Indice 1 2 3 4 5 6 7 8

Primo Seminario – Giovedì 3 ottobre 2002
Re Alfonso di Aragona conquista il Castello di Caivano

Relatori:
Arch. Luigi Maglio (Vicepresidente Sezione Campana Istituto Italiano dei Castelli)
Dott. Francesco Montanaro (Collaboratore Istituto di Studi Atellani)

Moderatore: Dott. Giacinto Libertini

Apertura dei lavori e Presidenza della seduta: Ing. Domenico Semplice (Sindaco di Caivano)

MODERATORE: Questa sera sono nella veste di presentatore dei Relatori nonché di chi darà l’apertura ufficiale ai nostri lavori, vale a dire, il nostro Sindaco. Questo è un momento di grande importanza: è il primo appuntamento di quattro “passi”, quattro incontri che contribuiranno ad un recupero della nostra memoria storica e ad una rivalorizzazione di quelli che sono beni fondamentali ma che purtroppo tendiamo a trascurare ed a sottovalutare. Infatti, abbiamo una grande storia, delle grandi tradizioni, in breve qualcosa di importante che dobbiamo recuperare. Nell’introdurre il Sindaco per il suo intervento di apertura dei lavori, sia quale cittadino che quale componente dell’Istituto di Studi Atellani, debbo rendergli grazie per la possibilità che, come capo dell’Amministrazione e di questa collettività, ha dato a questa Città di iniziare un recupero dei propri valori. Un recupero che auspichiamo sarà di esempio per altre collettività vicine anch’esse ricche di tradizioni e di storia e che pure attendono un pieno rilancio di un qualcosa che è di estrema importanza e che necessita di essere valorizzato. Un Grazie, quindi, al Sindaco nel cedergli la parola.

SINDACO: Ovviamente ringrazio i partecipanti a questo momento di incontro che segna una tappa importante nella nostra ricerca di un maggiore rapporto con il territorio. Voi sapete che la nostra zona, seppur ricca di tradizioni, sta negli ultimi tempi diventando sempre più amorfa da tale punto di vista. Questo è un degrado che colpisce il territorio non solo negli aspetti storici ma anche negli aspetti di sviluppo che noi tutti perseguiamo, sviluppo che non significa ovviamente solo produttività ma anche migliore qualità della vita e dell’ambiente e riscoperta delle tradizioni. Ho colto con grande favore l’iniziativa che mi propose Giacinto Libertini a nome dell’Istituto di Studi Atellani perché credo che questa riscoperta di tradizioni forti, non solo legate al Comune di Caivano in senso più stretto ma all’intorno del territorio della città, anche alla luce di alcune iniziative di carattere sovracomunale che stiamo portando avanti con i Sindaci dei Comuni vicini, ha l’importante obiettivo di tentare di uscire fuori da un senso di degrado che spesso ci attanaglia e che in qualche modo ci fa pensare solo al medio periodo e non a prospettive di qualificazione più estese nel tempo. Sono convinto che questa iniziativa e tante altre che stiamo cercando di portare avanti, anche attraverso iniziative culturali e di spettacolo, possano riqualificare le nostre aree. Abbiamo le intelligenze e le tradizioni per farlo. Sono convinto che da oggi inizia un percorso che, abbiamo chiamato “Quattro Passi” ma che è un percorso denso di significati e di presenze e che si protrarrà con altre iniziative di ricerca con un tema specifico nel campo della casa in collaborazione con l’Università di Napoli che pure va a cogliere, anche se con un taglio più minimalista, tutta una serie di impulsi del territorio nel campo culturale. Non mi resta fare altro che ringraziare gli organizzatori del convegno ma soprattutto i partecipanti che vedo numerosi e quindi sono anche orgoglioso che questa iniziativa, partita con un po' di preoccupazione sulla capacità di rapportarsi al territorio. Mi sembra invece che l’interesse è alto e quindi sono convinto che abbiamo forse fatto una scelta giusta e che a valle di questi quattro appuntamenti trarremo dei risultati opportuni ed importanti per la nostra città. Grazie.

MODERATORE: Un ulteriore grazie al Sindaco per le sue gentili parole. Ha dimenticato solo una cosa, vale a dire che vi è stata collaborazione massima da parte del Comune e delle strutture comunali. E’ vero che la proposta è stata dell’Istituto di Studi Atellani, però poi l’iniziativa ha camminato sulle gambe sia della struttura del Comune che dei sostenitori dell’Istituto degli Studi Atellani. Pertanto, non è stata un’iniziativa soltanto dell’Istituto: è un’iniziativa che è radicata nel territorio, nel senso che ha trovato una corrispondenza del Comune nel suo complesso. Detto questo, procedo a questo punto con l’introduzione del primo relatore: l’arch. Luigi Maglio, Vicepresidente della Sezione Campana dei Castelli. I castelli in Campania sono circa 800, di cui una parte sono inabitabili, altri come questo in condizioni abbastanza buone e quantomeno abitabili. I castelli sono qualche cosa di importante per la storia dei Comuni; un tempo erano un po' l’identità dei Comuni. Pertanto, con gioia e grande piacere cedo la parola all’arch. Maglio che ci parlerà dei castelli in generale ed in particolare del nostro amato ed importantissimo castello, ringraziandolo in anticipo per il suo contributo.

ARCH. LUIGI MAGLIO: Buona sera, sono addetto anche al Consiglio Scientifico dell’Istituto Italiano dei Castelli che è un’organizzazione internazionale che si occupa dal 1964 di promuovere tutte quelle azioni tendenti alla valorizzazione, alla conoscenza ed allo studio delle architetture fortificate. Quando parliamo di architettura fortificata naturalmente, il nome dell’Istituto - Istituto Italiano dei Castelli - può trarre in inganno.
I castelli nell’accezione più pura del termine, sono un frammento soltanto di quel grandissimo, immenso, fenomeno che è la storia dell’architettura militare, la quale attraversa, anche nella nostra regione, la Campania, almeno 36 secoli di storia: dalle costruzioni megalitiche dei Sanniti fino addirittura ai bunker della seconda guerra mondiale. Indubbiamente il castello è la testimonianza di architettura militare più vicina a noi perché è anche quella preservata meglio: realizzati durante il Medioevo, anche attraverso una serie di manomissioni e trasformazioni, spesso sono giunti fortunosamente a noi, anche se trasformati.
Veniamo ora alla relazione che esporrò stasera (Titolo della Relazione: Le fortificazioni in Campania ed in Italia Meridionale al tempo del Castello di Caivano).
Il Castello di Caivano, da un punto di vista storico - architettonico, si presenta ancora oggi piuttosto interessante anche se i danni della Seconda Guerra Mondiale e le successive opere di ricostruzione hanno determinato alcune irreversibili compromissioni. Per lungo tempo dipendente da S. Arcangelo, il feudo di Caivano divenne autonomo in epoca angioina e presumibilmente tra la fine del XIII e gli inizi XIV secolo venne realizzato il castello.


Castello di Caivano – Angolo sud-est


Castello di Caivano – Mastio

Con l’arrivo degli Angioini in Italia Meridionale, dopo la Battaglia di Benevento nel 1266, si verifica un completo stravolgimento dei canoni dell’architettura militare di tipo normanno - svevo e che fondamentalmente erano legati ad una tipologia ben precisa, vale a dire quella della torre a pianta quadrata. In particolare, i castelli federiciani erano contraddistinti da un impianto quadrangolare con cortile interno e torri quadrate poste ai vertici del perimetro difensivo. Indubbiamente questi canoni dovettero influenzare le iniziali realizzazioni francesi sotto Carlo I d’Angiò, soprattutto a causa della presenza di affermate maestranze locali che avevano lavorato precedentemente su incarico svevo.
Appare significativo in tal senso il caso del castello di Melfi che mostra le torri della cortina esterna a pianta quadrata o poligonale, realizzate intorno al 1280-1285 ad opera di un architetto pugliese, Riccardo da Foggia, anche se i lavori furono sovrintesi dal francese Pierre d’Agincourt. Un passaggio successivo è rappresentato dall’intervento di potenziamento del castello di Lucera. A Lucera il recinto fortificato di epoca sveva viene sottoposto, nel tratto nord-orientale, ad un grande rimaneggiamento prevalentemente ad opera di Pierre d’Agincourt che servirà a lungo i d’Angiò come protomagister. Ad egli è dovuta la realizzazione delle due torri circolari di cui una, la cosiddetta Torre Regina, assume notevolissime proporzioni. Le torri realizzate a Lucera, non esenti da influenze francesi, possono considerarsi in un certo senso i prototipi delle torri che troveranno larghissima diffusione tra la fine del XIII secolo e tutto il XIV secolo in Italia Meridionale. La prima sostanziale innovazione dell’architettura militare angioina può considerarsi rappresentata dalla proliferazione di una sezione circolare delle torri, anche se non innovativa in senso assoluto, in quanto tale impianto viene saltuariamente adottato sia in epoca sveva (Caserta Vecchia, Catania, Siracusa) che, ancor prima, dai normanni in alcuni dei loro donjons (Montella, Torella dei Lombardi, Rocca S. Felice).
L’adozione della sezione circolare diventerà quindi sistematica a partire dalla seconda metà del XIII secolo e si rivelerà di fondamentale importanza dal punto di vista tecnico - militare.
Già in epoca romana era noto come una torre dotata di superficie circolare fosse in grado di resistere meglio all’impatto dei proiettili scagliati dalle macchine ossidionali, principalmente catapulte e mangani, in quanto il punto di incidenza del proiettile sulla superficie curvilinea faceva sì che le sollecitazioni impresse alla muratura potessero essere distribuite ed assorbite nei settori di muratura circostante. Al contrario, con la sezione quadrata delle torri, l’energia del proiettile si concentrava tutta in un’area assai circoscritta, perfettamente ortogonale alla direzione del proiettile stesso, con effetti conseguentemente ben più devastanti.
La configurazione circolare trova confermata e rafforzata la sua importanza, anche perché la sua diffusione coincide, o si anticipa al massimo di poco, con l’introduzione della polvere nera. L’applicazione e diffusione di quest’ultima sui campi di battaglia determinerà, in tempi relativamente modesti, una vera e propria rivoluzione nel settore delle tecniche d’assedio, con l’introduzione delle prime artiglierie. La polvere nera era composta di zolfo, salnitro e carbone da ardere. Dopo l’unione di questi vari elementi in parti diverse e preparati a secco, attraverso una scintilla se ne determinava lo scoppio che forniva una notevole energia cinetica al proiettile, scagliato da rudimentali cannoni. Le prime bombarde in realtà avevano la forma, né più e né meno, di grossi vasi capovolti: quindi un grande calibro cui corrispondeva uno sviluppo longitudinale (anima) molto contenuto. Il problema principale delle prime artiglierie, che compaiono all’inizio del XIV secolo, era rappresentato dal proiettile in pietra, ovvero dalla imprecisa corrispondenza della sua superficie sferica grossolanamente lavorata con l’anima della bocca da fuoco. Ne conseguiva una traiettoria di tiro irregolare che, unitamente alla scarsa energia residuale con cui i proiettili, dopo la loro corsa, si schiantavano contro le cortine difensive, faceva sì che tali ordigni procurassero più un effetto psicologico che danni sostanziali. Ma le cose sarebbero in seguito mutate, con l’introduzione, alla fine del XV secolo, dei proiettili in ferro.
Da un punto di vista storico, una delle prime utilizzazioni delle artiglierie sul campo di battaglia è ad opera degli inglesi nella battaglia di Crecy (1346), durante la guerra dei Cento Anni.
Un altro intervento significativo per meglio comprendere ed inquadrare l’episodio del Castello di Caivano, è rappresentato dal castello di Manfredonia. Come quello di Lucera, è un intervento che avviene direttamente per volontà reale. Il nucleo interno del castello, costruito in epoca sveva, viene ricostruito per tre quarti in epoca angioina. Delle quattro torri originarie sveve ne viene conservata soltanto una, mentre le altre torri vengono ricostruite in forma circolare. Nella parte inferiore delle torri angioine di Manfredonia comincia ad intravedersi una piccola cornice, la cosiddetta linea di redondone o cornice torica che delimita la superficie verticale, superiore, da un tratto inclinato, ubicato inferiormente. La parte inferiore della torre non era quindi perfettamente verticale ma assumeva un andamento inclinato verso l’esterno, la cosiddetta scarpa. La funzione della scarpatura era molteplice: innanzitutto irrobustendo il basamento delle torri (ed a volte anche delle cortine) si era in grado di neutralizzare l’azione degli arieti (anche se questi erano utilizzati prevalentemente contro gli ingressi delle fortificazioni, cioè i punti più vulnerabili). Notevole inoltre era il deterrente rappresentato contro possibili mine sotterranee realizzate dall’assediante allo scopo di far crollare le fondazioni dell’opera difensiva. Ancora, la scarpatura permetteva di tenere a distanza gli attaccanti dalla base della fortificazione, rendendoli più vulnerabili al tiro dei difensori, che a loro volta potevano evitare di sporgersi eccessivamente; era possibile neutralizzare in parte anche l’approccio con scale e torri d’assedio. In ultimo, ma forse non per ordine d’importanza, la scarpa contribuiva all’applicazione con maggior efficacia del principio della difesa piombante il cui massimo impiego e perfezionamento coincide probabilmente proprio con la dominazione angioina. La difesa piombante, utilizzata sin dall’antichità classica, in forma prevalente rispetto a quella di fiancheggiamento, consisteva in sostanza nel precipitare dall’alto delle cortine difensive oggetti e materiale incendiario sugli attaccanti, una volta che questi avessero iniziato l’approccio diretto alla fortificazione. La sommità delle cortine difensive si concludeva con una merlatura che costituiva la prosecuzione naturale delle pareti verticali senza alcuna soluzione di continuità rispetto a queste. Ciò costringeva spesso i difensori, al fine di colpire gli avversari, a sporgersi pericolosamente dal parapetto, protetti soltanto parzialmente dai merli, esponendosi così al tiro avversario. Tale configurazione permase anche durante le epoche Normanna e Sveva. Soltanto verso la fine del XII e gli inizi del XIII secolo comparvero degli elementi aggettanti isolati (probabilmente importati dal Medio Oriente a seguito delle crociate), chiamati bertesche, posti a difesa per lo più degli ingressi.
Successivamente si cercò di ovviare al problema realizzando una struttura aggettante continua, inizialmente lignea e successivamente in pietra, fuoriuscente dal filo delle pareti verticali di torri e cortine. Questo apparato “a sporgere” era costituito nella parte inferiore da una serie di mensole su cui scaricava una teoria continua di archetti che sorreggevano a loro volta il parapetto dotato di merlatura. La quota di calpestio dei difensori risultava forata in corrispondenza di ciascun archetto, o caditoia, consentendo di colpire così dall’interno gli attaccanti alla base dell’opera difensiva. La scarpatura, probabilmente, costituiva il naturale complemento del sistema di beccatelli e caditoie posti in alto, garantendo la massima efficacia all’applicazione del principio della difesa piombante, procurando ai proiettili scagliati dall’alto e rimbalzanti poi sul tratto inclinato il massimo della letalità.
Una torre che erroneamente si fa appartenere all’epoca aragonese ma che in realtà è di epoca angioina è la torre posta all’interno del complesso di Le Castella a Capo Rizzuto, come dimostra la sua forma circolare. La torre di Capo Rizzuto, come del resto quella di Velia, mostra nella parte sommitale i resti dell’apparato a sporgere o di coronamento per la difesa piombante, che, come si è visto, costituiva un altro elemento cardine dell’architettura difensiva dell’età angioina. Un altro esempio piuttosto interessante, è quello del doppio castello di Gaeta, costituito da due nuclei affiancati: in posizione inferiore il castello angioino e in alto il castello aragonese. Oggi entrambi i castelli, appaiono in gran parte modificati nelle loro strutture come conseguenza della Guerra Otrantina, che determinò un’intensa attività di rafforzamento delle difese di tutto il Regno. Tuttavia ancora oggi il doppio complesso di Gaeta è sovrastato da una grande torre circolare che indubbiamente è di matrice angioina. L’evoluzione dell’architettura difensiva in epoca aragonese consistè nelle diverse proporzioni che le torri gradualmente andarono ad assumere, sempre nell’ambito della sezione circolare scarpata. In particolare, a causa dell’incalzante progredire delle artiglierie, si rese necessario un abbassamento dell’altezza e, contemporaneamente, un aumento dello spessore delle murature e quindi del diametro complessivo.
Riassumendo, quindi, gli elementi peculiari delle costruzioni realizzate tra la fine del XIII e tutto il XIV secolo possono considerarsi: la forma circolare, il persistere di un’altezza considerevole di torri e cortine (sia per una maggior efficacia della difesa piombante che per attenuare l’azione delle armi offensive), il basamento scarpato ed, infine, un apparato a sporgere continuo.
Va detto che la merlatura presente alla sommità di torri e cortine costituiva l’elemento più fragile dell’architettura fortificata, quello di più esiguo spessore e quello conseguentemente sottoposto a più facile perdita nel corso dei secoli anche perché, le artiglierie neurobalistiche prima, e le artiglierie utilizzanti proiettili in pietra ed in ferro dopo, indirizzavano il loro tiro prevalentemente proprio verso il vulnerabile coronamento merlato allo scopo fondamentale di colpire i difensori che erano appostati dietro di esso: la merlatura colpita poteva rovinare direttamente su di loro ma, anche nel caso fosse riuscita a resistere, le schegge dei proiettili frantumatisi contro di essa costituivano un serio pericolo per chi vi cercava riparo dietro.
Il castello di Caivano mostra un impianto all’incirca quadrilatero comprendente alcune torri di dimensioni variabili, tutte a pianta circolare. Il manufatto, nella veste attuale, risente molto delle trasformazioni operate nel 1500 quando venne adattato a residenza nobiliare, con la realizzazione di nuovi volumi e l’apertura di una serie di finestre che denotano i caratteri artistici rinascimentali napoletani. In tal senso il castello seguì un destino comune a molte opere fortificate del Regno che, persa ogni rilevanza strategica a causa delle mutate condizioni politiche, cambiarono di destinazione. Tuttavia appare evidente come le torri presenti a Caivano mostrino gran parte degli elementi peculiari dell’architettura difensiva di epoca angioina: la forma cilindrica, l’accentuato sviluppo verticale, l’apparato a sporgere. La torre ubicata a destra dell’ingresso appare di dimensioni maggiori rispetto alle altre ed è probabile che avesse funzioni di mastio, cioè di elemento in possesso del maggiore potenziale difensivo dell’intero complesso. Questa torre è assimilabile, per certi versi, al mastio presente nel castello di Riardo, in provincia di Caserta, anche se, purtroppo, è quella che ha avuto la parte inferiore di coronamento ricostruito.


Castello di Riardo

E’ possibile anche osservare una relativa somiglianza del complesso di Caivano con il nucleo principale del castello di Tarascona, in Provenza, e ciò sembrerebbe confermare una certa oggettiva influenza del modello francese, anche se va sottolineato che l’architettura difensiva angioina in Italia meridionale assunse caratteri e connotazioni in gran parte esclusive.


Castello di Tarascona

L’episodio dell’assedio del castello di Caivano ad opera di Alfonso di Aragona durante la prima parte dell’anno 1439 e la successiva capitolazione dopo tre mesi, ma solo per l’esaurimento delle scorte di sopravvivenza da parte del presidio, si presta ad alcune interessanti considerazioni tecnico – architettoniche. Innanzitutto il castello, di struttura ancora tipicamente medievale, era e si dimostrò in grado di sostenere un assedio da parte di forze anche piuttosto rilevanti ma che facevano ancora uso di tecniche anch’esse in larga misura tradizionali. L’utilizzo di bombarde, di cui pare accertato per l’occasione l’impiego, non sembrerebbe aver procurato alcun esito determinante, e ciò a testimonianza di quanto esposto in precedenza, ovvero che le prime rudimentali artiglierie, durante la loro prima fase applicativa mostrarono un’efficacia assai scarsa. D’altro canto la fase della transizione dell’architettura militare, che segna il passaggio dalle superate forme medievali a quelle moderne era ancora da venire, anche se ormai prossima con l’imminente, da lì a poco, intensa ed innovativa opera del senese Francesco Di Giorgio Martini. Essa sarebbe stata dettata dall’introduzione, attorno al 1450, di bombarde di più grosse dimensioni e da un miglioramento dell’efficacia del tiro. L’effetto delle contromisure adottate nell’architettura militare a partire dalla seconda metà del XV secolo (in termini di resistenza da parte dei manufatti) si sarebbe rivelato del tutto effimero e destinato ad essere annullato dalla comparsa delle innovative artiglierie di Carlo VIII. Naturalmente, all’epoca dell’assedio del castello di Caivano era ancora largo l’impiego delle artiglierie d’assedio di concezione tradizionale, in particolare i trabucchi. Del resto risulta accertato che anche macchine così complesse (e pertanto di difficile realizzazione) e assai poco manovrabili producevano effetti pratici assai modesti sulle fortificazioni, anche in considerazione della traettoria parabolica assunta dai proiettili, miranti a colpire l’interno della fortificazione e non il suo perimetro. Peraltro appare interessante osservare come ancora negli anni immediatamente successivi, per esempio nell’assedio di Manfredonia, le vecchie artiglierie siano impiegate di concerto con quelle nuove. Senza dubbio il castello di Caivano doveva essere provvisto, oltre a quelli già citati, di tutti gli accorgimenti difensivi tipici dell’epoca: in particolare le torri erano dotate ai vari livelli di feritoie arciere e balestriere per colpire gli assedianti anche di fianco, qualora questi avessero tentato la scalata delle cortine. Non è da escludersi inoltre che la torre principale, grazie al suo diametro piuttosto rilevante, fosse in grado di ospitare sul piano di copertura qualche piccola artiglieria meccanica. Le dimensioni tutto sommato piuttosto compatte della fortificazione, con uno sviluppo perimetrale abbastanza ridotto, garantivano una superiore capacità difensiva rispetto ad un circuito più esteso che si sarebbe rivelato controproducente con la dispersione della guarnigione lungo un fronte di difesa eccessivamente lungo. Riguardo alla notizia del fossato fatto scavare da Alfonso d’Aragona durante l’assedio non c’è da stupirsi eccessivamente circa il fatto che il fossato sia stato realizzato dall’assediante piuttosto che dall’assediato in quanto il principio di cingere d’assedio (poliorcetica) aveva lo scopo precipuo di emarginare, isolare l’opera fortificata, e poteva riferirsi sia ad un’architettura difensiva puntuale, come nel caso del castello, che ad un’intera città. Ad esempio vi sono notizie durante l’assedio di Ruggiero II a Napoli ducale, nel 1135, di un tentativo di circondare tutta la città con uno sbarramento campale continuo costituito da fossati, terrapieni, cortine e torrette lignee essenzialmente per impedire l’afflusso di rifornimenti e rinforzi; il medesimo concetto del resto, applicato 12 secoli prima da Giulio Cesare durante l’assedio di Alesia, si era rivelato risolutivo. La tattica di isolare un’opera fortificata, per poi prenderla per fame, risultava quindi la più frequentemente adottata (del resto evitando l’assalto diretto, l’assediante riduceva sensibilmente il numero delle proprie perdite), ma poteva rivelarsi vincente soltanto a patto che le forze assedianti avessero un controllo piuttosto esteso e consolidato del territorio circostante con retrovie protette, ovvero, in ultima analisi, avessero a disposizione il tempo necessario per attendere la resa della piazza. La storia dell’assedio del castello di Caivano si concluse con la capitolazione per fame sostanzialmente perché non si riuscì ad avere ragione delle sue difese ma è possibile anche ipotizzare forse, in una certa misura, dietro l’attesa di Alfonso, un atteggiamento di puro calcolo.
Per quanto concerne le fonti storiografiche, l’importantissimo archivio della Cancelleria Angioina, tra i più completi d’Europa, purtroppo è andato in gran parte perso in un incendio nel settembre del 1943, con l’irrimediabile perdita quindi anche di tutta la documentazione concernente le architetture fortificate. Una ricostruzione di alcuni documenti, molto parziale, tentata da parte del Filangieri non ha prodotto risultati apprezzabili.
Circa la collocazione storico - architettonica dell’episodio di Caivano, simile per certi versi a quelli di Riardo e, forse, di Alvignano, esso sembrerebbe individuarsi con tutta probabilità alla vigilia della fase più matura dell’architettura militare angioina: infatti ad una primissima fase che, come abbiamo visto, è quella influenzata ancora dai canoni federiciani segue sostanzialmente una fase originale francese o meglio provenzale contraddistinta da una sezione circolare delle torri cui si accompagna un profilo verticale pressoché completo. Una torre di notevole interesse, caratterizzata da una spiccata ascensionalità, è quella dell’Artus a Maddaloni, dominante direttamente l’abitato e che raggiunge e supera i trenta metri di altezza. Seppur ben lontani dalle altezze e soprattutto dalle proporzioni quasi incredibili dell’ormai perduto dongione del castello di Coucy, a cui sembra ispirarsi questa torre, si tratta in ogni caso di un traguardo difficilmente raggiunto da altri manufatti sotto la dominazione angioina. Tra gli ultimi anni del XIII e gli inizi del XIV secolo, la scarpatura delle torri inizierà a diventare consuetudine e ad acquistare una sua consistenza. Da questo punto di vista un episodio molto interessante, paradigmatico della produzione ormai matura dell’architettura militare angioina, è il castello di Prata Sannita, in Terra di Lavoro, che mostra dei grandi torrioni circolari con il solito apparato a sporgere in sommità e con la cornice torica delimitante non solo le torri ma l’intero perimetro fortificato. Un altro elemento di un certo interesse è rappresentato dal dongione angioino del castello di Avella. Ancora, interessantissima, appare la torre superstite del castello di Castelcivita, nel Cilento, dove è possibile osservare una sorta di evoluzione nella conformazione della scarpa, con il suo andamento concavo.


Castello di Castelcivita

Molto simili all’esempio di Castelcivita sono il torrione del castello di Summonte in provincia di Avellino, quello di Castelnuovo Cilento ed il dongione del castello di Lettere. Un altro esempio è rappresentato dalla torre scarpata di Velia a Marina di Ascea.


Torre di Velia

Alla medesima tipologia appartiene, ancora, la Torre dello Ziro sovrastante Amalfi. In queste torri l’ingresso è sempre sopraelevato rispetto al piano di campagna, al fine di garantire, con tale semplice quanto ovvio espediente, il miglior grado di sicurezza possibile. Un’ultimo esempio di un certo interesse, datato inizi XIV secolo, di poco successivo, forse, a quello di Caivano, è rappresentato dal torrione del castello di Pontelatone. Anche qui l’accesso è sopraelevato, in corrispondenza della cornice torica di demarcazione della scarpa.


Torre dello Ziro

La scala interna è generalmente ricavata all’interno dello spessore della muratura perimetrale e le caratteristiche estremamente anguste che ne scaturivano erano a vantaggio, evidentemente, degli ultimi strenui tentativi di resistenza da parte dei difensori, anche se, ormai, con gli attaccanti penetrati all’interno della fortificazione, la partita era da considerarsi ormai perduta. Gran parte di tale produzione coincise con il periodo della Guerra del Vespro e di fatto contribuisce con i propri caratteri specifici alla definizione dei connotati propri ed originali dell’architettura militare in Italia Meridionale al tempo della dominazione angioina. Circa l’esistenza della scarpatura nelle torri del castello di Caivano, le trasformazioni subite dopo il Medioevo e l’inglobamento delle loro basi in strutture successive, non consentono di ricostruire con sufficiente chiarezza l’eventuale originaria presenza.
L’utilizzazione delle macchine ossidionali nell’episodio dell’assedio non appare molto documentata eppure fino a quel periodo esse avevano ricoperto un certo ruolo durante l’approccio offensivo e lo avrebbero ancora conservato, come accennato, nel periodo immediatamente successivo. Gli apparati d’assedio si suddividevano sostanzialmente in due tipi: le macchine destinate alla sopraffazione della fortificazione mediante l’approccio diretto e le cosiddette artiglierie meccaniche o neurobalistiche, in grado di colpire da distanze medie o lunghe gli elementi della fortificazione. Entrambi avevano origini antichissime, risalenti in alcuni casi addirittura ad epoca antecedente a quella greco-romana. Alla prima categoria erano ascrivibili gli arieti, testuggini, elopoli o torri mobili e le scale d’assalto, mentre alla seconda categoria appartenevano i trabucchi, i mangani, le balliste etc. In particolare le torri d’assedio consistevano in una struttura lignea tronco piramidale o parallelepipeda di notevole altezza resa mobile da un sistema di rulli o ruote posizionato alla sua base, che, in grado di approcciare direttamente le mura nemiche, consentiva ad un nerbo di truppe d’assalto collocate al suo interno di sbarcare tramite una passerella sull’estremità superiore delle cortine stesse, impegnando i difensori in un violento corpo a corpo. La seconda categoria, costituente il fulcro dei parchi d’assedio legionari romani, si suddivideva a sua volta in due tipi, a secondo del sistema di propulsione adottato per il lancio dei proiettili: macchine a torsione e macchine a contrappeso. Le macchine a torsione utilizzavano un sistema di matasse elastiche (realizzate con nervi animali o crine) in cui si raccoglieva l’energia necessaria a scagliare i proiettili (palle di pietra o verrettoni). Le macchine a contrappeso erano contraddistinte dall’utilizzazione di un’asta alla cui estremità era collocata generalmente una cesta riempita con grossi massi (si poteva arrivare anche ad un peso di molte tonnellate) che opportunamente posizionata verso l’alto (attraverso sistemi di leve azionate da congruo potenziale umano) e successivamente rilasciata di colpo, forniva la spinta necessaria al proiettile scagliato da una fionda collocata all’estremità opposta. Le munizioni utilizzate, di tipo estremamente variabile, pesavano anche diverse centinaia di chili e potevano raggiungere un obiettivo posto ad una distanza limite di 250 metri. Tale secondo tipo di tecnologia si individua prevalentemente nei grandi trabucchi d’assedio che, contrariamente a tutte le altre macchine, cominciano a comparire intorno al XIII secolo e che sembrerebbero quindi essere un’espressione tipica del medioevo. In ultima analisi la millenaria storia delle fortificazioni è sempre stata contraddistinta dal confronto o meglio dal continuo rincorrersi di due aspetti, quello delle tecniche d’assedio e delle soluzioni difensive adottate per fronteggiarle, con il prevalere dell’uno o dell’altro in determinate fasi storiche. Nel caso dell’epoca di appartenenza del castello di Caivano, sembrerebbe accertata forse una sorta di leggera prevalenza delle strutture difensive rispetto a quelle in grado di offendere e ciò parrebbe coincidere con una sorta di stagnazione tecnologica o meglio un insufficiente capacità di produrre risposte valide rispetto all’evoluzione dei caratteri architettonici delle fabbriche difensive.
Ma ciò era destinato ad essere di breve durata. Da lì a poco tutto sarebbe cambiato e nulla sarebbe stato più come prima.

BIBLIOGRAFIA
FLAVIO RUSSO, Trenta secoli di fortificazioni in Campania, Istituto Italiano dei Castelli, sezione Campania, Piedimonte Matese 1999.
Le opere fortificate della Campania, Istituto Italiano dei Castelli, sezione Campania, Napoli 1972.
LUCIO SANTORO, Castelli angioini ed aragonesi nel regno di Napoli, Rusconi, Milano 1982.
LUCIO SANTORO, I castelli angioini della Campania, in «Castellum», n. 19, 1978.
RICCARDO LUISI, Scudi di pietra. I castelli e l’arte della guerra tra Medioevo e Rinascimento, Laterza, Bari 1996.
N. CORTESE, Feudi e feudatari napoletani della prima metà del Cinquecento, in «Archivio storico per le province napoletane», 1929-1931.
G. CASTALDI, Origini di Caivano e del suo castello, in «Il Movimento letterario», 1932.
ANTONIO CASSI RAMELLI, Dalle caverne ai rifugi blindati, Milano 1964.

MODERATORE: Ringraziamo vivamente l’arch. Maglio per la sua brillante relazione sui castelli. Però, quello che ci sta a cuore molto è il nostro castello e non per un fatto campanilistico: ed infatti, chi ci parlerà del nostro castello nel famoso assedio da parte di Re Alfonso d’Aragona, non è un cittadino di Caivano ma un mio collega di Frattamaggiore, il dott. Francesco Montanaro. Come Istituto, noi riteniamo che i beni architettonici e storici siano un patrimonio collettivo. Non dobbiamo rinchiuderci nel nostro stretto particolare comunale e dobbiamo altresì guardare al nostro territorio in generale. Pertanto, proprio uno non di Caivano, a maggior ragione, ci dirà l’importanza di quello che noi di Caivano abbiamo. Il Relatore ci racconterà come Alfonso d’Aragona conquistò il castello e l’importanza di quella conquista in un contesto più generale. Non dimenticate che Re Alfonso rimase tre mesi a Caivano per poterne conquistare il Castello. Ciò premesso, con piacere, dò la parola al dott. Montanaro.

DOTT. FRANCESCO MONTANARO: Innanzi tutto desidero ringraziare il Sindaco di Caivano, ing. Domenico Semplice, il preside Sosio Capasso, Presidente dello “Istituto di Studi Atellani” ed il moderatore del Seminario, dott. Giacinto Libertini, per avermi invitato a trattare di una vicenda così interessante della storia di Caivano, vicenda che si inserisce nel quadro della guerra tra Angioini ed Aragonesi per il possesso del Regno di Napoli nel XV secolo.
Ma passiamo subito alla narrazione dei fatti.
Nel 1439 Caivano ed il suo castello furono teatro di un avvenimento non secondario di questa vicenda bellica, che ebbe inizio praticamente nel febbraio del 1435 dopo la morte della Regina Giovanna II: a far scoppiare la guerra furono le sue ultime volontà testamentarie, con le quali Giovanna lasciava in eredità la corona del Regno di Napoli a Renato d’Angiò, nonostante questi al momento si trovasse prigioniero in Francia.
Con le sue ultime volontà la Regina aveva deluso le aspettative del Re di Sicilia Alfonso d’Aragona (fig. 1), il quale non aveva mai nascosto le ambizioni di unire la Sicilia al Regno di Napoli sotto un’unica corona (1). Alfonso, furioso, decise di tornare a Napoli e di impossessarsi con la forza del Regno, non senza aver contattato prima molti feudatari, soprattutto i più delusi dalla politica di Giovanna o quelli che avevano maggiori ambizioni di potere. Ma il Papa del tempo, Eugenio IV (fig. 2), si oppose a tale disegno e rivendicò solo a sé, in qualità di antico signore feudale del Regno di Napoli, il diritto di scegliere il prossimo sovrano del Reame.


Fig. 1

Fig. 2

Per questo motivo egli ordinò ai “sudditi” napoletani di non riconoscere come successore al trono né Alfonso né Renato, preannunciando che, nell’attesa della sua decisione, avrebbe inviato a Napoli quale reggente “pro tempore” il vescovo Vitelleschi di Recanati. I napoletani non accettarono questa imposizione e, nell’assoluto rispetto delle volontà della defunta Regina, inviarono una loro delegazione in Francia per chiedere a Renato d’Angiò di venire a Napoli e, quale legittimo erede di Giovanna, di prendere possesso della corona.
Purtroppo, come abbiamo già sottolineato, Renato era un personaggio molto turbolento, tanto è vero che, dopo una acerrima battaglia in terra francese, era stato fatto prigioniero dal Duca di Borgogna. Per tale motivo egli non poteva incontrare la delegazione napoletana. Lo sostituì allora la moglie Isabella d’Angiò che, nell’incontro con i delegati, accettò la corona a nome e per conto del coniuge incarcerato, dando comunque ampie assicurazioni ai napoletani che ella sarebbe venuta quanto prima nella città partenopea e che il coniuge sarebbe riuscito in qualsiasi modo a liberarsi dalla prigionia. Naturalmente, per presentarsi a Napoli ella aveva bisogno di una flotta e soprattutto di una scorta armata, e pertanto pensò di prendere accordi con il potente Filippo Maria Visconti (fig. 3), che era il Signore di Milano e di Genova, ma soprattutto era un acerrimo nemico di Alfonso d’Aragona (2).


Fig. 3

Per conto suo Re Alfonso dalla Sicilia, alleatosi con una parte dei nobili del Regno di Napoli, armò in poco tempo una potente flotta con la quale partì alla volta di Gaeta, allora un porto militare importantissimo, il cui possesso era perciò fondamentale per la conquista della piazza di Napoli. Nel frattempo il duca di Sessa, che si era alleato ad Alfonso, aveva provveduto ad espugnare la fortezza di Capua.
La città di Gaeta non cedette però all’assedio di Re Alfonso, anzi fu liberata dalla flotta genovese accorsa in aiuto: al largo di Ponza avvenne una terribile battaglia navale, durata quasi 10 ore, che segnò la disfatta degli Aragonesi, la cui flotta fu in parte distrutta ed in parte conquistata dai genovesi. Durante la battaglia lo stesso Alfonso d’Aragona fu arrestato e portato prigioniero a Milano in custodia di Filippo Maria Visconti.
Quindi in questo momento ambedue i pretendenti al trono di Napoli si trovavano nella stessa condizione di prigionieri in terra straniera!
Essendo Alfonso un ammaliatore, un uomo di fascino eccezionale e di vasta cultura, nel periodo della sua prigionia milanese, fece breccia nella mente di Filippo Maria Visconti, riuscendo a convincerlo che l’alleanza con gli Angioini non sarebbe stata vantaggiosa per gli interessi economici e politici dei milanesi e dei genovesi.
Intanto Pietro d’Aragona, fratello di Alfonso, dalla Sicilia con una nuova flotta conquistava Gaeta ed Alfonso, liberato dal Visconti, finalmente riusciva a raggiungere il fratello nel febbraio 1436 nella città di Gaeta, trasformata in quartiere generale delle forze armate aragonesi.
Isabella d’Angiò, dopo la battaglia di Ponza e la conquista di Gaeta, invocò l’alleanza del Papa e, alla sua risposta favorevole, insieme con le truppe pontificie entrò nel Regno di Napoli, conquistando subito Ceprano e Venafro e riuscendo a tenere in scacco la stessa Caserta. Nel frattempo il coniuge Renato, a suon di danaro, si riscattò dal Principe della Provenza e, dopo aver armato a sua volta una flotta a Genova, raggiunse Napoli il 19 maggio 1938.
L’arrivo di Renato a Napoli ebbe un effetto sconvolgente, in quanto riattizzò la guerra che si fece più sanguinosa e feroce. Difatti, dopo qualche giorno Renato decise di andare a porre l’assedio a Sulmona occupata dagli Aragonesi, ma questi riuscirono a resistere. Inoltre, Alfonso d’Aragona nel settembre del 1438, approfittando dell’assenza del rivale, tentò a sua volta invano di espugnare Napoli. Durante questo assedio si tramanda un curioso episodio: una palla di cannone lanciata da una bombarda aragonese andò a colpire nella Chiesetta del Castel Novo la testa del Crocifisso che reclinò appena, mentre il giorno dopo dal castello fu lanciata dagli angioini un colpo di bombarda, che troncò di netto la testa di Pietro, il fratello di Alfonso d’Aragona.
Alfonso d’Aragona da questo evento trasse dei pessimi auspici e lasciò sfiduciato Napoli andando alla volta di Capua. Questo convinse Renato d’Angiò a tornare a Napoli, per intraprendere a sua volta l’assedio del Castel Novo (fig. 4) nel quale era stato lasciato a difesa un avamposto aragonese: la fortezza si difese a lungo, ma dovette cedere il 24 agosto del 1439. Dopo questa sconfitta, però, le sorti della guerra cambiarono ed Alfonso d’Aragona prese il sopravvento e nel 1442 riuscì a conquistare completamente Napoli ed a cacciare gli Angioini, che furono costretti a scappare via con la flotta.


Fig. 4

Così Alfonso d’Aragona divenne Re di Sicilia e Re di Napoli. Come notizia interessante per la storia di Caivano, ricordo che Arnald de Sanç che era stato sempre fedele a Re Alfonso, tanto è vero che dalla Regina Giovanna (quando questa era in vita!) gli era stato impedito per circa 20 anni con un morbidissimo assedio di uscire dal Maschio Angioino (esattamente fino al 1435 anno della morte della Regina Giovanna), fu poi premiato per la sua fedeltà da re Alfonso tardi, solo nel 1452, con il possesso appunto del feudo di Caivano.
In questa rovinosa guerra di successione si inserisce appunto la vicenda dell’assedio al castello di Caivano da parte di Alfonso d’Aragona (fig. 5). In Caivano vi era forse da tempi immemorabili un torrione, poi trasformato in castello agli inizi del ‘300 con l’aggiunta di tre torri angolari. La terra di Caivano rappresentava in quei tempi nella strategia militare e politica un nodo fondamentale della cintura difensiva di Napoli: il Casale caivanese, situato sulla strada per Caserta e Capua, rappresentava anche lo snodo principale per Acerra verso Cancello e verso la Valle Caudina. Esso era quindi una piazzaforte importante nello fascia intorno a Napoli che andava da Aversa fino ad Acerra: e infatti proprio in Aversa, Caivano ed Acerra vi erano tre muniti castelli.


Fig. 5

L’importanza della zona era stata dimostrata già nel 1421, allorquando lo stesso Alfonso d’Aragona, Re di Sicilia, aveva posto l’assedio al castello di Acerra. Durante questa guerra un duro scontro avvenne presso il ponte sul Clanio (Regi Lagni) di Casolla Valenzano, dove si affrontarono alcuni fra i più grandi capitani di ventura dell’epoca: Braccio di Montone, Francesco Sforza e Giovanni di Ventimiglia.
In questo periodo storico Caivano, esclusi Casolla Valenzano, Pascarola e Sant’Arcangelo, poteva contare su una popolazione di circa 200 famiglie (cioè più o meno 1000 abitanti) ed era circondata da una cinta muraria, che attualmente corrisponde al seguente perimetro: via Matteotti, corso Umberto, via Savonarola, via Sonnambula e via Imbriani (fig. 6; fonte: G. Libertini, RSC n. 92-93, gennaio-aprile 1999).


Fig. 6

Tornando alla vicenda caivanese, nel 1439 e precisamente dal mese di gennaio al mese di marzo, in pieno inverno dunque, al culmine della guerra di successione tra Renato d’Angiò e Re Alfonso d’Aragona, gli angioini di Renato furono assediati nel Castello di Caivano da Re Alfonso e dal suo fido capitano di ventura Giovanni di Ventimiglia.
La conquista della terra murata di Caivano e del suo castello è stata narrata in modo eccellente da Angelo Di Costanzo, letterato e storico del ‘500, nella sua “Storia del Reame di Napoli”, edita nel 1572. E’ stata narrata anche da uno spagnolo, Geronimo Zurita, negli “Anales de la Corona de Aragon”, editi in Spagna nel 1610, ma la fonte più antica e diretta è quella di Bartolomeo Fazio (De rebus gestis ab Alphonso primi … libri decem, in Raccolta di tutti i più rinomati scrittori dell’Istoria Generale del Regno di Napoli, Ed. G. Gravier, Vol. IV).
Lo storico Camillo Minieri Riccio testimonia dell’esistenza di due documenti originali sull’assedio, di cui nel primo si legge: “Re Alfonso fa quietanza al suo portiere Antonio Sarrano che per suo ordine trasportò la polvere di bombarde dalla città di Gaeta al campo contro la terra di Caivano”. Nel secondo si legge: “In questo mese [marzo 1439] Alfonso fa trasportare alcune artiglierie al castello di Caivano, dove egli si trova(3).
Ora cerchiamo di sintetizzare le vicende sull’assedio del Castello di Caivano.
Quando, alla fine dell’anno 1438, Renato d’Angiò andò a conquistare le terre d’Abruzzo fu avvisato che Alfonso d’Aragona aveva approfittato della sua assenza per assediare Napoli: così Renato decise di ritornare immediatamente a Napoli passando per i passi di Montesarchio ed Arpaia, laddove era di guardia una guarnigione aragonese, comandata da Giovanni di Ventimiglia, fido condottiero di Alfonso d’Aragona. Renato costrinse il Ventimiglia a fuggire a Nola e subito dopo rientrò a Napoli, che nel frattempo era stata lasciata da Re Alfonso per trasferirsi a Gaeta.
Appunto in Gaeta il Re aragonese si trovava, allorquando si portò in essa (come scrive il Di Costanzo) un popolano di Caivano. Anche se nella sua storia di Caivano il Lanna afferma: “in genere i Caivanesi non sono dei traditori, doveva essere a mio parere un soldato angioino che tradiva il suo capo(4), comunque il Di Costanzo scrive testualmente un popolano di Caivano. Questi si fece assolutamente garante di aver stipulato un accordo con alcune delle guardie delle mura di Caivano, ma non di quelle del castello, per far entrare di notte gli aragonesi dentro le mura stesse (5).
Re Alfonso, che era convinto dell’importanza e della difficoltà della conquista della roccaforte di Caivano, importantissima per l’evoluzione di tutta la guerra, accettò il patto con il popolano ed inviò in avanscoperta il fido Ventimiglia con parte dei soldati. Egli stesso con il resto del suo esercito avrebbe immediatamente seguito il Ventimiglia a Caivano.
Appena giunto in Caivano, seguendo le indicazioni del popolano e dei congiurati, il Ventimiglia salì con scale di legno sulle parti delle mura ritenute sicure. Ma, dopo che molti soldati erano già saliti, alcune guardie di Caivano se ne accorsero e diedero l’allarme: così cominciò una battaglia fra le due fazioni sulle mura stesse della città, ed il Ventimiglia non riuscì ad arrivare al Castello che era saldamente in mano agli angioini.
Ma ecco che, sopraggiunto alle porte di Caivano, Re Alfonso ordinò di usare le sue macchine belliche, gli arieti soprattutto, per sfondare le porte della cittadina e così entrò abbastanza agevolmente in Caivano. Qui una parte dei soldati si arrese e la maggior parte dei Caivanesi chiese la clemenza dell’Aragonese. Al contrario, una parte dei soldati e della popolazione si arroccò nel castello per resistere, nella speranza che quanto prima giungessero aiuti militari dall’esterno. Ora, mentre l’assalto alle mura esterne ed alle porte di Caivano fu abbastanza facile, non altrettanto fu poi l’assalto al castello.
E difatti né la forza delle armi né minacce o promesse di clemenza riuscirono a convincere gli assediati a desistere e quindi Re Alfonso fu costretto a porre l’assedio. Pertanto, allo scopo di evitare fughe o sortite improvvise degli assediati, fece scavare un fossato intorno al castello, a sufficiente distanza di sicurezza dagli assediati, e lo fortificò. Nel frattempo, Re Alfonso conquistò il castello Sant’Arcangelo, sempre a Caivano, nel quale catturò e poi costrinse alla collaborazione un artificiere angioino esperto nell’uso della polvere da sparo.
Purtroppo Re Alfonso, pur avendo un congruo numero di soldati, non disponeva di macchine belliche poderose come i trabucchi (fig. 7) ma solo di poco efficaci bombarde (fig. 8) non adatte a demolire le mura del castello. I suoi mezzi bellici più poderosi erano altrove e non potevano essere facilmente trasportati a Caivano. Le balestre (fig. 9) potevano uccidere un uomo ma sicuramente non potevano abbattere le grosse mura del castello (6). Gli attacchi diretti in genere erano supportati dall’azione violenta delle macchine da lancio, come mangani o baliste (fig. 10). Probabilmente Re Alfonso aveva scale di assalto (fig. 11) ma non le torri ed i trabucchi necessari per un efficace assalto al castello (fig. 12-13). Inoltre, gli era difficile far costruire in loco macchine belliche adatte sia per il loro costo ingente sia per la difficoltà di reperire ingegneri e di avere officine, maestranze e materie prime per costruirle. Inoltre le bombarde di cui disponeva, poiché usavano polvere da sparo di poca forza e pietre come proiettili erano imprecise e poco efficaci.


Fig. 7

Fig. 8



Fig. 9

Fig. 10



Fig. 11

Fig. 12


Fig. 13

In molti assedi alcune volte si tentava di collocare mine scavando gallerie sotto le mura, ma noi non abbiamo notizia per Caivano di simili tentativi. Di certo gli assediati decisero di resistere nella speranza che venissero in aiuto truppe amiche e che non terminassero prima le scorte di cibo. Ma dopo tre mesi di duro assedio, furono costretti ad arrendersi perché non erano arrivati soccorsi. Dopo la conquista del Castello, Re Alfonso, non potendo indugiare per l’impellenza di altre zone sullo scacchiere bellico, decise di lasciare a Caivano un forte presidio di suoi fedeli e si spostò prima a conquistare Pomigliano D’Arco e poi verso Pontecorvo, per il timore che le truppe papali potessero rientrare nel Regno di Napoli.
Appena giunto a San Germano, presso Cassino, Re Alfonso ricevette un dispaccio urgentissimo mediante il quale egli veniva informato che 500 cavalieri angioini della gioventù napoletana avevano rioccupato Caivano ma non il castello, ed avevano ucciso purtroppo tutti i componenti del presidio a lui fedeli, saccheggiando sia la stessa Caivano che il territorio intorno. A questa notizia Alfonso d’Aragona, preoccupato, decise di tornare a riprendere possesso di Caivano. Non appena i cavalieri napoletani seppero che l’esercito di Alfonso era giunto a Ponte Carbonaro, a tre miglia da Caivano, fuggirono alla volta di Napoli (7).
Re Alfonso rientrò in Caivano e rimase una giornata intera per decidere la strategia più adatta. Indi lasciò due nuovi e più forti presidi, rispettivamente in Caivano e nel castello e subito dopo prese la via di Mondragone. Nel corso di queste vicende, subito dopo la presa del Castello e mentre soggiornava a Caivano, scrisse e inviò una comunicazione al feudatario di Sulmona a scopo chiaramente propagandistico, dimostrativo o autocelebrativo, come per dire: “abbiamo sconfitto il nemico, non abbiate timore e restate dalla nostra parte”.
Questo documento, interessantissima testimonianza di questa vicenda bellica, datato 15 aprile 1439, fu indirizzato a Riccio di Montechiaro, capitano dell’esercito a Sulmona. Nell’ottocento fu poi trascritto integralmente da Nunzio Federico Faraglia e riportato nel Codice Diplomatico Sulmonese, pubblicato a Sulmona nel 1888. Il documento, in gergo di corte o curiale del ‘400, informa con evidente soddisfazione il sopraddetto feudatario che il castello di Caivano era stato finalmente preso, che grande era stata la magnanimità del Re verso i prigionieri e che per questa impresa si ringraziava Iddio e si sperava che la pace tornasse presto in tutto il Regno. Così si concludeva l’epica vicenda che, per circa tre mesi, aveva portato alla ribalta Caivano, la sua popolazione ed il suo castello.
L’importanza del documento seguente è tale, che è stato integralmente inciso su marmo come epigrafe. Essa viene stasera ufficialmente scoperta all’ingresso del Castello per iniziativa dell’Amministrazione di Caivano. E ciò per ricordare ai Caivanesi attuali ed ai posteri il ruolo che il castello ha avuto nella storia di Caivano.
Il testo tradotto è il seguente:
Il Re di Aragona, della Sicilia al di qua e al di là del faro, di Valenza, di Gerusalemme, dell'Ungheria, di Maiorca, della Sardegna, della Corsica, Conte di Barcellona, Duca di Atene e di Neopatria, e anche Conte del Rossiglione e dell'Aquitania, etc.
Magnifico uomo, valoroso Capitano dell'Esercito, nostro fedele, sincero e diletto Consigliere, per vostra gioia e consolazione, vi rendiamo noto che per grazia di Dio in questa ora di mezzogiorno abbiamo avuto il Castello di Caivano che fino a questo momento avevamo tenuto in stato d'assedio, di modo che vedendo quelli che erano dentro il Castello i nostri preparativi contro di loro, temendo grandemente di essere presi con la forza, l'altro ieri, che fu lunedì 13 del presente mese, supplicarono in molti che gli volessimo concedere tempo fino all'ora anzidetta per poter fare le loro scuse se non fossero stati soccorsi. Piacque a noi acconsentire alle loro suppliche ed usare clemenza. Presi dunque i loro ostaggi per nostra sicurezza, concedemmo il tempo predetto, trascorso il quale, non essendo stati soccorsi, in questa ora come anzidetto, abbiamo avuto il suddetto Castello. Quanto bene sia stato questo non ci prendiamo cura di esprimerlo giacché bene lo sapete. Noi ringraziamo Dio sommamente e con la sua grazia speriamo che vedremo presto in tutto il compimento della nostra giusta impresa da cui deriva grandissima tranquillità e pace a voi altri e a tutti gli altri nostri fedeli sudditi in questo Regno. Scritto a Caivano il giorno 15 del mese di aprile 1438. Re Alfonso.
Al Magnifico uomo Riccio di Montechiaro, valoroso Capitano dell'Esercito, nostro fedele, sincero e dilettissimo Consigliere
(8).
Ringrazio i presenti per la pazienza che hanno avuto nell’ascoltare la mia breve relazione e spero che sia stata di interesse per tutti.

MODERATORE: Ci avviamo alla fase conclusiva di questo primo appuntamento. Il dott. Montanaro ci ha spiegato l’importanza del castello di Caivano e di Caivano stesso nel contesto dello scacchiere campano del ‘400. Una guerra civile che vide coinvolti Re Alfonso d’Aragona, Renato d’Angiò, il Papa, il Duca di Milano e tanti altri potenti dell’epoca. Eventi, dunque, di grande importanza che videro Alfonso d’Aragona, Re di Aragona, di Castiglia, di Sicilia oltre che delle Baleari e di altri possedimenti, in breve uno dei Re più potenti d’Europa, soggiornare tre mesi a Caivano, dedicare tre mesi dei suoi sforzi per conquistare Caivano perché, se non conquistava Caivano, non riusciva a conquistare Napoli e tutto il Regno. La notizia, ci ha detto giustamente Montanaro, fu trasmessa ad un feudatario con un documento che fortunatamente ci è stato tramandato. Noi a Caivano, fino a 3-4 anni fa, non sapevamo di questo documento, ma esso benché a noi del tutto ignoto era stato trascritto in un libro pubblicato a Sulmona, a cura dello stesso Comune. Fortunosamente abbiamo avuto notizia di questo documento e, valutandone la sua grande importanza, lo abbiamo segnalato all’Amministrazione. L’Amministrazione ha condiviso l’idea che questo documento dovesse essere fatto conoscere a tutti non con un foglio volante ma nella sede più opportuna e con una lapide che, in modo onorevole e celebrativo, andasse a ricordare questo episodio storico di grande importanza di cui dobbiamo essere orgogliosi.
Scenderemo quindi ora giù, al piano terra per la scopritura della lapide ad opera del Sindaco e dei rappresentanti dell’Amministrazione. Ma, l’Amministrazione sia intesa in senso corale e non solo maggioranza giacché questi sono eventi che riguardano tutti senza distinzione di ruoli. Ed infatti, il Sindaco ha voluto che sotto la lapide non fosse scritto il nome di alcun singolo amministratore ma semplicemente “l’Amministrazione” intesa in generale e nella sua coralità. E’ uno spirito corale che abbraccia tutti in queste cose e che ci vede come esponenti del territorio e di questa collettività e non schierati su opposti banchi che alla fine sono irrilevanti in un contesto più generale. Pertanto, con questo spirito ora scenderemo al piano terra ed il Sindaco, a nome di tutti i cittadini, scoprirà la lapide, dopo di che ci sarà un breve rinfresco al primo piano. Io, a nome di tutto l’Istituto, ringrazio tutta l’Amministrazione ed i presenti per aver partecipato a questa riunione e ringrazio in particolare l’arch. Luigi Maglio ed il dott. Francesco Montanaro per i loro chiarissimi interventi. Grazie.

TERMINE DELLA SEDUTA NELL'AULA CONSILIARE.

SI SCENDE A PIANTERRENO, NELL'ANDRONE DI INGRESSO DEL CASTELLO PER LA SCOPERTURA DA PARTE DEL SINDACO DELLA LAPIDE DI COMMEMORAZIONE DELLA PRESA DEL CASTELLO DI CAIVANO DA PARTE DEL RE ALFONSO DI ARAGONA.
L'EVENTO E' CELEBRATO CON PAROLE COMMOSSE E TRA VIVISSIMI APPLAUSI DI TUTTI I PRESENTI.


Note:
(1) Alfonso era figlio di Ferrante, re d’Aragona dal 1412.
(2) Figlio di Gian Galeazzo, fu l’ultimo Duca di Milano di questa famiglia. Morì nel 1447.
(3) CAMILLO MINIERI RICCIO, Alcuni fatti di Alfonso I di Aragona dal 15 aprile 1427 al 31 di maggio 1458, Napoli, R. Stabilimento Tipografico del Cav. Francesco Giannini, 1881, p. 22 e p. 23.
(4) DOMENICO LANNA, Frammenti storici di Caivano, pag. 94, Tip. Campano G. Donadio, Giugliano, 1903.
(5) ANGELO DI COSTANZO, Storia del Reame di Napoli, Napoli, 1839.
(6) Il presidio di un castello era garantito in genere da gruppi di fanterie, spesso pochi uomini incaricati di risiedere all’interno delle mura e torri, cui spettava inoltre il mantenimento della dotazione difensiva di cui le fortezze erano dotate: armi da fuoco, munizioni, balestre, schioppi, polvere da sparo e palle. I difensori potevano validamente opporsi alzando l’altezza delle mura e scaricando dall’alto qualsiasi oggetto pesante se non addirittura far ribaltare il legno degli assedianti, utilizzare proiettili incendiari per appiccare il fuoco alle macchine nemiche. Loro usavano anche le feritoie che, avete visto in questi passaggi, praticamente sparando dalle feritoie oppure con le balestre.
(7) DI COSTANZO, op. cit.
(8) Il documento originale è il seguente: “Rex Aragonum Sicilie citra et ultra farum, Valentie, Hierusalem, Ungarie, Maioricarum, Sardinie, Corsice, Comes Barchionis, Dux Atenarum, et Neopatrie, ac etiam Comes Rossillionis, et Ceritanie, etc.
Magnifice vir strenue armorum gentium Capitanee Consiliarie fidelis nobis sincere, dilecte. ad gaudium et consolationem vestram. ve advisamo. Como per dey gratiam in questa hora. Meridiej avemo auto lo Castello de Cayvano. lo quale fino ad mo avemo tenuto sidiato, lo modo cue questo vedendo quilli che erano dentro del dicto Castello li nostri preparatorj contro de loro temendo grandemente che non fussero stati pigliati per forza, anteherj chè fo lunedj. XIIJ° presentis mensis. ne fecereno supplicare, de multj chellj volexemo dare tempo perfine alla hora supradicta. Ad tal che potessero, fare loro excusatione et anchora per vedere se potereno essere succursi. Placujt nobis supplicationibus de loro Annuere et clementia uti. pigliati aduncha li stagij loro per nostra securita. li dedemo lo tempo predicto. Allo fine del quale perche non sondo stati succursi. In questa ora como dicto. cue. Avemo auto lo dicto Castello, quanto bene sia stato questo nollo curamo exprimere, che bene lo sapete. Nui rengratiamo dio summamente in gratia ad quale speramo che presto vederemo in tucto lo desiderio dela nostra Justa amprisia. donde Resulta grandixima tranquillitate et pace ad voy altri et ad tucti li altri fideli nostri subditi in questo Regno. Datum Cayvanj die XV mensis aprilis IJ Ind. M.°CCCCXXXVIIIJ°. Rex Alfonsus.
Magnifico viro Ritio de monte claro. Strenuo Gentium Armorum Capitaneo Consiliario et fidelj nobis plurimum sincere dilecto.”