per la
Basilica di S. Pietro a Roma e nota a Napoli attraverso le opere dello scultore
Giacomo Colombo.

F. GANGI - R. DELLA CAMPA,
Statua lignea
S. Pietro (1891)
Chiude la teoria delle cappelle di sinistra la cappella di S. Pietro con relativo
altare, un tempo anch'esso privilegiato.
Su di esso, eretto:
A DEVOTIONE DI
FRANCESCO CORCIONE 1894
come si legge nel basamento, entro una nicchia perimetrata da una bella
cornice lignea e sormontata da un bassorilievo in stucco raffigurante la tiara
papale, è la statua del primo Pontefice. Il Santo è raffigurato, secondo la
consueta iconografia, con barba e capelli ricciuti. Indossa un mantello giallo
sopra la tunica verde, con la sinistra regge un libro e con la destra le chiavi.
Di vigorosa intonazione, sorretta da un robusto plasticismo delle forme, la
statua è ascrivibile, sulla scorta delle firme apposte sulla piattaforma dove S.
Pietro poggia il piede sinistro, all'attività congiunta di Francesco Gangi e
Raffaele Della Campa, che la eseguirono nel 1891. Il primo artista è già
noto in zona come l'autore della statua di S. Anna nella chiesa di S. Maria
della Consolatrice degli Afflitti a Frattaminore. Il secondo invece, è l'artefice,
oltre che della statua del Cuore di Gesù nella chiesa di S. Mauro a Casoria,
della venerata statua di S. Giuseppe nell'omonimo Santuario della cittadina
vesuviana che porta il nome del Santo.
Nella piccola sagrestia si conservano inoltre un busto ligneo settecentesco
di S. Vito, di discreta fattura, e tre altri busti lignei del primo Ottocento,
raffiguranti S. Gennaro, S. Liborio e S. Matteo che, per quanto modellati e
coloriti da autori diversi, rivelano tutti una chiara e comune ascendenza
napoletana.
![]() Ignoto scultore napoletano, S. Andrea |
![]() Ignoto scultore napoletano, S. Orsola |