RECENSIONI
SIRIO GIAMETTA, Una testimonianza (a cura di Massimo
Rosi), Giannini Editore, Napoli 1997.
Questo bel volume, che di Sirio Giametta, architetto ed artista nel senso più
nobile, ricorda il lavoro egregio in concomitanza con l'evolversi ed il perfezionarsi
degli studi accademici in Italia ed a Napoli in particolare, in una disciplina
tanta complessa e dagli sviluppi poliedrici.
Sirio Giametta è un Amico di sempre; l'Arte lo ha salutato sin dalla prima
infanzia, per l'attività del padre Gennaro, pittore eccellente, che la "Storia
del Mezzogiorno", vol. XIV, pag. 196, ricorda fra gli innovatori in tale settore
degli anni delle iniziali affermazioni del nostro Paese, e del fratello Francesco,
mio Professore e poi collega, i cui quadri, soprattutto dedicati alle rose ed ai
fiori in genere, restano modelli di perfezione. Dopo la bella, accurata introduzione
di Arcangelo Cesarano, Preside della Facoltà di Architettura dell'Università
di Napoli, si susseguono i saggi di Massimo Rosi, Urbanistica Italiana degli
anni trenta, di Pio Crispino, L'Architettura ed il Fascismo a Napoli
1925-1941, di Claudio Grimellini, La Mostra Triennale delle terre Italiane
d'Oltremare, i professionisti Napoletani ed i Concorsi di Architettura, di
Massimo Nunziata, L'Architettura del primo e secondo dopoguerra a Napoli,
il Dialogo a tre sulla nascita della Facoltà di Napoli e sull'Architettura, tra
Sirio Giametta, Massimo Rosi e Aldo Loris Rossi, veramente pulsante del più
vivo interesse, e poi, di Riccardo Rosi, L'Architettura di Sirio Giametta.
Fu Mussolini, nel 1924, a lamentare con Calza-Bini, Architetto e Senatore,
lo sviluppo di un'edilizia essenzialmente geometrica, non capace di assecondare
il clima nuovo che si voleva introdurre. Dal Calza-Bini venne il suggerimento
di formare una classe di Architetti dalla salda preparazione scientifica e dalla
profonda conoscenza delle sviluppo che tale Arte aveva avuto attraverso i
secoli. Ci si avvia così alla nascita delle Facoltà universitarie di Architettura.
A Napoli, dal 1928, presso l'Accademia di Belle Arti, si svolge un corso
particolare in tale disciplina; nel 1930 viene istituita la Scuola Superiore di
Architettura, che diviene Facoltà universitaria nel 1935. Ne fu primo Preside
il Prof. Alberto Calza-Bini, il quale riuscì poi ad ottenere, quale sede prestigiosa,
il palazzo Gravina, lasciato libero dalle Poste. Un corpo docente di primissimo
piano affiancò l'opera del Calza-Bini.
Sirio Giametta consegue la laurea nel 1936 - era già docente nei Licei
Scientifici, quale vincitore di concorso, sin dal 1934 - e sempre nel 1936 si
abilita alla libera professione. E' subito chiamato dal Calza-Bini quale suo Aiuto
alla cattedra di Composizione Architettonica; nel 1940 vince il Premio Reale
dell'Accademia di S. Luca per il Teatro Sperimentale di prosa.
Nei primi anni di vita della Facoltà, le dispense dettate dai Professori venivano
raccolte in volume; un ricordo particolare meritano i due libri sull'architettura
del rinascimento e dell'età barocca a Napoli di Roberto Pane, apparsi fra il
1936 ed il 1939.
In occasione della realizzazione della Mostra d'Oltremare il Giametta partecipò
al concorso nazionale per il palazzo del partito fascista e fra i sette progetti vi
fu anche il suo, ma l'opera andò poi a Venturino Venturi. Partecipò anche al
concorso per il Teatro Mediterraneo, che fu assegnato ad altri, anche se le linee
dell'attuale teatro sono quelle da lui elaborate.
All'inaugurazione della Mostra, il 5 maggio 1940, il Re si congratulò con lui e
con lui parlò di Frattamaggiore e della lavorazione della canapa.
Per lo sviluppo dell'architettura in Europa vanno ricordati gli anni 1936 e 1937
in Germania, quando vengono allontanati i professionisti ebrei, qualcuno di
grande rilievo, come il Mendlsohn, si affermano figure nuove, come quella dello
Speer.
Con l'epurazione, seguita alla caduta del fascismo, Calza-Bini fu mandato al
campo di concentramento di Padula ed ivi Sirio si recava a visitarlo in compagnia
del figliuolo del famoso architetto, Giorgio. Ma anche Sirio fu perseguitato per
qualche carica ricoperta durante il regime, pur avendo operato con molto obiettività,
come dimostra l'aiuto da lui dato al capo dei comunisti napoletani Amedeo Vetere,
perché fosse impiegato all'Alfa di Pomigliano d'Arco.
Invitato a riprendere l'insegnamento universitario, rinunciò perché impegnato
in Spagna, con l'ingegnere Lamaro, per la costruzione di un quartiere di Barcellona.
Le sue opere, tutte meritevoli della massima attenzione, vanno dall'architettura
ospedaliera, fra cui primeggiano la Clinica Mediterranea e l'ospedale "Pausillipon"
di Napoli, all'edilizia pubblica, all'edilizia presidenziale, a quella religiosa, come la
Chiesa dei Padri Vocazionisti di Via Manzoni a Napoli, all'Architettura sociale,
quale il teatro Bracco a Napoli, il monumento agli eroi del 1821 (Morelli, Pepe,
Silvati) a Nola e quello a Salvatore Di Giacomo a Napoli, e poi i negozi, le ville,
le costruzioni navali, l'Architettura funeraria, le scenografie e varie pubblicazioni
anche monografiche, sulla storia dell'Architettura.
E non possiamo non ricordare i suoi commoventi e proficui incontri con Padre Pio,
iniziati nel 1940. Il frate che sta per essere elevato agli onori degli altari, volle che
egli progettasse la Casa Sollievo della Sofferenza, il grande ospedale costruito poi
a S. Giovanni Rotondo dal 1947 al 1956.
Questo bel libro, che si legge con profondo interesse, perché movendo dalle note
biografiche di Sirio Giametta, rievoca con appassionata analisi lo sviluppo, le
vicende, le realizzazioni, le notevoli affermazioni della nostra architettura nel
corso di questo secolo, palpita costantemente di avvenimenti che hanno
totalmente mutato l'aspetto del mondo.
SOSIO CAPASSO
ALFONSO D'ERRICO, La Grecia per l'avvenire del mondo,
Ed. La Città Futura, Grumo Nevano (NA) 1996.
La pubblicazione di un libro di Alfonso D'Errico costituisce sempre un evento
di sicuro interesse. Questo eccezionale cultore di studi classici, ha veramente
tanto dato alla Scuola sia nella maestria di un insegnamento costantemente
rivolto ad elevare l'animo dei giovani al culto del bello e del nobile con
l'acquisizione costante e sicura del sapere, sia mediante saggi sempre
particolarmente rilevanti per profondità di contenuto e per chiarezza espositiva,
attraverso una eccezionale padronanza del linguaggio.
E naturalmente un Maestro del suo calibro non poteva non dedicare questo
lavoro a suoi allievi, precisamente quelli della sezione A del Liceo "Garibaldi"
di Napoli che, nel 1967, conclusero un indimenticabile triennio di studi, vissuto
con gioia e divenuto patrimonio prezioso per il futuro di ciascuno di loro.
La prima parte del volume contiene la splendida conferenza che il D'Errico
tenne, il 18 febbraio 1990, per celebrare il trentennale della fondazione del Liceo
"Durante" di Frattamaggiore, conferenza che dà il titolo al saggio.
Partendo dai Cappadoci, ai quali si deve, nel IV secolo, il definitivo recupero
della tradizione classica, egli, sulla scorta dei massimi studiosi del nostro tempo,
dimostra quanto, nel corso dei secoli, attraverso la filosofia greca, Semplicità e
Bellezza abbiamo parlato e parlino a qualunque uomo che sappia operare con
rettitudine e perseguire fini onesti e leali.
Di particolari interesse l'attenzione rivolta alla scienza del linguaggio, scoperta
dai greci, i quali ne intuirono le categorie. Per altro, non vi è campo del sapere
nel quale questo nobile antichissimo popolo non abbia posta attenzione ed
avviato gli studi: così nel papiro trovato a Gerusalemme nel 1907 furono rilevati
frammenti dei teoremi meccanici intuiti da Archimede, mentre Plutarco, nel
De facie orbis lunae, dà inizio all'astrofisica, precorrendo di circa 1700 anni
gli studi del Kant. E nel 420 a.C. un trattato medico della Scuola di Ippocrate
suggerisce i metodi più validi per condurre la ricerca scientifica. Ed ancora,
2200 anni or sono, Aristarco poneva le basi della trigonometria e dava l'avvio
alla scoperta del sistema eliocentrico precedendo Copernico di ben 1800
anni.
Ed è nel mondo greco che prende consistenza l'umanesimo, così come noi
l'intendiamo e che ha portato alla conquista della libertà, intesa come bene
massimo da conservare e costantemente difendere.
Nel culto della bellezza, altamente idealizzata, i greci ammirarono la perfezione
del corpo umano, concepita come espressione dell'Armonia celeste, e la
immortalarono in opere d'arte intramontabili. Alto ebbero il concetto della
famiglia, profondo l'odio per il dispotismo; Epitteto ricordava: "Schiavi e servi
sono tuoi fratelli..." e Lucilio si chiedeva: "Perché non dovremmo mangiare alla
stessa tavola con dei servi che ne siano degni?..." Plutarco ci indica l'essenza
vera della mentalità ellenica: "... un anelito bruciante verso una forma suprema
di esistenza e la partecipazione alla realtà della vita, nel quadro di una sincera
solidarietà umana ...".
Nella seconda parte "Fragmenta", l'Autore, continuando l'interessante studio
dell'etimologia di vocaboli napoletani, tanto sapientemente condotta nel suo
saggio su Niccolò Capasso, ci conduce alla conoscenza della formazione di
parole quasi sòsere (alzare), chianetta (berrettino tondo), tortaniello (un
particolare manicaretto), Master Tisicuzzus (nientedimeno che Gian Battista
Vico), sciabacco (fanfarone), lazzaro (scugnizzo); e, sempre sulla scorta di
Niccolò Capasso, il D'Errico ci offre considerazioni altamente poetiche sia
sul mare di Napoli sia sulla profonda fede religiosa che animò il dotto
grumese.
Concludono il bel volume epigrafi dettate dall'Autore in varie circostanze,
in un latino perfetto nello stile, profondo nei concetti.
Un libro, questo, che veramente esalta i sentimenti più nobili del lettore e
risveglia in lui il fascino dell'eredità intramontabile del mondo classico.
SOSIO CAPASSO
GIOVANNI RECCIA, Storia di Grumo Nevano dalle origini
all'unità d'Italia, Fondi (LT), 1996.
Giovanni Reccia, in questo interessante saggio che, pur nella forma sintetica
e perciò più gradita, traccia in maniera chiara, le vicende della sua città natale,
Grumo Nevano in provincia di Napoli, dà prova di ampia preparazione, ottima
capacità di evidenziare l'essenziale, senza indulgere al superfluo, qualità sicure
di efficace narratore.
Prendendo le mosse dagli Osci, certamente fra i più remoti abitanti di queste
nostre terre, seguendoli nella loro espansione ed inquadrandoli fra gli altri
antichi popoli italici, particolarmente della Campania, egli ricorda l'importanza
di Atella, la più grande città di origine Osca, e tratteggia il percorso della Via
Atellana, di sicuro interesse per Grumo.
L'etimologia del nome della città, studiata sulla scorta degli studiosi che se ne
sono interessati, a partire dal Giustiniani, risulta di particolare interesse.
Seguendo le vicende che, in tempi lontanissimi interessarono la zona oggetto
del suo studio, egli si sofferma sugli Etruschi poi sui Sanniti, quindi sui Romani
non trascurando, in questa sintesi rapida, ma chiara, l'importanza assunta nel
teatro latino dalle famose "fabulae" atellane.
Trattando dell'avvento del cristianesimo egli ricorda gli aspetti salienti dell'apostolato
di S. Tammaro, patrono di Grumo e di S. Vito patrono di Nevano.
Grumo e Nevano fecero parte della Massa Atellana; nel 1132 parte del territorio
di Grumo fu concessa da un ufficiale normanno di Aversa al Monastero di S.
Biagio di questa città. Poi, con gli Angioini, ha inizio il periodo feudale.
Le drammatiche vicende vissute sia da Grumo, sia da Nevano, sia da tutti i
paesi circonvicini durante l'insurrezione napoletana del 1647, sono narrate in
maniera avvincente, costantemente suffragate dalle citazione degli storici
e cronisti che se ne sono interessati.
Menzione particolare meritano sia l'istituzione, il 18 gennaio 1757, dell'istituto
scolastico S. Gabriele, fondato dalla grumese Caterina Regnante per l'istruzione
delle orfane e posto sotto l'amministrazione del Vescovo di Aversa, sia la
presenza in Nevano del "Tribunale di Campagna", al quale era affidata la
repressione del brigantaggio.
Degni di particolare ricordo i grumesi Nicola Capasso, giureconsulto e
poeta, Niccolò Cirillo, fisico, Gianbattista Capasso, filosofo e poeta, Santolo
Cirillo, pittore, Giuseppe Pasquale Cirillo, scrittore e giureconsulto.
Ma la maggior gloria di Grumo Nevano è il celebre scienziato, medico e
botanico Domenico Cirillo, certamente fra i protagonisti più insigni della breve
Repubblica Partenopea del 1799 e martire della feroce repressione borbonica.
Per la chiarezza dell'esposizione e la felicità di sintesi, il libro del Reccia
meriterebbe di essere ampiamente divulgato nelle scuole grumesi per
accostare opportunamente i giovani alla storia cittadina.
SOSIO CAPASSO
AA.VV., Atti della Tavola Rotonda per il Beato Padre
Modestino, Rassegna Storica dei Comuni, a. XXII, n. 80/81, 1996,
Frattamaggiore.
La fine del secondo Millennio sta caratterizzandosi, giorno dopo giorno,
per il degrado umano e sociale che emerge a comune denominatore.
In questo contesto non edificante e che impaurisce per il nostro domani,
non manca qualche timida luce che sembra rischiarire un orizzonte altrimenti
invisibile.
La figura di Padre Modestino di Gesù e Maria, al secolo Domenico Nicola
Mazzarella (nato a Frattamaggiore nel 1802 e morto assistendo i colerosi a
Napoli nell'epidemia del 1854), assurto agli onori degli altari con la beatificazione
concessa dal santo Padre, Giovanni Paolo Il, il 29 gennaio 1995, sembra un
segno tangibile della Divina Provvidenza che, come negli anni tribolati di inizio
'800 nel napoletano, in questo scorcio di fine secolo conferma la validità di
quei valori di fede, speranza e carità, che, un materialismo trionfante tende
sempre più ad occultare.
Gli Atti della Tavola Rotonda per il Beato Padre Modestino, pubblicati a
cura della Rassegna Storica dei Comuni, raccolgono le relazioni che furono
presentate, in occasione del primo anniversario (1996) per la Beatificazione
del grande frattese, da Marco Corcione, Giudice di Pace e poliedrica figura
di intellettuale, da Sosio Capasso, fondatore e Presidente dell'Istituto di Studi
Atellani, Ente che ha organizzato le celebrazioni del Beato, da Padre Luca
De Rosa ofm, Postulatore generale della causa di canonizzazione di Padre
Modestino e dal Vescovo di Aversa, Mons. Lorenzo Chiarinelli.
I quattro contributi mettono in luce, pur nella diversità dell'approccio, una
figura che era modesta solo nel modo di offrirsi agli altri, mentre la sua opera
giganteggiava nella prima metà del secolo scorso, dove, come bene mostra
Corcione, non mancavano i problemi quotidiani e sociali e la predicazione non
poteva essere disgiunta da un operato materiale, valido avvicinamento ad una
umanità sofferente che ricercava nella Chiesa e nei suoi testimoni viventi una
concretizzazione della Speranza. E di questi temi, Corcione, con un acume
non comune, sorretto da una grande padronanza bibliografica, traccia un
accenno di storia di una «via meridionale alla Sanità», dove «i santi più
conosciuti ed amati sono santi piagati, esempi di macerazione fisica,
di sacrificio pieno, totale di sé all'adorazione e alla preghiera».
Sosio Capasso esamina i vari aspetti della vita terrena del Beato, che delle
sue umili origini (il padre Nicola, era funaio, mentre la madre, Teresa Esposito,
era tessitrice) seppe conservare la semplicità, la disponibilità e la solidarietà.
La relazione di Padre Luca De Rosa illumina gli aspetti universali della vita
del Beato, che visse in modo radicale i precetti evangelici di verginità, povertà
e obbedienza, sull'esempio di S. Francesco, che Modestino ebbe a constante
modello. Padre Luca sottolinea l'intensità della vita del Beato, la cui esistenza
«fu essenzialmente contemplativa e perciò totalmente consacrata al bene
del prossimo. Il contemplativo, infatti, è sempre molto vicino e molto
unito ad ogni uomo che soffre».
Mons. Lorenzo Chiarinelli evidenzia, nel suo intervento, la capacità che
Modestino, ancora oggi, ha di «attraversare, in tutte le direzioni, questo territorio
e farne emergere, con rinnovato vigoria, le tante energie riposte», abbandonando
gli egoismi, le prepotenze e i comportamenti asociali che il Beato continuamente
contrastò con il suo operato.
Gli Atti si chiudono con la riproposizione del «Discorso di Erasmo Parente
ofm nel 1° centenario della morte di Padre Modestino di Gesù e Maria»
tenuto nel 1954, che, pur con uno stile che rispecchia il tempo in cui fu
pronunciato, non manca di dare il suo contributo alla validità insostituibile
del libretto, che sicuramente costituirà un punto fermo negli studi sul Beato
frattese.
FRANCESCO GIACCO