RECENSIONI

MARCO CORCIONE, La fine di un regno (cattolici e seconda repubblica), Edizioni di «Momentocittà», Napoli-Afragola 1994.

Questo nuovo saggio di Marco Corcione fa seguito all'altra sua bella raccolta, La città rifondata, dedicata agli editoriali apparsi nel battagliero periodico afragolese, Momentocittà, nel periodo 1986-1992. Il nuovo volume contiene gli ulteriori fondi pubblicati negli anni 1992-1993.
Non v'è dubbio che il coraggioso Prof. Luigi Grillo, protagonista di questa bella impresa editoriale, ha saputo dar vita nella sua città ad un movimento politico-culturale degno di rilievo e destinato ad essere ricordato nel tempo. Anima di tale movimento è stato il nostro Marco Corcione, che, attraverso i suoi scritti, ha costantemente rivelato un intuito ammirevole, una capacità di saper lucidamente prevedere gli avvenimenti che andavano maturando, una indubbia capacità nel valutare uomini e fatti.
Il libro è dedicato all'On. Vincenzo Mancini, «politico e legislatore sagace per un trentennio, acuto esponente nel governo della nazione, stimato ed apprezzato Presidente della Commissione Lavoro della Camera, ma sopratutto simbolo di alto rigore morale ... ».
L'introduzione di Antonio Mari è un saggio dotto, appassionato ed arguto che ripercorre, con rara capacità di sintesi connessa ad una esposizione chiara ed avvincente, la successiva e sempre più profonda partecipazione dei cattolici alla vita politica ítaliana. Francesco Giacco, che ha dettato la presentazione, ha evidenziato l'impegno profondo che Momentocittà ha avuto nel rinnovamento della vita civile e politica di Afragola, con riflessi non secondari in tutto il territorio circostante.
I Senatori On.li Alfonso Capone e Nello Palumbo, con due brevi, ma efficaci testimonianze, conferiscono al testo validità di concreta testimonianza degli avvenimenti tanto profondamente innovatori che si sono verificati in questi ultimi anni.
Nell'articolo Adesso cambierà qualcosa? (n. 4, aprile 1992), con il quale si apre il volume, il Corcione tira le somme della secca sconfitta del quadripartito nelle elezioni del 5-6 aprile 1992: «La protesta, che è uscita dalle urne, rappresenta il doloroso segnale di un popolo attivo, stanco di vedersi governato da gente incapace, da malversatori e dalle facciatoste vecchie di quarantanni e passa».
E più oltre, in E' la fine di un regno? (n. 12, dicembre 1992), l'Au­tore, con acuto sarcasmo, ma sem­pre con maturità di giudizio, esa­mina «il tonfo catastrofico dei partiti di governo in relazione al test amministrativo del 13-14 di­cembre». Dopo aver trattato delle tante malefatte della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista, guidato da Bettino Craxi, afferma acutamente: «Se poi dessimo una occhiata ai vari Consigli regionali, provinciali e comunali, allora ci troveremmo nelle mani una lunga lista di pubblici ladroni, molti dei quali fieri delle loro magagne».
Ne L'acquisto delle indulgenze (n. 1, gennaio 1993) prende in con­siderazíone il tanto conclamato, rin­novamento della Democrazia Cri­stiana, di fatto mai realizzato, e, con senso di profonda angoscia, afferma: «Se c'è una qualche com­prensione per il malcostume socialista, non è proprio pensabile che un partito, il quale si ispira ai principi ed ai valori cristiani, possa essere attaccato dal tarlo di­struttore del malaffare».
Segue, nel testo, Il tempo delle scelte (n. 2, febbraio 1993) ove, in apertura, pone ai lettori l'avvilente quesito: « Chi l'avrebbe mai detto che la Prima Repubblica fosse crol­lata sotto la violenza della corru­zione e del malaffare imperanti, piuttosto che essere rifondata dal pensiero dei filosofi del diritto e dei grandi costituzionalisti, dei quali pure possiamo menare van­to?»
Ma i partiti, invece di rapaci organizzazioni quali si sono dimo­strati, come avrebbero dovuto es­sere? «Abbiamo detto già in pas­sato che non è in discussione il ruolo dei partiti nella nostra so­cietà, quanto piuttosto la loro fun­zione nella storia del paese. Ab­biamo tentato di dire che non pia­ceva un partito-piovra, che con i suoi tentacoli ributtanti occupava il potere fino a stritolare la so­cietà (come purtroppo è avvenu­to) e che avremmo preferito un partito dell'elettore, capace di svol­gere una mediazione tra il citta­dino e l'amministrazione dello Sta­to con la ideazione di progetti po­litici ».
Il crollo di un apparato politico, durato al potere per oltre un qua­rantennio, ha certamente determi­nato nella gente non poche per­plessità ed il Corcione non manca di ammonire saggiamente (Si sen­tono braccati, n. 3, marzo 1993): « Ai cittadini bisogna far capire che non devono lasciarsi andare a frasi del genere "Ma, poi, dopo che cosa succederà?". Questo è un atteggiamento pericoloso, che mo­stra una caduta di tensione».
Non meno acuta è l'osservazione (L'inutile Canossa, n. 4, aprile 1993) «che non esiste più il partito dei cattolici, ma vi sono i cattolici, i quali attraverso il volontariato, i movimenti ecclesiali, i gruppi or­ganizzati, i gruppi associativi, en­trano in un partito e possono an­che dar vita ad un partito».
Un giudizio severo l'Autore pro­nuncia in merito ai movimenti po­litici che, per decenni, furono al­leati della DC: «Giova proprio parlare dei partiti satelliti, quali Pri, Psdi, Pli? Dobbiamo confes­sare che di fronte a qualche vicenda del Pri restiamo sconcertati. Non abbiamo nessuna esitazione a non prendere in considerazione un partito, come il Psdi, che si è visto mettere in galera, perché mariuoli, tre segretari nazionali quali Tanassi, Nicolazzi e Longo (ricordate, quello che aveva la faccia di uno della «banda bassotti »?). Crediamo che non vada assegnato nessun credito al Pli, il quale, dopo la stagione malagodiana e zanoniana che sembrava legare un filo ideale alla valenza storica del liberalismo cavouriano, è finito miseramente nelle tangenti e nelle manette di De Lorenzo senior. Craxi, i craxiani ed il rampismo craxiano hanno stuprato la grande ideologia libertaria di un Andrea Costa, di un Turati, di un Bissolati; hanno ucciso la storia del movimento, operaio; hanno tratto dalla tomba le ossa di Nenni e le hanno calpestate; hanno offeso a morte un grande vegliardo, onore, e vanto della nostra cultura e del nosto mondo accademico, come Francesco De Martino» (La caduta degli dei e le stalle di Augia, n. 5, maggio 1993).
Non mancano, pur nel diffondersi costante sui lagrimevoli avvenimenti nazionali, gli addentellati alle vicende locali che vedono le civiche amministrazioni succedersi con ritmo incalzante: «Afragola come Firenze (quella medievale però). Secondo il Poeta in quella città il governo cambiava più presto del volgere della luna» (Gli ultimi giorni di Pompei, n. 6, giugno 1993).
Un totale riassetto della vita politica su vasta scala deve prendere, le mosse da una profonda pulizia nelle amministrazioni locali; eliminare quanti per decenni sono stati i rappresentanti dei faccendieri a livello governativo, hanno procurato a costoro quella mole di voti che ha loro consentito di maneggiare gli affari più lauti e più loschi. «Non più tardi di qualche mese addietro parlare di Craxi, Andreotti, Forlani, De Mita, Pomicino, Di Donato, De Lorenzo e compagnia ... brutta, significava parlare degli intoccabili, dei sempiterni, dei pilastri della nostra Repubblica; oggi, parlare di questi può significare parlare di capibanda feroci e determinati ad ogni azione, di incursori con al soldo i loro masnadieri, di flotte di corsari e bucanieri ...» (Ma non sono gli eredi di Sturzo, n. 12, dicembre 1993).
Alla feconda attività di Momentocittà, dal quale partiva costante ed accorata la denuncia di Marco Corcione, si deve l'organizzazione in Afragola di un «Forum» che diede vita ad un dibattito appassionato con la partecipazione della parte migliore della cittadinanza.
Libro di stringente attualità, che si fa leggere con palpitante interesse e che fa rivivere momenti tanto tristi del più recente passato; sugli avvenimenti di quei giorni, tanto vicini, ma che appaiono già di un'altra epoca da dimenticare condannandola, getta un giudizio severo dettato da una coscienza educata al più rigido rigore morale. Un libro che rivela ancora una volta in Corcone la tempra di giornalista di solida fattura e che si ascrive fra le più nobili tradizioni culturali e civili di Afragola.

SOSIO CAPASSO


ALFONSO D'ERRICO, Niccolò Capasso (1671-1745), Amministrazione Comunale di Grumo Nevano (Na), 1994.

Alfonso D'Errico, l'illustre Filo­logo di Grumo Nevano, prestigioso Autore di testi apprezzatissimi nel settore delle discipline classiche, editi dalle più importanti case italiane; curatore di un'edizione cri­tica dell'opera di Plutarco, De tribus rei publicae generibus, che ha meritato, fra le molte, la recensione di Albin Lesky su Gnomon, nonché un lusinghiero riconosci­mento dell'Accademia dei Lincei e la qualifica di membro dell'International Plutarch Society di Rot­terdam; appassionato studioso, cu­ratore di un'interessante serie di saggi sulla vita e sull'opera di Pa­dre Pio di Pietrelcina, nonché di una profonda indagine critico-filo­logica sull'espressione greca del Padre Nostro, ci offre ora il dono prezioso di un esauriente lavoro sulla vita e l'opera multiforme e quanto mai varia ed interessante di Niccolò Capasso, grumese, eme­rito studioso di diritto, di teologia e raffinato compositore di poesie in lingua napoletana.
Il D'Errico è emerito componen­te del Comitato Scientifico del­l'«Istituto di Studi Atellani», il quale, nel 1989, con il patrocinio della Civica Amministrazione di Grumo Nevano e con la collabo­razione dell'Istituto Italiano di Stu­di Filosofici di Napoli, organizzò le manifestazioni per la celebra­zione del 250° anniversario della nascita di Domenico Cirillo, altro illustre grumese, scienziato e mar­tire della feroce repressione se­guita alla breve, ma gloriosa Re­pubblica Partenopea, come hanno opportunamente ricordato il Sin­daco della città, Angelo Di Lorenzo, e l'Assessore all'Educazione Gennaro Vergara. In quella occasione, il D'Errico fu fra i relatori più apprezzati.
Nacque Niccolò Capasso in Grumo Nevano il 13 settembre 1671. Fu educato in Napoli, nella casa dello zio paterno Francesco. Studiò con grande impegno ed eccellenti risultati il latino, il greco, l'ebraico; seppe usare la lingua latina con raffinata eleganza, tanto da diventare l'epigrafista del suo tempo. Coltivò con profonda passione gli studi di teologia e di diritto e, subito dopo la laurea, ebbe la cattedra delle Istituzioni Civili nell'Università di Napoli; a 32 anni successe a Geronimo Cappello quale Professore ordinario di Diritto Ecclesiastico e, più tardi, a 42 anni alla morte del famoso Domenicc Aulisio, fu chiamato alla cattedra delle Leggi Civili.
Il suo insegnamento, pur profondo di dottrina, aveva il dono della chiarezza ed esercitava sui giovani un fascino intenso. Quando, per motivi di età e di salute lasciò la cattedra universitaria, continuò ad impartire lezioni private di Retorica e Teologia nella sua casa, avendo sempre una larghissima partecipazione di allievi.
Si spense in Napoli, all'età d 74 anni, il l° giugno 1745.
Il D'Errico lamenta giustamente la scarsa attenzione che gli studiosi del Settecento Napoletano hanno avuto per Niccolò Capasso e cita quelli che di lui si sono interessati.
Abbiamo voluto condurre anche noi qualche indagine in proposito ed abbiamo rilevato, con sorpresa, che il Capasso è ignorato dall'Enciclopedia Treccani, mentre è citato dall'Enciclopedia UTET, nel vol. II, a pag. 1025, ove sono ricordati i 3 sonetti satirici e i 40 contro i petrarchisti, raccolti nel 1789 nel vol. XXIV della Collezione Porcelli, il quale indica come autore Nicola Corvo; più tardi, però, il Filologo frattese Carlo Mormile li rivendicò al Capasso.
Stranamente il nome dell'illustre grumese non è compreso nel Dizionario Letterario degli Autori della Bompiani, mentre il Dizionario Biografico degli Italiani, edito dall'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, ne traccia un interessante profilo nel vol. 180, a pag. 397, seguito da un'ampia bibliografia.
La Storia di Napoli, la prestigiosa opera in undici volumi, cita Niccolò Capasso frequentemente nei volumi VI, VII ed VIII.
Nella raccolta di questa Rassegna Storica dei Comuni, nel n. 1 del gennaio-febbraio 1973, abbiamo trovato una nostra recensione ad un libro del Preside Francesco Capasso, Favole e satire napoletane (Carlo Mormile - Nicola Capasso), edito in Frattamaggiore. Purtroppo abbiamo cercato inutilmente questo volume nella nostra biblioteca: chissà a chi sarà piaciuto!
Il lavoro di Alfonso D'Errico pone però, ora, veramente un punto fermo sull'opera quanto mai eclettica del Capasso; egli sa scendere in profondità nell'inesauribile filone della vasta produzione dello scrittore, del latinista, del poeta; ne studia le espressioni dialettali, andando, molto acutamente, alle loro più lontane origini greche e latine.
Il Martorana, nel volume del 1874, Notizie biografiche e bibliografiche degli scrittori del dialetto napoletano, ricorda che la «traduzione» dei primi sette libri dell'Iliade, dal greco in napoletano, del Capasso, fu pubblicata dal nipote Francesco nel 1761. Il D'Errico rileva che tale edizione è generalmente ignorata, perché mai più ristampata; egli ne reperì fortunatamente una copia nella libreria antiquaria di Fausto Fiorentino e, in quella circostanza, era presente Benedetto Croce, il quale, prendendo visione del testo, disse: «Niccolò Capasso, il grande giureconsulto». Il volume contiene la citata traduzione, che poi non è tale, ma un'opera originale, dell'Iliade di Omero, epigrammi ed iscrizioni in latino, qualche componimento greco, 21 sonetti in italiano, ed altri lavori in vernacolo napoletano.
Alfonso D'Errico magistralmente classifica la vasta produzione del Capasso: «ci troviamo dinanzi a due filoni nella trasmissione editoriale: da una parte, componimenti impegnati, di vario genere, in latino d'arte o maccheronico, e la cosidetta traduzione poetica dell'Iliade dal greco in lingua napoletana; dall'altra componimenti in italiano e in napoletano, leggeri, satirici, graffianti, scherzosi, erotici. Ed è naturale che per una valutazione organica e globale, un filone non può prescindere dall'altro».
Nell'attento esame che il D'Errico fa della multiforme onera di Niccolò, egli scende in profondità, riuscendo ad essere sempre chiaro e suscitando ampio interesse, pur nella difficoltà della materia. Le tante citazioni latine non stanca­no, ma conferiscono al testo una particolare agilità. Egli sa dimo­strare che veramente nel Capasso si nota «il lepido elevato al su­blime artistico-filosofico».
Profonde e dense di erudizione le opere professionali del grande grumese: Commentaria de verbo­rum obligationibus; De fideicom­misso prohibitorio; De iure accre­scendi inter egatarios; De vul­gari et pupillari substitutione; Dia­tribas de poenitentiis, et remissio­nibus; De iure patronus; De Tri­bunali Inquisitionis.
Accanto a tanta vasta produzio­ne scientifica, Niccolò Capasso de­dicò il suo tempo libero alla com­pilazione di argute poesie dialet­tali e di quell'Iliade in versi na­poletani, impropriamente da taluni definita «traduzione», ma in ef­fetti componimento originale.
Minuzioso e di vasto interesse l'esame che il D'Errico conduce sull'etimologia dei vocaboli napo­letani più caratteristici usati dal Capasso. Valga per tutti quanto detto per strangulaprievete; dice l'Autore: « Proprio il suffisso, di tono greco e in forma neutra, mi ha indotto a ricercare ed ho trovato che questa parola è di completa e complessa origine gre­ca. L'aggettivo strongülos significa rotondo, arrotondato, sferico, e nella forma sostantiva strongüla significa cose, pezzettini rotondi, arrotondati ... Ovviamente, in culinaria, strongüla, nell'uso parlato, valeva pezzettini rotondi, boccon­cini. L'aggettivo participiale prèponta significa bellini, carini, par­ticolari, eccezionali; nell'uso parlato, specie negli strati popolari, prèponta fu confuso con prèpete e poi prèvete, poi con riduzione, nel plurale, di -e- in -ie-».
Ovviamente, il rifacimento napo­letano dell'Iliade è il lavoro più importante del Capasso nel vasto campo della sua poetica. Angelo Manna così lo giudica: «L'Iliade senza dubbio è il suo capolavoro. Quanto ne guadagnerebbero in in­telligenza e prontezza tutta nostra, i nostri ragazzi, se accanto a quel­la di Omero essi studiassero an­che quella del sommo grumese». Ed il celebre abate Galiani così si era espresso: «Il travestimento di Omero può sicuramente dirsi superiore a quanti, in simil ge­nere, abbiansi in qualunque lin­gua. Stupendo ed elevatissimo in­gegno!»
«L'Iliade di Niccolò Capasso, in lingua napoletana - nota il D'Er­rico - si colloca per il contenuto nel quadro della produzione eroi­comica che si sviluppò sul modello del Tassoni, e che divenne una vera e propria moda. Ma del Tas­soni, in Capasso non ci sono né le note grossolanità né le dissa­crazioni; c'è, invece, il gusto del bizzarro e del nuovo: in Capasso non c'è il bizzarro comico e gros­solano di Tassoni, ma il bizzarro serio del Marino».
Parlando della Tempesta di Sha­kespeare, che il grande Eduardo rielaborò «nella maestosa musi­calità della lingua napoletana del Seicento, la stessa usata da Nic­colò Capasso», il D'Errico pone a raffronto l'eccelso drammaturgo inglese con l'illustre grumese e con il sommo Eduardo: «tre grandi anime, il cui incontro, nella per­cezione dell'armonia che si scatena dal fondersi di mare, aria, musiche, canti, è avvenuto a quelle altezze superbe, in cui la poesia brilla con i suoi segni eterni ed immutati».
In un carme latino, Giambattista Vico così presenta Niccolò Capas­so: Felix ingenio, rotundus ore / Adstricto es celeber stilo, et so­luto / Aeri indicio benignitatem / Praeverts studio probati amici. (Ed il D'Errico con raffinata eleganza traduce: «Di ingegno alto e fecondo, di eloquenza armoniosa, nello scrivere e nel parlare, famoso come poeta è come prosatore, acu­to e penetrante nei giudizi, tu su­peri e vanifichi ogni benevolenza con l'affetto dell'amico provato»).
Il bel libro di Alfonso D'Errico rende finalmente giustizia ad un Uomo che fu tanto grande nel sa­pere scientifico quanto nell'impegno poetico; abbiamo per suo me­rito un esame attento e minuzioso di quella che fu da parte del Ca­passo una considerazione attenta, sorridente, ma sempre profonda­mente umana della vita.

SOSIO CAPASSO