LA LOCALITA' ARENA A CESA
di GIUSEPPE DE MICHELE
Più volte si sono fatte congetture sull'origine del termine «Arena», che denomina una
località cesana (1) (detta in modo popolaresco «'ncopp 'a rena») al confine con Aversa
e S. Antimo.
Tra le varie ipotesi via via accreditatesi, una in particolare si era fatta strada, ed era
rimasta la più plausibile: quella, cioè, che la località «Arena» (2) prendesse il nome dall'
omonima famiglia (3) di ricchi possidenti (4) che nella prima metà del '900 dimorava in
Cesa.
Ma in realtà il nome della località ha tutt'altra origine. Ne tracciamo brevemente la
storia.
Nel 1648 il feudo di Cesa era stato venduto da una certa Maria Villano alla famiglia
Mazzella (5). Nel 1729 il curatore della baronessa di Cesa Carlotta Mazzella Capece (6),
chiese che si stilasse una relazione di apprezzo della Terra di Cesa, a cui provvide
il Regio Consigliere Matteo de Ferrante in data 24 settembre 1729 (7).
«( ... ) la suddetta Terra sta sita, e posta otto miglia in circa distante da questa
Capitale ed un miglio dalla cospicua Città di Aversa; confina da Levante con li
Territori di S. Arpino, e Casale di Succivo; da mezzogiorno colla Terra di S.
Antimo; da Ponente con li Territori della Città di Aversa; e da Tramontana con
Gricignano e Casignano: è Terra tutta carrozzabile, e se non è d'Aria perfettissima,
non può dirsi cattiva; venendo stimata di aria buona, come le Terre convicine» (8).
In tal modo il de Ferrante dava inizio alla sua relazione di apprezzo.
Nel valutare la rendita del territorio denominato «l'Aspro», di moggia 5 circa, il
consigliere avrebbe potuto rifarsi ad un precedente apprezzo fatto da un tal
Vinaccia, secondo cui la rendita era di ducati 47 annui «franco di spesa». La
spesa era dovuta alla bonifica di tale territorio, che rimaneva alluvionato nei
periodi di piogge torrenziali. Non a caso la baronessa, in una sua nota, faceva
presente che nel 1721 la rendita era stata minore per le spese occorse a «levare
l'Arena stando detto territorio soggetto alla lava che cala da Marano, per cui si
sono spesi ogn'anno da sei sin'ad undici ducati». Nel 1727 ci fu un'altra alluvione
e si dovettero spendere «centinaja di ducati per togliere detta Arena» (9).
In pratica il territorio si trovava a un livello inferiore rispetto alla strada, per questo
veniva inondato. Prosciugatosi, esso restava arenato, cioè coperto da questo
terreno alluvionale, da questa arena; la rimozione dell'arena era un arduo lavoro
che spettava ai contadini già stremati da incessanti fatiche (semina, aratura,
raccolta, etc.) (10).
Si cercò di porre rimedio ingrandendo l'argine della via, poiché le inondazioni che
danneggiavano circa due moggia di terreno seminato ad orzo e uva (la rimanente
parte produceva paglia) (11), rendevano questo pezzo di terra «di minor condizione».
Quindi il de Ferrante non poté rifarsi alla precedente stima del terreno fatta dal
Vinaccia, e ridusse il valore redditizio ad «annui ducati 34, dal di cui capital prezzo
ne dedurrò la spesa necessaria per rendere a coltura l'Arenato suddetto».
Un altro territorio nelle pertinenze di Cesa, pure soggiaceva al cosiddetto arenamento (12):
era quello denominato «la Cappella dell'Oglio» (13). Per bonificare questo pezzo di
terra di sei moggia e mezzo circa, anch'esso seminato a orzo e viti, si spendevano
quattro ducati l'anno.
«Valuto detto corpo per annui ducati 52», concludeva il Regio Consigliere Matteo
de Ferrante», dal di cui capital prezzo ne leverò la spesa necessaria per togliere
l'Arena, che di presente vi si ritrova».
Attualmente è ancora possibile osservare il fenomeno dell'arenamento, seppure in
maniera molto ridotta (14). Inoltre esso non causa più, almeno nelle nostre zone, i danni
di tre secoli fa. Pertanto oggi la località «Arena» di Cesa non è più terreno di
«minor condizione», grazie alle fatiche e all'ingegno dell'uomo.
Note:
(1) La località «Arena» esiste anche in altri comuni della zona
atellana e la ragione dell'appellativo dato a queste località è da ricondursi ad un'unica
causa, come appresso specificheremo.
(2) Nella provincia di Catanzaro esiste un comune con questo
nome, di 2925 ab. a 496 metri d'altitudine. Cfr. Enciclopedia Universale Garzanti,
alla voce.
(3) La famiglia Arena era fra le più nobili di Napoli, poiché
già nel 1754 un marchese Arena risiedeva nella capitale del Regno. Cfr. Archivio di
Stato di Napoli, Catasti Onciari, vol. 351 pag. 1319. Un esponente di questa famiglia
inoltre, D. Arturo Arena, nel 1919 fu eletto sindaco di Cesa. Cfr. Alfonso De
Michele «I sindaci "cavalieri" di Cesa», in La Sferza del 2 agosto 1919.
(4) Possedeva la famiglia Arena a Cesa, fra l'altro, il vecchio
mulino, dove si macinavano il grano e le biade. Cfr. Francesco De Michele «Repertorio
fotografico», in «Cesa dei nostri nonni», Napoli 1978, e «Cesa, storia ... », Napoli
1987 pag. 26.
(5) Di Cesa ve n'è menzione in un diploma dei principi
Longobardi di Capua, Pandolfo I e Landolfo III, dell'anno 964. Loffredo Farafalla,
feudatario sotto Carlo Il e re Roberto d'Angiò, fu signore di Cesa nell'anno 1324.
Nel 1452 Alfonso d'Aragona concesse utile signoria del casale di Cesa a Giacomo
Barrese. Nel 1467, re Ferrante investì del detto casale Francesco figlio di Giacomo
e i suoi eredi e successori in perpetuo. Nell'anno 1508 Giovan Francesco e altri di
casa Maramaldo cedettero a Giovanni Del Tufo per duemila ducati alcuni diritti
ch'essi avevano sol casale di Cesa. Nel 1509 Giulia De Sonnino cedette a Berardino
De Sonnino, suo padre, le ragioni che essa aveva sopra la giurisdizione del casale di
Cesa. Giovanni Del Tufo lasciò il feudo al figlio Geronimo. Avendo quest'ultimo
sposato nel 1547 Antonia Carafa, il feudo passò alla famiglia Carafa. Il 9 luglio 1625,
Eligio Carafa vendette il casale di Cesa a Fabrizio Villano per 25100 ducati. Nel 1648
D. Anna Maria Villano, figlia di Fabrizio, principessa di Colubrano e utile padrona di
Cesa, vendette il detto casale a D. Carlo Mazzella Capece. L'8 marzo 1742 fu
venduto ad Antonio Palomba, Presidente della Camera della Sommaria, Barone
di Pascarola e Torre Carbonaia. Da Antonio Palomba il feudo nel 1760 passò
al figlio Francesco, e nel 1772 passò a Domenico, figlio di Francesco. L'8 giugno
1779, D. Domenico Maria Palomba, marchese di Cesa, vendette il feudo per
ducati 71326 al marchese D, Francesco Saverio Maresca «cum omnibus suis
iuribus, rationibus, corporibus, immunitatibus, privilegiis, iulisdictionibus, etc.».
Cfr. Francesco De Michele, «Cesa ed altri Comuni», Aversa 1984 pagg. 40-41
e Francesco Bruno De Michele, «Abbozzo storico su Cesa», Napoli 1939
pagg. 3-4.
(6) Figlia del Barone di Cesa D. Carlo Mazzella Capece.
(7) Nel 1729 la rendita della Terra di Cesa era amministrata
da due Eletti nominati da dodici Deputati che formavano l'Università. L'ultimo
censimento, che risaliva al 31 dicembre 1720, contava 168 fuochi (famiglie) e 1453
anime (abitanti). La cosiddetta conta delle anime veniva fatta dalle parrocchie.
Il patrimonio feudale era costituito dai corpi feudali (molino, forno, bottega lorda,
speziaria, bottega del barbiere, bottega del cuscitore, chianca, bottega del ferraro,
giardino grande dietro il Palazzo, giardino detto del Rosario, la Starza e i Cenzi) e
dai corpi burgensatici (il territorio detto l'Aspro, il territorio detto la Scampiola, il
territorio detto la Cappella dell'Oglio). Tra i corpi feudali vi era pure la Mastrodattia,
ovvero la giurisdizione sui vassalli, che era all'epoca di trenta ducati a fuoco e
rendeva annualmente 5040 ducati. Compariva nei corpi burgensatici, invece, la
cosiddetta Portolania, ossia la giurisdizione sull'accessibilità e l'uso dei luoghi
pubblici e delle vie (il mancato esercizio della giurisdizione da parte dei Portolano,
che era un magistrato, dimostrava che tale diritto poteva essere esercitato dal
proprietario del feudo). L'ufficio della Portolania di Aversa e suoi Casali, per metà
faceva parte della eredità di D. Carlo Mazzella, ultimo Barone di Cesa. La
rendita del feudo di Cesa nel 1729 era di annui ducati 7554, escluso l'ufficio
della Portolania che veniva apprezzato a parte.
(8) Tutte le parti virgolettate che si trovano nel testo sono
tratte da un documento dell'Archivio di Stato di Napoli, Pandetta Corrente, fasc.
684 vol. 2.
(9) Il termine arena significa sabbia. La presenza di questo
materiale nel nostro entroterra è da ricondursi all'attività del Vesuvio nei secoli
scorsi.. Cfr. Pietro Colletta, «Storia del reame di Napoli», Trezzano 1992 pagg.
151-153 e pag. 631.
(10) Quando nubifragi, alluvioni, siccità, danneggiavano i
raccolti, i contadini chiedevano di risparmiare sull'affitto dei terreni; ma i padroni
raramente accondiscendevano. Così ai poveri «braccianti di campagna» non
restava che appellarsi alla pietà del re. A riguardo si consultino alcune suppliche
in Archivio di Stato di Napoli, Monasteri Soppressi, fasc. 5532-5542.
(11) Il terreno produceva annualmente tomoli nove d'orzo
(il tomolo era l'unità di misura per i grani ed equivaleva a 50,5 litri) e cantàra 3
di paglia (il cantajo o cantàro era l'unità di misura per i solidi ed equivaleva a Kg.
90,8). Dai documenti non risulta la quantità di uva prodotta.
(12) Il fenomeno dell'arenamento a Cesa, risale perlomeno
alla seconda metà dei secolo XVII, poiché già rilevato dal Vinaccia in una sua
stima d'apprezzo precedente quella del 1729.
(13) Questo territorio si trovava nei pressi dell'antica Cappella
della Madonna dell'Oglio, di cui si ha notizia sin dal 1595. Cfr. Gaetano Parente,
«Origini e vicende ecclesiastiche della città di Aversa», Napoli 1858 vol. II pag. 343.
(14) Specie sulla via che collega Capua a Napoli, nel tratto
che va dal Ponte di Friano alle Colonne di Giugliano, dove si deposita terreno sabbioso,
specie al centro e ai margini della strada, dopo abbondanti piogge.
COMUNE DI CESA (CE)
l° CONCORSO LETTERARIO "FRANCESCO DE MICHELE "
Si può partecipare con tre poesie, in italiano, in vernacolo o anche in lingua straniera.
I lavori devono essere presentati in cinque copie dattiloscritte, senza il nome dell'Autore;
altra copia, con le generalità del concorrente, indirizzo, numero di telefono va inviata
in busta chiusa separata, unitamente alla prima, Sono in palio tre premi in denaro.
Il tutto da spedire al Comune di Cesa, Assessorato P I. e Cultura, entro il 25
novembre 1998.