CAIVANO CENT'ANNI FA
GIACINTO LIBERTINI
Relazione illustrata il 1° giugno 2002 nel Santuario di Maria SS. di
Campiglione (Caivano) nel quadro delle manifestazioni celebrative
per il centenario.
Premessa
Nell'occasione delle solenni celebrazioni per il centenario di questo gloriosissimo
Santuario, mi è stato chiesto di parlare, nella mia modesta veste di studioso
di storia locale, sul tema "Caivano: cent'anni di storia. Aspetti culturali,
urbanistici, demografici ...".
Debbo specificare che il tema così definito è troppo esteso perché possa
essere anche solo accennato nei tempi disponibili e, pertanto, lo circoscriverò
a una descrizione per linee generali di come era Caivano un secolo orsono
nel contesto della realtà campana e nazionale, lasciando poi alla memoria e
all'intuito dei presenti le immense trasformazioni che si sono verificate da
quell'epoca ad oggi.
In verità, anche se un secolo può apparire un tempo relativamente breve nei
confronti dei tempi storici - si pensi che sono ancor oggi in vita caivanesi nati
in quegli anni o poco dopo - la distanza fra le condizioni di vita dell'inizio
novecento e quelle di oggi è letteralmente incredibile per un giovane odierno
e solo in parte comprensibile anche per chi è nato cinquanta o sessanta anni
fa. Forse quello che descriverò potrà sembrare eccessivo o esagerato ma,
come prova solidissima e accurata, mi baserò principalmente su una fonte
sicura, oggettiva e del tutto attendibile.
Mi riferisco alla "Inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini nelle
provincie meridionali e nella Sicilia" che fu pubblicata a Roma nel 1909 a
seguito di studi eseguiti per volontà del Parlamento e di cui dispongo di copia
del quarto volume, dedicato alla Campania e sviluppato dal prof. Oreste
Bordiga. All'epoca il Parlamento era saldamente controllato dalle forze
conservatrici della destra storica le quali politicamente non avevano alcun
interesse o volontà a descrivere in termini peggiorativi la condizione delle
classi contadine o subalterne in genere. Pertanto, la relazione deve considerarsi
come fonte assai attendibile o, al limite, come vedremo, viziata in qualche punto
da una visione di parte che tende a sottovalutare le condizioni di miseria e bisogno
di larga parte della popolazione.
Alcuni dati dalle statistiche del Murat
Prima di questa descrizione di come era Caivano un secolo fa è utile un breve
cenno su alcuni dati sulla condizione del nostro centro agli inizi dell'ottocento
ricavabili dalle statistiche di Re Gioacchino Murat, pubblicate in tempi
relativamente recenti. Infatti, negli anni dal 1812 al 1815, Murat, cognato
di Napoleone e all'epoca re di Napoli, fece eseguire censimenti annuali dei
comuni dell'Italia Meridionale a lui sottoposti.
Da questi dati (Tabella 1), a parte ulteriori valutazioni possibili, si evince che
in quegli anni il coefficiente di natalità, per Caivano e dintorni, aveva valori di
oltre il 4%, grosso modo i valori dei paesi odierni meno sviluppati del Terzo
Mondo, ma che, a differenza di tali paesi, il numero dei morti con un tasso
medio di circa il 3,77% quasi equivaleva al numero delle nascite e, per Caivano
e Cardito nel 1813, anno di crisi economica per il Regno, era addirittura superiore.
La mortalità peraltro era assai diversa da quella attuale e colpiva in modo
impressionante i ‘fanciulli’, vale a dire gli inferiori ai sette anni: nei tre anni
considerati la media per Caivano è dell'11,67%, raggiungendo un picco nel
1813 con 200 decessi su un totale di 1.323 fanciulli (15,11%). Nel complesso
i dati indicano che fra i nati moriva una quota fra la metà e i due terzi prima dei 7
anni! Ciò non derivava da una condizione di particolare disagio per Caivano: valori
analoghi sono riportati per i comuni circostanti e nel 1815 per Napoli sono riportati
5.600 decessi di fanciulli su una popolazione di 66.511 (8,42%).
Tabella 1 (Legenda: Mas.=Maschi; Fem.=Femmine; Poss.=Possidenti; Imp.=Impiegati;
Cont.=Contadini; Art.=Artigiani; Mend.=Mendicanti; Imm.=Immigrati; Emigr.=Emigrati)
| ABITANTI | CONDIZIONE CIVILE
|
| Mas. | Fem. | +7 aa. | - 7 aa. | Tot. | Poss. | Imp. | Preti | Frati | Cont. | Art. | Mend.
|
| Caivano 1812 | 3.444 | 3.911 | 6.135 | 1.220 | 7.355 | 327 | 20 | 65 | 22 | 2.300 | 151 | 120
|
| Caivano 1813 | 3.415 | 3.946 | 6.038 | 1.323 | 7.361 | 330 | 24 | 65 | 25 | 2.400 | 150 | 140
|
| Caivano 1814 | 3.423 | 3.943 | 6.030 | 1.336 | 7.366 | 332 | 24 | 65 | 21 | 2.480 | 152 | 134
|
| Cardito 1812 | 1.566 | 1.651 | 2.586 | 631 | 3.217 | 190 | 13 | 21 | 0 | 600 | 151 | 39
|
| Cardito 1813 | 1.545 | 1.668 | 2.626 | 587 | 3.213 | 190 | 16 | 20 | 0 | 595 | 166 | 31
|
| Cardito 1814 | 1.551 | 1.664 | 2.570 | 645 | 3.215 | 192 | 20 | 19 | 0 | 600 | 158 | 22
|
| Crispano 1812 | 640 | 678 | 1.097 | 221 | 1.318 | 31 | 12 | 15 | 0 | 341 | 34 | 5
|
| Crispano 1813 | 674 | 687 | 1.110 | 251 | 1.361 | 38 | 15 | 15 | 0 | 350 | 36 | 11
|
| Crispano 1814 | 680 | 686 | 1.082 | 284 | 1.366 | 38 | 13 | 13 | 0 | 353 | 42 | 17
|
Segue Tabella 1
| NATI | MORTI
| MOVIM. | SALDO
|
|
| + 7 aa. | - 7 aa. | Tot. | Imm. | Emigr. |
|
| Caivano 1812 | 295 | 137 | 117 | 254 | 54 | 71 | 24
|
| Caivano 1813 | 280 | 108 | 200 | 308 | 51 | 64 | -41
|
| Caivano 1814 | 315 | 134 | 136 | 270 | 62 | 33 | 74
|
| Cardito 1812 | 147 | 41 | 19 | 60 | 40 | 34 | 43
|
| Cardito 1813 | 94 | 50 | 59 | 109 | 36 | 30 | -9
|
| Cardito 1814 | 126 | 51 | 32 | 33 | 25 | 33 | 35
|
| Crispano 1812 | 45 | 20 | 14 | 34 | 1 | 21 | -9
|
| Crispano 1813 | 41 | 15 | 14 | 29 | 2 | 32 | -18
|
| Crispano 1814 | 55 | 17 | 25 | 42 | 11 | 2 | 19
|
Mortalità infantile
Torniamo ora agli inizi del '900 e osserviamo i dati riportati per la Campania relativi alla mortalità infantile:
Tabella 2
| Maschi | %
| Femmine | % | Totale | %
|
| Totale morti negli anni 1901-06 | 216.861 | 100 | 217.083 | 100 | 433.944 | 100
|
| Da 0 a 4 anni | 89.606 | 41,3 | 82.704 | 38,1 | 172.310 | 39,7
|
| Da 5 a 9 anni | 7.025 | 3,2 | 7.593 | 3,5 | 14.618 | 3,4
|
| Da 10 a 14 anni | 3.273 | 1,5 | 3.781 | 1,7 | 7.054 | 1,6
|
E' facile osservare che la mortalità infantile, benché sensibilmente ridotta rispetto ai livelli di
un secolo prima, risultava ancora altissima e con una intensità enormemente superiore a
quella che si riscontra oggi nei paesi meno sviluppati!
Dopo tale massiccia mortalità infantile, i tassi di mortalità calavano a livelli più modesti e una
quota della popolazione vivente variabile a seconda dei circondari fra il 3,18% (Casoria)
e il 6,91% (Sala Consilina) aveva nel 1901 un'età di 70 o più anni. Il dato della stessa
epoca per l'intero Regno era del 3,57%. E' da notare che proprio le zone meno
urbanizzate mostravano una maggiore sopravvivenza degli anziani e che circondari
come Sala Consilina, agli ultimi posti come altezza dei coscritti e quindi come condizioni
di alimentazione, erano ai primi per sopravvivenza degli anziani mentre l'inverso si
verificava per circondari come Casoria e Napoli. Come termine di confronto, nel
censimento del 1990 risultavano viventi in Campania 394.693 individui con età pari
o superiore ai 70 anni su una popolazione totale di 5.853.902 e cioè il 6,74%, mentre
per l'Italia avevamo una percentuale del 9,60%. In effetti un secolo fa i sopravvissuti
alla falcidie dell'infanzia, nonostante la quasi totale assenza di cure mediche e le
disagiatissime condizioni di vita, proprio nelle zone più povere riuscivano a raggiungere
l'età anziana in percentuali paragonabili a quelle odierne!
L'enorme mortalità infantile di un secolo fa, si potrebbe pensare, sarebbe da attribuire a una
grave condizione di arretratezza della Campania rispetto all'Italia in generale, ma altri dati
ci dimostrano che, se pure alcuni parametri mostrano condizioni di minore sviluppo per
la nostra regione, altri indicano l'opposto o, per lo meno, limitano tale valutazione.
Percentuali di agricoltori
Ad esempio, nel 1901 come percentuale di agricoltori e numero di componenti
per famiglia di agricoltori e di non agricoltori abbiamo:
Tabella 3
| Popolazione totale | Popolazione agricola
| % popolazione agricola
| Media persone per famiglia di agricoltori
| Media persone per famiglia di non agricoltori
|
| Campania | 3.076.660 | 1.362.063 | 44,27 | 4,23 | 4,20
|
| Regno d'Italia | 31.590.003 | 16.836.551 | 53,30 | 4,95 | 4,51
|
Questi primi dati indicano che in Campania vi erano in percentuale meno
agricoltori rispetto al resto d'Italia, che le famiglie erano numerose ma non
vi era sensibile differenza fra agricoltori e non agricoltori per numero di figli
e che altresì in media nel Regno le famiglie erano più numerose che in
Campania! Se però consideriamo che a Napoli la percentuale di agricoltori
era bassa, quella della rimanente parte della regione sale sensibilmente. Per
comuni come Caivano la percentuale di agricoltori doveva aggirarsi intorno
ai due terzi della popolazione.
Dati sanitari
La grande mortalità infantile non era affatto la conseguenza di insufficienti
cure mediche, a prescindere dagli enormi limiti della medicina dell'epoca:
Tabella 4 (Dati per ogni 10.000 abitanti)
| Medici | Farmacisti | Levatrici
|
| Avellino | 10,6 | 10,0 | 4,6
|
| Benevento | 8,7 | 8,7 | 5,2
|
| Caserta | 8,7 | 8,3 | 5,5
|
| Napoli | 17,1 | 12,8 | 6,6
|
| Salerno | 10,6 | 10,0 | 5,3
|
| Novara | 7,6 | 6,2 | 7,4
|
| Cremona | 7,3 | 5,2 | 7,7
|
Ricordando che Caivano faceva parte del Circondario di Casoria e della Provincia
di Napoli, esaminiamo ora un'altra serie di dati, di estrema importanza per valutare
lo stato di salute della popolazione e quindi, indirettamente, anche le condizioni
socio-economiche:
Tabella 5 - Riformati della classe 1886 secondo le cause principali di riforma
| CIRCONDARI | Debolezza di | Deficienza
| Oligoemia | Alopecia | Congiuntiviti | Vizi
|
| costituzione | toracica |
|
| croniche | toracici
|
| . . . . . . . . . . . . . | . . . . . . . . . | . . . . . . . . . | . . . . . . . . . | . . . . . . . . . | . . . . . . . . . | . . . . . . . . .
|
| Casoria | 183 | 127 | 31 | 7 | 21 | 8
|
| Castellammare | 74 | 83 | 12 | 5 | 36 | 16
|
| Napoli | 444 | 610 | 98 | 17 | 89 | 47
|
| Pozzuoli | 13 | 29 | 14 | ... | 4 | 3
|
| . . . . . . . . . . . . . | . . . . . . . . . | . . . . . . . . . | . . . . . . . . . | . . . . . . . . . | . . . . . . . . . | . . . . . . . . .
|
| Totali della Regione | 1.760 | 1.900 | 505 | 109 | 322 | 478
|
| Totali del Regno | 24.837 | 17.887 | 8.359 | 445 | 4.782 | 5.544
|
| Su % riformati della Regione | 17,29 | 18,66 | 4,96 | 1,07 | 3,16 | 4,69
|
| Su % riformati del Regno | 20,27 | 14,59 | 8,82 | 0,36 | 3,90 | 4,52
|
segue Tabella 5
| CIRCONDARI | Ernie | Cistocele | Deficienza
| Totale generale | % riformati sugli
|
| viscerali |
| di statura
| dei riformati | iscritti nelle liste
|
| . . . . . . . . . . . . . | . . . . . . . | . . . . . . . | . . . . . . . | . . . . . . . | . . . . . . .
|
| Casoria | 52 | 6 | 101 | 634 | 26,55
|
| Castellammare | 41 | 7 | 91 | 520 | 22,63
|
| Napoli | 119 | 24 | 414 | 2.375 | 24,51
|
| Pozzuoli | 9 | 4 | 43 | 155 | 18,79
|
| . . . . . . . . . . . . . | . . . . . . . | . . . . . . . | . . . . . . . | . . . . . . . | . . . . . . .
|
| Totali della Regione | 467 | 107 | 2.111 | 10.182 | 22,10
|
| Totali del Regno | 5.854 | 2.536 | 20.383 | 122.529 | 26,09
|
| Su % riformati della Regione | 4,59 | 1,05 | 20,73 | 100 | ...
|
| Su % riformati del Regno | 4,78 | 2,07 | 16,63 | 100 | ...
|
I dati mostrano che in Campania ben il 22% degli iscritti alla leva era riformato, in genere
per difetti di salute alquanto gravi, ma che in tutto il Regno tale percentuale saliva a
ddirittura al 26%.
Analfabetismo
In contrasto con questi dati, i tassi di analfabetismo mostrano un maggiore sottosviluppo
della Campania, con la parziale eccezione della provincia di Napoli che segue più da
vicino le percentuali del Regno:
Tabella 6 - Percentuali di analfabeti:
| Maschi
| Femmine | Coscritti
|
| 1872 | 1901 | 1905 | 1872 | 1901 | 1905 | classe 1872
|
| Prov. di Napoli | 54,5 | 38,4 | 36,1 | 76,0 | 54,0 | 48,7 | 44,6
|
| Regione | 69,0 | 46,5 | 41,8 | 87,4 | 67,5 | 62,9 | 55,5
|
| Regno | 58,2 | 32,7 | 30,3 | 75,3 | 46,1 | 43,5 | 39,7
|
E' da considerare inoltre che molti fra i classificati come alfabetizzati erano in realtà
a mala pena capaci di firmare e di leggere o scrivere stentatamente qualche parola.
La frequenza di iscritti per 1000 abitanti alla scuola elementare era pari a 62,0
per la Campania, 83,6 per il Regno e a 112,8 per l'Italia Settentrionale. Solo
32 comuni su 70 in provincia di Napoli e 105 su 610 in tutta la regione erano
dotati di scuole elementari. La quasi totalità dei locali adibiti a scuola era costituita
da locali in fitto, "allogati in edifici decrepiti e tenuti senza alcuna cura." e gli
edifici appositamente costruiti per uso scolastico costituivano rare eccezioni.
"Per il circondario di Casoria si afferma che di 194 locali solo 30 erano veramente
buoni, 13 mediocri e 31 disadatti. Ivi nessun Comune ha edifici appositamente
costruiti e solo ora 7 di essi hanno in corso le pratiche al riguardo." Ma il
circondario di Casoria era fortunato rispetto ad altri (nella zona di Avellino " ...
le aule sono angustissime. Quasi tutte le scuole sono senza cessi e avvelenate
da un'afa pestifera. ..."). I Comuni mancavano dei fondi per la costruzione di scuole,
per il loro arredo e per il pagamento degli stipendi ai maestri e creavano di
conseguenza ostacoli per l'ottemperanza all'obbligo dell'istruzione elementare.
La necessità di utilizzare anche i bambini per attività lavorative, la mancanza di
mezzi per comprare libri, qualche modesto capo di vestiario e le scarpe, favoriva
l'evasione scolastica, specialmente per le donne per la cui istruzione vi erano diffusi
pregiudizi. Peraltro, " ... se tutti gli obbligati frequentassero la scuola, occorrerebbe
triplicare aule e maestri."
Sviluppo industriale
Per quanto riguarda lo sviluppo industriale, tenendo presente che la Campania
aveva poco meno del 10% della popolazione del Regno, abbiamo i seguenti
dati:
"Al 1° gennaio 1904 in tutta la Campania 197 Comuni su 616 (32%) avevano
caldaie a vapore per un totale di 35,756 cavalli vapore rappresentanti il 5.81%
dei 615,035 del Regno, il quale a sua volta aveva il 47.1% dei Comuni con
caldaie."
Dall'Annuario statistico del 1907:
Tabella 7
| Opifici e intraprese
| Potenza dei motori in cavalli-vapore
| Lavoranti maschi impiegati
| Lavoranti femmine impiegati
|
|
| totale | per 1000 abitanti
| sopra i 15 anni | sotto i 15 anni
| sopra i 15 anni | sotto i 15 anni
|
| Regno | 117.100 | 777.200 | 24,0 | 773.000 | 82.600 | 445.400 | 121.300
|
| Regione | 10.246 | 68.629 | 22,0 | 77.332 | 9.909 | 24.941 | 2.668
|
| % Regno | 8,75 | 8,83 |
| 10,0 | 12,0 | 5,6 | 2,2
|
E' da rilevare che buona parte delle attività industriali era concentrata nella provincia
di Napoli che è riportata avere 35.794 cavalli vapore e 48.411 lavoratori maschili
al di sopra dei 15 anni. E' da notare inoltre che due terzi dei comuni in Campania
e più della metà nel Regno non avevano addirittura nemmeno una caldaia a vapore
e che 22 cavalli-vapore (potenza per ogni mille abitanti) corrisponde a un terzo di
quella di una moderna automobile di media cilindrata! Considerando che a Caivano
circolano oggi oltre 20.000 fra automobili e altri autoveicoli, la potenza dei loro
motori è grosso modo equivalente a quella delle caldaie a vapore esistenti in tutta
la Campania nel 1907!
Statura dei coscritti
Precisando che la statura, rilevata alla visita di leva, è un importante indice del
grado di alimentazione e quindi, indirettamente dello sviluppo socio-economico,
esaminiamo ora alcuni dati che permettono un raffronto fra varie zone di Italia
differenziate per altitudine e fra i vari circondari della Campania:
Tabella 8 - Stature riscontrate nel Regno alle visite di leva in mandamenti situati ...
| fino a 400 metri: | da 400 metri in su:
|
| - 160 cm | += 170 cm | - 160 cm | += 170 cm
|
| % del totale | 21,6 | 13,4 | 27,3 | 9,3
|
Tabella 9 - Confronto fra i Circondari della Campania
| Su 100 soldati avevano statura
| Seriazione dei Circondari
|
| - 160 cm | += 170 cm
| decrescente per statura | crescente per % di agricoli
|
| Ariano | 31,6 | 8,0 | 17° | 14°
|
| Avellino | 25,0 | 11,5 | 10° | 8°
|
| Sant'Angelo | 31,9 | 7,2 | 18° | 12°
|
| Benevento | 25,0 | 9,7 | 13° | 10°
|
| Cerreto | 25,9 | 8,2 | 16° | 11°
|
| San Bartolomeo | 30,1 | 7,1 | 19° | 19°
|
| Caserta | 20,6 | 13,6 | 6° | 7°
|
| Gaeta | 22,5 | 13,0 | 8° | 9°
|
| Nola | 21,8 | 15,5 | 3° | 6°
|
| Piedimonte | 24,7 | 11,4 | 11° | 13°
|
| Sora | 21,4 | 13,1 | 7° | 15°
|
| Casoria | 18,0 | 16,1 | 2° | 3°
|
| Castellammare | 20,4 | 14,1 | 5° | 2°
|
| Napoli | 18,1 | 16,3 | 1° | 1°
|
| Pozzuoli | 18,1 | 14,3 | 4° | 4°
|
| Campagna | 28,1 | 8,9 | 14° | 17°
|
| Sala | 23,2 | 11,7 | 9° | 16°
|
| Salerno | 26,9 | 8,5 | 15° | 5°
|
| Vallo | 25,8 | 11,2 | 12° | 18°
|
Questi dati mostrano che il Circondario di Casoria, e quindi anche Caivano, aveva
fra i migliori valori della regione come statura degli iscritti alla leva e che tali valori
erano del tutto confrontabili con quelle delle altre zone del Regno poste in pianura
o su basse colline.
E' importante considerare i dati relativi all'altezza in base alla provenienza sociale
dei coscritti:
Tabella 10
| % alti meno di 160 cm
| % alti 170 cm o più
|
| Mandamenti | Contadini | Studenti | Altri
| Contadini | Studenti | Altri
|
| Avellino | 28,7 | 10,3 | 32,1 | 9,6 | 31,0 | 10,2
|
| Benevento | 25,9 | 7,1 | 21,2 | 7,8 | 21,4 | 10,6
|
| Caserta | 27,5 | 22,7 | 22,4 | 11,4 | 13,6 | 12,3
|
| Napoli | 19,0 | 10,3 | 19,6 | 16,0 | 28,5 | 14,5
|
| Salerno | 25,8 | 10,7 | 25,0 | 6,4 | 25,0 | 9,9
|
Questi dati mostrano che gli studenti, vale a dire i giovani appartenenti alla frazione
benestante della popolazione, godevano di condizioni di salute e quindi di vita sensibilmente
migliori dei contadini e delle altre classi subalterne (operai, artigiani, etc.).
Criminalità
Per quanto riguarda la criminalità, considerando il quinquennio 1899-1903 e il
distretto della Corte d'appello di Napoli, che abbracciava Campania e Molise,
abbiamo le seguenti frequenze di reati (a fianco è riportata la graduatoria fra le
14 regioni del Regno):
Tabella 11
| Tassi per 100.000 abitanti
|
| Nella Regione | Nel Regno
| Classifica fra le Regioni
|
| Violenze, resistenze, etc. | 70,84 | 47,82 | III
|
| Delitti contro la fede pubblica | 40,35 | 36,83 | V
|
| Delitti contro il buon costume | 43,89 | 24,28 | II
|
| Omicidi volontari e oltre l'intenzione | 20,03 | 10,19 | II
|
| Lesioni personali volontarie | 513,41 | 271,41 | II
|
| Diffamazioni ed ingiurie | 344,27 | 254,92 | VI
|
| Rapine, estorsioni e ricatti | 19,24 | 10,61 | III
|
| Furti di ogni specie | 471,16 | 425,05 | VIII
|
| Truffe e frodi | 102,04 | 72,28 | III
|
| Altri delitti | 688,29 | 419,21 | IV
|
| Contravvenzioni di ogni sorta | 1269,45 | 947,88 | II
|
I dati mostrano che la Campania aveva tassi di criminalità sensibilmente superiori
alle medie del Regno e che per i reati più gravi era al secondo posto fra le Regioni.
Volendo confrontare tali tassi di criminalità con quelli odierni, nel limiti in cui ciò è
possibile per le differenti definizioni dei reati, dai dati anzidetti si ricava che ogni anno
erano sottoposti a giudizio oltre 600 omicidi, 15.500 casi di lesioni personali volontarie
e 580 rapine, estorsioni, ricatti mentre da statistiche moderne abbiamo nel 1992 per la
Campania, con una popolazione quasi doppia, 663 casi di omicidio, 2.157 di lesioni
personali volontarie e 15.672 di rapine, estorsioni e ricatti, con tassi per 100.000
rispettivamente di 11,7; 38,2 e 277,7. Mentre quindi in un secolo risultano fortemente
ridotti gli omicidi e drasticamente ridotte le lesioni personali volontarie, si riscontra al
contrario un aumento altrettanto drastico di rapine, estorsioni e ricatti.
Mortalità e natalità
Confrontiamo ora i dati della mortalità e della natalità ogni mille abitanti per
la Campania e per il Regno nella loro evoluzione dal 1882 al 1906:
Tabella 12
| Campania | Regno
|
| Anno | Natalità | Mortalità
| Natalità | Mortalità
|
| 1882 | 38,11 | 27,95 | 37,10 | 27,68
|
| 1898 | 35,28 | 24,31 | 33,52 | 22,94
|
| 1899 | 34,44 | 23,26 | 33,87 | 21,80
|
| 1900 | 33,32 | 25,60 | 33,00 | 23,77
|
| 1901 | 30,50 | 23,93 | 32,50 | 21,97
|
| 1902 | 32,48 | 23,56 | 32,38 | 22,21
|
| 1903 | 30,88 | 22,54 | 31,65 | 22,37
|
| 1904 | 32,47 | 22,04 | 32,75 | 21,08
|
| 1905 | 32,38 | 22,46 | 32,51 | 21,80
|
| 1906 | 32,01 | 22,06 | 31,93 | 20,78
|
La mortalità e la natalità erano quindi in Campania lievemente superiori al
resto del Regno.
I dati espressi nelle Tabelle 3-12 complessivamente mostrano che la nostra
zona pur presentando tassi demografici, condizioni sanitarie e parametri di
sviluppo industriali che oggi sarebbero considerati di estremo sottosviluppo,
era fra quelle in migliori condizioni in Campania che a sua volte era per certi
aspetti al di sopra e per altri al di sotto delle medie del Regno.
La Tabella 12 mostra però che nel periodo dal 1882 al 1906 vi fu un lento
ma alquanto costante ridursi dei tassi di natalità e mortalità, segno di un graduale
miglioramento delle condizioni di vita. Per confronto si considerino i seguenti
valori di epoca moderna:
Tabella 13
| Stato | Anno | Natalità | Mortalità
|
| Italia | 1998 | 9,0 | 9,9
|
| Albania | 1996 | 22,6 | 7,7
|
| Congo (Zaire) | 1995 | 46,5 | 14,0
|
| Bangladesh | 1997 | 25,1 | 7,9
|
| Egitto | 1997 | 28,0 | 9,0
|
| Sudan | 1996 | 41,1 | 11,5
|
| Vietnam | 1997 | 25,6 | 7,0
|
Solo alcune fra le più sottosviluppate nazioni moderne hanno tassi di natalità pari o
superiori a quelli dell'Italia di un secolo fa ma anche in queste nazioni i tassi di
mortalità sono nettamente inferiori. Si noti in particolare il confronto fra l'Italia
di un secolo fa e l'Albania odierna che è oggi di moda irridere e disprezzare per
le sue precarie condizioni di vita. In effetti le condizioni di vita in Albania sono
paragonabili a quelle dell'Italia di 40-50 anni fa ma tale divario è inferiore - nel
segno opposto - a quello fra l'Albania di oggi e l'Italia di un secolo fa.
Vita dei caivanesi di un secolo fa
La vita di un caivanese di allora si svolgeva in modi assai difficili e che è ancor più
difficile comprendere per chi è abituato alle condizioni di vita odierne.
Non vi era alcun elettrodomestico né la televisione o la radio. Esisteva già l'elettricità
ma il suo uso era limitato alla scarsa illuminazione pubblica e ai pochi che si
permettevano il lusso di qualche lampadina di minimo consumo. Gli altri ricorrevano
non alle candele (troppo costose!) ma a delle lampade che utilizzavano combustibili
oleosi di basso prezzo ma dal cattivissimo odore. Esisteva già il telefono ma forse
non ve ne erano ancora a Caivano e le comunicazioni a distanza erano affidate a un
telegrafo pubblico. Le prime automobili già esistevano ma è improbabile che ve ne
fosse qualcheduna a Caivano. Il tram da qualche anno collegava Caivano - con
capolinea nell'attuale Villa Comunale - con Napoli ma le tariffe erano un lusso che
in genere si cercava di evitare. Molti contadini utilizzavano carri agricoli trainati da
buoi o cavalli ma anche questo era un costo che non tutti si potevano permettere.
Le carrozze o i calessi o veicoli analoghi trainati da cavalli era il mezzo comune di
locomozione per chi disponeva di mezzi mentre per gli altri la regola era camminare
a piedi, di regola scalzi per non consumare le scarpe. Esse erano riservate all'uso
nella domenica e nei mesi più freddi, tranne che per i benestanti che potevano
permettersele tutti i giorni. Anche la bicicletta era un mezzo costoso relativamente
alle limitatissime disponibilità dell'epoca.
L'abbigliamento era del tutto economico. Le donne avevano "un vestito di riguardo,
che recano con sé quando si sposano e che indossano solo nelle feste" e anche
per l'uomo spesso l'abito usato per il matrimonio serviva come abito buono
della domenica per moltissimi anni.
L'igiene era del tutto approssimativa, sia perché mancava l'acqua corrente sia per
la grande difficoltà ad utilizzare acqua calda, sia per una concezione assai diversa
del 'pulito': "... il contadino raccoglie il letame e la spazzatura con le mani e con esse
li sminuzza per spanderli sul terreno. Osservammo, per esempio, a Nocera questo
spettacolo, del resto già osservato ripetutamente altrove. Un ragazzo raccoglieva
letame per la via con la carriola: egli prendeva colle mani le pillaccole di cavallo, le
poneva nel cappello suo capovolto e, quando lo aveva riempito, ne versava il
contenuto nella carriuola, indi data una scossa al cappello se lo riponeva in capo.
Da per tutto, del resto, le spazzature della via si raccolgono con pale senza manico
o tavolette di legno, su cui esse si spingono e si tengono ferme con la mano
sinistra."
Di regola una pulizia un pò più accurata era riservata ai giorni festivi mentre negli
altri giorni se l'acqua era disponibile era considerato sufficiente il lavarsi la faccia
e se non disponibile se ne faceva a meno anche per settimane intere.
Per i non benestanti erano inesistenti i servizi igienici familiari. Si ricorreva all'uso
di pitali ('zi peppe', 'pisciaturi') che venivano utilizzati nelle
abitazioni dietro un paravento e poi versati nella latrina comune che in genere era
nel mezzo o in un angolo del 'luoco'. Le fogne erano una eccezione mentre
la regola erano pozzi neri assorbenti e cioè non isolati dal terreno circostanti e per
lo più con pozzi per attingere acqua nelle immediate vicinanze.
E si potrebbe continuare nel descrivere una condizione di vita che per una ristretta
fascia di benestanti era sensibilmente migliore ma che per una fascia di diseredati
era ancora peggiore di quanto descritto. Gli alti tassi di mortalità dell'epoca erano
causati da infezioni (enteriti, tifo, epatiti, polmoniti, tubercolosi, etc.) che erano però
la diretta conseguenza di condizioni di vita inverosimili per carenza di igiene, deficit
alimentari ed esposizione alle intemperie e non di una particolare virulenza degli
agenti patogeni.
A queste misere condizioni di vita si associava l'assenza di pensioni per anzianità,
malattia o invalidità, la mancanza di regolari contratti di lavoro o di minimi
salariali, l'assenza di assistenza sanitaria pubblica oltre all'attività dei medici condotti,
l'assenza di misure preventive per gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali,
etc. L'assistenza pubblica era principalmente rivolta alle cure degli orfani e dell'infanzia
abbandonata e, in subordine, a ricoveri per anziani soli e non autosufficienti, al soccorso
a domicilio e ad elemosine. A queste spese provvedevano in larga parte Opere
Pie e Comuni.
Orari di lavoro
Esaminiamo ora più in dettaglio alcuni aspetti della vita di allora per i contadini
in particolare.
Gli orari di lavoro del contadino erano massacranti e condizionati dalle ore
di luce.
D'inverno si iniziava alle 7-7,30 e si continuava fino alle 16,30-17 con una sosta
di mezz'ora per colazione alle 9 e un riposo dalle 12 alle 13-13,30 (Durata
del lavoro 6,30-8,30 ore).
In primavera ed autunno si iniziava alle 6 e si finiva verso le 18-18,30 con una
pausa per colazione alle 8,30, un riposo dalle 12 fino alle 13-13,30 e una
terza sosta alle 16 (Durata del lavoro 9-10 ore).
In estate si iniziava verso le 5 e si continuava fino alle 19,30-20 con una sosta
dalle 11,30 alle 16 per evitare il lavoro nelle ore più calde della giornata (Durata
del lavoro 10-11 ore).
Pertanto gli orari settimanali di lavoro variavano da un minimo di circa 38 ore
nell'inverno a un massimo di 77 ore in estate. Il lavoro in più nell'estate non era
considerato straordinario da pagare a parte ma le paghe giornaliere erano
differenti a seconda del minore o maggiore orario di lavoro.
Gli orari erano gli stessi per uomini, donne e bambini e alle ore di lavoro bisognava
aggiungere i tempi necessari per recarsi da casa ai campi e viceversa.
Nell'inverno anche se gli orari di lavoro erano inferiori si era esposti al freddo e
spesso il bracciante non era chiamato al lavoro per il minore fabbisogno di
manodopera in tale stagione.
Paghe dei braccianti
Le paghe - in lire dell'epoca - erano le seguenti:
Tabella 14
| Inverno | Primavera
| Estate | Autunno
|
| Uomini | 1,25-1,50 | 1,50-2 | 2-3 | 1,50-2
|
| Donne | 0,60-0,75 | 0,75-1,10 | 1-1,25 | 0,75
|
| Ragazzi | Come le donne o poco meno se ancora piccoli
|
Pertanto, anche se d'inverno si lavorava meno la paga era ancora più ridotta,
per la minore richiesta di lavoro e nonostante si lavorasse esposti al freddo.
Il minore guadagno e il minor numero di giornate lavorative unitamente alle
maggiori esigenze di spesa dovute alla necessità di riscaldarsi e di coprirsi
con indumenti più pesanti e con scarpe, facevano sì che d'inverno le condizioni
di vita peggiorassero, aumentando le sofferenze, le privazioni e la mortalità.
Le paghe non erano uniformi da zona a zona e calavano se c'era maggiore
offerta di manodopera e dove vi erano proprietà più grosse:
" ... qualche soldo in meno si pagano le opere a Caivano e Giugliano, dove
i braccianti sono più numerosi e la proprietà meno divisa."
Prezzi dei generi di consumo
Per comprendere il valore di acquisto della lira dell'epoca riportiamo quanto
segue:
"I prezzi dei viveri presentano poche variazioni nei diversi punti della regione
e in media oscillano intorno ai seguenti, i quali volgono ora, meno per il vino,
all’aumento, massime per carni, cresciute, mentre scriviamo, del 10 al 20 %,
olio, salumi, pane, legumi. Tali prezzi per il 1907 duravano invariati da 6 a 7
anni, tenendo conto che anche nei comuni chiusi non si ebbero diminuzioni
corrispondenti per i farinacei dopo l’abolizione del dazio relativo. Lagni gravi
di rincari non ve ne furono mai realmente o questi non si avvertivano: ora
sono cominciati non solo per i viveri, ma anche e più per il carbone e per
la legna da ardere.
Prezzi prevalenti delle derrate alimentari
| Farina di grano, al chilogr. . . . . . . . . . . . . | L. 0.28 a 0.32
|
| Farina di granturco, id. . . . . . . . . . . . . . . | » 0.20 a 0.24
|
| Pane bianco, id. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . | » 0.28 a 0.35
|
| Pane bruno, id. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . | » 0.25 a 0.26
|
| Pane di granturco, id. . . . . . . . . . . . . . . . | » 0.17 a 0.20
|
| Paste (secondo la qualità), id. . . . . . . . . . | » 0.35 a 0.50
|
| Sugna, id. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . | » 1.50 a 2.00
|
| Fagiuoli a lire 12 il tomolo, o al chilogr. . . | » 0.28 a 0.30
|
| Patate, al quintale . . . . . . . . . . . . . . . . . . | » 6.00 a 8.00
|
| Carne caprina ed ovina, al chilogr. . . . . . | » 1.00 a 1.20
|
| Carne bovina, id. . . . . . . . . . . . . . . . . . . | » 1.90 a 2.40
|
| Carne bufalina, id. . . . . . . . . . . . . . . . . . | » 1.30
|
| Baccalà secco, id. . . . . . . . . . . . . . . . . . | » 0.90
|
| Baccalà inzuppato, id. . . . . . . . . . . . . . . | » 0.50 a 0.60
|
| Sarde e saracche, id. . . . . . . . . . . . . . . . | » 2.00
|
| Carne suina fresca, id. . . . . . . . . . . . . . . | » 1.10 a 1.40
|
| Lardo, id. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . | » 1.70 a 2.30
|
| Formaggio (cacio cavallo e pecorino), id. | » 2.00 a 2.50
|
| Riso, id. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . | » 0.50 a 0.60
|
| Vino di buona qualità, il litro . . . . . . . . . | » 0.35 a 0.50
|
| Vino di qualità secondaria, id. . . . . . . . . | » 0.25 a 0.30
|
| Olio, id. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . | » 1.10 a 1.20
|
Il carbone nei centri di produzione da 5.50 a 6 lire al quintale è salito ora a 7-8 e
nei luoghi di consumo a lire 12 e più per le qualità migliori (cannoli) e a circa 10
per le secondarie. I prezzi della legna sono variabilissimi e il contadino ne compera
ben poca. Anch’essa però è notevolmente rincarata come il legname, onde ricordiamo
che prima del 1902 quello d’opera di pioppo si vendeva a 22-24 lire il metro cubo,
mentre è ora salito a 32-35. La legna da ardere di elce e quercia nella bassa Campania
è passata da 4.50 a 7 e 8 lire lo stero in campagna."
In genere per i non benestanti, e cioè per larga parte della popolazione, la pasta
acquistata era quella di seconda e terza qualità e se ne faceva uso nei giorni festivi,
in quanto per il prezzo maggiore rispetto ad altri generi era quasi un lusso.
In quegli anni incominciava a diffondersi l'uso del caffè: "Le botteghe da caffè vanno
infatti crescendo ogni giorno ed anche nei piccoli centri, qua e là, va facendo capolino
qualche bar o pseudo-bar impiantato da qualche americano."
Era ancora diffuso, di rado nel Circondario di Casoria e più di frequente nelle zone
più povere dell'interno, l'uso dello scagliuozzo o pizza, una sorta
di pane ricavato da farina di granturco, meno costoso ma anche di minore valore
nutritivo rispetto al pane.
Per valutare il potere di acquisto delle paghe si divida quanto poteva percepire un
bracciante in un anno, L. 500, per il costo di un genere alimentare e si moltiplichi
poi il risultato per il prezzo attuale di tale bene. Da tali calcoli si ottengono risultati
diversi a seconda del genere alimentare ma comunque si hanno valori fra gli 80
e i 150 euro mensili, esenti da tasse ma senza tredicesima, accantonamenti per
pensione e buonuscita, etc. Quello che poteva guadagnare una intera famiglia di
6 persone (v. esempio sotto) equivaleva a poco più del doppio di tale cifra e con
essa bisognava alimentarsi, pagare il fitto della casa, coprirsi con qualche cosa,
riscaldarsi, etc.!
Commercio e acquisto dei generi alimentari
A riguardo del commercio dei generi alimentari l'Inchiesta annota:
"In complesso adunque il mercato dei viveri ha ben poco o nulla di anormale e
non presenta forme speciali di monopolio o di accaparramento. Il loro commercio
in tutta la parte di pianura e di litorale è anche facile, perché i mezzi di comunicazione
frequenti ed estesi permettono anche al modesto contadino di recarsi a far
provvista nei centri vicini.
Sono però assolutamente ignote le cooperative di consumo. Ne esiste una, sorta
da poco, a Caivano ed un’altra funziona a Giugliano di Campania, una a Calitri
(Sant’Angelo dei Lombardi), una a Sant’Angelo di Alife, una a Casalvieri (Sora),
una si sta costituendo ad Esperia (Gaeta), una è sorta ora a Portici.
Le prime tre sorsero per opera delle sezioni locali del partito socialista; però
le prime due non paiono aver vita molto prosperosa, mentre appunto in quei
grossi centri del circondario di Casoria, dove forse vi ha la maggior proporzione
di braccianti, la istituzione di cooperative di consumo sarebbe davvero
utilissima."
Fitti per le abitazioni
Per quanto concerne i fitti pagati per le abitazioni:
"Riguardo a pigioni pagate dai contadini per le loro abitazioni, possiamo dare le
seguenti cifre:
Abitazione di prima classe, cioè costituite da un vano a pianterreno verso strada
non mai però delle principali, in grossi centri della pianura, di m. 5 x 5 o al più
5 x 6, in buone condizioni edilizie, lire 72 a 75 l’anno, anche 80 a 90, se divisibile
in due parti con soppegno.
Le stesse, ma in strade più remote e in posizioni meno ricercate, in centri meno
importanti e in condizioni di abitabilità meno favorevoli, lire 60 in media.
Camere in cortili con esposizione favorevole, aventi davanti a sé spazio sufficiente
e in buone condizioni di abitabilità, da 48 a 60 a seconda del centro in cui si
trovano.
Le stesse in condizioni un po’ meno buone per situazione, abitabilità, ecc.,
da 40 a 50.
Infine le camere in cortili o vicoletti bui o fuori mano, piccole, in condizioni
edilizie poco buone, nei minori centri o nelle frazioni, non scendono mai al di sotto
di lire 30 a 36 all’anno ed un buco di stalla capace di un solo capo, situato negli
angoli più bui dei cortili o vicoli non si paga meno di 20 a 24 lire ad anno
nell’interno dell’abitato."
Esempio di bilancio familiare
L'Inchiesta inoltre prospetta un esempio di bilancio per un famiglia composta
dai genitori, due adolescenti fra i 12 e i 16 anni e due "ragazzetti".
In tale esempio, era prospettata una spesa giornaliera per l'alimentazione di L.
2,70, mangiando per lo più solo generi a basso prezzo e per complessive L.
985,50 annue, a cui si aggiungeva L. 40 di fitto per una abitazione modestissima,
L. 50 per "accomodature, abiti per 2 adulti a lire 15 e i due adolescenti a L. 10"
e con l'annotazione che "i bambini si vestono cogli spogli degli altri", L. 24,50
per "illuminazione e spese diverse" per un totale di L. 1.100.
Per conseguire i guadagni necessari per tale spesa, nell'esempio è prospettato
quanto segue:
| 250 giornate del padre alla media di lire 2 | L. 500,00
|
| 150 giornate della madre alla media di L. 1,10 | L. 165,00
|
| 240 giornate del ragazzo alla media di L. 1,30 | L. 312,00
|
| 160 giornate della ragazza alla media di L. 0,90 | L. 144,00
|
| Totale: | L. 1.121,00
|
In breve, in una famiglia di braccianti dovevano lavorare anche i ragazzi per
poter sopravvivere con una alimentazione modestissima, in locali miseri, spendendo
cifre minime per ricoprirsi di qualche panno e ancor di meno per tutte le altre
spese.
Per di più, dato l'aggravarsi delle condizioni nell'inverno, quando le paghe e
le giornate di lavoro diminuivano e occorreva qualche lira in più per riscaldarsi,
molti operai si facevano anticipare qualche soldo dagli "intraprenditori" assumendo
in cambio l'obbligo a svolgere in estate giornate di lavoro a cottimo a "prezzi
inferiori in media di un 10-15% del consueto".
L'esistenza di tali anticipi "venne per nostra indagine diretta assodata nel
circondario di Casoria e specialmente a Giugliano, Caivano ed Afragola. Per
esempio a Caivano, parlammo, fra gli altri, con una donna che convenne in
aprile 1907 di estirpare il canape a 15 lire il moggio di mq. 4280 (circa 35 lire
ad ettaro), avendone allora la massima parte, mentre, se il proprietario avesse
fatto fare il lavoro a giornate, avrebbe facilmente pagato 20 a 28 lire (46 a 53
lire ad ettaro). La donna, che aveva assunto tale lavoro per 6 moggia, andava
facendolo con una ragazza sua ed operai arruolati a 2.50 il giorno, ed osservava
filosoficamente che a Pasqua aveva mangiato le uova ed ora inghiottiva le scorze.
Essa e i compagni assicuravano che tali contratti, senza essere la regola, non
erano rari in quei paesi."
In effetti, ma ciò non è evidenziato nell'Inchiesta, tali "contratti" erano una forma
indiretta di prestito ad usura esercitata nei confronti di soggetti a ciò costretti
dalla fame o da situazioni di estremo bisogno.
Fitti dei terreni
Con valori così bassi per le paghe dei braccianti contrastavano gli alti valori per i
fitti dei terreni:
"I canoni più alti si hanno là dove prevale la canapa, con massimi da 400 a 450 e
talora anche 500 lire (Casoria, San Pietro a Patierno, qualche punto di Afragola,
Caivano, ecc.), per affitti anche in grosse partite. La seconda classe, e più
specialmente a Maddaloni, Caserta, Santa Maria di Capua, Aversa, Acerra,
Pomigliano d'Arco, Marigliano, ecc., e loro contermini, sta tra le 350 a 400 o
le 300 a 350, in condizioni meno favorevoli. ..."
In pratica quanto guadagnava in un anno un bracciante equivaleva al fitto di un ettaro
e mezzo di un buon terreno o fin quasi a quello di un solo ettaro di un terreno della
migliore qualità. Il colono che fittava un terreno per coltivarlo in proprio era
costretto a cedere larga parte della sua produzione per pagarne il fitto. Era in
effetti una forma di sfruttamento massiccio che assolutamente non è evidenziato
nell'Inchiesta che peraltro sottolinea e condanna ulteriori abusi di tale stato di cose,
quale la speculazione mediante il subaffitto:
"[Tali speculatori] assumono l'affitto del potere medio, soprattutto di qualche Opera
pia, tenendone parte per sé e parte cedendolo ai coloni minori. Il maggiore introito
che essi realizzano, oltre a coprire il rischio delle inesigenze dei subaffitti, lascia
sempre un lucro non indifferente ... Cotesti speculatori sono frequenti anche nella
zona di coltura intensiva, dove ricercano specialmente i grossi fondi dei privati o
delle Opere pie, costituiscono le persone più influenti del luogo e non di rado sono
sindaci o consiglieri comunali. Ricordiamo fra tanti il sindaco di un Comune di quel
territorio, che aveva sotto i sé, per esempio, oltre 200 coloni del luogo, naturalmente
tutti suoi fedeli elettori. Nel circondario di Casoria molti di cotesti piccoli coltivatori
da noi interpellati, non ebbero di certo parole benevole per cotesta categoria
di speculatori.
A Caivano, Afragola, Casoria, Giugliano ecc. ci si affermò che il grosso speculatore
lucra da 4 a 5 ducati (17 a 21.25) a moggio di are 43, ossia fra 40 e 50 lire ad
ettaro. A Caivano i soci della cooperativa, a Giugliano altri coloni affermarono
l'esistenza di lucri fino al 100%. Nel primo paese la terra di 33 ducati a moggio
di are 43 circa (lire 325 ad ettaro) venne affittata a 50 (lire 490). .... Si aggiunga
poi che quasi dappertutto il grosso affittatore vende ai piccoli a lui sottoposti,
sementi, concimi, generi diversi, ecc., e fa un po' i prezzi a modo suo.
Vi è un certo movimento di reazione contro cotesti speculatori, ma si è appena
agli inizi. I tentativi fatti a Caivano per prendere direttamente i terreni da parte di
una cooperativa di contadini, ed a Cimitile presso Nola per l'affitto di una grossa
proprietà locale in modo analogo, non ebbero successo alcuno. Il partito socialista
e le gare locali vi si posero di mezzo e nocquero forse più che giovare.
Del resto il grosso affittuario offre al proprietario garanzie, che mancano al piccolo
ed a sua volta è sicuro di avere quasi l'integrale pagamento dai subaffittuari, perché
applica il principio: aia o cancello paga, cioè non lascia uscire i generi
dal fondo, senza avere il pagamento in natura o in denaro. Dove prevale la coltura
granaria vi è infatti un'aia comune, su cui funziona la trebbiatrice dello speculatore
e tutti vi recano prima il grano e poi il granoturco. Invece nella coltura della canapa
vi è l'obbligo di maciullarla, dove vuole lo speculatore stesso, se pure questo non
ha anche un proprio macero."
In effetti, l'intermediario, come esplicitamente dice l'Inchiesta, era preferito dal
proprietario perché garantiva il pagamento dei fitti, cosa non pacifica se si considera
lo stato di bisogno degli agricoltori, e si intuisce che l'intermediario doveva essere
una persona contro cui i contadini non avrebbero osato ribellarsi.
Coltivazione della canapa
La principale coltivazione nelle terre di Caivano era quella della canapa che
permetteva maggiori proventi ma che richiedeva manualità particolarmente gravose.
Per quanto riguarda gli aspetti generali relativi a tale tipo di coltivazione rimandiamo
a lavori più specifici. A Caivano erano presenti vari 'fusari', ovverossia vasche per
la macerazione della canapa, e il lavoro del 'lagnataro' e quello pesantissimo del
'maciuliatore' era frequente. Per la coltivazione della canapa vigevano
condizioni di lavoro snervante e sfruttamento analoghe e anche peggiori rispetto a
quelle di altre coltivazioni ma nel periodo di massima lavorazione si offrivano
paghe più alte.
In tale periodo, dal 15 luglio al 15 settembre, non vi era riposo nemmeno nei
giorni festivi e per rispettare il precetto della messa talora si utilizzavano cappelle
di campagna dove si celebrava la funzione a porte spalancate o addirittura torrette
di legno soprastanti la campagna, in modo che i lavoratori non fossero necessitati
a tornare in paese perdendo ore preziose di lavoro.
I fusari emanavano nella stagione in cui funzionavano un puzzo incredibile
ma non nocivo alla salute e anzi avevano la grande qualità di essere del tutto
inadatti alla vita delle larve delle anofele, le zanzare vettrici del plasmodio della
malaria. La malaria, all'epoca gravissimo mortale flagello di tutta l'Italia Meridionale,
risparmiava la provincia di Napoli, tranne parti di Giugliano e Pozzuoli, e Caivano
era escluso dall'elenco dei Comuni malarici. Il puzzo dei fusari è ancor oggi vivo
nella memoria dei caivanesi meno giovani ed è anche frequente il racconto di
varie malattie della pelle che guarivano rapidamente dopo l'immersione in quelle
acque torbide e cariche di materia organica putrescente.
Condizione del colono
Con fitti così alti per i terreni la condizione del colono fittuario di un terreno
non era molto migliore di quella di un bracciante. I profitti derivanti dalla vendita
dei prodotti della terra erano in larga parte assorbiti dal pagamento del pigione
e le condizioni di vita erano miserevoli:
"Egli, i figli, la moglie si recano, salvo l'inverno, scalzi ai campi che lavorano e
scalzi rimangono l'intera giornata, quando dimorano su o presso i medesimi. Gli
abiti di fatica sono laceri e tutti a toppe come un mosaico, quelli festivi di fustagno,
velluto di cotone o di stoffe analoghe per l'uomo, di cotonine o di roba più di
apparenza che di sostanza per la donna. La biancheria è di cotone quella personale,
di canapa e capecchio quella da letto: è generalmente ignoto o ben scarso l'uso di
tovaglie e tovaglioli e riservato solo alle occasioni solenni.
D'estate il colono, che abita presso il terreno che coltiva, non indossa che un
corto calzoncino e la camicia ed ha in capo qualche vecchio cappello di paglia,
rifiuto di rigattieri cittadini, oppure uno di feltro di pochissimo prezzo, che ricorda
stranamente il copricapo degli schiavi nelle dipinture murali di Pompei. Di frequente,
anche nell'estate, indossa soltanto sulla persona un camicione di tela di canapa, che
gli giunge sino ai malleoli. In casa il letto ha pagliericcio senza materasso di lana.
Certamente vi sono non pochi coloni medi, che hanno affitti di qualche ettaro,
i quali vivono meno ristrettamente e non mancano di certe forme di agiatezza,
vestono di lana uomini e donne nei giorni festivi, hanno almeno una volta la
settimana carne alla loro tavola, la casa di più camere, il letto con materasso di
lana, ecc. ecc. Ma la folla dei piccoli, massime dove è frequente il subaffitto,
vive press'a poco come abbiamo detto."
Migliore era la condizione di quelli che avevano in proprietà almeno parte
del terreno che coltivavano sfuggendo pertanto in parte o del tutto all'esoso
drenaggio economico dei fitti.
Tensioni sociali
Comunque, esisteva uno stato di tensione fra braccianti e proprietari: "Esiste
però colà [a Giugliano, n. d. A.] ed a Caivano, come anche nell'agro Aversano,
una corrente di malumore e di ostilità da braccianti a proprietari ed intraprenditori
agrari, che in non lontano avvenire potrà forse dar luogo a complicazioni." I contadini
nelle zone relativamente più avanzate e ricche di terreni agricoli tendevano a riunirsi
in Leghe. Ve ne erano a Pozzuoli, Caivano, Giugliano, Qualiano, Mugnano,
Sant'Antimo e Sant'Arpino ma solo quella di Giugliano diede origine ad uno
sciopero ed in genere l'azione delle Leghe mirava a contrastare i maggiori abusi e
non aveva la forza o la volontà di rivendicazioni maggiori, sia per l'ignoranza degli
iscritti sia per la mancanza di validi referenti politici in Parlamento sia per la tenace
opposizione e i mezzi dei proprietari.
Emigrazione
Si consideri che questa grave situazione era condannata in una Inchiesta
commissionata da forze conservatrici per le quali l'emigrazione era malvista in
quanto si riduceva il numero dei lavoratori e pertanto aumentava il livello delle
paghe e in cui si giunge a dire nelle 'Conclusioni' che in Campania "Non vi sono
zone in cui esista sentita disoccupazione."!
Ma nella realtà le condizioni di vita erano obiettivamente assai difficili e
spesso insostenibili e ciò costringeva ad una forte emigrazione che in Campania
nei primi anni del novecento assunse dimensioni eccezionali:
Tabella 15 - Emigrati dalla Campania nei periodi 1894-99 e 1901-06
| 1894-99 | 1901-06
|
| Totali | Medie annue
| Totali | Medie annue
|
| Avellino | 38.064 | 6.344 | 97.962 | 16.327
|
| Benevento | 21.154 | 3.526 | 49.306 | 8.217
|
| Caserta | 41.190 | 6.865 | 139.075 | 23.179
|
| Napoli | 29.509 | 4.918 | 51.825 | 8.637
|
| Salerno | 61.009 | 10.168 | 94.778 | 15.796
|
| Regione | 190.926 | 31.821 | 432.946 | 72.158
|
L'emigrazione, diretta in larga parte verso le Americhe e in misura più ridotta verso
la Francia ed altri Paesi, subì un incremento progressivo e eccezionale a partire
dal 1880 circa. Anche considerando che una parte degli emigrati ritornava in
patria i tassi di emigrazione erano rilevantissimi.
Ma i tassi di emigrazione non erano uniformi in tutta la Campania e, infatti, fra i
valori per il periodo 1902-1905 riferiti dall'Inchiesta per le percentuali complessive
di emigrati sul totale della popolazione abbiamo, per esempio:
Tabella 16
| Valori massimi | Valori minimi
|
| Provincia | Comune | % 1902-05 | Comune | % 1902-05
|
| Avellino | Lauro | 24,22 | Montoro | 8,62
|
| Chiusano | 24,03 | Lacedonia | 8,75
|
| Atripalda | 23,46 | Monteforte | 10,91
|
| Benevento | Airola | 24,51 | S. Giorgio la Molara | 10,25
|
| Pescolamazza | 19,50 | Colle Sannita | 11,05
|
| S. Giorgio la Montagna | 17,94 | Paduli | 11,57
|
| Caserta | Alvito | 18,22 | Trentola | 2,07
|
| Pignataro | 18,19 | Aversa | 2,97
|
| Cicciano | 17,10 | Succivo | 5,05
|
| Salerno | Positano | 25,69 | Cava | 4,13
|
| Castel San Giorgio | 20,17 | Salerno | 4,46
|
| Teggiano | 17,24 | Eboli | 5,31
|
| Napoli | Forio | 11,30 | Marano | 0,23
|
| Vico Equense | 10,40 | Giugliano | 0,33
|
| Ischia | 10,25 | Portici | 0,87
|
| Altri valori:
|
| Napoli | Pomigliano | 7,65 | Caivano | 4,37
|
| Casoria | 7,21 | Mugnano | 1,85
|
| Sant'Antimo | 6,37 | Frattamaggiore | 1,77
|
| Afragola | 5,20 | Napoli | 1,95
|
Come si vede Caivano nel contesto della Campania aveva tassi di emigrazione sensibili
ma vicini a quelli inferiori. L'emigrante fuggiva dalle terribili condizioni di vita prima
descritte e nonostante dovesse affrontare enormi sacrifici, umiliazioni e discriminazioni
nel Paese di immigrazione godeva di paghe e condizioni di vita assai migliori. Ad
esempio, con il limite di un maggior costo della vita, negli Stati Uniti la paga per un
operaio era di 1,75-2,10 dollari al giorno (circa 9,07-10,9 lire al cambio di L. 5.18
per dollaro) e ogni ora di straordinario era pagata una ulteriore lira. Inoltre per i bambini
la scuola era obbligatoria fino a 14 o 16 anni e godevano di colazione gratuita. Cose
inaudite nella Campania dell'epoca e tali da creare il mito dell'America dove tutti
erano ricchi!
Cause dell'emigrazione
Per avere qualche ulteriore dato sulle cause dell'emigrazione, si deve considerare
che nel periodo in cui iniziò ad assumere valori rilevanti (1880 e anni successivi),
nelle zone relativamente meno povere, quali ad esempio il circondario di Casoria,
con costi per i fitti delle terre pari a quelli di venti anni dopo vi erano paghe giornaliere
non maggiori di L. 1.50 e solo dopo decenni di emigrazione le paghe incominciarono
a salire a valori meno irrisori ma che pure suscitavano le lamentele dei possidenti.
Nelle zone più povere della Campania le basse paghe e la mancanza di lavoro
assumeva toni drammatici, tanto che in una relazione del 1879 relativa al circondario
di Piedimonte d'Alife si leggeva a riguardo dei braccianti: "... quando comincia la
stagione delle piogge, durante i giorni festivi, nei mesi in cui la terra riposa e non ha
bisogno della mano dell'uomo, egli non ha in serbo alcun risparmio, e non può averlo,
perché lo scarso salario giornaliero non gli è bastato nemmeno a vivere nei giorni in
cui ha lavorato. Quindi si vedono madri e dei figli che implorano un pane, implorazioni
che una volta erano rare, avvenivano nei tempi di guerra e di carestia e destavano la
meraviglia e la pietà. Ora tale spettacolo di vede più o meno ogni anno, e il senso
della pietà si è sopito davanti a così continua ed esauriente insistenza." "Tali parole
convenivano pur troppo a tutti i circondari della regione. Oggidì però tutto questo è
per lo meno notevolmente scemato, perché l'emigrazione, rarefacendo i lavoratori,
ha fatto accrescere i salari ed ha permesso all'operaio di aver un maggior numero
di giorni di occupazione ogni anno."
Condizione del contadino anziano
Accenniamo ora alla condizione del contadino anziano, lasciando la parola
direttamente a una toccante pagina dell'Inchiesta:
"Riguardo ad andamento di lavoro secondo le età, notiamo quanto segue.
Il bambino del lavoratore campano, sia mezzadro, colono, affittuario, o giornaliero,
comincia già ai 6-7 anni di età ad attendere a qualche lavoro leggero, come diremo
in appresso. Ad 11-12 anni, non di rado anche prima, comincia ad andare
regolarmente a giornata e dai 15 ai 17 entra nella categoria degli adulti. Da allora in
poi si può dire che l'opera sua continui ininterrotta, per quanto lo permettono la salute
e le forze individuali, sino ai 60·65 anni e più oltre nelle regioni salubri, mentre nelle
zone malariche finisce forse anche prima. Divenuto vecchio, lavora, finché gli reggono
le forze, accontentandosi di minor mercede (un terzo circa in meno) ed attendendo ai
lavori meno pesanti, abbandonando soprattutto la zappa, la vanga, la falce e la falciuola.
Così trascinando la vita, tira avanti sino alla morte e, se diventa affatto invalido, lo
sovviene la carità dei figli e dei congiunti, raramente costretta a tale sacrificio e di
regola poi per tempo breve. Di cotesti vecchi se ne vede di quando in quando taluno
sulle porte delle case di contadini nell'interno degli abitati, custodendole e guardando
i piccoli nipoti, che i figli gli confidano. L'andare limosinando è eccezione ed infatti
nella folla di mendicanti, che importunano il passeggero a Napoli e nei comuni vicini,
non si riscontra quasi mai la mano callosa dell'antico zappatore né la persona rattrappita
e curva, di chi ha trascorso la sua esistenza piegato quasi continuamente
verso il terreno.
Bisogna poi tener sempre presente che in quasi tutta la regione la classe dei
giornalieri ha un largo contributo da quella dei mezzadri e piccoli affìttuari ed anche
dai minimi possidenti ed utilisti. Per conseguenza i vecchi trovano sempre modo di
utilizzare l'opera loro sul fondo che coltiva la famiglia, in tutti quei piccoli lavori e
leggeri affidati di solito a donne e ragazzi. Del resto al mantenimento del vecchio
bastano poco pane, un piatto di legumi o pasta ed uno di verdura ogni giorno: un
giaciglio in un angolo della camera è il suo letto; un vecchio abito tutte toppe, che
porterà fino all'ultimo giorno, scarpe e cappello sdruciti costituiscono il suo vestiario.
Per poco quindi che guadagni, il vecchio non riescirà mai passivo alla famiglia. Se
per disgrazia poi fosse affetto da malattia grave, allora il genere di vita e di cibo a
cui pur troppo è costretto, non gli consentirebbero di prolungare troppo a lungo
l'incomodo alla sua famiglia. Può darsi tuttavia che il vecchio non ne abbia alcuna;
questo però avviene molto di rado, perché in generale le famiglie sono sempre molto
prolifiche ed il celibato assolutamente eccezionale. Allora per vecchi inabili di rado
mancano parenti, nipoti, per esempio, che li tengano con sé, utilizzandoli per quanto
possono. I pochi in tali condizioni e privi affatto di parenti e figli non hanno, come
ben si comprende, altro rifugio che la mendicità e gli scarsi soccorsi della poverissima
beneficenza locale. Anzi forse appunto per questo e perché negli stessi Comuni
rurali più poveri, aventi l’agricoltura più misera, la quale non consente che poco
lavoro all'anno ed a scarso salario, le persone che potrebbero beneficare sono rare
od assenti dal paese, il mendicare resta automaticamente limitato, senza che questo
sia indice di esistenza meno miserabile del contadino negli ultimi anni della sua vita."
Condizione della donna
Per quanto riguarda la donna, l'Inchiesta riporta che incominciava a lavorare fin
da piccola e continuava fino alla vecchiaia con paghe inferiori agli uomini e curando
nel contempo la casa. Le donne lavoravano "fino, si può dire, alla vigilia del parto
anche in opere faticose ... I puerperi sono sempre ridotti a non oltre 15 giorni e poi
la donna riprende il lavoro consueto". "Gli allattamenti duravano fino a 18-20 mesi e
oltre. Per gli strapazzi e le fatiche "... il più delle contadine, anche quando si sposano
fiorenti di salute a 18-20 anni, come di solito avviene, sono verso i 30 già avvizzite,
a 40 coll'aspetto di vecchie e a 55 appaiono decrepite." I bambini, se non vi erano
in casa anziani o fratellini più grandi a cui affidarli, erano dati a vecchie che li
custodivano ad un soldo al giorno, curandoli e pulendoli alla meglio. Divenuti più
grandicelli erano affidati o alla custodia di fratelli un pò più grandi o di vicini e spesso
questo stato di abbandono causava infortuni e disgrazie ("... omicidi colposi per
abbruciamento, scottature con acqua bollente, cadute, morsi di maiali e simili ...").
Per tale stato di abbandono si formavano "comitive di ragazzetti cenciosi e scalzi che
rincorrono le vetture e i carri e vi si attaccano, giuocano sulle pubbliche vie, ingiuriandosi,
percuotendosi e lanciandosi delle pietre ... piccole bande, che vanno battendo le
campagne per depredarvi frutta od altri prodotti campestri, con cui completano la
non lauta razione del vitto famigliare ... al riguardo abbiamo sentito elevar lagni
particolari in grossi comuni del circondario di Casoria ...".
I centri abitati
Sulle condizioni dei centri abitati e delle abitazioni riportiamo quanto segue:
"In generale tutti gli abitati sono in condizioni tanto più infelici, quanto più vi predomina
l’elemento rurale. Nella prima zona abbiamo tuttavia condizioni relativamente migliori,
specialmente nella provincia di Napoli e nei circondari di Caserta, Nola e Salerno per
distribuzione d’acqua, illuminazione, fognatura, ecc. Ivi abbiamo due sorta di paesi,
cioè grossi centri, ove è riunita quasi tutta la popolazione del Comune, e altri divisi in
villaggi con molte case coloniche nell’abitato.
Appartengono al primo tutti i comuni del circondario di Casoria e di buona parte di
Caserta, di cui già si è detto in altro luogo, e poi taluni altri del Nocerino e specialmente
Scafati, Angri, Pagani, Nocera Inferiore e qualche altro. Questi comuni hanno, dal
lato edilizio, l’aspetto di città, se si percorre soltanto la loro via principale, ma poi
appaiono in condizioni ben diverse quando si entra nelle secondarie. Ma lungo esse
sono scaglionate, all’infuori delle principali, case basse ad un piano, per lo più e nei
punti più eccentrici col solo pianterreno, formato da una serie di vani abbastanza
grandi (talora anche di m. 6 x 5), come nelle nuove abitazioni dei dintorni ed interno
di Acerra, Giugliano, Marigliano, ecc., con una sola porta ed una finestra superiore
nel cui interno abita una sola famiglia di braccianti o piccoli coloni. I più agiati hanno
talora un locale superiore con scaletta interna di comunicazione.
Nei bassi delle vie principali abitano più volentieri artigiani o famigliole che esercitano
piccoli traffici, le quali affittano anche un locale posteriore e dividono il primo con
un tramezzo, facendo bottega della parte anteriore e casa del resto.
Coloni e braccianti invece dimorano preferibilmente nell’interno dei cortili,
le cui condizioni meritano una particolare spiegazione.
Essi sono rientranze a fondo cieco, talvolta a forma di strada, talora di vero e
proprio cortile, a forma irregolare, perché nello spazio primitivo rettangolare o
quadrato sporgono casette costrutte successivamente, aventi ognuna anche più di
un proprietario per divisioni ereditarie o per successive sopraedificazioni. Abitano
commisti in tali cortili coloni, operai di città, contadini, ecc., aventi ognuno un basso,
col suolo non di rado inferiore a quello esterno, avente luce dalla porta d’entrata, con
finestrella laterale. Il suolo è di calcestruzzo (lastrico). L’arredamento è formato da
un letto matrimoniale con biancheria e coperte, inverosimili per colore, rattoppamenti,
ecc. Due o tre giacigli per ragazzi, un cassettone tarlato, uno stipo rozzo e sconnesso,
sedie di paglia molto grossolane, stoviglie identiche, ecc., ecco il mobilio del bracciante.
I coloni meno poveri vi hanno almeno due camere; e cioè una cucina a pianterreno e
uno o due vani superiori con la scaletta esterna di comunicazione. Ognuna di tali casette
appartiene talora a più di un possessore, ed ogni piccolo possidente o colono dell’agro
fa di tutto per avervi un basso, solo o con camera superiore. Sono poi infiniti i diritti in
comune di forni, cortili, passaggi, latrine, pozzi e cisterne. In angoli nascosti vi sono le
stalle e, dove non lo vietano i regolamenti municipali, anche i porcili. . . . Non in tutti i
centri il cortile ha fognatura per lo scarico delle acque di rifiuto, che perciò defluiscono
poi all’aperto per qualche rivoletto, il quale raccoglie malamente tutte quelle gettate
dalle case, raramente provviste di acquai o di altri comodi, e le versa nei discarichi,
se vi sono, delle vie. Dal più al meno questa è la condizione di tutti i cortili, che sono
più ampi, per esempio, nei Comuni dei circondari di Casoria e di Caserta, perché
colà si maciulla la canapa, si ammucchiano paglia, legno, fieno, ecc., senza esser
per questo meno sgradevoli a vedersi. La convivenza in questi cortili di tanta parte
della popolazione rurale è causa di inconvenienti di ogni specie e soprattutto di liti e
di risse, da cui nasce un numero infinito di querele private e di procedimenti penali ..."
Le abitazioni
"In quanto agli accessori ed annessi, le case di cotesta zona presentano le
caratteristiche seguenti:
Le latrine sono generalmente comuni, poste in angoli bui e sudici dei cortili. Quindi
gli abitanti dei medesimi ne fanno volentieri a meno, specialmente i ragazzetti, e le
strade e i cortili stessi fanno, massime nelle ore della mattina, larga testimonianza di
tale abitudine. Vi è perciò in tutta la regione una vera classe di persone, che va in giro
con un carrettino tratto da un somarello e recante due larghi mastelli - una botte segata
in due metà - in cui raccoglie gli escrementi umani lungo le vie e da latrine provvisorie.
Il materiale poltiglioso ivi adunato si reca in campagna per conto proprio o vendendolo
ai coloni, transitando con tali recipienti scoperti attraverso a regioni popolatissime e
lasciando dietro sé un fetore indescrivibile. Oppure i figli dei coloni si recano nelle
immediate vicinanze delle loro case a raccogliere cotesto materiale con una zappetta
(zappiello) e un corbello (cofano), che riportano colmo sul loro
capo, in poche ore e lordandosi come non si può descrivere. In campagna le case
non hanno sempre latrina e le stalle e il terreno servono a tale ufficio. Sciacquatoi
non ve ne sono sempre e le acque di lavatura e il ranno del bucato negli stessi
Comuni vesuviani colano nella via a inquinare il suolo stradale, come poi avviene
quasi senza eccezione, specialmente nei piccoli villaggi. Dove vi è scarico di fognatura
le condizioni igieniche non sono punto migliori, perché di rado le fogne hanno acqua
di lavatura, onde le colature dell’abitato non vengono portate via che lentamente,
versando frattanto nell’aria germi infettivi. In campagna il letamaio e talora anche il
suolo del cortile ricevono e servono a disperdere tutti gli avanzi della casa.
Negli abitati avviene del resto quello che nella stessa città di Napoli non si è potuto
sopprimere, l’abitudine di tutti coloro che dimorano nei bassi di gettare sulla via non
solo le acque luride, ma anche gli avanzi di verdure e dei pasti, la scopatura della casa,
onde il compito della pulizia urbana viene a rendersi così particolarmente difficile. Da
ciò è facile immaginare che avvenga nell’interno dei cortili, dal piano non sistemato,
perché nessuno dei condomini intende provvedervi e l’accordo tra loro non è quasi
mai possibile. D’altra parte l’autorità locale, se pure se ne preoccupa seriamente,
non arriva ad ottenerlo o ad imporlo, perché ogni proprietario di quelle abitazioni
è sempre un elettore.
Camini non mancano mai e talora fornelli a carbone, sebbene per questi di frequente
si faccia uso di certi rozzamente scavati in pezzi di tufo vulcanico tenerissimo, oppure
di altri pure portatili con cui si cucina a legna e carbone sulla porta di casa. In quanto a
riscaldamento, non havvi da pensarci e l’inverno mite dispensa da questo. Al più, nei
momenti di maggior freddo, si fa uso di braceri con carbonella e del resto da per tutto
la vita trascorre sulla via o nel cortile. Nelle case di campagna e situate in luoghi un po’
elevati si provvede a ciò con legna da podere, con quelle raccolte e anche rubate nei
campi e nei boschi. Ma nei grossi centri della provincia di Napoli e dei circondari vicini,
dove il massimo numero degli agricoli vive in paese, la provvista del combustibile
costituisce un problema gravissimo per il bracciante o il piccolo colono. Oggidì si
pagano il peggior carbone a 12 e 13 lire al quintale e la legna a 4-5 lire e non vi è
famiglia, per quanto povera e misera, che possa fare a meno di 5-6 kg di legna al
giorno o di 1 kg di carbone. Perciò la sera il bracciante, tornando a casa, reca di
frequente un fascetto di legna, che gli si concede, specialmente quando pota alberi e
viti. Donne e ragazzi ne raccolgono per le vie quanta più ne possono e ne rubano
anche, onde in tutta la regione da un quarto ad un terzo delle condanne inflitte dai
pretori è per furti di legna. . . . Un gran numero di Comuni è ormai illuminato con la
luce elettrica. Però l’illuminazione nell’interno delle case è fatta con petrolio dai meno
poveri e di frequente con olio, avendosi certe lampade di terra cotta a stoppino portate
da un sostegno ad uso candeliere di una forma nella parte superiore che ricorda quelle
antichissime di Pompei ed Ercolano. L’olio usato dai più poveri è quello che si può
avere al massimo buon mercato, e puzzolentissimo, e le cooperative di consumo di
Giugliano e Caivano sono infatti costrette a provvedersene per soddisfare le richieste
dei loro soci. Il colono affittuario, il piccolo possidente, ecc. fanno uso di petrolio e
di qualche candela di stearina. . . . Il colono più agiato abita solitamente in case di
almeno due o tre vani, uno a pianterreno e due superiori, a cui si accede generalmente
da scale esterne e comuni. Il primo serve di cucina e dimora abituale alla famiglia, l’altro
o gli altri di camera da letto, senza riscaldamento, perché in buona parte della zona la
mitezza dell'inverno lo rende, se non superfluo, meno necessario. Però, durante tale
stagione, in nessun luogo si battono tanto i denti come nei paesi meridionali. Con la
detta disposizione, tanto nell’interno dei cortili dei Comuni rurali come nello strade
remote e nelle campagne, le camere superiori sono disposte di frequente lungo un
ballatoio, che corre su pilastri sporgenti dalla facciata del fabbricato peri quasi un
metro, su cui sono impostati archi reggenti tale ballatoio e il parapetto in muratura.
E’ questa una struttura di case assai frequente nella regione, come del resto appare
da molte fotografie.
In quanto allo spazio, entro cui è ristretta la famiglia del bracciante, le cifre ora
addotte lo indicano a sufficienza. Nelle migliori condizioni la famiglia di 4, 6 o 8
persone ha uno spazio disponibile di mq. 30 a 36 in superficie e di 3.50 circa in altezza,
ossia di 100 a 120 mc. di cubatura, e questo nel caso delle abitazioni di 1a classe. Ma
nelle stradette, nei vicoli, nei cortili, raramente il basso ha dimensioni maggiori di 4 x 5
ed altezza interna oltre 3 m., e tali abitazioni sono tutte occupate dal bracciante o dal
piccolo colono, al prezzo, come vedemmo, di 40 a 50 lire annue. La casa allora deve
contenere un letto per i genitori e un paio di lettucci per i ragazzi, essendo separati i
maschi dalle femmine, sebbene tutti dormano in una sola camera.
E così avviene anche nelle campagne per i coloni minori, perché anche quando il
proprietario dà la casa, l'affitto della terra cresce col numero di vani, onde il piccolo
colono non può permettersi il lusso di affittarne più di uno per abitazione e un altro per
stalla. Solo quando i maschi si fanno un po’ più grandi si cerca di avere uno stambugio
per allogarveli. In qualche comune poi del Nolano, del Casertano ed anche del
circondario di Casoria, dove si sono costruite recentemente case, massime alle porte
degli abitati, i vani terreni alti più di m. 4.50 si dividono in due con un soppalco e al
disotto stanno i ragazzi e sopra i genitori o viceversa.
Le statistiche, le informazioni avute, le relazioni degli stessi pretori non constatano che
tale promiscuità dia luogo ad atti immorali o pervertimenti sessuali. Esso però uccide
di buon'ora il sentimento di pudore nei ragazzi e nelle ragazze, tanto più che di frequente
nella stagione estiva quelli di piccola età sono lasciati errare per la casa, il cortile e la via
o nudi o coperti appena da una camiciola, che non giunge al di là delle reni.
La suppellettile di coteste case è molto modesta. Il minimo che appartiene al semplice
bracciante od al piccolo colono è quanto segue:
1° letto matrimoniale formato da due cavalletti in ferro senza testiere, reggenti tavole
su cui si colloca un pagliericcio, rarissimamente con materasso di lana.
La dotazione di cotesto letto è di 4 lenzuola di tela grossolana di canapa oppure di
cotone, una coperta a colori di poco prezzo e un coltrone o imbottita
per la stagione invernale per lo più in percallo rosso che forma coperta, quando
la si adopera. Quattro cuscini, molte volte di capecchio, con dotazione di 8 federe,
il tutto del valore di 100 a 120 lire;
2° un cassettone di legno d'abete, impellicciato nei casi migliori od anche di più
ordinaria fattura, del costo di un 30 a 40 lire al massimo;
3° una cassa per riporvi i panni, in legno di abete tinto, del valore di 10 a 15 lire ;
4° uno stipo per riporvi le terraglie, bottiglie, bicchieri, provviste, ecc., del valore di lire 15 a 20;
5° una madia per fare il pane, una tavola (tavuto) per portarlo al forno, un
cassapanco per la farina od altre provviste, e così via. E poi sedie del valore di 1.50
a 2 lire l'una, piatti e vasi da cucina di basso prezzo, qualche statuetta di santo ed altri
piccoli arnesi, dimodochè una coppia di sposi mette su casa con 350 lire, al più con 400.
Il primo nato o dorme coi genitori dapprima, indi in una rozza culla, passando poi in un
lettuccio appena è fatto più grande o sopravvengono altri fratellini. Non mancano mai
numerose immagini religiose alle pareti, di cui almeno una con lumicino acceso innanzi.
Il colono affittuario ha tuttavia qualcosa di più di questo. Il letto ha testiere in ferro ed i più
agiati hanno l'ambizione di averlo in ottone. Le lenzuola sono di lino, non manca qualche
materassa di lana. Il canterano ha la copertura di marino e su di esso fanno bella mostra
tre o quattro statuette di cera o di gesso di santi, della Madonna, del Bambino, ecc., sotto
campane di vetro. Qualche altra immagine è in angolo e molte in quadri appesi al muro,
una col lumicino che vi arde ogni sera. I mobili sono migliori ed ora fa capolino in nuove
case l'armadio per i panni con imposta a specchi."
Il centro abitato di Caivano un secolo fa
Ancor oggi è viva nella memoria che fino a pochi decenni fa erano frequenti a Caivano i 'luochi'
in cui si affollavano decine di famiglie, una per basso, con torme di bambini formanti bande
chiassose che scorrazzavano per i cortili e le strade. Tali 'luochi' si spopolarono
progressivamente man mano che calava la natalità e si costruivano - negli anni sessanta
e settanta specialmente - alloggi moderni nei nuovi quartieri. Caivano prima di tale
espansione edilizia aveva dimensioni urbane molto più contenute. Nel 1901 Caivano
aveva 12.261 abitanti e l'abitato sul corso Umberto sul lato ovest si estendeva dal via
Visone (costruita solo sul lato nord) all'attuale via Savonarola (all'epoca un vicolo -
vico 'e Canzano - con rigagnolo al centro) mentre sul lato est era un filare di case ed
una unica traversa con abitazioni costituita da via Campiglione. Sul lato verso Cardito
e Crispano i confini erano costituiti da via Borgonuovo, via S. Barbara (fino all'altezza
di via Carafa), le abitazioni intorno a via Rondinella, il Castello e via Sonnambula, mentre
un cospicuo gruppo di case intorno a via Rosano e alla parte terminale di via Atellana
costituivano il borgo di S. Giovanni. Nel complesso gli abitanti erano meno di un terzo
di quelli odierni concentrati in una superficie pari a circa un decimo di quella attuale,
con un rapporto abitanti per vano assai superiore a quello odierno che è intorno all'unità.
La religiosità
Nella Campania del primo novecento la religione era sentita e assai praticata
ma a volte assumeva manifestazioni che travalicavano i confini della religione:
"Di preti, monaci, e monache e di ogni altra persona addetta al culto, al censimento
del 1901 vi erano per 1000 abitanti ad Avellino 4.1, a Benevento 3.6, Caserta 4.6,
Napoli 6.7, Salerno 4.6, mentre nelle provincie dell'Italia superiore, Milano, per
esempio, aveva il 2.3, Cremona 3.2, Novara 2.9, ecc. L'influenza del clero è
ancora tale, che in molti Consigli comunali seggono de' suoi membri e taluni fanno
parte anche delle Giunte. ... Fra gli agricoli il sentimento religioso è intenso, confinante
talora col fanatismo, ed eguale in entrambi i sessi. Tutte le loro case sono tappezzate
di immagini religiose di poco prezzo; i più tengono sui mobili statuette di santi, madonne,
ecc., sotto campane di vetro o entro scarabattoli col lume costantemente acceso
davanti. Nei campi non è raro vedere legata attorno agli innesti, per esempio,
qualche immagine religiosa e se ne trovano poi sugli usci delle case, su quelli delle
stalle, dei cellai, nel loro interno, e soprattutto sulle botti di vino. Le chiese, cappelle
e cappellette sono numerose e frequentatissime ed ogni giorno ne sorgono delle nuove
dovute ad oblazioni dei fedeli ... I pellegrinaggi sono numerosissimi e diretti
principalmente a quattro santuari principali ... Le feste sono sempre accompagnate
da sparo infinito di mortaretti, luminarie. ecc., ecc., a cui concorrono i Comuni grossi
con 5-6-700 e fino a 1000 lire ad anno ed il resto raccolto per oblazioni fino a dare
le 8-10,000 e talora 12,000 lire. Ed il bracciante paga senza protestare il soldo o i
due soldi a settimana, il colono affittuario dà di più ..."
Le elezioni
Nell'Italia del primo novecento pochi avevano diritto al voto e ancor meno
quelli che lo esercitavano:
Tabella 17
| Elezioni politiche del 1900
| Elezioni politiche del 1904
|
| Elettori per 100 abitanti | Votanti per 100 elettori
| Elettori per 100 abitanti | Votanti per 100 elettori
|
| Avellino | 6,30 | 63,57 | 6,66 | 64,02
|
| Benevento | 6,41 | 65,76 | 6,63 | 62,19
|
| Caserta | 5,77 | 69,83 | 6,25 | 67,81
|
| Napoli | 4,83 | 59,90 | 5,12 | 63,87
|
| Salerno | 5,29 | 68,85 | 5,86 | 67,20
|
| Regno | 7,00 | 58,28 | 7,62 | 62,72
|
"In ordine a proporzione di inscritti nel 1904 (5.93) la Campania tiene l'11° posto,
essendo tenuto il primo dal Piemonte con 11.87 e l'ultimo dalla Sardegna
con 4.24 ..."
Poiché il diritto di voto era limitato a chi superava certi livelli di reddito, tali dati
indicano una maggiore povertà rispetto alla media del Regno e un sensibile distacco
rispetto a regioni quali il Piemonte. La percentuale della provincia di Napoli, più
bassa rispetto alle altre province, probabilmente indica una maggiore concentrazione
di ricchezza in fasce più ristrette.
Comunque, tali marcate limitazioni del diritto di voto, considerate normali all'epoca,
facevano sì che una piccola parte della popolazione era quella che decideva
politicamente per tutti e, naturalmente, gli eletti rappresentavano e difendevano
gli interessi di chi aveva proprietà e rendite: "Dalle ultime elezioni politiche dei 51
Collegi della regione si ebbero 50 costituzionali e 1 socialista (VIII Napoli), la cui
vittoria non si può nemmeno considerare come quella di partito."
I partiti costituzionali, "che si possono anche dire accentuatamente conservatori",
avevano il preponderante favore dei pochi aventi diritto al voto in quanto "possiamo
dire che ben pochi avrebbero potuto superar la prova dell'urna, se avessero fatte
dichiarazioni, anche non molto recise, a favore di riforme politiche o sociale
troppo ardite."
In tale contesto anche nelle elezioni del 7 marzo 1909, quasi contemporanee alla
stampa dell'Inchiesta, vi fu un largo prevalere dei Costituzionali mentre socialisti,
repubblicani e radicali raccolsero solo 5.758 voti su 140.376, con una percentuale
del 4,07%.
Conclusioni
Non si può essere del tutto obiettivi quando si parla di eventi relativamente recenti
e per i quali alle relazioni scritte si sovrappongono i ricordi di chi ha vissuto in quei
tempi o in epoche appena successive con difficoltà analoghe.
Spesso da una parte si tende a rimuovere dalla memoria i ricordi più spiacevoli e
meno convenienti e a confondere la bellezza della gioventù con la leggenda di una
migliore epoca passata che poi è andata peggiorando.
I dati storici a riguardo sono però inequivoci. Un secolo fa le condizioni di vita a
Caivano e nella Campania in genere erano tali da essere quasi inverosimili per un
ascoltatore moderno. Se è vero che l'aria era pulita e non vi erano inquinanti
chimici, problemi di traffico e tutti gli innumerevoli inconvenienti della vita odierna,
è anche innegabile che vi erano condizioni igieniche assurde, alimentazione stentata
e insufficiente, mortalità infantile a livelli incredibili, analfabetismo e povertà in misura
inaccettabile, condizioni di sfruttamento a danno di larghe fasce della popolazione,
limitazioni gravissime del diritto di voto, etc., come abbiamo esposto sopra con
più particolari.
Molte cose si potrebbero dire come considerazioni finali ma, per brevità, credo
sia opportuno focalizzare solo due concetti.
Il primo è che spesso si sente dire che Caivano - o qualsiasi altro Comune della
zona - è sempre lo stesso, che non migliora, che qualsiasi cosa si cerchi di fare
non si riesce a conseguire nulla. Se però si osserva il cambiamento operatosi
nell'arco di cento anni e che è la somma di miriadi di piccoli miglioramenti, si
deve necessariamente concludere che gli atti di chi opera per lo sviluppo e
l'avanzamento sociale, sotto ogni punto di vista, hanno il loro effetto, lento e
impercettibile come il crescere di un albero ma alla fine enorme e innegabile.
E ciò deve essere uno sprone fondamentale all'azione per chi opera in qualsiasi
campo, politico, religioso, didattico, morale, etc., giacché anche se i risultati non
si vedono istantaneamente essi vi saranno sicuramente e l'operato di oggi è
indispensabile per i risultati di domani.
Il secondo è che la nostra condizione di oggi di benessere e ricchezza rispetto ad
un secolo fa e rispetto alle nazioni in via di sviluppo, non deve farci dimenticare le
ristrettezze e i patimenti che hanno vissuto i nostri nonni o indurci a disprezzare o
irridere chi soffre oggi per analoghe difficoltà. Il curdo o l'albanese o il senegalese
che viene oggi in Italia soffre ed è trattato in modo analogo a come soffriva un
nostro concittadino che emigrava in America un secolo fa o anche dopo: disprezzato
perché sporco, ignorante, povero, limitato da superstizioni e pregiudizi, irriso perché
basso e magro per malnutrizione, temuto perché fra i tanti vi era una minoranza che
si dava al crimine. E' importante ricordare e capire come eravamo un secolo fa
perché ciò è una premessa indispensabile per comprendere e trattare in modo
giusto chi sta percorrendo strade dolorose analoghe a quelle da noi vissute nei
decenni passati.