L’ABATE VINCENZO LUPOLI
DA FRATTAMAGGIORE
E IL CODICE BORBONICO DI S. LEUCIO (*)
ANIELLO GENTILE
E’ la prima volta che ho l’onore di partecipare ad una manifestazione culturale dell’Istituto di
Studi Atellani e sono grato al Preside Capasso che mi ha rivolto l’invito con la sua abituale e
signorile cortesia, dandomi l’occasione di rivedere amici e di conoscere eminenti studiosi.
Avrei dovuto esprimere il mio ringraziamento molto prima per l’onore fattomi di chiamarmi a
presiedere il Comitato Scientifico del vostro prestigioso Istituto, ma il Preside conosce le ragioni
per cui non ero fino a qualche giorno fa nelle condizioni spirituali per farlo.
Sono lieto che si sia instaurata una collaborazione fra la Società di Storia Patria di Terra di
Lavoro e l’Istituto di Studi Atellani e nutro la fiducia che essa sarà indubbiamente proficua e
feconda.
Noi tutti siamo accomunati dagli stessi ideali d’amore verso la nostra terra. Del resto fu proprio
un vostro conterraneo ad esortare a lavorare per i luoghi ove si è nati ed aggiungeva «Se vuoi
essere universale, parla del tuo paese». Mi riferisco ovviamente a quel profondo studioso
dell’Italia medievale meridionale, Bartolommeo Capasso, che tutta la sua vita dedicò ad indagare
gli eventi salienti dei secoli passati e che nell’euristica storica applicò i criteri di metodologia della
ricerca degli storici tedeschi quali Taddeo Zielinski, il Niebuhr e Teodoro Mommsen, prima ancora
che a Napoli fossero conosciuti i Monumenta Germaniae Historica.
In nome di questi comuni ideali ho voluto in questa occasione godere del privilegio di donare
alla Biblioteca del Vostro Istituto la serie completa dell’Archivio Storico di Terra di Lavoro che
è l’organo ufficiale della nostra attività.
Le celebrazioni specie a distanza di secoli e le rievocazioni di uomini illustri corrono talvolta il
pericolo di creare una sorta di mitografia del personaggio, sotto la suggestione di comprensibili
sentimenti.
Ho letto con molta attenzione gli Atti delle pregevoli relazioni di eminenti studiosi alla 1a Tavola
Rotonda per il Beato Padre Modestino di Gesù e Maria e ne sono rimasto colpito. La coralità
dei giudizi su quest’uomo straordinario è di per sé stessa rivelatrice dell’affascinante personalità
del Beato Padre.
Indubbiamente la comunità frattese è emblematica in una Terra quale quella di Lavoro, Terra
benedetta da Dio, ferace di messi quanto fertile di ingegni. Non a caso, come ho appreso dal
saggio di Sosio Capasso, essa ha dato alla Chiesa ben cinque Vescovi, il primo dei quali è
Vincenzo Lupoli.
Forse vi sorprenderà l’apprendere quanto egli sia stato legato alla storia di uno dei centri più
importanti nell’area in cui si sviluppò la nuova Caserta. E cioè a S. Leucio, che nel corso del
‘700 fu sede abituale, mentre si costruiva la Reggia Vanvitelliana, dei primi due Re della Dinastia
dei Borbone, Carlo e Ferdinando, i quali proprio qui espressero la loro abilità venatoria che
fu una nota distintiva del loro carattere.
Vi tedierò solo per pochi minuti ancora, per fermarmi brevemente sui rapporti che Vincenzo
Lupoli ebbe con la corte borbonica e che gli guadagnarono fama europea. Ho la presunzione
di dire qualcosa di nuovo su questo insigne Beato.
Il 1789, un anno cruciale per il Regno delle Due Sicilie, si aprì con una iniziativa che doveva
costituire l’atto principale della cosiddetta «era di Ferdinando».
Nel gennaio di quell’anno fu pubblicato in soli 150 esemplari su carta imperiale d’Olanda per
le Leggi e carta reale per i Doveri, un volume il cui titolo era: «L’origine della popolazione di
S. Leucio e i suoi progressi fino al giorno d’oggi colle Leggi corrispondenti al buon Governo
di Essa» che comprendeva anche i «Doveri verso Dio, verso sé, verso gli Altri, verso il Re,
verso lo Stato, per uso delle Scuole normali di S. Leucio» ed un «Orario per il tempo della
Preghiera, Messa ed Esposizione del Santissimo per gli individui della popolazione di S. Leucio»,
opera meglio nota come il Codice di San Leucio.
Il codice fu subito tradotto in greco, tedesco e francese, traduzione, quest’ultima, dell’Abate
Louis Antoine Clémaron de S. Maurice, Gradué dans l’Université de Paris, regolarmente
autorizzata per il tramite di Mons. Capecelatro, allora Vescovo di Taranto. Senza dubbio la
più importante fu la traduzione latina, sotto il profilo culturale, fatta a distanza di qualche mese
dell’apparizione del codice, opera dell’Abate Vincenzo Lupoli, teologo dell’Ecc.ma Città di
Napoli (Frattamaggiore), professore di Diritto Ecclesiastico nella R. Università e membro di
diverse Accademie.
Come è noto, questo insigne letterato era nato a Frattamaggiore il 7 nov. del 1737. Nel 1774
ottenne per concorso la Cattedra delle Decretali e poi quella di Diritto nella R. Università.
Nominato Vescovo di Telese e di Cerreto nel 1791, morì il l° gennaio del 1800. Fu membro
di diverse Accademie «sì regionali che straniere» come si esprime Camillo Minieri Riccio, alle
cui Memorie storiche degli Scrittori nati nel Regno di Napoli, Napoli 1844, dobbiamo le
principali notizie bio-bibliografiche. Oltre alla Traduzione in latino delle Origini e delle Leggi
della Popolazione di S. Leucio, Napoli 1789, in 8°, scrisse le Iuris ecclesiastici prelectiones,
Napoli 1777, in quattro volumi; Iuris Neapolitani prelectiones, Napoli 1871, in due volumi;
le Iuris Imperialis prelectiones, Napoli 1786, in due volumi ed infine la Iuris naturae et gentium
prelectiones, pubblicate postume a Napoli nel 1804.
E fin qui nulla di nuovo. Veniamo al Codice di S. Leucio. La stampa dell’epoca dette particolare
risalto alla traduzione. Ecco quanto scrissero testualmente alcuni fogli d’informazione:
GAZZETTA CIVICA NAPOLETANA
Num. 32 Sabato 7 agosto 1790.
Con Sovrana previa approvazione, ed indi con sommo gradimento è stata presentata alle
MM.LL., e Regal Famiglia, la Regal Opera della Legislazione di S. Leucio, tradotta in Latino
ed arricchita di dotte, ed erudite Note dall’Abate Vincenzo Lupoli, Professore di Leggi, Teologo
di questa Eccellentissima Città, e Membro di diverse Accademie, ben noto alla Repubblica delle
Lettere per le molte sue egregie produzioni legali. La detta opera va tutta divisa alternativamente
in due pagine, Italiana l’una, e l’altra Latina, inclusavi ben anche la stessa Dedica a S.M., e la
elegantissima iscrizione, che al Re padre in nome della Colonia vi si aggiunge nella fine. Fa ella
onore al Traduttore per la sua erudizione, ed eleganza di scrivere.
NOTIZIE DEL MONDO
Num. 79 Venerdì 1 ottobre 1790 (Foglio di Firenze che suol ristamparsi in Napoli e darsi
nel Regno agli associati).
Il Ch. Autore, ben noto per il suo terso scriver Latino, e molto più per le condizioni del vero
sapere, l’ha corredata di molte e dotte Note Latino-Italiane, rischiarando, e confermando con
le massime della saggia antichità, quanto dall’Augusto Ferdinando viene qui economicamente
stabilito, in alcune ancor delle quali è interessata la Sovranità, difesa contro al fanatismo del
secolo filosofico, e le quali, sebbene staccate fra loro, considerate nel suo tutto, formano un bel
pezzo, o saggio di diritto di natura; quale peraltro Opera sotto il titolo Iuris Naturalis, o Revelati
Prelectiones sta dando più diffusamente alla luce l’illustre Autore, e la cita in alcune Note della
presente Legislazione. In fine poi di questa havvi una di più, una tenera ed elegante Iscrizione,
ancor Latino-Italiana, in nome della Colonia al Re Padre, esprimente i più vivi sentimenti di
gratitudine al Sovrano Benefattore. Tutta l’Opera, di bei caratteri oltracciò, e ben corretta, è
circa 150 pagine, vendibile presso il suo stampatore Michele Migliaccio.
CONTINUAZIONE DELLE NOVELLE LETTERARIE
Num. 49 Firenze 3 Dicembre 1790.
Legislazione di S. Leucio, in Latino con delle Note. Napoli 1789, nella Stamp. Reale, in
8°, di pp. 328, non compresa la Lettera Dedicatoria a S. M. Siciliana. Autore del Libro,
e l’indice de’ capitoli.
Noi torniamo per la terza volta a, parlar con piacere delle leggi, che l’Augusto Monarca delle
Due Sicilie si è degnato dettare di propria bocca e far pubblicare a benefizio speciale della nuova
Colonia da esso fondata sul selvoso Monte di S. Leucio, nelle vicinanze di Caserta. Dopo che
queste, fattesi note a tutta Europa, sono state analizzate da un recente Autore anonimo, e tradotte
da altri in Greco, in Francese, e Tedesco; restava adesso, che fossero trasportate in lingua Latina,
più delle altre comune a tutti i Dotti, ed è stato di fatto eseguito ciò dal celebre Sig. Ab. Vincenzo
Lupoli, Professore di Giurisprudenza, e Teologo Napoletano. L’eleganza dello stile, e l’elocuzione
puntuale, e precisa non lascian distinguere quale delle due lingue sia l’originale, e quale la versione.
Le Note poi, che il medesimo Sig. Lupoli ha fatto succedere all’Opera Regia, e che fanno quasi
due terzi di tutto il Libro, compariscono istruttive, sugose, e di mano maestra. Talune rilevano la
beneficenza, e l’amor paterno di quel Sovrano, tali altre l’ardente impegno per l’avanzamento
della gioventù nel viver Cristiano, nelle arti, e nell’economia, e tale la saviezza delle regole date a
quella Colonia, la munificenza, la dirittura delle vedute. Vi campeggia dappertutto un fino giudizio
dello Scrittore, il quale ora da sensato Giureconsulto, or da erudito Filologo, or da Storico illuminato,
or da Teologo sperimentato, ed or anco da Filosofo, a seconda delle Regali massime, e dei precetti
dati a quella Colonia, dichiara, estende, conferma, loda, e vorrebbe che dall’alto Monte di S. Leucio,
dove l’ottimo Re Ferdinando ha piantato come un bel tronco di scelta pianta, si estendesse l’ombra
di lei nel restante del Regno, e dippiù nelle altre Popolazioni e Città, come si può, e quanto si può
il meglio; ed in certi particolari punti ne propone ancor agevolmente i mezzi pel bene della Società.
Troppo si converrebbe dire, se tutto volessimo tirar fuori lo spirito di quelle Note, le quali insomma
son degne del nome dell’Autore, e della reputazione, che si è acquistata con molte altre sue
produzioni. In fine leggesi una Iscrizione Latina dello stesso Sig. Ab. Lupoli, degna di esser
posta in caratteri d’oro davanti a quella fortunata Colonia, per eternare insieme la beneficenza
del Re e la riconoscenza di tanto beneficata Popolazione nascente. Ci facciamo un pregio di
chiuder questo articolo con essa, non tanto per mostrare la dettatura precisa, ed affettuosa; quanto
ancora per far sempre più conoscere la storia, la natura, e l’epoca di sì degno Stabilimento.
(Siegue l’iscrizione che qui si tralascia, e che leggesi nell’Opera).
In seguito la GAZZETTA DI VENEZIA ‘Notizie del Mondo’, num. 104. Mercoledì 29
Decembre, portò lo stesso elogio della detta Traduzione. Tuttogiorno vantaggiosi dettagli
ne fanno ancora altri Fogli periodici; insigni Personaggi, e Letterati non cessano per via di
lettere di commendare la munificenza del Sapientissimo Sovrano per la novella Legislazione,
e la versione Latina, e le note del Traduttore, che tutto qui si tralascia.
GAZZETTA UNIVERSALE (di Firenze)
Num. 102. 14 Decembr. 1790.
S.M. sebbene lontana ha avuta presente la sua nuova Colonia di S. Leuce, avendo richiesto
per ben due volte al Principe di Tarsia, che subito spedisse a Vienna alcune copie della novella
Legislazione di S. Leuce medesima, tradotta in elegante Idioma Latino dal nostro Letterato,
l’Abate Don Vincenzo Lupoli, Teologo di questa Città, corredata di dotte Annotazioni
Latino-Italiane, la quale Opera gli presentò prima della partenza per la Germania, con una
Dedica alla M.S. e con un’analoga Iscrizione in fine in nome della Colonia. Il contenuto della
materia fa ammirare la magnanimità del Sovrano Legislatore, e l’erudizione del soggetto, che
vi ha apposte le annotazioni.
La traduzione, a fronte del testo italiano, era corredata da note, ugualmente in latino, di vasta
erudizione giuridica e filosofica (1), non insolita nei letterati di quel secolo. La forma latina
è curata e la lingua è estremamente forbita. Comprensibile, ovviamente, lo spirito cortigiano che anima
l’opera: dopo aver collocato Ferdinando al di sopra dei più famosi legislatori dell’antichità,
l’Abate Lupoli fa alla fine un’esaltazione del re e della famiglia reale, concludendo con l’elegante
epigrafe latina che ancora si può leggere alla base della statua di Ferdinando I eretta nel Belvedere
di S. Leucio, incisa nel 1824 ad opera del Cav. Antonio Sancio, Amministratore, in quel tempo,
del Real Sito di S. Leucio e del Sito Reale di Caserta.
La traduzione della Legislazione in latino, oltre a costituire un fatto di cultura, contribuì, a
diffondere all’estero, specie nei paesi dove si conosceva molto più la lingua di Cicerone che quella
di Dante, il Codice leuciano. Ferdinando IV ne ebbe prova diretta quando l’anno dopo, recatosi
in Austria e Germania per presenziare alla cerimonia del fidanzamento del figlio Francesco con
l’Arciduchessa Maria Clementina e per l’incoronazione a Imperatore del cognato Leopoldo II,
dovette espressamente richiederne a Napoli varie copie, come si ricava dal seguente carteggio
dell’epoca:
Lettera di officio di S.E. il Sig. Principe di Tarsia, Soprintendente alla Regal Colonia di
S. Leucio, all’Ab. Lupoli, in nome di S.M. che si degnò richieder da Vienna alcune copie
di detta Traduzione.
Molto Illustre e Rev. Signore.
Avendomi S.M. richiesto da Vienna dieci in dodici copie del libro di V.S. fatto in Latino, ed
Italiano per la Legislazione di S. Leucio, siccome io non me ne ritrovo altra, che quell’una copia,
che Ella mi favorì, così sono a pregarla ad aver la bontà di farmi pervenire dodici altre copie del
detto libro, per poterle inviare prontamente alla M.S. ed in tale attenzione resto colla solita stima
confermandomi di V.S.
Napoli, 27 settembre 1790.
Affezionatissimo per servirla
Il Principe di Tarsia
Sig. D. Vincenzo Lupoli - Napoli
Per il gradimento che detta Opera incontrava nella Germania, si degnò S.M. di nuovo
scrivere a S.E. il Signor Principe di Tarsia, richiedendone altre copie 24 che furon subito
spedite a Francofort, dove S.M. ritrovavasi per l’incoronazione in Imperatore dell’Augusto
Cognato Leopoldo II.
* * * * *
La traduzione latina dell’Abate Vincenzo Lupoli contribuì a far conoscere la Legislazione di S.
Leucio negli ambienti culturali europei più di quanto la diffusione dei prodotti della manifattura
della seta avesse fatto conoscere la Real Colonia e richiamò l’attenzione sulla organizzazione
etico-amministrativa di una comunità a struttura sociale basata sul principio dell’uguaglianza sia
sotto il profilo giuridico che economico, garantita da una regolamentazione che riguardava tutte
le manifestazioni della vita individuale e collettiva. Una regolamentazione che disciplinava i tempi
e i modi del lavoro, che fissava i criteri dell’istruzione da impartire agli adolescenti, che si
preoccupava di tutti gli aspetti della mutua assistenza e che alla base del vivere civile poneva
l’osservanza delle pratiche religiose, considerando la religione il cardine spirituale intorno al
quale ruotava la vita stessa della collettività. S. Leucio apparve come una specie di isola sotto
la protezione di un Re, illuminato e paterno, pensoso della "felicità" del popolo, secondo i più
puri canoni delle utopie settecentesche.
E se il piccolo Codice si inserisce proprio nella storia della più pura utopia che parte da quella
di Tommaso Moro, la traduzione latina lo introduce nella storia della cultura, sulle note di una
lingua universale, da millenni veicolo insostituibile alla circolazione delle idee.
E ciò per merito dell’Abate Vincenzo Lupoli, cittadino illustre di questa antica e nobile città.
Note:
(*) E’ questo il dotto intervento del Prof. Aniello Gentile, dell’Università di
Napoli, Presidente della Società di Storia Patria di Terra di Lavoro, il 28 febbraio 1998, in occasione
della presentazione del numero speciale di questo periodico dedicato agli atti della Tavola Rotonda,
tenuta il 29 gennaio 1996, nella ricorrenza del primo anniversario della beatificazione del Padre
Modestino di Gesù e Maria da Frattamaggiore.
(1) Il commento analitico in latino ai vari capi della Legislatura era corredato
da richiami alla Bibbia, al diritto e ai filosofi greci e romani, i riferimenti agli Enciclopedisti francesi,
a Voltaire, al Pudendorf e al Grozio, a Montesquieu e a Rousseau espressi nelle Note, condotte
su antiche edizioni dei testi.