CAIVANO CENT'ANNI FA

GIACINTO LIBERTINI

Relazione illustrata il 1° giugno 2002 nel Santuario di Maria SS. di Campiglione (Caivano) nel quadro delle manifestazioni celebrative per il centenario.

Premessa
Nell'occasione delle solenni celebrazioni per il centenario di questo gloriosissimo Santuario, mi è stato chiesto di parlare, nella mia modesta veste di studioso di storia locale, sul tema "Caivano: cent'anni di storia. Aspetti culturali, urbanistici, demografici ...".
Debbo specificare che il tema così definito è troppo esteso perché possa essere anche solo accennato nei tempi disponibili e, pertanto, lo circoscriverò a una descrizione per linee generali di come era Caivano un secolo orsono nel contesto della realtà campana e nazionale, lasciando poi alla memoria e all'intuito dei presenti le immense trasformazioni che si sono verificate da quell'epoca ad oggi.
In verità, anche se un secolo può apparire un tempo relativamente breve nei confronti dei tempi storici - si pensi che sono ancor oggi in vita caivanesi nati in quegli anni o poco dopo - la distanza fra le condizioni di vita dell'inizio novecento e quelle di oggi è letteralmente incredibile per un giovane odierno e solo in parte comprensibile anche per chi è nato cinquanta o sessanta anni fa. Forse quello che descriverò potrà sembrare eccessivo o esagerato ma, come prova solidissima e accurata, mi baserò principalmente su una fonte sicura, oggettiva e del tutto attendibile.
Mi riferisco alla "Inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini nelle provincie meridionali e nella Sicilia" che fu pubblicata a Roma nel 1909 a seguito di studi eseguiti per volontà del Parlamento e di cui dispongo di copia del quarto volume, dedicato alla Campania e sviluppato dal prof. Oreste Bordiga. All'epoca il Parlamento era saldamente controllato dalle forze conservatrici della destra storica le quali politicamente non avevano alcun interesse o volontà a descrivere in termini peggiorativi la condizione delle classi contadine o subalterne in genere. Pertanto, la relazione deve considerarsi come fonte assai attendibile o, al limite, come vedremo, viziata in qualche punto da una visione di parte che tende a sottovalutare le condizioni di miseria e bisogno di larga parte della popolazione.

Alcuni dati dalle statistiche del Murat
Prima di questa descrizione di come era Caivano un secolo fa è utile un breve cenno su alcuni dati sulla condizione del nostro centro agli inizi dell'ottocento ricavabili dalle statistiche di Re Gioacchino Murat, pubblicate in tempi relativamente recenti. Infatti, negli anni dal 1812 al 1815, Murat, cognato di Napoleone e all'epoca re di Napoli, fece eseguire censimenti annuali dei comuni dell'Italia Meridionale a lui sottoposti.
Da questi dati (Tabella 1), a parte ulteriori valutazioni possibili, si evince che in quegli anni il coefficiente di natalità, per Caivano e dintorni, aveva valori di oltre il 4%, grosso modo i valori dei paesi odierni meno sviluppati del Terzo Mondo, ma che, a differenza di tali paesi, il numero dei morti con un tasso medio di circa il 3,77% quasi equivaleva al numero delle nascite e, per Caivano e Cardito nel 1813, anno di crisi economica per il Regno, era addirittura superiore. La mortalità peraltro era assai diversa da quella attuale e colpiva in modo impressionante i ‘fanciulli’, vale a dire gli inferiori ai sette anni: nei tre anni considerati la media per Caivano è dell'11,67%, raggiungendo un picco nel 1813 con 200 decessi su un totale di 1.323 fanciulli (15,11%). Nel complesso i dati indicano che fra i nati moriva una quota fra la metà e i due terzi prima dei 7 anni! Ciò non derivava da una condizione di particolare disagio per Caivano: valori analoghi sono riportati per i comuni circostanti e nel 1815 per Napoli sono riportati 5.600 decessi di fanciulli su una popolazione di 66.511 (8,42%).

Tabella 1 (Legenda: Mas.=Maschi; Fem.=Femmine; Poss.=Possidenti; Imp.=Impiegati;
Cont.=Contadini; Art.=Artigiani; Mend.=Mendicanti; Imm.=Immigrati; Emigr.=Emigrati)

ABITANTICONDIZIONE CIVILE

Mas.Fem.+7 aa.- 7 aa.Tot.Poss.Imp.PretiFratiCont.Art.Mend.
Caivano 18123.4443.9116.1351.2207.3553272065222.300151120
Caivano 18133.4153.9466.0381.3237.3613302465252.400150140
Caivano 18143.4233.9436.0301.3367.3663322465212.480152134
Cardito 18121.5661.6512.5866313.2171901321060015139
Cardito 18131.5451.6682.6265873.2131901620059516631
Cardito 18141.5511.6642.5706453.2151922019060015822
Crispano 18126406781.0972211.3183112150341345
Crispano 18136746871.1102511.36138151503503611
Crispano 18146806861.0822841.36638131303534217

Segue Tabella 1

NATIMORTI MOVIM.SALDO


+ 7 aa.- 7 aa.Tot.Imm.Emigr.
Caivano 1812295137117254547124
Caivano 18132801082003085164-41
Caivano 1814315134136270623374
Cardito 1812147411960403443
Cardito 18139450591093630-9
Cardito 1814126513233253335
Crispano 181245201434121-9
Crispano 181341151429232-18
Crispano 18145517254211219


Mortalità infantile
Torniamo ora agli inizi del '900 e osserviamo i dati riportati per la Campania relativi alla mortalità infantile:

Tabella 2

Maschi% Femmine%Totale%
Totale morti negli anni 1901-06216.861100217.083100433.944100
Da 0 a 4 anni89.60641,382.70438,1172.31039,7
Da 5 a 9 anni7.0253,27.5933,514.6183,4
Da 10 a 14 anni3.2731,53.7811,77.0541,6


E' facile osservare che la mortalità infantile, benché sensibilmente ridotta rispetto ai livelli di un secolo prima, risultava ancora altissima e con una intensità enormemente superiore a quella che si riscontra oggi nei paesi meno sviluppati!
Dopo tale massiccia mortalità infantile, i tassi di mortalità calavano a livelli più modesti e una quota della popolazione vivente variabile a seconda dei circondari fra il 3,18% (Casoria) e il 6,91% (Sala Consilina) aveva nel 1901 un'età di 70 o più anni. Il dato della stessa epoca per l'intero Regno era del 3,57%. E' da notare che proprio le zone meno urbanizzate mostravano una maggiore sopravvivenza degli anziani e che circondari come Sala Consilina, agli ultimi posti come altezza dei coscritti e quindi come condizioni di alimentazione, erano ai primi per sopravvivenza degli anziani mentre l'inverso si verificava per circondari come Casoria e Napoli. Come termine di confronto, nel censimento del 1990 risultavano viventi in Campania 394.693 individui con età pari o superiore ai 70 anni su una popolazione totale di 5.853.902 e cioè il 6,74%, mentre per l'Italia avevamo una percentuale del 9,60%. In effetti un secolo fa i sopravvissuti alla falcidie dell'infanzia, nonostante la quasi totale assenza di cure mediche e le disagiatissime condizioni di vita, proprio nelle zone più povere riuscivano a raggiungere l'età anziana in percentuali paragonabili a quelle odierne!
L'enorme mortalità infantile di un secolo fa, si potrebbe pensare, sarebbe da attribuire a una grave condizione di arretratezza della Campania rispetto all'Italia in generale, ma altri dati ci dimostrano che, se pure alcuni parametri mostrano condizioni di minore sviluppo per la nostra regione, altri indicano l'opposto o, per lo meno, limitano tale valutazione.

Percentuali di agricoltori
Ad esempio, nel 1901 come percentuale di agricoltori e numero di componenti per famiglia di agricoltori e di non agricoltori abbiamo:

Tabella 3

Popolazione
totale
Popolazione
agricola
%
popolazione
agricola
Media persone
per famiglia di
agricoltori
Media persone
per famiglia di
non agricoltori
Campania3.076.6601.362.06344,274,234,20
Regno d'Italia31.590.00316.836.55153,304,954,51


Questi primi dati indicano che in Campania vi erano in percentuale meno agricoltori rispetto al resto d'Italia, che le famiglie erano numerose ma non vi era sensibile differenza fra agricoltori e non agricoltori per numero di figli e che altresì in media nel Regno le famiglie erano più numerose che in Campania! Se però consideriamo che a Napoli la percentuale di agricoltori era bassa, quella della rimanente parte della regione sale sensibilmente. Per comuni come Caivano la percentuale di agricoltori doveva aggirarsi intorno ai due terzi della popolazione.

Dati sanitari
La grande mortalità infantile non era affatto la conseguenza di insufficienti cure mediche, a prescindere dagli enormi limiti della medicina dell'epoca:

Tabella 4 (Dati per ogni 10.000 abitanti)

MediciFarmacistiLevatrici
Avellino10,610,04,6
Benevento8,78,75,2
Caserta8,78,35,5
Napoli17,112,86,6
Salerno10,610,05,3
Novara7,66,27,4
Cremona7,35,27,7


Ricordando che Caivano faceva parte del Circondario di Casoria e della Provincia di Napoli, esaminiamo ora un'altra serie di dati, di estrema importanza per valutare lo stato di salute della popolazione e quindi, indirettamente, anche le condizioni socio-economiche:

Tabella 5 - Riformati della classe 1886 secondo le cause principali di riforma
CIRCONDARIDebolezza diDeficienza OligoemiaAlopeciaCongiuntivitiVizi

costituzionetoracica

cronichetoracici
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . .. . . . . . . . .. . . . . . . . .. . . . . . . . .. . . . . . . . .
Casoria183127317218
Castellammare74831253616
Napoli44461098178947
Pozzuoli132914...43
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . .. . . . . . . . .. . . . . . . . .. . . . . . . . .. . . . . . . . .
Totali della Regione1.7601.900505109322478
Totali del Regno24.83717.8878.3594454.7825.544
Su % riformati della Regione17,2918,664,961,073,164,69
Su % riformati del Regno20,2714,598,820,363,904,52

segue Tabella 5
CIRCONDARIErnieCistoceleDeficienza Totale generale% riformati sugli

viscerali
di statura dei riformatiiscritti nelle liste
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Casoria52610163426,55
Castellammare4179152022,63
Napoli119244142.37524,51
Pozzuoli944315518,79
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Totali della Regione4671072.11110.18222,10
Totali del Regno5.8542.53620.383122.52926,09
Su % riformati della Regione4,591,0520,73100...
Su % riformati del Regno4,782,0716,63100...


I dati mostrano che in Campania ben il 22% degli iscritti alla leva era riformato, in genere per difetti di salute alquanto gravi, ma che in tutto il Regno tale percentuale saliva a ddirittura al 26%.

Analfabetismo
In contrasto con questi dati, i tassi di analfabetismo mostrano un maggiore sottosviluppo della Campania, con la parziale eccezione della provincia di Napoli che segue più da vicino le percentuali del Regno:

Tabella 6 - Percentuali di analfabeti:

Maschi FemmineCoscritti

187219011905187219011905classe 1872
Prov. di Napoli54,538,436,176,054,048,744,6
Regione69,046,541,887,467,562,955,5
Regno58,232,730,375,346,143,539,7


E' da considerare inoltre che molti fra i classificati come alfabetizzati erano in realtà a mala pena capaci di firmare e di leggere o scrivere stentatamente qualche parola. La frequenza di iscritti per 1000 abitanti alla scuola elementare era pari a 62,0 per la Campania, 83,6 per il Regno e a 112,8 per l'Italia Settentrionale. Solo 32 comuni su 70 in provincia di Napoli e 105 su 610 in tutta la regione erano dotati di scuole elementari. La quasi totalità dei locali adibiti a scuola era costituita da locali in fitto, "allogati in edifici decrepiti e tenuti senza alcuna cura." e gli edifici appositamente costruiti per uso scolastico costituivano rare eccezioni. "Per il circondario di Casoria si afferma che di 194 locali solo 30 erano veramente buoni, 13 mediocri e 31 disadatti. Ivi nessun Comune ha edifici appositamente costruiti e solo ora 7 di essi hanno in corso le pratiche al riguardo." Ma il circondario di Casoria era fortunato rispetto ad altri (nella zona di Avellino " ... le aule sono angustissime. Quasi tutte le scuole sono senza cessi e avvelenate da un'afa pestifera. ..."). I Comuni mancavano dei fondi per la costruzione di scuole, per il loro arredo e per il pagamento degli stipendi ai maestri e creavano di conseguenza ostacoli per l'ottemperanza all'obbligo dell'istruzione elementare. La necessità di utilizzare anche i bambini per attività lavorative, la mancanza di mezzi per comprare libri, qualche modesto capo di vestiario e le scarpe, favoriva l'evasione scolastica, specialmente per le donne per la cui istruzione vi erano diffusi pregiudizi. Peraltro, " ... se tutti gli obbligati frequentassero la scuola, occorrerebbe triplicare aule e maestri."

Sviluppo industriale
Per quanto riguarda lo sviluppo industriale, tenendo presente che la Campania aveva poco meno del 10% della popolazione del Regno, abbiamo i seguenti dati:
"Al 1° gennaio 1904 in tutta la Campania 197 Comuni su 616 (32%) avevano caldaie a vapore per un totale di 35,756 cavalli vapore rappresentanti il 5.81% dei 615,035 del Regno, il quale a sua volta aveva il 47.1% dei Comuni con caldaie."
Dall'Annuario statistico del 1907:

Tabella 7

Opifici e
intraprese
Potenza dei motori
in cavalli-vapore
Lavoranti maschi
impiegati
Lavoranti femmine
impiegati


totaleper 1000
abitanti
sopra i
15 anni
sotto i
15 anni
sopra i
15 anni
sotto i
15 anni
Regno117.100777.20024,0773.00082.600445.400121.300
Regione10.24668.62922,077.3329.90924.9412.668
% Regno8,758,83
10,012,05,62,2


E' da rilevare che buona parte delle attività industriali era concentrata nella provincia di Napoli che è riportata avere 35.794 cavalli vapore e 48.411 lavoratori maschili al di sopra dei 15 anni. E' da notare inoltre che due terzi dei comuni in Campania e più della metà nel Regno non avevano addirittura nemmeno una caldaia a vapore e che 22 cavalli-vapore (potenza per ogni mille abitanti) corrisponde a un terzo di quella di una moderna automobile di media cilindrata! Considerando che a Caivano circolano oggi oltre 20.000 fra automobili e altri autoveicoli, la potenza dei loro motori è grosso modo equivalente a quella delle caldaie a vapore esistenti in tutta la Campania nel 1907!

Statura dei coscritti
Precisando che la statura, rilevata alla visita di leva, è un importante indice del grado di alimentazione e quindi, indirettamente dello sviluppo socio-economico, esaminiamo ora alcuni dati che permettono un raffronto fra varie zone di Italia differenziate per altitudine e fra i vari circondari della Campania:

Tabella 8 - Stature riscontrate nel Regno alle visite di leva in mandamenti situati ...

fino a 400 metri:da 400 metri in su:

- 160 cm+= 170 cm- 160 cm+= 170 cm
% del totale21,613,427,39,3


Tabella 9 - Confronto fra i Circondari della Campania

Su 100 soldati avevano statura Seriazione dei Circondari

- 160 cm+= 170 cm decrescente
per statura
crescente per
% di agricoli
Ariano31,68,017°14°
Avellino25,011,510°
Sant'Angelo31,97,218°12°
Benevento25,09,713°10°
Cerreto25,98,216°11°
San Bartolomeo30,17,119°19°
Caserta20,613,6
Gaeta22,513,0
Nola21,815,5
Piedimonte24,711,411°13°
Sora21,413,115°
Casoria18,016,1
Castellammare20,414,1
Napoli18,116,3
Pozzuoli18,114,3
Campagna28,18,914°17°
Sala23,211,716°
Salerno26,98,515°
Vallo25,811,212°18°


Questi dati mostrano che il Circondario di Casoria, e quindi anche Caivano, aveva fra i migliori valori della regione come statura degli iscritti alla leva e che tali valori erano del tutto confrontabili con quelle delle altre zone del Regno poste in pianura o su basse colline.

E' importante considerare i dati relativi all'altezza in base alla provenienza sociale dei coscritti:

Tabella 10

% alti meno di 160 cm % alti 170 cm o più
MandamentiContadiniStudentiAltri ContadiniStudentiAltri
Avellino28,710,332,19,631,010,2
Benevento25,97,121,27,821,410,6
Caserta27,522,722,411,413,612,3
Napoli19,010,319,616,028,514,5
Salerno25,810,725,06,425,09,9


Questi dati mostrano che gli studenti, vale a dire i giovani appartenenti alla frazione benestante della popolazione, godevano di condizioni di salute e quindi di vita sensibilmente migliori dei contadini e delle altre classi subalterne (operai, artigiani, etc.).

Criminalità
Per quanto riguarda la criminalità, considerando il quinquennio 1899-1903 e il distretto della Corte d'appello di Napoli, che abbracciava Campania e Molise, abbiamo le seguenti frequenze di reati (a fianco è riportata la graduatoria fra le 14 regioni del Regno):

Tabella 11

Tassi per 100.000 abitanti

Nella RegioneNel Regno Classifica
fra le Regioni
Violenze, resistenze, etc.70,8447,82III
Delitti contro la fede pubblica40,3536,83V
Delitti contro il buon costume43,8924,28II
Omicidi volontari e oltre l'intenzione20,0310,19II
Lesioni personali volontarie513,41271,41II
Diffamazioni ed ingiurie344,27254,92VI
Rapine, estorsioni e ricatti19,2410,61III
Furti di ogni specie471,16425,05VIII
Truffe e frodi102,0472,28III
Altri delitti 688,29419,21IV
Contravvenzioni di ogni sorta1269,45947,88II


I dati mostrano che la Campania aveva tassi di criminalità sensibilmente superiori alle medie del Regno e che per i reati più gravi era al secondo posto fra le Regioni. Volendo confrontare tali tassi di criminalità con quelli odierni, nel limiti in cui ciò è possibile per le differenti definizioni dei reati, dai dati anzidetti si ricava che ogni anno erano sottoposti a giudizio oltre 600 omicidi, 15.500 casi di lesioni personali volontarie e 580 rapine, estorsioni, ricatti mentre da statistiche moderne abbiamo nel 1992 per la Campania, con una popolazione quasi doppia, 663 casi di omicidio, 2.157 di lesioni personali volontarie e 15.672 di rapine, estorsioni e ricatti, con tassi per 100.000 rispettivamente di 11,7; 38,2 e 277,7. Mentre quindi in un secolo risultano fortemente ridotti gli omicidi e drasticamente ridotte le lesioni personali volontarie, si riscontra al contrario un aumento altrettanto drastico di rapine, estorsioni e ricatti.

Mortalità e natalità
Confrontiamo ora i dati della mortalità e della natalità ogni mille abitanti per la Campania e per il Regno nella loro evoluzione dal 1882 al 1906:

Tabella 12

CampaniaRegno
AnnoNatalitàMortalità NatalitàMortalità
188238,1127,9537,1027,68
189835,2824,3133,5222,94
189934,4423,2633,8721,80
190033,3225,6033,0023,77
190130,5023,9332,5021,97
190232,4823,5632,3822,21
190330,8822,5431,6522,37
190432,4722,0432,7521,08
190532,3822,4632,5121,80
190632,0122,0631,9320,78


La mortalità e la natalità erano quindi in Campania lievemente superiori al resto del Regno.

I dati espressi nelle Tabelle 3-12 complessivamente mostrano che la nostra zona pur presentando tassi demografici, condizioni sanitarie e parametri di sviluppo industriali che oggi sarebbero considerati di estremo sottosviluppo, era fra quelle in migliori condizioni in Campania che a sua volte era per certi aspetti al di sopra e per altri al di sotto delle medie del Regno.
La Tabella 12 mostra però che nel periodo dal 1882 al 1906 vi fu un lento ma alquanto costante ridursi dei tassi di natalità e mortalità, segno di un graduale miglioramento delle condizioni di vita. Per confronto si considerino i seguenti valori di epoca moderna:

Tabella 13
StatoAnnoNatalitàMortalità
Italia19989,09,9
Albania199622,67,7
Congo (Zaire)199546,514,0
Bangladesh199725,17,9
Egitto199728,09,0
Sudan199641,111,5
Vietnam199725,67,0


Solo alcune fra le più sottosviluppate nazioni moderne hanno tassi di natalità pari o superiori a quelli dell'Italia di un secolo fa ma anche in queste nazioni i tassi di mortalità sono nettamente inferiori. Si noti in particolare il confronto fra l'Italia di un secolo fa e l'Albania odierna che è oggi di moda irridere e disprezzare per le sue precarie condizioni di vita. In effetti le condizioni di vita in Albania sono paragonabili a quelle dell'Italia di 40-50 anni fa ma tale divario è inferiore - nel segno opposto - a quello fra l'Albania di oggi e l'Italia di un secolo fa.

Vita dei caivanesi di un secolo fa
La vita di un caivanese di allora si svolgeva in modi assai difficili e che è ancor più difficile comprendere per chi è abituato alle condizioni di vita odierne.
Non vi era alcun elettrodomestico né la televisione o la radio. Esisteva già l'elettricità ma il suo uso era limitato alla scarsa illuminazione pubblica e ai pochi che si permettevano il lusso di qualche lampadina di minimo consumo. Gli altri ricorrevano non alle candele (troppo costose!) ma a delle lampade che utilizzavano combustibili oleosi di basso prezzo ma dal cattivissimo odore. Esisteva già il telefono ma forse non ve ne erano ancora a Caivano e le comunicazioni a distanza erano affidate a un telegrafo pubblico. Le prime automobili già esistevano ma è improbabile che ve ne fosse qualcheduna a Caivano. Il tram da qualche anno collegava Caivano - con capolinea nell'attuale Villa Comunale - con Napoli ma le tariffe erano un lusso che in genere si cercava di evitare. Molti contadini utilizzavano carri agricoli trainati da buoi o cavalli ma anche questo era un costo che non tutti si potevano permettere. Le carrozze o i calessi o veicoli analoghi trainati da cavalli era il mezzo comune di locomozione per chi disponeva di mezzi mentre per gli altri la regola era camminare a piedi, di regola scalzi per non consumare le scarpe. Esse erano riservate all'uso nella domenica e nei mesi più freddi, tranne che per i benestanti che potevano permettersele tutti i giorni. Anche la bicicletta era un mezzo costoso relativamente alle limitatissime disponibilità dell'epoca.
L'abbigliamento era del tutto economico. Le donne avevano "un vestito di riguardo, che recano con sé quando si sposano e che indossano solo nelle feste" e anche per l'uomo spesso l'abito usato per il matrimonio serviva come abito buono della domenica per moltissimi anni.
L'igiene era del tutto approssimativa, sia perché mancava l'acqua corrente sia per la grande difficoltà ad utilizzare acqua calda, sia per una concezione assai diversa del 'pulito': "... il contadino raccoglie il letame e la spazzatura con le mani e con esse li sminuzza per spanderli sul terreno. Osservammo, per esempio, a Nocera questo spettacolo, del resto già osservato ripetutamente altrove. Un ragazzo raccoglieva letame per la via con la carriola: egli prendeva colle mani le pillaccole di cavallo, le poneva nel cappello suo capovolto e, quando lo aveva riempito, ne versava il contenuto nella carriuola, indi data una scossa al cappello se lo riponeva in capo. Da per tutto, del resto, le spazzature della via si raccolgono con pale senza manico o tavolette di legno, su cui esse si spingono e si tengono ferme con la mano sinistra."
Di regola una pulizia un pò più accurata era riservata ai giorni festivi mentre negli altri giorni se l'acqua era disponibile era considerato sufficiente il lavarsi la faccia e se non disponibile se ne faceva a meno anche per settimane intere.
Per i non benestanti erano inesistenti i servizi igienici familiari. Si ricorreva all'uso di pitali ('zi peppe', 'pisciaturi') che venivano utilizzati nelle abitazioni dietro un paravento e poi versati nella latrina comune che in genere era nel mezzo o in un angolo del 'luoco'. Le fogne erano una eccezione mentre la regola erano pozzi neri assorbenti e cioè non isolati dal terreno circostanti e per lo più con pozzi per attingere acqua nelle immediate vicinanze.
E si potrebbe continuare nel descrivere una condizione di vita che per una ristretta fascia di benestanti era sensibilmente migliore ma che per una fascia di diseredati era ancora peggiore di quanto descritto. Gli alti tassi di mortalità dell'epoca erano causati da infezioni (enteriti, tifo, epatiti, polmoniti, tubercolosi, etc.) che erano però la diretta conseguenza di condizioni di vita inverosimili per carenza di igiene, deficit alimentari ed esposizione alle intemperie e non di una particolare virulenza degli agenti patogeni.
A queste misere condizioni di vita si associava l'assenza di pensioni per anzianità, malattia o invalidità, la mancanza di regolari contratti di lavoro o di minimi salariali, l'assenza di assistenza sanitaria pubblica oltre all'attività dei medici condotti, l'assenza di misure preventive per gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, etc. L'assistenza pubblica era principalmente rivolta alle cure degli orfani e dell'infanzia abbandonata e, in subordine, a ricoveri per anziani soli e non autosufficienti, al soccorso a domicilio e ad elemosine. A queste spese provvedevano in larga parte Opere Pie e Comuni.

Orari di lavoro
Esaminiamo ora più in dettaglio alcuni aspetti della vita di allora per i contadini in particolare.
Gli orari di lavoro del contadino erano massacranti e condizionati dalle ore di luce.
D'inverno si iniziava alle 7-7,30 e si continuava fino alle 16,30-17 con una sosta di mezz'ora per colazione alle 9 e un riposo dalle 12 alle 13-13,30 (Durata del lavoro 6,30-8,30 ore).
In primavera ed autunno si iniziava alle 6 e si finiva verso le 18-18,30 con una pausa per colazione alle 8,30, un riposo dalle 12 fino alle 13-13,30 e una terza sosta alle 16 (Durata del lavoro 9-10 ore).
In estate si iniziava verso le 5 e si continuava fino alle 19,30-20 con una sosta dalle 11,30 alle 16 per evitare il lavoro nelle ore più calde della giornata (Durata del lavoro 10-11 ore).
Pertanto gli orari settimanali di lavoro variavano da un minimo di circa 38 ore nell'inverno a un massimo di 77 ore in estate. Il lavoro in più nell'estate non era considerato straordinario da pagare a parte ma le paghe giornaliere erano differenti a seconda del minore o maggiore orario di lavoro.
Gli orari erano gli stessi per uomini, donne e bambini e alle ore di lavoro bisognava aggiungere i tempi necessari per recarsi da casa ai campi e viceversa.
Nell'inverno anche se gli orari di lavoro erano inferiori si era esposti al freddo e spesso il bracciante non era chiamato al lavoro per il minore fabbisogno di manodopera in tale stagione.

Paghe dei braccianti
Le paghe - in lire dell'epoca - erano le seguenti:

Tabella 14

InvernoPrimavera EstateAutunno
Uomini1,25-1,501,50-22-31,50-2
Donne0,60-0,750,75-1,101-1,250,75
RagazziCome le donne o poco meno se ancora piccoli


Pertanto, anche se d'inverno si lavorava meno la paga era ancora più ridotta, per la minore richiesta di lavoro e nonostante si lavorasse esposti al freddo. Il minore guadagno e il minor numero di giornate lavorative unitamente alle maggiori esigenze di spesa dovute alla necessità di riscaldarsi e di coprirsi con indumenti più pesanti e con scarpe, facevano sì che d'inverno le condizioni di vita peggiorassero, aumentando le sofferenze, le privazioni e la mortalità.
Le paghe non erano uniformi da zona a zona e calavano se c'era maggiore offerta di manodopera e dove vi erano proprietà più grosse:
" ... qualche soldo in meno si pagano le opere a Caivano e Giugliano, dove i braccianti sono più numerosi e la proprietà meno divisa."

Prezzi dei generi di consumo
Per comprendere il valore di acquisto della lira dell'epoca riportiamo quanto segue:
"I prezzi dei viveri presentano poche variazioni nei diversi punti della regione e in media oscillano intorno ai seguenti, i quali volgono ora, meno per il vino, all’aumento, massime per carni, cresciute, mentre scriviamo, del 10 al 20 %, olio, salumi, pane, legumi. Tali prezzi per il 1907 duravano invariati da 6 a 7 anni, tenendo conto che anche nei comuni chiusi non si ebbero diminuzioni corrispondenti per i farinacei dopo l’abolizione del dazio relativo. Lagni gravi di rincari non ve ne furono mai realmente o questi non si avvertivano: ora sono cominciati non solo per i viveri, ma anche e più per il carbone e per la legna da ardere.

Prezzi prevalenti delle derrate alimentari
Farina di grano, al chilogr. . . . . . . . . . . . .L. 0.28 a 0.32
Farina di granturco, id. . . . . . . . . . . . . . .» 0.20 a 0.24
Pane bianco, id. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .» 0.28 a 0.35
Pane bruno, id. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .» 0.25 a 0.26
Pane di granturco, id. . . . . . . . . . . . . . . .» 0.17 a 0.20
Paste (secondo la qualità), id. . . . . . . . . .» 0.35 a 0.50
Sugna, id. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .» 1.50 a 2.00
Fagiuoli a lire 12 il tomolo, o al chilogr. . .» 0.28 a 0.30
Patate, al quintale . . . . . . . . . . . . . . . . . .» 6.00 a 8.00
Carne caprina ed ovina, al chilogr. . . . . .» 1.00 a 1.20
Carne bovina, id. . . . . . . . . . . . . . . . . . .» 1.90 a 2.40
Carne bufalina, id. . . . . . . . . . . . . . . . . .» 1.30
Baccalà secco, id. . . . . . . . . . . . . . . . . .» 0.90
Baccalà inzuppato, id. . . . . . . . . . . . . . . » 0.50 a 0.60
Sarde e saracche, id. . . . . . . . . . . . . . . . » 2.00
Carne suina fresca, id. . . . . . . . . . . . . . . » 1.10 a 1.40
Lardo, id. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 1.70 a 2.30
Formaggio (cacio cavallo e pecorino), id.» 2.00 a 2.50
Riso, id. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .» 0.50 a 0.60
Vino di buona qualità, il litro . . . . . . . . .» 0.35 a 0.50
Vino di qualità secondaria, id. . . . . . . . .» 0.25 a 0.30
Olio, id. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .» 1.10 a 1.20


Il carbone nei centri di produzione da 5.50 a 6 lire al quintale è salito ora a 7-8 e nei luoghi di consumo a lire 12 e più per le qualità migliori (cannoli) e a circa 10 per le secondarie. I prezzi della legna sono variabilissimi e il contadino ne compera ben poca. Anch’essa però è notevolmente rincarata come il legname, onde ricordiamo che prima del 1902 quello d’opera di pioppo si vendeva a 22-24 lire il metro cubo, mentre è ora salito a 32-35. La legna da ardere di elce e quercia nella bassa Campania è passata da 4.50 a 7 e 8 lire lo stero in campagna."
In genere per i non benestanti, e cioè per larga parte della popolazione, la pasta acquistata era quella di seconda e terza qualità e se ne faceva uso nei giorni festivi, in quanto per il prezzo maggiore rispetto ad altri generi era quasi un lusso.
In quegli anni incominciava a diffondersi l'uso del caffè: "Le botteghe da caffè vanno infatti crescendo ogni giorno ed anche nei piccoli centri, qua e là, va facendo capolino qualche bar o pseudo-bar impiantato da qualche americano."
Era ancora diffuso, di rado nel Circondario di Casoria e più di frequente nelle zone più povere dell'interno, l'uso dello scagliuozzo o pizza, una sorta di pane ricavato da farina di granturco, meno costoso ma anche di minore valore nutritivo rispetto al pane.
Per valutare il potere di acquisto delle paghe si divida quanto poteva percepire un bracciante in un anno, L. 500, per il costo di un genere alimentare e si moltiplichi poi il risultato per il prezzo attuale di tale bene. Da tali calcoli si ottengono risultati diversi a seconda del genere alimentare ma comunque si hanno valori fra gli 80 e i 150 euro mensili, esenti da tasse ma senza tredicesima, accantonamenti per pensione e buonuscita, etc. Quello che poteva guadagnare una intera famiglia di 6 persone (v. esempio sotto) equivaleva a poco più del doppio di tale cifra e con essa bisognava alimentarsi, pagare il fitto della casa, coprirsi con qualche cosa, riscaldarsi, etc.!

Commercio e acquisto dei generi alimentari
A riguardo del commercio dei generi alimentari l'Inchiesta annota:
"In complesso adunque il mercato dei viveri ha ben poco o nulla di anormale e non presenta forme speciali di monopolio o di accaparramento. Il loro commercio in tutta la parte di pianura e di litorale è anche facile, perché i mezzi di comunicazione frequenti ed estesi permettono anche al modesto contadino di recarsi a far provvista nei centri vicini.
Sono però assolutamente ignote le cooperative di consumo. Ne esiste una, sorta da poco, a Caivano ed un’altra funziona a Giugliano di Campania, una a Calitri (Sant’Angelo dei Lombardi), una a Sant’Angelo di Alife, una a Casalvieri (Sora), una si sta costituendo ad Esperia (Gaeta), una è sorta ora a Portici.
Le prime tre sorsero per opera delle sezioni locali del partito socialista; però le prime due non paiono aver vita molto prosperosa, mentre appunto in quei grossi centri del circondario di Casoria, dove forse vi ha la maggior proporzione di braccianti, la istituzione di cooperative di consumo sarebbe davvero utilissima."

Fitti per le abitazioni
Per quanto concerne i fitti pagati per le abitazioni:
"Riguardo a pigioni pagate dai contadini per le loro abitazioni, possiamo dare le seguenti cifre:
Abitazione di prima classe, cioè costituite da un vano a pianterreno verso strada non mai però delle principali, in grossi centri della pianura, di m. 5 x 5 o al più 5 x 6, in buone condizioni edilizie, lire 72 a 75 l’anno, anche 80 a 90, se divisibile in due parti con soppegno.
Le stesse, ma in strade più remote e in posizioni meno ricercate, in centri meno importanti e in condizioni di abitabilità meno favorevoli, lire 60 in media.
Camere in cortili con esposizione favorevole, aventi davanti a sé spazio sufficiente e in buone condizioni di abitabilità, da 48 a 60 a seconda del centro in cui si trovano.
Le stesse in condizioni un po’ meno buone per situazione, abitabilità, ecc., da 40 a 50.
Infine le camere in cortili o vicoletti bui o fuori mano, piccole, in condizioni edilizie poco buone, nei minori centri o nelle frazioni, non scendono mai al di sotto di lire 30 a 36 all’anno ed un buco di stalla capace di un solo capo, situato negli angoli più bui dei cortili o vicoli non si paga meno di 20 a 24 lire ad anno nell’interno dell’abitato."

Esempio di bilancio familiare
L'Inchiesta inoltre prospetta un esempio di bilancio per un famiglia composta dai genitori, due adolescenti fra i 12 e i 16 anni e due "ragazzetti".
In tale esempio, era prospettata una spesa giornaliera per l'alimentazione di L. 2,70, mangiando per lo più solo generi a basso prezzo e per complessive L. 985,50 annue, a cui si aggiungeva L. 40 di fitto per una abitazione modestissima, L. 50 per "accomodature, abiti per 2 adulti a lire 15 e i due adolescenti a L. 10" e con l'annotazione che "i bambini si vestono cogli spogli degli altri", L. 24,50 per "illuminazione e spese diverse" per un totale di L. 1.100.
Per conseguire i guadagni necessari per tale spesa, nell'esempio è prospettato quanto segue:

250 giornate del padre alla media di lire 2L. 500,00
150 giornate della madre alla media di L. 1,10L. 165,00
240 giornate del ragazzo alla media di L. 1,30L. 312,00
160 giornate della ragazza alla media di L. 0,90L. 144,00
Totale:L. 1.121,00

In breve, in una famiglia di braccianti dovevano lavorare anche i ragazzi per poter sopravvivere con una alimentazione modestissima, in locali miseri, spendendo cifre minime per ricoprirsi di qualche panno e ancor di meno per tutte le altre spese.

Per di più, dato l'aggravarsi delle condizioni nell'inverno, quando le paghe e le giornate di lavoro diminuivano e occorreva qualche lira in più per riscaldarsi, molti operai si facevano anticipare qualche soldo dagli "intraprenditori" assumendo in cambio l'obbligo a svolgere in estate giornate di lavoro a cottimo a "prezzi inferiori in media di un 10-15% del consueto".
L'esistenza di tali anticipi "venne per nostra indagine diretta assodata nel circondario di Casoria e specialmente a Giugliano, Caivano ed Afragola. Per esempio a Caivano, parlammo, fra gli altri, con una donna che convenne in aprile 1907 di estirpare il canape a 15 lire il moggio di mq. 4280 (circa 35 lire ad ettaro), avendone allora la massima parte, mentre, se il proprietario avesse fatto fare il lavoro a giornate, avrebbe facilmente pagato 20 a 28 lire (46 a 53 lire ad ettaro). La donna, che aveva assunto tale lavoro per 6 moggia, andava facendolo con una ragazza sua ed operai arruolati a 2.50 il giorno, ed osservava filosoficamente che a Pasqua aveva mangiato le uova ed ora inghiottiva le scorze. Essa e i compagni assicuravano che tali contratti, senza essere la regola, non erano rari in quei paesi."
In effetti, ma ciò non è evidenziato nell'Inchiesta, tali "contratti" erano una forma indiretta di prestito ad usura esercitata nei confronti di soggetti a ciò costretti dalla fame o da situazioni di estremo bisogno.

Fitti dei terreni
Con valori così bassi per le paghe dei braccianti contrastavano gli alti valori per i fitti dei terreni:
"I canoni più alti si hanno là dove prevale la canapa, con massimi da 400 a 450 e talora anche 500 lire (Casoria, San Pietro a Patierno, qualche punto di Afragola, Caivano, ecc.), per affitti anche in grosse partite. La seconda classe, e più specialmente a Maddaloni, Caserta, Santa Maria di Capua, Aversa, Acerra, Pomigliano d'Arco, Marigliano, ecc., e loro contermini, sta tra le 350 a 400 o le 300 a 350, in condizioni meno favorevoli. ..."
In pratica quanto guadagnava in un anno un bracciante equivaleva al fitto di un ettaro e mezzo di un buon terreno o fin quasi a quello di un solo ettaro di un terreno della migliore qualità. Il colono che fittava un terreno per coltivarlo in proprio era costretto a cedere larga parte della sua produzione per pagarne il fitto. Era in effetti una forma di sfruttamento massiccio che assolutamente non è evidenziato nell'Inchiesta che peraltro sottolinea e condanna ulteriori abusi di tale stato di cose, quale la speculazione mediante il subaffitto:
"[Tali speculatori] assumono l'affitto del potere medio, soprattutto di qualche Opera pia, tenendone parte per sé e parte cedendolo ai coloni minori. Il maggiore introito che essi realizzano, oltre a coprire il rischio delle inesigenze dei subaffitti, lascia sempre un lucro non indifferente ... Cotesti speculatori sono frequenti anche nella zona di coltura intensiva, dove ricercano specialmente i grossi fondi dei privati o delle Opere pie, costituiscono le persone più influenti del luogo e non di rado sono sindaci o consiglieri comunali. Ricordiamo fra tanti il sindaco di un Comune di quel territorio, che aveva sotto i sé, per esempio, oltre 200 coloni del luogo, naturalmente tutti suoi fedeli elettori. Nel circondario di Casoria molti di cotesti piccoli coltivatori da noi interpellati, non ebbero di certo parole benevole per cotesta categoria di speculatori.
A Caivano, Afragola, Casoria, Giugliano ecc. ci si affermò che il grosso speculatore lucra da 4 a 5 ducati (17 a 21.25) a moggio di are 43, ossia fra 40 e 50 lire ad ettaro. A Caivano i soci della cooperativa, a Giugliano altri coloni affermarono l'esistenza di lucri fino al 100%. Nel primo paese la terra di 33 ducati a moggio di are 43 circa (lire 325 ad ettaro) venne affittata a 50 (lire 490). .... Si aggiunga poi che quasi dappertutto il grosso affittatore vende ai piccoli a lui sottoposti, sementi, concimi, generi diversi, ecc., e fa un po' i prezzi a modo suo.
Vi è un certo movimento di reazione contro cotesti speculatori, ma si è appena agli inizi. I tentativi fatti a Caivano per prendere direttamente i terreni da parte di una cooperativa di contadini, ed a Cimitile presso Nola per l'affitto di una grossa proprietà locale in modo analogo, non ebbero successo alcuno. Il partito socialista e le gare locali vi si posero di mezzo e nocquero forse più che giovare.
Del resto il grosso affittuario offre al proprietario garanzie, che mancano al piccolo ed a sua volta è sicuro di avere quasi l'integrale pagamento dai subaffittuari, perché applica il principio: aia o cancello paga, cioè non lascia uscire i generi dal fondo, senza avere il pagamento in natura o in denaro. Dove prevale la coltura granaria vi è infatti un'aia comune, su cui funziona la trebbiatrice dello speculatore e tutti vi recano prima il grano e poi il granoturco. Invece nella coltura della canapa vi è l'obbligo di maciullarla, dove vuole lo speculatore stesso, se pure questo non ha anche un proprio macero."
In effetti, l'intermediario, come esplicitamente dice l'Inchiesta, era preferito dal proprietario perché garantiva il pagamento dei fitti, cosa non pacifica se si considera lo stato di bisogno degli agricoltori, e si intuisce che l'intermediario doveva essere una persona contro cui i contadini non avrebbero osato ribellarsi.

Coltivazione della canapa
La principale coltivazione nelle terre di Caivano era quella della canapa che permetteva maggiori proventi ma che richiedeva manualità particolarmente gravose. Per quanto riguarda gli aspetti generali relativi a tale tipo di coltivazione rimandiamo a lavori più specifici. A Caivano erano presenti vari 'fusari', ovverossia vasche per la macerazione della canapa, e il lavoro del 'lagnataro' e quello pesantissimo del 'maciuliatore' era frequente. Per la coltivazione della canapa vigevano condizioni di lavoro snervante e sfruttamento analoghe e anche peggiori rispetto a quelle di altre coltivazioni ma nel periodo di massima lavorazione si offrivano paghe più alte.
In tale periodo, dal 15 luglio al 15 settembre, non vi era riposo nemmeno nei giorni festivi e per rispettare il precetto della messa talora si utilizzavano cappelle di campagna dove si celebrava la funzione a porte spalancate o addirittura torrette di legno soprastanti la campagna, in modo che i lavoratori non fossero necessitati a tornare in paese perdendo ore preziose di lavoro.
I fusari emanavano nella stagione in cui funzionavano un puzzo incredibile ma non nocivo alla salute e anzi avevano la grande qualità di essere del tutto inadatti alla vita delle larve delle anofele, le zanzare vettrici del plasmodio della malaria. La malaria, all'epoca gravissimo mortale flagello di tutta l'Italia Meridionale, risparmiava la provincia di Napoli, tranne parti di Giugliano e Pozzuoli, e Caivano era escluso dall'elenco dei Comuni malarici. Il puzzo dei fusari è ancor oggi vivo nella memoria dei caivanesi meno giovani ed è anche frequente il racconto di varie malattie della pelle che guarivano rapidamente dopo l'immersione in quelle acque torbide e cariche di materia organica putrescente.

Condizione del colono
Con fitti così alti per i terreni la condizione del colono fittuario di un terreno non era molto migliore di quella di un bracciante. I profitti derivanti dalla vendita dei prodotti della terra erano in larga parte assorbiti dal pagamento del pigione e le condizioni di vita erano miserevoli:
"Egli, i figli, la moglie si recano, salvo l'inverno, scalzi ai campi che lavorano e scalzi rimangono l'intera giornata, quando dimorano su o presso i medesimi. Gli abiti di fatica sono laceri e tutti a toppe come un mosaico, quelli festivi di fustagno, velluto di cotone o di stoffe analoghe per l'uomo, di cotonine o di roba più di apparenza che di sostanza per la donna. La biancheria è di cotone quella personale, di canapa e capecchio quella da letto: è generalmente ignoto o ben scarso l'uso di tovaglie e tovaglioli e riservato solo alle occasioni solenni.
D'estate il colono, che abita presso il terreno che coltiva, non indossa che un corto calzoncino e la camicia ed ha in capo qualche vecchio cappello di paglia, rifiuto di rigattieri cittadini, oppure uno di feltro di pochissimo prezzo, che ricorda stranamente il copricapo degli schiavi nelle dipinture murali di Pompei. Di frequente, anche nell'estate, indossa soltanto sulla persona un camicione di tela di canapa, che gli giunge sino ai malleoli. In casa il letto ha pagliericcio senza materasso di lana.
Certamente vi sono non pochi coloni medi, che hanno affitti di qualche ettaro, i quali vivono meno ristrettamente e non mancano di certe forme di agiatezza, vestono di lana uomini e donne nei giorni festivi, hanno almeno una volta la settimana carne alla loro tavola, la casa di più camere, il letto con materasso di lana, ecc. ecc. Ma la folla dei piccoli, massime dove è frequente il subaffitto, vive press'a poco come abbiamo detto."
Migliore era la condizione di quelli che avevano in proprietà almeno parte del terreno che coltivavano sfuggendo pertanto in parte o del tutto all'esoso drenaggio economico dei fitti.

Tensioni sociali
Comunque, esisteva uno stato di tensione fra braccianti e proprietari: "Esiste però colà [a Giugliano, n. d. A.] ed a Caivano, come anche nell'agro Aversano, una corrente di malumore e di ostilità da braccianti a proprietari ed intraprenditori agrari, che in non lontano avvenire potrà forse dar luogo a complicazioni." I contadini nelle zone relativamente più avanzate e ricche di terreni agricoli tendevano a riunirsi in Leghe. Ve ne erano a Pozzuoli, Caivano, Giugliano, Qualiano, Mugnano, Sant'Antimo e Sant'Arpino ma solo quella di Giugliano diede origine ad uno sciopero ed in genere l'azione delle Leghe mirava a contrastare i maggiori abusi e non aveva la forza o la volontà di rivendicazioni maggiori, sia per l'ignoranza degli iscritti sia per la mancanza di validi referenti politici in Parlamento sia per la tenace opposizione e i mezzi dei proprietari.

Emigrazione
Si consideri che questa grave situazione era condannata in una Inchiesta commissionata da forze conservatrici per le quali l'emigrazione era malvista in quanto si riduceva il numero dei lavoratori e pertanto aumentava il livello delle paghe e in cui si giunge a dire nelle 'Conclusioni' che in Campania "Non vi sono zone in cui esista sentita disoccupazione."!
Ma nella realtà le condizioni di vita erano obiettivamente assai difficili e spesso insostenibili e ciò costringeva ad una forte emigrazione che in Campania nei primi anni del novecento assunse dimensioni eccezionali:

Tabella 15 - Emigrati dalla Campania nei periodi 1894-99 e 1901-06

1894-991901-06

TotaliMedie annue TotaliMedie annue
Avellino38.0646.34497.96216.327
Benevento21.1543.52649.3068.217
Caserta41.1906.865139.07523.179
Napoli29.5094.91851.8258.637
Salerno61.00910.16894.77815.796
Regione190.92631.821432.94672.158


L'emigrazione, diretta in larga parte verso le Americhe e in misura più ridotta verso la Francia ed altri Paesi, subì un incremento progressivo e eccezionale a partire dal 1880 circa. Anche considerando che una parte degli emigrati ritornava in patria i tassi di emigrazione erano rilevantissimi.
Ma i tassi di emigrazione non erano uniformi in tutta la Campania e, infatti, fra i valori per il periodo 1902-1905 riferiti dall'Inchiesta per le percentuali complessive di emigrati sul totale della popolazione abbiamo, per esempio:

Tabella 16

Valori massimiValori minimi
ProvinciaComune% 1902-05Comune% 1902-05
AvellinoLauro24,22Montoro8,62

Chiusano24,03Lacedonia8,75

Atripalda23,46Monteforte10,91
BeneventoAirola24,51S. Giorgio la Molara10,25

Pescolamazza 19,50Colle Sannita11,05

S. Giorgio la Montagna17,94Paduli11,57
CasertaAlvito18,22Trentola2,07

Pignataro18,19Aversa2,97

Cicciano17,10Succivo5,05
SalernoPositano25,69Cava4,13

Castel San Giorgio20,17Salerno4,46

Teggiano17,24Eboli5,31
NapoliForio11,30Marano0,23

Vico Equense10,40Giugliano0,33

Ischia10,25Portici0,87
Altri valori:
NapoliPomigliano7,65Caivano4,37

Casoria7,21Mugnano 1,85

Sant'Antimo6,37Frattamaggiore1,77

Afragola5,20Napoli1,95


Come si vede Caivano nel contesto della Campania aveva tassi di emigrazione sensibili ma vicini a quelli inferiori. L'emigrante fuggiva dalle terribili condizioni di vita prima descritte e nonostante dovesse affrontare enormi sacrifici, umiliazioni e discriminazioni nel Paese di immigrazione godeva di paghe e condizioni di vita assai migliori. Ad esempio, con il limite di un maggior costo della vita, negli Stati Uniti la paga per un operaio era di 1,75-2,10 dollari al giorno (circa 9,07-10,9 lire al cambio di L. 5.18 per dollaro) e ogni ora di straordinario era pagata una ulteriore lira. Inoltre per i bambini la scuola era obbligatoria fino a 14 o 16 anni e godevano di colazione gratuita. Cose inaudite nella Campania dell'epoca e tali da creare il mito dell'America dove tutti erano ricchi!

Cause dell'emigrazione
Per avere qualche ulteriore dato sulle cause dell'emigrazione, si deve considerare che nel periodo in cui iniziò ad assumere valori rilevanti (1880 e anni successivi), nelle zone relativamente meno povere, quali ad esempio il circondario di Casoria, con costi per i fitti delle terre pari a quelli di venti anni dopo vi erano paghe giornaliere non maggiori di L. 1.50 e solo dopo decenni di emigrazione le paghe incominciarono a salire a valori meno irrisori ma che pure suscitavano le lamentele dei possidenti. Nelle zone più povere della Campania le basse paghe e la mancanza di lavoro assumeva toni drammatici, tanto che in una relazione del 1879 relativa al circondario di Piedimonte d'Alife si leggeva a riguardo dei braccianti: "... quando comincia la stagione delle piogge, durante i giorni festivi, nei mesi in cui la terra riposa e non ha bisogno della mano dell'uomo, egli non ha in serbo alcun risparmio, e non può averlo, perché lo scarso salario giornaliero non gli è bastato nemmeno a vivere nei giorni in cui ha lavorato. Quindi si vedono madri e dei figli che implorano un pane, implorazioni che una volta erano rare, avvenivano nei tempi di guerra e di carestia e destavano la meraviglia e la pietà. Ora tale spettacolo di vede più o meno ogni anno, e il senso della pietà si è sopito davanti a così continua ed esauriente insistenza." "Tali parole convenivano pur troppo a tutti i circondari della regione. Oggidì però tutto questo è per lo meno notevolmente scemato, perché l'emigrazione, rarefacendo i lavoratori, ha fatto accrescere i salari ed ha permesso all'operaio di aver un maggior numero di giorni di occupazione ogni anno."

Condizione del contadino anziano
Accenniamo ora alla condizione del contadino anziano, lasciando la parola direttamente a una toccante pagina dell'Inchiesta:
"Riguardo ad andamento di lavoro secondo le età, notiamo quanto segue.
Il bambino del lavoratore campano, sia mezzadro, colono, affittuario, o giornaliero, comincia già ai 6-7 anni di età ad attendere a qualche lavoro leggero, come diremo in appresso. Ad 11-12 anni, non di rado anche prima, comincia ad andare regolarmente a giornata e dai 15 ai 17 entra nella categoria degli adulti. Da allora in poi si può dire che l'opera sua continui ininterrotta, per quanto lo permettono la salute e le forze individuali, sino ai 60·65 anni e più oltre nelle regioni salubri, mentre nelle zone malariche finisce forse anche prima. Divenuto vecchio, lavora, finché gli reggono le forze, accontentandosi di minor mercede (un terzo circa in meno) ed attendendo ai lavori meno pesanti, abbandonando soprattutto la zappa, la vanga, la falce e la falciuola. Così trascinando la vita, tira avanti sino alla morte e, se diventa affatto invalido, lo sovviene la carità dei figli e dei congiunti, raramente costretta a tale sacrificio e di regola poi per tempo breve. Di cotesti vecchi se ne vede di quando in quando taluno sulle porte delle case di contadini nell'interno degli abitati, custodendole e guardando i piccoli nipoti, che i figli gli confidano. L'andare limosinando è eccezione ed infatti nella folla di mendicanti, che importunano il passeggero a Napoli e nei comuni vicini, non si riscontra quasi mai la mano callosa dell'antico zappatore né la persona rattrappita e curva, di chi ha trascorso la sua esistenza piegato quasi continuamente verso il terreno.
Bisogna poi tener sempre presente che in quasi tutta la regione la classe dei giornalieri ha un largo contributo da quella dei mezzadri e piccoli affìttuari ed anche dai minimi possidenti ed utilisti. Per conseguenza i vecchi trovano sempre modo di utilizzare l'opera loro sul fondo che coltiva la famiglia, in tutti quei piccoli lavori e leggeri affidati di solito a donne e ragazzi. Del resto al mantenimento del vecchio bastano poco pane, un piatto di legumi o pasta ed uno di verdura ogni giorno: un giaciglio in un angolo della camera è il suo letto; un vecchio abito tutte toppe, che porterà fino all'ultimo giorno, scarpe e cappello sdruciti costituiscono il suo vestiario. Per poco quindi che guadagni, il vecchio non riescirà mai passivo alla famiglia. Se per disgrazia poi fosse affetto da malattia grave, allora il genere di vita e di cibo a cui pur troppo è costretto, non gli consentirebbero di prolungare troppo a lungo l'incomodo alla sua famiglia. Può darsi tuttavia che il vecchio non ne abbia alcuna; questo però avviene molto di rado, perché in generale le famiglie sono sempre molto prolifiche ed il celibato assolutamente eccezionale. Allora per vecchi inabili di rado mancano parenti, nipoti, per esempio, che li tengano con sé, utilizzandoli per quanto possono. I pochi in tali condizioni e privi affatto di parenti e figli non hanno, come ben si comprende, altro rifugio che la mendicità e gli scarsi soccorsi della poverissima beneficenza locale. Anzi forse appunto per questo e perché negli stessi Comuni rurali più poveri, aventi l’agricoltura più misera, la quale non consente che poco lavoro all'anno ed a scarso salario, le persone che potrebbero beneficare sono rare od assenti dal paese, il mendicare resta automaticamente limitato, senza che questo sia indice di esistenza meno miserabile del contadino negli ultimi anni della sua vita."

Condizione della donna
Per quanto riguarda la donna, l'Inchiesta riporta che incominciava a lavorare fin da piccola e continuava fino alla vecchiaia con paghe inferiori agli uomini e curando nel contempo la casa. Le donne lavoravano "fino, si può dire, alla vigilia del parto anche in opere faticose ... I puerperi sono sempre ridotti a non oltre 15 giorni e poi la donna riprende il lavoro consueto". "Gli allattamenti duravano fino a 18-20 mesi e oltre. Per gli strapazzi e le fatiche "... il più delle contadine, anche quando si sposano fiorenti di salute a 18-20 anni, come di solito avviene, sono verso i 30 già avvizzite, a 40 coll'aspetto di vecchie e a 55 appaiono decrepite." I bambini, se non vi erano in casa anziani o fratellini più grandi a cui affidarli, erano dati a vecchie che li custodivano ad un soldo al giorno, curandoli e pulendoli alla meglio. Divenuti più grandicelli erano affidati o alla custodia di fratelli un pò più grandi o di vicini e spesso questo stato di abbandono causava infortuni e disgrazie ("... omicidi colposi per abbruciamento, scottature con acqua bollente, cadute, morsi di maiali e simili ..."). Per tale stato di abbandono si formavano "comitive di ragazzetti cenciosi e scalzi che rincorrono le vetture e i carri e vi si attaccano, giuocano sulle pubbliche vie, ingiuriandosi, percuotendosi e lanciandosi delle pietre ... piccole bande, che vanno battendo le campagne per depredarvi frutta od altri prodotti campestri, con cui completano la non lauta razione del vitto famigliare ... al riguardo abbiamo sentito elevar lagni particolari in grossi comuni del circondario di Casoria ...".

I centri abitati
Sulle condizioni dei centri abitati e delle abitazioni riportiamo quanto segue:
"In generale tutti gli abitati sono in condizioni tanto più infelici, quanto più vi predomina l’elemento rurale. Nella prima zona abbiamo tuttavia condizioni relativamente migliori, specialmente nella provincia di Napoli e nei circondari di Caserta, Nola e Salerno per distribuzione d’acqua, illuminazione, fognatura, ecc. Ivi abbiamo due sorta di paesi, cioè grossi centri, ove è riunita quasi tutta la popolazione del Comune, e altri divisi in villaggi con molte case coloniche nell’abitato.
Appartengono al primo tutti i comuni del circondario di Casoria e di buona parte di Caserta, di cui già si è detto in altro luogo, e poi taluni altri del Nocerino e specialmente Scafati, Angri, Pagani, Nocera Inferiore e qualche altro. Questi comuni hanno, dal lato edilizio, l’aspetto di città, se si percorre soltanto la loro via principale, ma poi appaiono in condizioni ben diverse quando si entra nelle secondarie. Ma lungo esse sono scaglionate, all’infuori delle principali, case basse ad un piano, per lo più e nei punti più eccentrici col solo pianterreno, formato da una serie di vani abbastanza grandi (talora anche di m. 6 x 5), come nelle nuove abitazioni dei dintorni ed interno di Acerra, Giugliano, Marigliano, ecc., con una sola porta ed una finestra superiore nel cui interno abita una sola famiglia di braccianti o piccoli coloni. I più agiati hanno talora un locale superiore con scaletta interna di comunicazione.
Nei bassi delle vie principali abitano più volentieri artigiani o famigliole che esercitano piccoli traffici, le quali affittano anche un locale posteriore e dividono il primo con un tramezzo, facendo bottega della parte anteriore e casa del resto.
Coloni e braccianti invece dimorano preferibilmente nell’interno dei cortili, le cui condizioni meritano una particolare spiegazione.
Essi sono rientranze a fondo cieco, talvolta a forma di strada, talora di vero e proprio cortile, a forma irregolare, perché nello spazio primitivo rettangolare o quadrato sporgono casette costrutte successivamente, aventi ognuna anche più di un proprietario per divisioni ereditarie o per successive sopraedificazioni. Abitano commisti in tali cortili coloni, operai di città, contadini, ecc., aventi ognuno un basso, col suolo non di rado inferiore a quello esterno, avente luce dalla porta d’entrata, con finestrella laterale. Il suolo è di calcestruzzo (lastrico). L’arredamento è formato da un letto matrimoniale con biancheria e coperte, inverosimili per colore, rattoppamenti, ecc. Due o tre giacigli per ragazzi, un cassettone tarlato, uno stipo rozzo e sconnesso, sedie di paglia molto grossolane, stoviglie identiche, ecc., ecco il mobilio del bracciante. I coloni meno poveri vi hanno almeno due camere; e cioè una cucina a pianterreno e uno o due vani superiori con la scaletta esterna di comunicazione. Ognuna di tali casette appartiene talora a più di un possessore, ed ogni piccolo possidente o colono dell’agro fa di tutto per avervi un basso, solo o con camera superiore. Sono poi infiniti i diritti in comune di forni, cortili, passaggi, latrine, pozzi e cisterne. In angoli nascosti vi sono le stalle e, dove non lo vietano i regolamenti municipali, anche i porcili. . . . Non in tutti i centri il cortile ha fognatura per lo scarico delle acque di rifiuto, che perciò defluiscono poi all’aperto per qualche rivoletto, il quale raccoglie malamente tutte quelle gettate dalle case, raramente provviste di acquai o di altri comodi, e le versa nei discarichi, se vi sono, delle vie. Dal più al meno questa è la condizione di tutti i cortili, che sono più ampi, per esempio, nei Comuni dei circondari di Casoria e di Caserta, perché colà si maciulla la canapa, si ammucchiano paglia, legno, fieno, ecc., senza esser per questo meno sgradevoli a vedersi. La convivenza in questi cortili di tanta parte della popolazione rurale è causa di inconvenienti di ogni specie e soprattutto di liti e di risse, da cui nasce un numero infinito di querele private e di procedimenti penali ..."

Le abitazioni
"In quanto agli accessori ed annessi, le case di cotesta zona presentano le caratteristiche seguenti:
Le latrine sono generalmente comuni, poste in angoli bui e sudici dei cortili. Quindi gli abitanti dei medesimi ne fanno volentieri a meno, specialmente i ragazzetti, e le strade e i cortili stessi fanno, massime nelle ore della mattina, larga testimonianza di tale abitudine. Vi è perciò in tutta la regione una vera classe di persone, che va in giro con un carrettino tratto da un somarello e recante due larghi mastelli - una botte segata in due metà - in cui raccoglie gli escrementi umani lungo le vie e da latrine provvisorie. Il materiale poltiglioso ivi adunato si reca in campagna per conto proprio o vendendolo ai coloni, transitando con tali recipienti scoperti attraverso a regioni popolatissime e lasciando dietro sé un fetore indescrivibile. Oppure i figli dei coloni si recano nelle immediate vicinanze delle loro case a raccogliere cotesto materiale con una zappetta (zappiello) e un corbello (cofano), che riportano colmo sul loro capo, in poche ore e lordandosi come non si può descrivere. In campagna le case non hanno sempre latrina e le stalle e il terreno servono a tale ufficio. Sciacquatoi non ve ne sono sempre e le acque di lavatura e il ranno del bucato negli stessi Comuni vesuviani colano nella via a inquinare il suolo stradale, come poi avviene quasi senza eccezione, specialmente nei piccoli villaggi. Dove vi è scarico di fognatura le condizioni igieniche non sono punto migliori, perché di rado le fogne hanno acqua di lavatura, onde le colature dell’abitato non vengono portate via che lentamente, versando frattanto nell’aria germi infettivi. In campagna il letamaio e talora anche il suolo del cortile ricevono e servono a disperdere tutti gli avanzi della casa.
Negli abitati avviene del resto quello che nella stessa città di Napoli non si è potuto sopprimere, l’abitudine di tutti coloro che dimorano nei bassi di gettare sulla via non solo le acque luride, ma anche gli avanzi di verdure e dei pasti, la scopatura della casa, onde il compito della pulizia urbana viene a rendersi così particolarmente difficile. Da ciò è facile immaginare che avvenga nell’interno dei cortili, dal piano non sistemato, perché nessuno dei condomini intende provvedervi e l’accordo tra loro non è quasi mai possibile. D’altra parte l’autorità locale, se pure se ne preoccupa seriamente, non arriva ad ottenerlo o ad imporlo, perché ogni proprietario di quelle abitazioni è sempre un elettore.
Camini non mancano mai e talora fornelli a carbone, sebbene per questi di frequente si faccia uso di certi rozzamente scavati in pezzi di tufo vulcanico tenerissimo, oppure di altri pure portatili con cui si cucina a legna e carbone sulla porta di casa. In quanto a riscaldamento, non havvi da pensarci e l’inverno mite dispensa da questo. Al più, nei momenti di maggior freddo, si fa uso di braceri con carbonella e del resto da per tutto la vita trascorre sulla via o nel cortile. Nelle case di campagna e situate in luoghi un po’ elevati si provvede a ciò con legna da podere, con quelle raccolte e anche rubate nei campi e nei boschi. Ma nei grossi centri della provincia di Napoli e dei circondari vicini, dove il massimo numero degli agricoli vive in paese, la provvista del combustibile costituisce un problema gravissimo per il bracciante o il piccolo colono. Oggidì si pagano il peggior carbone a 12 e 13 lire al quintale e la legna a 4-5 lire e non vi è famiglia, per quanto povera e misera, che possa fare a meno di 5-6 kg di legna al giorno o di 1 kg di carbone. Perciò la sera il bracciante, tornando a casa, reca di frequente un fascetto di legna, che gli si concede, specialmente quando pota alberi e viti. Donne e ragazzi ne raccolgono per le vie quanta più ne possono e ne rubano anche, onde in tutta la regione da un quarto ad un terzo delle condanne inflitte dai pretori è per furti di legna. . . . Un gran numero di Comuni è ormai illuminato con la luce elettrica. Però l’illuminazione nell’interno delle case è fatta con petrolio dai meno poveri e di frequente con olio, avendosi certe lampade di terra cotta a stoppino portate da un sostegno ad uso candeliere di una forma nella parte superiore che ricorda quelle antichissime di Pompei ed Ercolano. L’olio usato dai più poveri è quello che si può avere al massimo buon mercato, e puzzolentissimo, e le cooperative di consumo di Giugliano e Caivano sono infatti costrette a provvedersene per soddisfare le richieste dei loro soci. Il colono affittuario, il piccolo possidente, ecc. fanno uso di petrolio e di qualche candela di stearina. . . . Il colono più agiato abita solitamente in case di almeno due o tre vani, uno a pianterreno e due superiori, a cui si accede generalmente da scale esterne e comuni. Il primo serve di cucina e dimora abituale alla famiglia, l’altro o gli altri di camera da letto, senza riscaldamento, perché in buona parte della zona la mitezza dell'inverno lo rende, se non superfluo, meno necessario. Però, durante tale stagione, in nessun luogo si battono tanto i denti come nei paesi meridionali. Con la detta disposizione, tanto nell’interno dei cortili dei Comuni rurali come nello strade remote e nelle campagne, le camere superiori sono disposte di frequente lungo un ballatoio, che corre su pilastri sporgenti dalla facciata del fabbricato peri quasi un metro, su cui sono impostati archi reggenti tale ballatoio e il parapetto in muratura. E’ questa una struttura di case assai frequente nella regione, come del resto appare da molte fotografie.
In quanto allo spazio, entro cui è ristretta la famiglia del bracciante, le cifre ora addotte lo indicano a sufficienza. Nelle migliori condizioni la famiglia di 4, 6 o 8 persone ha uno spazio disponibile di mq. 30 a 36 in superficie e di 3.50 circa in altezza, ossia di 100 a 120 mc. di cubatura, e questo nel caso delle abitazioni di 1a classe. Ma nelle stradette, nei vicoli, nei cortili, raramente il basso ha dimensioni maggiori di 4 x 5 ed altezza interna oltre 3 m., e tali abitazioni sono tutte occupate dal bracciante o dal piccolo colono, al prezzo, come vedemmo, di 40 a 50 lire annue. La casa allora deve contenere un letto per i genitori e un paio di lettucci per i ragazzi, essendo separati i maschi dalle femmine, sebbene tutti dormano in una sola camera.
E così avviene anche nelle campagne per i coloni minori, perché anche quando il proprietario dà la casa, l'affitto della terra cresce col numero di vani, onde il piccolo colono non può permettersi il lusso di affittarne più di uno per abitazione e un altro per stalla. Solo quando i maschi si fanno un po’ più grandi si cerca di avere uno stambugio per allogarveli. In qualche comune poi del Nolano, del Casertano ed anche del circondario di Casoria, dove si sono costruite recentemente case, massime alle porte degli abitati, i vani terreni alti più di m. 4.50 si dividono in due con un soppalco e al disotto stanno i ragazzi e sopra i genitori o viceversa.
Le statistiche, le informazioni avute, le relazioni degli stessi pretori non constatano che tale promiscuità dia luogo ad atti immorali o pervertimenti sessuali. Esso però uccide di buon'ora il sentimento di pudore nei ragazzi e nelle ragazze, tanto più che di frequente nella stagione estiva quelli di piccola età sono lasciati errare per la casa, il cortile e la via o nudi o coperti appena da una camiciola, che non giunge al di là delle reni.
La suppellettile di coteste case è molto modesta. Il minimo che appartiene al semplice bracciante od al piccolo colono è quanto segue:
1° letto matrimoniale formato da due cavalletti in ferro senza testiere, reggenti tavole su cui si colloca un pagliericcio, rarissimamente con materasso di lana.
La dotazione di cotesto letto è di 4 lenzuola di tela grossolana di canapa oppure di cotone, una coperta a colori di poco prezzo e un coltrone o imbottita per la stagione invernale per lo più in percallo rosso che forma coperta, quando la si adopera. Quattro cuscini, molte volte di capecchio, con dotazione di 8 federe, il tutto del valore di 100 a 120 lire;
2° un cassettone di legno d'abete, impellicciato nei casi migliori od anche di più ordinaria fattura, del costo di un 30 a 40 lire al massimo;
3° una cassa per riporvi i panni, in legno di abete tinto, del valore di 10 a 15 lire ;
4° uno stipo per riporvi le terraglie, bottiglie, bicchieri, provviste, ecc., del valore di lire 15 a 20;
5° una madia per fare il pane, una tavola (tavuto) per portarlo al forno, un cassapanco per la farina od altre provviste, e così via. E poi sedie del valore di 1.50 a 2 lire l'una, piatti e vasi da cucina di basso prezzo, qualche statuetta di santo ed altri piccoli arnesi, dimodochè una coppia di sposi mette su casa con 350 lire, al più con 400. Il primo nato o dorme coi genitori dapprima, indi in una rozza culla, passando poi in un lettuccio appena è fatto più grande o sopravvengono altri fratellini. Non mancano mai numerose immagini religiose alle pareti, di cui almeno una con lumicino acceso innanzi.
Il colono affittuario ha tuttavia qualcosa di più di questo. Il letto ha testiere in ferro ed i più agiati hanno l'ambizione di averlo in ottone. Le lenzuola sono di lino, non manca qualche materassa di lana. Il canterano ha la copertura di marino e su di esso fanno bella mostra tre o quattro statuette di cera o di gesso di santi, della Madonna, del Bambino, ecc., sotto campane di vetro. Qualche altra immagine è in angolo e molte in quadri appesi al muro, una col lumicino che vi arde ogni sera. I mobili sono migliori ed ora fa capolino in nuove case l'armadio per i panni con imposta a specchi."

Il centro abitato di Caivano un secolo fa
Ancor oggi è viva nella memoria che fino a pochi decenni fa erano frequenti a Caivano i 'luochi' in cui si affollavano decine di famiglie, una per basso, con torme di bambini formanti bande chiassose che scorrazzavano per i cortili e le strade. Tali 'luochi' si spopolarono progressivamente man mano che calava la natalità e si costruivano - negli anni sessanta e settanta specialmente - alloggi moderni nei nuovi quartieri. Caivano prima di tale espansione edilizia aveva dimensioni urbane molto più contenute. Nel 1901 Caivano aveva 12.261 abitanti e l'abitato sul corso Umberto sul lato ovest si estendeva dal via Visone (costruita solo sul lato nord) all'attuale via Savonarola (all'epoca un vicolo - vico 'e Canzano - con rigagnolo al centro) mentre sul lato est era un filare di case ed una unica traversa con abitazioni costituita da via Campiglione. Sul lato verso Cardito e Crispano i confini erano costituiti da via Borgonuovo, via S. Barbara (fino all'altezza di via Carafa), le abitazioni intorno a via Rondinella, il Castello e via Sonnambula, mentre un cospicuo gruppo di case intorno a via Rosano e alla parte terminale di via Atellana costituivano il borgo di S. Giovanni. Nel complesso gli abitanti erano meno di un terzo di quelli odierni concentrati in una superficie pari a circa un decimo di quella attuale, con un rapporto abitanti per vano assai superiore a quello odierno che è intorno all'unità.

La religiosità
Nella Campania del primo novecento la religione era sentita e assai praticata ma a volte assumeva manifestazioni che travalicavano i confini della religione: "Di preti, monaci, e monache e di ogni altra persona addetta al culto, al censimento del 1901 vi erano per 1000 abitanti ad Avellino 4.1, a Benevento 3.6, Caserta 4.6, Napoli 6.7, Salerno 4.6, mentre nelle provincie dell'Italia superiore, Milano, per esempio, aveva il 2.3, Cremona 3.2, Novara 2.9, ecc. L'influenza del clero è ancora tale, che in molti Consigli comunali seggono de' suoi membri e taluni fanno parte anche delle Giunte. ... Fra gli agricoli il sentimento religioso è intenso, confinante talora col fanatismo, ed eguale in entrambi i sessi. Tutte le loro case sono tappezzate di immagini religiose di poco prezzo; i più tengono sui mobili statuette di santi, madonne, ecc., sotto campane di vetro o entro scarabattoli col lume costantemente acceso davanti. Nei campi non è raro vedere legata attorno agli innesti, per esempio, qualche immagine religiosa e se ne trovano poi sugli usci delle case, su quelli delle stalle, dei cellai, nel loro interno, e soprattutto sulle botti di vino. Le chiese, cappelle e cappellette sono numerose e frequentatissime ed ogni giorno ne sorgono delle nuove dovute ad oblazioni dei fedeli ... I pellegrinaggi sono numerosissimi e diretti principalmente a quattro santuari principali ... Le feste sono sempre accompagnate da sparo infinito di mortaretti, luminarie. ecc., ecc., a cui concorrono i Comuni grossi con 5-6-700 e fino a 1000 lire ad anno ed il resto raccolto per oblazioni fino a dare le 8-10,000 e talora 12,000 lire. Ed il bracciante paga senza protestare il soldo o i due soldi a settimana, il colono affittuario dà di più ..."

Le elezioni
Nell'Italia del primo novecento pochi avevano diritto al voto e ancor meno quelli che lo esercitavano:

Tabella 17

Elezioni politiche del 1900 Elezioni politiche del 1904

Elettori per
100 abitanti
Votanti per
100 elettori
Elettori per
100 abitanti
Votanti per
100 elettori
Avellino6,3063,576,6664,02
Benevento6,4165,766,6362,19
Caserta5,7769,836,2567,81
Napoli4,8359,905,1263,87
Salerno5,2968,855,8667,20
Regno7,0058,287,6262,72


"In ordine a proporzione di inscritti nel 1904 (5.93) la Campania tiene l'11° posto, essendo tenuto il primo dal Piemonte con 11.87 e l'ultimo dalla Sardegna con 4.24 ..."
Poiché il diritto di voto era limitato a chi superava certi livelli di reddito, tali dati indicano una maggiore povertà rispetto alla media del Regno e un sensibile distacco rispetto a regioni quali il Piemonte. La percentuale della provincia di Napoli, più bassa rispetto alle altre province, probabilmente indica una maggiore concentrazione di ricchezza in fasce più ristrette.
Comunque, tali marcate limitazioni del diritto di voto, considerate normali all'epoca, facevano sì che una piccola parte della popolazione era quella che decideva politicamente per tutti e, naturalmente, gli eletti rappresentavano e difendevano gli interessi di chi aveva proprietà e rendite: "Dalle ultime elezioni politiche dei 51 Collegi della regione si ebbero 50 costituzionali e 1 socialista (VIII Napoli), la cui vittoria non si può nemmeno considerare come quella di partito."
I partiti costituzionali, "che si possono anche dire accentuatamente conservatori", avevano il preponderante favore dei pochi aventi diritto al voto in quanto "possiamo dire che ben pochi avrebbero potuto superar la prova dell'urna, se avessero fatte dichiarazioni, anche non molto recise, a favore di riforme politiche o sociale troppo ardite."
In tale contesto anche nelle elezioni del 7 marzo 1909, quasi contemporanee alla stampa dell'Inchiesta, vi fu un largo prevalere dei Costituzionali mentre socialisti, repubblicani e radicali raccolsero solo 5.758 voti su 140.376, con una percentuale del 4,07%.

Conclusioni
Non si può essere del tutto obiettivi quando si parla di eventi relativamente recenti e per i quali alle relazioni scritte si sovrappongono i ricordi di chi ha vissuto in quei tempi o in epoche appena successive con difficoltà analoghe.
Spesso da una parte si tende a rimuovere dalla memoria i ricordi più spiacevoli e meno convenienti e a confondere la bellezza della gioventù con la leggenda di una migliore epoca passata che poi è andata peggiorando.
I dati storici a riguardo sono però inequivoci. Un secolo fa le condizioni di vita a Caivano e nella Campania in genere erano tali da essere quasi inverosimili per un ascoltatore moderno. Se è vero che l'aria era pulita e non vi erano inquinanti chimici, problemi di traffico e tutti gli innumerevoli inconvenienti della vita odierna, è anche innegabile che vi erano condizioni igieniche assurde, alimentazione stentata e insufficiente, mortalità infantile a livelli incredibili, analfabetismo e povertà in misura inaccettabile, condizioni di sfruttamento a danno di larghe fasce della popolazione, limitazioni gravissime del diritto di voto, etc., come abbiamo esposto sopra con più particolari.
Molte cose si potrebbero dire come considerazioni finali ma, per brevità, credo sia opportuno focalizzare solo due concetti.
Il primo è che spesso si sente dire che Caivano - o qualsiasi altro Comune della zona - è sempre lo stesso, che non migliora, che qualsiasi cosa si cerchi di fare non si riesce a conseguire nulla. Se però si osserva il cambiamento operatosi nell'arco di cento anni e che è la somma di miriadi di piccoli miglioramenti, si deve necessariamente concludere che gli atti di chi opera per lo sviluppo e l'avanzamento sociale, sotto ogni punto di vista, hanno il loro effetto, lento e impercettibile come il crescere di un albero ma alla fine enorme e innegabile. E ciò deve essere uno sprone fondamentale all'azione per chi opera in qualsiasi campo, politico, religioso, didattico, morale, etc., giacché anche se i risultati non si vedono istantaneamente essi vi saranno sicuramente e l'operato di oggi è indispensabile per i risultati di domani.
Il secondo è che la nostra condizione di oggi di benessere e ricchezza rispetto ad un secolo fa e rispetto alle nazioni in via di sviluppo, non deve farci dimenticare le ristrettezze e i patimenti che hanno vissuto i nostri nonni o indurci a disprezzare o irridere chi soffre oggi per analoghe difficoltà. Il curdo o l'albanese o il senegalese che viene oggi in Italia soffre ed è trattato in modo analogo a come soffriva un nostro concittadino che emigrava in America un secolo fa o anche dopo: disprezzato perché sporco, ignorante, povero, limitato da superstizioni e pregiudizi, irriso perché basso e magro per malnutrizione, temuto perché fra i tanti vi era una minoranza che si dava al crimine. E' importante ricordare e capire come eravamo un secolo fa perché ciò è una premessa indispensabile per comprendere e trattare in modo giusto chi sta percorrendo strade dolorose analoghe a quelle da noi vissute nei decenni passati.