DOMENICO CIRILLO
e le «Osservazioni pratiche intorno
alla lue venerea»
E' con vero piacere che ho accettato di presentare il lavoro del Dott. Francesco
Lettiero sul medico napoletano Domenico Cirillo.
Ricordo Francesco Lettiero nato a Napoli nel 1962, studente prima (si è laureato
nel 1987 con un'interessante tesi sui danni virali al collo dell'utero), e specializzando
poi in Fisiopatologia Ostetrica e Ginecologica quando si aggirava attento e curioso
di sapere nelle stanze della Clinica Ginecologica e Ostetrica della 2a Facoltà di
Medicina di Napoli.
Non ha perciò destato meraviglie scoprire che il suo spirito indagatore si era
rivolto agli studiosi del passato delle nostre terre della Campania in particolare.
Dai testi antichi è emerso un Domenico Cirillo moderno, indagatore, obiettivo
nel quale il Dott. Lettiero sembra riconoscere la propria immagine.
All'allievo di ieri, attualmente vincitore del Dottorato di ricerca in patologia
oncologica presso la Clinica Ostetrica di Atene, tutta la nostra simpatia e
complimenti e l'invito a insistere nel suo proficuo lavoro esempio attuale della
possibilità di sposare la scienza medica con l'umanesimo. C'è da augurarsi che
il suo lavoro non si esaurisca nelle esigenze della nostra vita tecnologica e che
sia d'esempio ad altri giovani affinché le tradizioni e l'opera di coloro che ci
hanno preceduto possano far parte della nostra cultura e non si perdano
nell'oblio di una civiltà che distrugge il presente guardando al futuro, spesso
condizionata soltanto dall'interesse dell'immediato guadagno.
PROF. A. CARDONE
Dir. Cattedra di Ginecologia
ed Ostetricia di Catanzaro
Università di Reggio Calabria
Domenico Cirillo, nasce a Grumo Nevano il 10 Aprile 1739 da Innocenzo, medico
e botanico, e dalla n. d. Caterina Capasso.
La sua educazione viene affidata, prima, allo zio Santolo e, successivamente, allo zio
Niccolò.
A soli 16 anni si iscrive all'Università di Napoli e si laurea in Medicina e Chirurgia, il
2 Dicembre 1759.
Nel 1760, a soli 21 anni, vince il concorso per la cattedra di Botanica, che abbandonerà
nel 1774, per dirigere quella di Patologia e Materia Medica.
Medico personale della Regina Maria Carolina d'Austria, viaggia per tutta l'Europa
e conosce i medici più illustri del tempo, tra cui l'inglese Hunter col quale si lega di
grande amicizia.
Uomo di intuito notevole, precorre i tempi ed introduce innovazioni in materia medica,
che rappresenteranno il caposaldo della terapia, per oltre un secolo e mezzo.
E' il primo ad asserire l'esistenza di un contagio per via aerea della tubercolosi ed il
primo ad istituire un reparto di isolamento presso l'Ospedale Incurabili di Napoli
per i malati di tisi.
Insieme col Cotugno ed altri, a seguito della formazione di una commissione nominata
dalla «Deputazione di Salute» e dalle Autorità, ha il compito di redigere tutte le norme
di igiene e profilassi atte ad impedire i contagi; norme che tutt'oggi sono pienamente
valide, a partire dalla denuncia dei malati infetti, all'internamento degli stessi nei
nosocomi ed alla disinfezione delle loro case.
Nel 1776 compare la sua opera «Ad botanicas institutiones introductio», e nel 1780
«Nosologiae methodicae rudimenta».
Nello stesso anno appare, per la prima volta, «Osservazioni pratiche intorno alla
Lue Venerea», vero capolavoro del Cirillo, che illustra, nei suoi anni trascorsi
all'Ospedale Incurabili di Napoli (allora ospedale militare), le molteplici osservazioni
ed i casi clinici a lui presentatisi.
L'opera ha un così grande successo che viene tradotta in molte lingue, tra cui il francese
ed il russo.
Negli anni che vanno dal 1780 al 1782, vengono pubblicate le «Formulae
medicamentorum», seguite, poi, da «Pharmacopea londinensi exceptae», «Formulae
medicamentorum usitatiores», «De aqua frigida», «De tarantola», «Clavis universae
medicinae Linnae», «Metodo di somministrare la polvere antifebbrile del Dott.
James», «Materia medica del regno minerale», che rappresenta uno dei suoi lavori
più interessanti poiché contiene tutto lo spirito innovatore e la sperimentazione
farmacologica applicata alla clinica.
D. Cirillo è il primo a descrivere l'azione biologica dei farmaci negli animali e nell'uomo
e, giustamente, lo si può ritenere il padre della Farmacologia clinica sperimentale.
Altra sua opera notevole è il trattato «Dei Polsi», scritto dopo le sue esperienze al fianco
del celebre sfigmologo cinese Hivi Kiou, e da Cirillo notevolmente approfondite
in seguito.
Eccellente botanico conosce i colleghi più famosi del tempo, e merita tanto la loro
stima che il Linneo gli dedica una serie di piante fanerogame che chiama dal suo nome:
Cyrillacee.
Negli anni successivi al 1783, in cui ricompare una nuova edizione di «Osservazioni
pratiche intorno alla Lue Venerea», egli pubblica: «De Essentialibus nonnullorum
plantarum characteribus commentarium», nel 1784 e «Fundamenta botanicae,
sive Philosophiae botanicae explicatio» nel 1785.
Nel 1787 esce uno dei capolavori della zoologia dell'epoca e precisamente un
particolarissimo, trattato di Entomologia, dal titolo «Entomologiae Neapolitanae
specimen primum», dedicato a re Ferdinando.
Del 1790 è invece l'opera «Tabulae botanicae elementares etc.», mentre la
pubblicazione di «Plantarum rariorum Regni Neap.», è curata dal Cirillo fra il
1788 ed il 1792.
Durante la Repubblica Partenopea si dedica più che mai alla sua professione di medico,
e, solo dopo un certo periodo, accetta l'incarico di presidente della Commissione
Legislativa.
Egli lascia la sua vita di studioso, schiva e chiusa al mondo esterno, e vive la politica
come una missione.
Infatti, fa approvare un progetto di un Istituto di Carità Nazionale e di una Cassa
di Soccorso, ai quali, lui stesso, dona tutti i suoi averi.
Tutto ciò, però, non dura a lungo; la Repubblica cade sotto l'attacco del Cardinale
Ruffo e dell'ammiraglio Nelson.
Molti patrioti vengono passati per le armi, altri incarcerati.
Identica sorte tocca al Cirillo, che, rinchiuso prima nella stiva del vascello da guerra
«San Sebastian» e, poi, trasferito nella fossa del coccodrillo di Castelnuovo, è
condannato al capestro.
Dopo 4 lunghi mesi di prigionia e di tormenti, ormai provato nel fisico e nella mente,
la mattina del 29 Ottobre 1799, viene prelevato dalla tetra cella del Maschio Angioino,
dove era stato nel frattempo rinchiuso, e condotto al patibolo, insieme con altri patrioti,
tra cui M. Pagano.
Il suo corpo viene gettato in una fossa comune, nella Chiesa del Carmine, a
Napoli.
L'opera di maggior rilievo del Cirillo è senza dubbio «Osservazioni pratiche intorno
alla Lue Venerea», tradotta in svariate lingue, come già detto, grazie al successo avuto
per l'analiticità descrittiva minuziosissima e per la genialità deduttiva che gli permise
di ottenere successi terapeutici inaspettati.
Suo è il merito, in questo squisito trattato, di aver descritto nei particolari le complicanze
di questa malattia, e di averne connesso le multiformi manifestazioni, nonché di aver
sperimentato terapie all'avanguardia nel campo della sessuologia; terapie che solo di
recente sono state soppiantate dai moderni mezzi terapeutici.
L'opera pubblicata per la prima volta nel 1780, e poi riedita nel 1783, consta di
tre parti.
La prima è dedicata alla descrizione anatomopatologica ed alla clinica della Lue e di
altre malattie veneree.
La seconda parte, che reputo la più interessante, è invece dedicata interamente alla terapia
medica e chirurgica.
Infine, la terza ed ultima parte, altro non è che, (come egli stesso le definisce, «osservazioni
pratiche particolari»), una raccolta di casi clinici dettagliatamente descritti, che
«ascendono al numero di 50».
La prima parte dell'opera si apre con una «Considerazione generale delle malattie
veneree», seguita da undici articoli, ognuno dedicato ad uno specifico argomento, a sua
volta diviso in paragrafi.
La «Considerazione generale», descrive la maniera in cui si diffonde il contagio, le
analogie con altre malattie, i mezzi adoperati per la prevenzione, e le parti dell'organismo
che ordinariamente vengono colpite dalla malattia.
Per ciò che concerne la trasmissione della Lue, egli descrive, oltre a quella che
normalmente avviene per via sessuale, anche una trasmissione al neonato, da madre
infetta, durante il passaggio nel canale del parto, o tramite il latte di balia infetta.
Egli sostiene che il contagio avviene anche tramite l'uso di indumenti, oggetti, e servizi
igienici, usati in comune con persone infette, e, inoltre, anche attraverso piccole soluzioni
di continuo della cute.
Infatti, secondo Cirillo, nel rapporto sessuale, l'attrito crea delle piccolissime discontinuità
delle mucose, attraverso le quali, il «veleno celtico» (l'agente responsabile da noi oggi
identificato con il Treponema Pallidum), tramite quelle che lui definisce come
«boccucce dei vasi linfatici», e che in effetti sono rappresentate dalla rete dei capillari
linfatici, si porta ai linfonodi distrettuali ed in un secondo momento in circolo.
La localizzazione della malattia alle linfoghiandole distrettuali, è successiva alla comparsa
di manifestazioni iniziali locali, ed egli descrive una adenolinfopatia, che nella maggior
parte dei casi è inguinale, manifestandosi il contagio per la più inizialmente a livello
genitale.
Egli chiama le tumefazioni inguinali, col nome di «tinconi» ed a volte, «buboni»,
sottolineando però che spesso possono essere ritrovati, di una consistenza scirrosa,
anche a livello delle regioni del collo.
Si hanno descrizioni di casi con localizzazione polmonare della malattia che egli chiama
«tisichezza polmonare», e di ostruzioni epatiche, lienali e di «Idropisie» (versamenti
cavitari), le quali, altro non sono che manifestazioni della malattia in fase avanzata e
non adeguatamente curata. Tutte dovute, secondo l'autore, ad una «impedita
circolazione della linfa».
Così, anche il reumatismo articolare persistente, la sciatica, le pustole, non sono dovute
ad altro che al «veleno celtico», assorbito dai linfatici dell'organismo, alterandone
l'equilibrio.
Nelle esperienze riportate, sembra che il contagio non avvenisse, nella maggior parte
di casi, se non avesse luogo «lo sfregamento delle parti», (normale fenomeno durante
l'atto sessuale), o se si fosse unto con dell'olio i genitali, in modo da occludere, con
un sottile velo, le eventuali ferite, oppure utilizzando dopo il rapporto, lavaggi
intrauretrali di «alcale volatile», allungato con acqua.
Le sedi in cui si manifesta la malattia, vengono descritte come: il canale urinario, la
prostata, i genitali interni ed esterni, gli occhi, ma in genere queste vengono annoverate
come localizzazioni secondarie. In primis viene colpito l'apparato genitale esterno, con
localizzazioni sulla verga, sia superiormente che inferiormente, sul prepuzio, sia
internamente che esternamente e su tutta la cute che riveste il membro. A volte
però, si osservavano linfoadenopatie, oftalmie, strumi, gomme, senza che i genitali
ne fossero alterati.
Nel l° art. intitolato «Dell'ulcera venerea», vengono descritti i caratteri dell'ulcera
Luetica.
Secondo le cognizioni dell'epoca, il contagio, in genere, avveniva dopo aver avuto
rapporti sessuali con persone infette. Dopo qualche giorno, compariva sul pene o sul
prepuzio, un piccolissimo rilievo duro, tondo, indolente e arrossato ai margini, con un
puntino bianco al centro.
Il decorso, in genere, era benigno, salvo che il paziente fosse defedato; in questo caso
si manifestavano forme di estrema gravità, resistenti alla terapia.
Compariva allora un'escara biancastra simile al tetto delle vescicole, la quale ben presto
veniva digerita.
La seconda manifestazione, rappresentata dall'ulcera, nei soggetti defedati, assumeva
un aspetto più arrossato ai margini e una consistenza maggiore,e spesso il suo decorso
era talmente rapido, da erodere velocemente il pene, e causare, nei casi più gravi, la
gangrena del membro; per cui, in quest'ultimo caso, si ricorreva all'amputazione
dell'organo.
In genere però, il decorso era benigno e lento, ma dopo un tempo variabile, come
conseguenza della diffusione del «veleno gallico» (altra definizione della malattia luetica)
alle linfoghiandole inguinali, comparivano i «tinconi», che erano sempre preceduti da
una viva dolenzia e da un cordone inguinale dolentissimo.
A volte, però, i «tinconi» non si osservavano; e si riteneva che ciò accedesse solo nei
casi in cui, la virulenza della malattia era tale che il «veleno gallico» non ristagnava
abbastanza a lungo in tali sedi; ma l'opinione corrente era che questo venisse subito
portato in circolo e che passasse alla pelle, sottoforma di pustole.
Nei casi più gravi, ad interessamento locale, in cui si osservavano delle riacutizzazioni
delle lesioni, il Cirillo, pensò ad una reinfezione, caratterizzata, così come egli stesso
la descrisse, da ingrossamento del pene ed arrossamento del prepuzio (pene a
batacchio).
La comparsa di piaghe ed ulcere a livello del palato, bocca e naso, denotava che la
malattia era passata ad uno stato evolutivo superiore, e che, ormai, gli «umori erano
totalmente guasti».
Che le ulcere di queste sedi non avessero una rapida risoluzione, fu spiegata dall'Autore
col fatto che queste parti erano bagnate in continuazione dalla saliva, dal muco e quindi,
da qui, la lenta guarigione ed il doloroso decorso.
Continuando la trattazione, nel 2° art., intitolato «Del tincone venereo», ci accorgiamo
di come la medicina del tempo, già conosceva molte cose che oggi sembrano avveniristiche.
Si sapeva che il «tincone» fosse collegato anche ad altre malattie veneree e che
comparisse, nel caso della lue, solo quando l'ulcera era guarita. In uno, od entrambi
gli inguini, comparivano ingrossamenti delle ghiandole linfatiche, che si presentavano
dure e dolenti e che venivano indicati col nome «tinconi».
Questi soggetti, presentavano tumefazioni estese verso il pube, difficoltà nel deambulare
e notevole arrossamento locale.
In genere, dopo molto tempo, i «tinconi», andavano incontro a lenta suppurazione,
con febbri lunghe e violente.
Secondo l'Autore, queste manifestazioni erano sempre accompagnate da un'irregolarità
dei polsi e come egli stesso afferma: «I polsi sono irregolari e dopo 2 o 3 onde sfigmiche,
si nota una battuta ondosa e molle, tipica delle suppurazioni».
La febbre si presentava serotina, con senso di dolenzia a tutto il corpo ed alla testa;
al mattino era scomparsa, dopo abbondante sudorazione notturna, mentre i polsi
arteriosi, a volte, potevano essere duri, celeri e frequenti.
La sorte dei «tinconi», era dunque quella di suppurarsi e di fistolizzarsi esternamente.
A volte, quest'ultimi, potevano assumere consistenza scirrosa, e quest'accidente era
cagionato, in genere, da una somministrazione eccessiva di mercurio, dall'uso del fuoco
o dei caustici, usati per aprire il «tincone».
Il chirurgo in questi casi, poteva aiutare la guarigione incidendo, lasciando un ampio
drenaggio per agevolare lo svuotamento della cavità ascessuale e per favorire la
cicatrizzazione. Questo trattamento locale non era in grado certo di eradicare la lue,
e poteva accadere che i «tinconi» si trasformassero in piaghe suppurate, responsabili
della «tisichezza polmonare», delle «pustole», delle «gomme», e delle «carie delle
ossa».
La complicazione più temibile, derivata per lo più dall'uso del fuoco, era il «tincone
corrotto», caratterizzato da febbre, freddo, brividi, facies vultuosa, lingua gonfia e
rossa (al centro, invece, bianca e tartarosa) orine chiare, polsi duri; altra complicazione
del «tincone corrotto», ed ancor più temibile, era la gangrena.
Nel 3° art. intitolato «Della gonorrea», vi è una vasta trattazione dei caratteri e dei
segni clinici caratteristici della gonorrea, che ho deciso di trattare in modo più
approfondito, nel capitolo dedicato alla terapia, insieme con la «Spermatocele»,
che a sua volta è trattato nel 4° art.
Il 5° art. è invece comprensivo della trattazione delle manifestazioni tardive della lue,
quali le gomme e le esostosi.
Nel 6° art. vengono invece trattate le complicanze neurologiche, con riferimento
particolare alle svariate sindromi algiche.
Gli art. 7° ed 8°, trattano delle pustole e delle piaghe veneree, tra cui quella pilorica
ed il Morbus Niger di Ippocrate, caratterizzato dall'emissione di feci picee (melena).
Il 9° art. invece, è una dettagliata raccolta dei segni clinici che caratterizzano le
«complicazioni» della lue cronicizzata, quali la «tisichezza polmonare», le patologie
addominali, le emorragie nasali e l'ipertensione portale; dovute ad «ostruzione del
fegato e della milza».
Inoltre, sono, in esso, descritte le patologie oculari dovute alla lue. Il 10° art. è una
dissertazione sulla probabile natura del «veleno gallico». Mentre l'11° è interamente
dedicato al carattere dei polsi nelle malattie veneree.Vengono trattati nell'ordine: i
polsi universali, i capitali, il polso interno e quello esterno, i polsi ondosi, quello
della «tisichezza polmonare» e quello dei «tinconi», il polso della fimosi, il polso
delle parti genitali e del retto, e infine, il polso del fegato e della milza.
La 2a parte dell'opera è invece intitolata «Del metodo di curare eradicativamente
la lue» ed è composto da 3 capitoli.
Nella prefazione alla 2a parte dell'opera, il Cirillo, considera i casi possibili di una
terapia mercuriale; e ciò in base allo stato di salute dell'infermo e dallo stadio raggiunto
dalla malattia, senza, però, tralasciare le azioni biologiche di tale composto, la sua
composizione chimica, e gli effetti collaterali strettamente connessi al dosaggio.
Nell'art. l°, è illustrato il metodo di somministrazione dei vari composti mercuriali
usati internamente. In effetti già si conosceva l'uso del mercurio, nelle coliche e nelle
malattie renali, ma in caso di «lue venerea», esso veniva somministrato nel «ventricolo»
(stomaco) e qui, come Cirillo suppose, veniva sciolto dall'azione dei succhi gastrici e
poi immesso in circolo.
I composti conosciuti già allora, erano: il Sublimato corrosivo, il Mercurio dolce,
il Turbith minerale, che facilmente venivano solubilizzati a livello gastrico.
Egli cercò di fare una selezione di questi composti, considerando il reale beneficio
apportato all'organismo. Stabilì che alcuni composti quali il mercurio alcalino, alcalinizzato
e l'etiope bianco, nonché il mercurio combinato con zolfo (che produce il Cinnabro
o l'Etiope minerale), non erano da utilizzare, in quanto non assorbibili dall'organismo.
I composti più idonei invece, sembravano essere i Mercuriali salini e le calci
mercuriali.
Dalla combinazione del Mercurio con acidi «vegetabili», si ottenevano diversi sali
metallici quali il Nitro Mercuriale, il Sublimato corrosivo, la Panacea foliata ed il
Turbith minerale.
Il Nitro Mercuriale lo si poteva ottenere combinando mercurio ed acido nitroso,
ma ne risultava un sale «acutissimo e pungente», non certamente utile da somministrare,
ma prezioso nello sciogliere il mercurio da combinare con altre sostanze, poiché
altamente corrosivo.
Il sublimato corrosivo, si otteneva invece, combinando il mercurio con l'acido
muriatico; e fu utilizzato per la prima volta dal Barone Van Swieten, col nome di
Specifico Antivenereo dello Swieten.
Questi adoperò come solubilizzante, lo spirito di frumento, ed usava somministrarlo,
partendo dalla quarta parte o dalla metà di un acino ogni mattina, per la la settimana,
ed in seguito aumentava la dose a metà acino di mattina e metà di sera, aggiungendo
delle tisane composte da «infusioni di Legni Indiani» o da latte, per attenuare il
potere corrosivo.
Il Cirillo, pensò bene di adoperare lo spirito di vino, mancando dalle nostre parti
quello di frumento, per sciogliere il sublimato, e di edulcolarlo con «giulebbe».
Egli scioglieva 6 acini di sublimato per ogni libbra di spirito di vino e, di questa
soluzione, ne somministrava un cucchiaio mattina e sera. Con questo metodo,
riuscì a guarire le peggiori complicanze della lue, ma non sempre riuscì ad eradicare
la malattia; anzi nei trattamenti di lunga durata, ottenne emottisi, magrezze patologiche
e mali «incurabili».
La conseguenza di tale terapia era rappresentata da un complesso di sintomi,
che iniziando da violente epigastralgie e vomiti stimolati dalla semplice introduzione
di alimenti, terminavano nella Tabe o nel Morbus Niger (emissione di melena
dovuta ad emorragie gastrointestinali).
Cirillo dedusse che era l'uso del Sublimato corrosivo a provocare questi fenomeni,
dovuti alle ulcerazioni del «ventricolo», sicuramente causate dall'acido muriatico.
Col Turbith, le cose non cambiarono di molto, poiché questo composto veniva
ricavato dalla combinazione del mercurio con l'acido vitriolico, e lo stesso accadeva
per il Vitriuolo di Marte o di rame, per la Pietra Infernale (unione dell'argento con
l'acido nitroso) e per l'acqua Fagedenica (sublimato corrosivo + acqua di calce).
Poiché la sintomatologia, per lo più dovuta allo spasmo derivante dalla irritazione
chimica dello stomaco e degli altri visceri, sembrava scomparire somministrando
dell'oppio, il Cirillo ebbe la brillante idea di aggiungere direttamente l'oppio al
sublimato, secondo la seguente formula:
Mercur. Sublimat. Corrosivi,
Salis Ammoniaci ana grana vi.
Trit. Simul diligenter, ac deinde add.
Opii Thebaici grana sex
Pulveris sarsaeparillae 3 j.
Syrup. q.s. f. Pit. n. xxjv.
Con queste pillole, si praticava una settimana di terapia, somministrandone una
al mattino ed una alla sera. E la cura poteva essere protratta anche per lunghi
periodi di tempo, senza nessun effetto collaterale.
Cirillo, così come tratta nell'art. 2° pensò di adoperare i composti mercuriali
anche esternamente, poiché non in tutti i casi, riusciva ad eradicare la malattia.
E fu così che adoperando il Sublimato corrosivo per uso esterno, ottenne dei
successi insperati.
La formula originale che egli usò nella preparazione di tali «pomate» fu:
Mercur. Sublimat. Corrosiv. 3j.
Axung. parcin. n.r. unc. j.m.
Tritur. simul in mortar. vitr. per hor. xjj. ut f.ung.
In effetti, aggiunse il sale ammoniaco al sublimato per agevolarne la soluzione,
riducendo così la dose di quest'ultimo e indirettamente, gli effetti dannosi.
Unico veto all'uso delle «fregagioni», era rappresentato da quello stadio della Lue
conclamata, che egli definì «scorbuto gallico», o quando fossero presenti cachessia,
piaghe sordide e di vecchia data, nonché febbre o diarrea colliquativa.
La pelle doveva essere ammorbidita con bagni tiepidi per tre o quattro giorni, per
facilitare l'entrata, attraverso i pori cutanei, del mercurio, e, in aggiunta, bisognava
somministrare siero di latte o acqua di gramigna e decotti di «legni antivenerei».
Le prime applicazioni venivano fatte con un solo «dramma» di unguento, usando
1/2 «dramma» per ciascun piede, esclusivamente sotto le piante.
Questo unguento, fu da lui usato anche nella gonorrea, a livello perineale, ma causò
problemi per la formazione di piaghe superficiali.
Il latte invece, risultò utile nell'uso interno del sublimato corrosico, in quanto ne
tamponava l'effetto corrosivo sul «ventricolo». Lo schema terapeutico, includeva 3
applicazioni, ciascuna da 1 dramma complessivamente, poi seguiva un giorno di
riposo, nel quale il paziente doveva fare un bagno, per mitigare l'effetto infiammatorio
del mercurio. Si passava quindi, ad altre 3 applicazioni da 1 1/2 dramma, seguite da
un altro giorno di riposo, in cui si ripeteva il bagno; si continuava, così, fino ad
aumentare la dose a 2 «dramme» al giorno, senza però oltrepassarle, fino
all'estinguersi della malattia.
Nel caso che fossero comparse febbri, si sarebbe sospesa la cura, mentre il persistere
della stessa febbre, accompagnata da alito fetido, indicava che il male aveva causato
«tisichezza polmonare».
Le applicazioni dovevano essere effettuate ai principi di aprile, evitando l'inverno
rigido e l'estate torrida, mentre le ore più opportune alle applicazioni, erano le
serali.
Il sublimato veniva applicato con un guanto o con un sacchetto di pelle, sempre
accompagnato da una abbondante assunzione di liquidi.
Quando si aumentava il numero delle applicazioni, la lingua si ricopriva di tartaro,
l'alito diveniva fetido, compariva diarrea, e ciò altro non era che l'annunziarsi di
una totale guarigione.
Per ciò che concerne la cura delle manifestazioni locali della Lue e della gonorrea,
descritte nell'art. 30, quali le piaghe del pene, del prepuzio etc., di tipo recente,
queste, erano in genere trattate col fuoco o con la «pietra infernale», per evitare
che la malattia giungesse alle linfoghiandole inguinali.
Spesso però, poteva aversi suppurazione, per cui era necessario ricorrere alla cura
eradicativa con il sublimato, associata a diete rinfrescanti e a purganti quali la caffia,
la polpa di tamarindo, l'olio di ricino.
Il primo segno di guarigione era dato dalla caduta dell'escara e da un'ulcera dal fondo
rossastro. Utilissimo risultava lavare le piaghe con una «lavanda», inventata dal
Cirillo, la cui formula era:
Aqu. Fontan. unc. ij.
Mell. Aegypt. drach. ij. m.
Così con questa soluzione, si imbeveva un cencio, che veniva applicato sulle piaghe
2 volte al giorno; se invece vi era fimosi del prepuzio, questa soluzione veniva spruzzata
con una siringa, tra il glande ed il prepuzio stesso.
Se fosse sopravvenuta infiammazione, si poteva ovviare bene con l'acqua «vegetale
del Goulard».
Nel caso che le ulcere fossero divenute gangrenose, era vietato l'uso dei mercuriali;
ma era indispensabile quello della china, con buoni risultati.
Per ciò che concerne i «tinconi», la terapia più usata, consisteva in cataplasmi
emollienti di Malva, applicati localmente, per facilitarne la suppurazione e lo
svuotamento, oltre alla cura eradicativa con il sublimato usato esternamente.
Il segno della scomparsa imminente dei «tinconi», era dato dalla comparsa di
febbre. A volte però, non si riusciva a portarli a suppurazione, per cui si incidevano
chirurgicamente, per facilitarne lo svuotamento.
La complicazione più temibile era rappresentata però dal «tincone corrotto» che
cagionava il tetano.
Nella terapia della gonorrea, complessa risultava, invece, la scomparsa dei residui
che egli indica col nome di «goccetta» (scolo purulento uretrale).
Già da allora si sapeva che, una infezione cronica portava invariabilmente a
prostatiti ascessualizzate, con formazione di fistole. Una delle cure più in auge,
al tempo, consisteva nell'assumere molta acqua sulfurea, ma ciò non eradicava
la malattia e né tantomeno liberava i pazienti dal bruciore che si manifestava
durante la minzione.
Il Cirillo, pensò bene ad una azione favorevole delle «fregagioni» col sublimato
corrosivo, ma per evitare le noiose abrasioni perineali, ideò una nuova medicina,
ottenendo l'essiccazione completa dello scolo purulento e delle ulcere; la formula
di tale composto era:
Mercur. Sublimat. corrosiv. 3j.
Opii Thebaici gna. x.
Axung. parcin, n.R; unc. ij. m.
Tritur. in mort. per hor. xjj.
Utili risultavano le iniezioni intrauretrali con decotti ed acqua dolce, che impedivano
il ristagno delle secrezioni uretrali.
In genere, si preparavano le iniezioni con acqua di malva, o di altea, seme di lino
o canapa, gomma arabica, tregacanta o acqua di sperma di rane. A ciò si aggiungeva
il divieto di consumare vitto speziato o a base di carne.
A volte però, la soppressione inadeguata dello scolo purulento, portava tumefazione
testicolare, che il Cirillo descrisse col nome di Spermatocele o Idrosarcocele,
dovuta, secondo lui, ad un accumulo di acqua tra le membrane che avvolgevano
tale organo. Nelle fasi di acuzie, questa affezione, rispondeva spesso a delle
applicazioni di «empiastri» ottenuti con la malva, pane bollito nel latte, acqua di
Goulard, con una alga detta «Alga angustisalis vitriariorum», e a delle candelette
uretrali usate per richiamare lo scolo e far sì che i testicoli si sgonfiassero.
Se la tumefazione non si risolveva spontaneamente, si incideva chirurgicamente.
Nel caso che la piaga non si risolvesse, ciò poteva causare un carcinoma del
testicolo o una necrosi dell'organo; in questo caso era d'obbligo l'asportazione
(castrazione).
La formula dell'impiastro da lui usato era:
Gumm. Ammoniac. acet. Scillitico solut.
Iterum ad esemplastri consistentiam inspissat.
unc. ij.
Il 3° art., si chiude con la trattazione della terapia usata nelle complicanze tardive
della Lue, quali le «gomme», le «esostosi», e le «idropisie».
La 3a parte dell'opera, descrive cinquanta casi clinici, trattati presso l'Ospedale
Incurabili.
Lo spirito innovatore e, in particolare, il metodo scientifico dell'osservazione e
della descrizione della malattia e della terapia fanno del Cirillo un fondatore
della moderna medicina.
Egli è un precursore della semeiotica medica, della sperimentazione clinica e
della farmacologia sperimentale.
Ma la cosa che più colpisce è che egli seppe accomunare in una sintesi inscindibile,
quelle che oggi vengono indicate come «medicina ufficiale» e «medicina alternativa».
Fino all'avvento degli antibiotici, per più di 150 anni, le sue indicazioni farmacologiche,
restarono le uniche terapie efficaci nella cura della lue e delle altre malattie veneree.
FRANCESCO LETTIERO