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NAPOLI E I SUOI CASALI
ORIGINI DELLA CITTA’
E CENNI STORICI SUL CASALE DI FRATTAMAGGIORE
DAGLI SVEVI ALL’UNITA D’ITALIA
MICHELE JACOVIELLO
Nella sua celebre Gheographikà, in 17 libri, redatta quasi interamente in età augustea
(opera a noi pervenuta integralmente, a differenza degli Historikà Hipomnémata,
continuazione delle Storie di Polibio), il geografo e storico greco Strabone (64 a.C. - 17
d.C. circa) di Amasya nel Ponto Eusino (1) scrive che “Cuma fu
vetusta fondazione dei Calcidesi e dei Cumani, e la più antica di tutte le città greche d’Italia
e di Sicilia” (2).
Tito Livio nella sua monumentale Storia di Roma (Annales ab Urbe condita libri CXLII)
aggiunge che, prima di fondare Cuma, i Calcidesi si stabilirono nelle due maggiori isole del
golfo, a Procida (Prochite), che lo storico erroneamente chiama Aenaria, e a Lacco Ameno
nell’isola d’Ischia (Pithecuse) (3).
La denominazione che i coloni greci assegnarono poi alla città da essi fondata in Campania
richiamava fedelmente quella della Cuma di Misia nell’Asia Minore.
Non è da escludere che alla fondazione di Cuma sulla costa della Campania abbiano preso
parte anche coloni venuti proprio dall’Asia Minore. Il nome che fu attribuito alla città mostra,
anzi, che, nella prima fase della fondazione della nuova colonia greca, l’elemento cumano
ebbe un’incidenza sicuramente maggiore rispetto a quello calcidese dell’isola di Eubea.
Non a caso, nella tradizione riferita da Strabone si fa menzione di due oikistài o condottieri
dei coloni: il cumano di Misia Hippoklês e il calcidese Megasthénes; e si afferma che essi,
di comune accordo, stabilirono di attribuire alla polis greca fondata in Campania la
denominazione della patria d’origine del primo e di lasciare al secondo la gloria della
perpetuazione dell’etnia calcidese di Cuma.
Sede d’un rinomato tempio di Apollo e avamposto della Magna Grecia verso i territori
sottoposti all’influenza etrusca, Cuma costituì fino a tutto il VI secolo a.C. un centro
d’irradiazione della cultura greca in Italia, specialmente verso il Lazio. Ma le mire della
colonia greca erano protese soprattutto ad estendere l’egemonia cumana sul golfo, poi
detto di Napoli, entrando così in aperto contrasto con le città etrusche, le quali aspiravano
al dominio e al monopolio delle grandi vie del commercio marittimo della parte meridionale
dell’Italia.
Il primo atto documentato della politica allora perseguita dalla nuova colonia greca, diretta
ad assicurare alla città di Cuma il dominio incontrastato del golfo, fu l’insediamento di gente
cumana nell’area in cui sorse poi Napoli (4).
La fonte più autorevole è ancora una volta Strabone. Nel V libro della Gheographikà
egli afferma che Napoli era colonia dei Cumani e aggiunge: “poi vi immigrarono anche i
Calcidesi, e un certo numero di Pithecusani e di Ateniesi, e per questo [la città] ebbe il nome
di Neápolis. Vi si mostra il sepolcro di una delle sirene [Parthenope] e vi si compiono gare
ginniche, in ossequio ad un oracolo” (5).
La tradizione dell’origine cumana di Napoli trova conferma anche nella Periegesi dello
pseudo-Scimno, in cui è detto: “dalla Cuma, sita presso l’Averno, fu fondata, in seguito ad
un oracolo, Napoli”; e in Velleio Patercolo (19 a.C. - 31 d.C.), il quale, in un luogo del primo
libro della sua opera (un Sommario della storia di Roma) (6), afferma:
“una parte dei Cumani, dopo un grande intervallo [dalla fondazione di Cuma], fondò
Napoli“ (7).
Ma già Lutazio Catulo, il dotto console romano del 102 a.C., nel IV libro delle sue
Communes Historiae aveva asserito “abitanti di Cuma, partitisi dalla loro gente, fondarono
la città di Parthenope, così chiamata dal nome della Sirena Parthenope, il cui corpo si dice
ancora là sepolto” (8).
Con questo frammento delle Historiae di Catulo (9) sostanzialmente
concordano Plinio (“Napoli, colonia dei Calcidesi, detta anche Parthenope per il tumulo
della Sirena”; Nat. Hist., II, 62) e Svetonio (“sulla costa della Campania è sepolta la sirena
Parthenope, dal cui nome Neápoli vien detta Parthenope; fr. 203, Reifferscheid).
Come si vede, entrambi gli autori considerano Parthenope e Neápolis toponimi di un’unica
città. Catulo invece, o la sua fonte (Timeo di Tauromenio?, IV-III sec. a.C.), pur ritenendo
inconfutabile l’origine cumana di Napoli, colloca impropriamente i due nomi della città in
epoche diverse e, pertanto, assume Parthenope come “civitas” più antica di Neápolis.
Come Plinio e Svetonio, di un’unica polis, sia pure distinta in città vecchia (Paleopolis, non
più Parthenope) e in città nuova (Neápolis), abitata da un unico popolo, parla anche Livio.
Nell’VIII libro della sua opera, lo storico augusteo afferma: “Palaepolis era non lungi dal luogo
dov’è Neápolis: nelle due città abitava il medesimo popolo [con la presenza, va aggiunto,
d’un nucleo sannita]. Erano [gli abitanti] oriundi da Cuma”.
In sostanza, nella narrazione liviana, quella tra Palaepolis e Neápolis è soltanto una distinzione
di ordine topografico. Tito Livio, infatti, considera i due nuclei urbani come parti di un unico
organismo, costituito (tale organismo) da un unico popolo che prima era in guerra con Roma
e poi con i Romani mediante un patto d’alleanza (foedus Neapolitanum).
Anche in un frammento di Dionigi di Alicarnasso le parti in contrasto sono Roma e Neápolis,
ma non si fa menzione di Palaepolis. In breve, nelle fonti antiche (Catulo e Livio), in cui ricorrono
i nomi di Parthenope o di Palaepolis, Neápolis non viene rappresentata né come una città di
nuova fondazione, né tanto meno come una polis diversa dalla “civitas” antica (Parthenope o
Palaepolis che sia). Pertanto, più che come una nuova e distinta città, Neápolis va considerata
come una più recente realtà urbana, situata in prossimità dell’antica polis e con essa costituente
un’unica “civitas”.
In contrapposizione alla zona nuova, più vasta e in posizione più favorevole allo sviluppo
urbanistico, economico e commerciale, l’antica Parthenope, ormai in forte calo demografico,
cominciò a perdere importanza finendo poi per assumere anche una diversa denominazione,
quella cioè di Palaepolis o città vecchia, dove però ancora si conservava il preteso tumulo
sepolcrale della sirena Partenope, centro del culto cittadino arcaico.
Cinta di mura, di cui ancora si conservano delle vestigia, la Napoli greco-romana era tagliata
da tre strade principali o decumani (maggiore, minore e centrale) intersecate da vie secondarie
dette cardines. Il centro cittadino (agorà o forum) era situato nell’attuale piazza San Gaetano,
dove sorgevano gli edifici pubblici e i templi più importanti della città: quelli dei Dioscuri, di
Cerere, di Apollo, di Giove e di Diana.
Due arterie collegavano Napoli con Pozzuoli (Puteoli): una, attraverso la galleria fatta scavare
sotto la collina di Posillipo da Marco Agrippa nel 27 a.C., metteva in comunicazione la città
con i Campi Flegrei e con la stessa Pozzuoli; l’altra, interna e più disagevole, passava per il
Vomero, declinava poi verso Soccavo e proseguiva per Pozzuoli. Entrambe le strade
confluivano nella consolare via Appia (10).
Per secoli Napoli rimase circoscritta al suo originario e ristretto nucleo greco-romano. Fu solo
a partire dal secolo XVI che la città cominciò ad ingrandirsi e ad estendersi oltre l’antico
centro urbano.
Ma se all’interno delle sue mura Napoli conservò a lungo e pressoché inalterata la sua originaria
conformazione urbanistica, al di là della sua ristretta cinta muraria, invece, crescevano e si
sviluppavano numerosi e fiorenti i Casali della città, sia quelli più prossimi all’originario centro
urbano che quelli della vicina e lontana periferia, alcuni dei quali situati a diverse miglia di
distanza dalla capitale.
Dagli ètimi latini casula, pagus, locus, vicus, i Casali di Napoli, nel corso dei
secoli, variarono sovente di numero e naturalmente anche di status giuridico, quando essi da demaniali
sotto la diretta sovranità della corona divenivano terre infeudate, soggette al potere feudale e agli arbìtri
del barone che se ne insignoriva.
Generalmente i Casali sorgevano intorno ad una chiesa, ad un santuario o ad un palazzo
signorile. Un primo elenco di terre demaniali fu fornito alla fine del secolo scorso da Bartolomeo
Capasso, nei suoi Monumenta ad Neapolitani Ducatus historiam
pertinentia (11), sulla Napoli ducale, in cui l’erudito e storico ottocentesco
enumerava cinquanta Casali. Il numero, molto verosimilmente, poteva essere ancora più elevato
se si considera la scarsa e frammentaria documentazione a noi pervenuta di quella lontana epoca
che abbraccia oltre quattrocento anni, dagli inizi dell’VIII secolo al 1137, anno della conquista
normanna della città di Napoli (12).
Un secondo elenco, di epoca sveva, si ricava da un ricorso degli abitanti dei Casali al Tribunale
della Magna Curia di Napoli contro i cosiddetti “revocati” che, per eludere il pagamento delle
imposizioni fiscali (collette), abbandonavano i loro villaggi di appartenenza e si trasferivano
altrove (13). Dalla sentenza emessa dal tribunale regio nell’anno 1268,
ma relativa al regno di Federico II di Svevia, si ricava che i Casali di Napoli erano allora soltanto
trentatré, un numero sicuramente inferiore a quello effettivo e reale. Il documento è senza dubbio
incompleto e mendace. Nulla infatti, almeno allo stato attuale delle ricerche, sembra fornire una
qualche plausibile spiegazione d’un crollo così vistoso dei Casali metropolitani di Napoli in età
sveva. Anzi, la rinvigorita funzione della città di Napoli al tempo dell’imperatore Federico II
(basti soltanto pensare all’istituzione dello Studio fredriciano nell’anno 1224) induce, senza
esitazione alcuna, a pensare esattamente al contrario (14).
Sicuramente più attendibile, invece, è un cedolare angioino d’incerta data in cui sono elencati
43 Casali, più quelli di Calbiczanum, Mugnanum e Melitum, inspiegabilmente omessi nel
documento. Accanto alla denominazione di ogni singolo Casale, sono annotati la tassa
d’imposta (focatico) e i nomi dei regi collettori deputati dalla corte del Regnum Siciliae
alla riscossione della colletta.
Come si può facilmente comprendere, il cedolare riveste un’importanza storica rilevante,
non solo per i dati che esso contiene ma anche perché il registro delle imposte in oggetto
consente agli storici di poter effettuare un computo, sia pure approssimativo, dell’intera
popolazione rurale dei Casali della Napoli del tempo, pari a un quarto degli abitanti della
capitale del Regno. Dal cedolare i Casali risultano tassati per la somma complessiva di 186
once, contro le 506 once corrisposte all’erario dagli abitanti della città di Napoli. Si può
congetturare, pertanto, con buon margine di approssimazione, che la popolazione della
capitale dovesse allora oscillare tra le 25 e le 28 mila
unità (15).
I Casali elencati nel documento angioino erano: Turris Octava (poi Torre del Greco, dal
vino che vi si produceva), Resina, Portici, Sanctus Anellus de Cambrano, Sanctus Georgius,
Sanctus Joannes ad Tuduczulum, Casavaleria, Sirinum, Sanctus Ciprianus, Ponticellum
Magnum e Parvum, Tertium, Perclanum, Sanctus Petrus ad Paternum, Porzanum, Casauria,
Cantarellum, Afraore, Arcus Pinctus, Casandrinum, Grumum, Arzanum, Casavatore,
Lanzasinum, Secundillyanum, Sanctus Saverius, Myanella, Myana, Pollanella, Piscinula,
Marianella, Pulbica, Claulanum (Chiaiano), Vallisanum, Turris Marani, Maranum,
Carpignanum, Panicocolum, Malitellum, Caloianum (Qualiano), Planuria, Pausilipus,
Succavus e naturalmente Fracta Maior (16).
Come già osservava il Giordano nei primi decenni dell’Ottocento nelle sue ormai celebri
Memorie istoriche di Frattamaggiore (17), affermazioni confermate
dagli studi recenti di Sosio Capasso (18), di Pasquale
Pezzullo (19) e di altri cultori di storia locale, incerte sono le origini del
Casale di Frattamaggiore, come incerto è l’ètimo del toponimo: secondo alcuni autori esso
deriverebbe da fractus -a -um, participio passato aggettivato del verbo frango (rompere,
spezzare); secondo altri da fratta, luogo impervio ricoperto di sterpi e di pruni.
Interessante è altresì la congettura del toponimo come parte staccata (fracta e quindi Fratta)
d’un originario, più vasto e importante, centro urbano; e ciò potrebbe indurre a pensare ad
un primordiale nucleo abitativo che in tempi remoti si sarebbe scisso dalla vicina
Atella (20).
Suggestiva, infine, appare l’interpretazione del toponimo Fratta dall’ètimo greco del verbo
φράττω (cingere, recintare, delimitare) e del sostantivo
da esso derivato φράχτηζ
o φράκτηζ
(recinto di pietre, di alberi; o anche barriera, diga) (21).
Comunque sia, l’ètimo fracta non è insolito nella toponomastica di località italiane antiche e
moderne come Fratte di Padova, Fratta Polesine, Fratta Todina, Fratte Salerno, Fratte di
Sassofeltrio, Fratte Rosa.
Incerta, per alcuni aspetti, è anche la forma aggettivale “Maior” (già presente, come si è visto,
nel cedolare angioino), o meglio l’anno in cui tale attribuzione fu per la prima volta apposta
al toponimo Fracta. Nondimeno si può affermare, con assoluta certezza, che la denominazione
“Fracta Maior” non è posteriore al 942 perché in un documento di quell’anno si fa menzione
di “Fractam Picculam” (22), col chiaro intento di distinguerla dalla più
antica e più grande Fracta.
Con certezza, almeno allo stato attuale degli studi, si può asserire soltanto che prima del secolo
X il nome Fratta non figura in alcuna fonte altomedievale, neppure in Erchemperto, monaco
cassinese autore di una breve storia dei Longobardi, che pure cita Capua, Pontem Landulfi,
Petram, Atella, Suessola, Acerra, Caiazzo, Cales, Sessa; e neanche nella settecentesca
De Liburia dissertatio, di Francesco Maria Pratilli (23).
Non sembra tuttavia inverosimile ritenere che fondatori del nucleo originario di Fracta siano
stati quegli abitanti di Miseno scampati alle devastanti incursioni saracene, i quali, terrorizzati
dal pericolo incombente di nuovi e più orrendi eccidi, alla metà del IX secolo abbandonarono
il loro antico borgo (“oppidum”) e si rifugiarono nell’entroterra tra Napoli e Atella, portando
con loro anche le spoglie del santo protettore, il martire S. Sosio, da sempre venerato, com’è
ben noto, a Frattamaggiore (24).
Ma eruditi e storici del XVIII e XIX secolo, come Lorenzo Giustiniani e Bartolomeo Capasso,
mostravano nei loro studi di nutrire comprensibili dubbi sulle pretese origini misenati di
Frattamaggiore.
Nel suo celebre Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli, in dieci tomi con
dedica dell’autore a Ferdinando IV di Borbone re delle Due Sicilie, pubblicato a Napoli tra
il 1797 e il 1805, il Giustiniani osserva: «[del Casale di Fratta] non si sa l’epoca della sua
fondazione, né con precisione quando si fosse incominciato a chiamare con l’aggiunta di
Maggiore. Nella [...] carta di Carlo I d’Angiò (Regesti, anno 1268, f. 36), nella quale si
fa menzione de’ Casali di Napoli esistenti fin da’ tempi svevi, trovasi semplicemente
chiamato Fracta; e nell’antico Cedolare, che contiene la tassa de’ pagamenti dovuti alla
Regia Corte da’ villaggi di Napoli, anche si dice Fracta. Il Chiarito cita un’altra carta,
ancora celebrata in Napoli a’ 9 settembre dell’anno X, indizione dell’anno XV dell’Impero
di Costantino Porfirogenita [figlio di Leone il Saggio], nella quale viene puranche chiamato
semplicemente Fracta. Egli stesso cita poi una carta celebrata a’ 13 gennaio 1282, nella
quale si legge: “Philippus Aurilia vendit Domino Landulfo Capuano terram in loco Fractae
Maioris” (Chiarito, p. 158). E quindi ne’ diplomi di Roberto [d’Angiò], di Carlo duca di
Calabria suo figlio e di Ladislao [d’Angiò-Durazzo], sempre leggiamo il detto aggiunto per
distinguerlo dall’altro Casale dello stesso nome nell’Agro Aversano [...]. Ne’ Regii
Quinternioni è chiamato “Villa di Fratta-Maggiore”, pertinenza di Napoli.
Mi sono alle volte trovato in disputa tra alcuni eruditi intorno a’ fondatori di Fratta che la
vorrebbero una qualche colonia di Misenati, sì perché nel volgo tutta si sente la gorga di
quella popolazione, sì perché quell’industria, che ha reso i suoi naturali di far funi, suol essere
specialmente delle popolazioni che vivono nelle marine e, sapendosi di essere anche antica
tra loro, conferma che [im]portata l’avessero da que’ primi loro fondatori. Io però non ho
niuna certezza per confermarlo e ne lascio ad altri l’esame». Alle osservazioni sulle origini
di Fratta, l’erudito aggiungeva anche qualche suo giudizio sugli abitanti di questo Casale.
«I Frattesi, per quanto ne sappia - affermava il Giustiniani - sono industriosi nel commercio
delle loro produzioni ed abili molto nel maneggio degli affari, onde riuscire mai sempre ne’
loro impegni [...]. Nel Casale di Fratta vi sono de’ buoni edifici e delle buone piazze. Vi si
osserva una certa cultura, quasi tutta della Capitale; e nell’autunno vi è concorso di
villeggianti, essendo amene le sue campagne» (25).
Da parte sua il Capasso, oltre a non condividere la fondazione misenate di Fratta, negava
anche qualsiasi legame tra Cuma e questo Casale.
Nella sua edizione critica della Cronaca cinquecentesca del frattese Geronimo de Spenis,
apparsa nel 1877 nell’ “Archivio Storico per le Province Napoletane” (la rivista di Storia
Patria di cui l’erudito ottocentesco era stato autorevole promotore e fondatore), Bartolomeo
Capasso faceva rilevare che, come per altri villaggi sorti nell’ager Neapolitanum durante il
Medioevo, anche per quello di Fratta l’evoluzione dovette essere lenta e graduale.
«Le incursioni dei barbari - scriveva lo storico - e poscia le continue guerre combattute tra i
Longobardi e i Normanni, delle quali la Liburia fu perpetuo teatro, avevano nel VII e nell’VIII
secolo ridotto in stato miserevole i campi liborii che, al tempo dei Romani, per feracità tanto
sovrastavano il resto della Campania, quanto questa superava tutte le altre terre d’Italia e del
mondo allora conosciuto. I servi, “casati” o “fundati”, erano sparsi per tutta la campagna in
povere abitazioni (casae) che più numerose si aggruppavano intorno alle chiese, centri dei
futuri villaggi che dovevano in sèguito popolare.
Queste popolazioni - osservava l’erudito napoletano - probabilmente cominciarono a moltiplicarsi
dopo il trattato di pace concluso tra i Napoletani e i Longobardi, verso la fine del secolo VIII,
dopo che Arechi II, principe (sic) di Benevento (26), assicurò le
condizioni dei proprietari e migliorò le sorti dei coloni della
Liburia» (27).
Le dotte e acute osservazioni del Capasso meritano sicuramente la debita attenzione dello
studioso dei nostri tempi impegnato nella ricostruzione storica delle vicende di Frattamaggiore
nel suo lontano e recente passato. Non si può, però, negare che le origini del Casale sono
antiche e risalgono almeno ai primi decenni del secolo decimo.
Di un “locus qui vocatur Fracta” si fa esplicita menzione in un documento altomedievale
dell’anno 921; e in una pergamena, d’epoca più tarda, della Cancelleria di Riccardo il Glorioso
principe di Capua, del 1101, si legge fra l’altro: “in loco ubi dicitur fractum”. Fratta figura
anche nella Chronica Pisana, edita dal Muratori nei Rerum Italicarum Scriptores, là dove
il cronista parla degli aiuti inviati dai pisani nell’estate del 1135 al duca di Napoli e a Roberto
di Capua, allora impegnati nella guerra contro Ruggero II il Normanno re di Sicilia. Lo scontro
fra l’esercito regio e quello delle forze coalizzate contro il sovrano normanno avvenne proprio
nelle campagne di Fratta, come ricorda pure lo storico aversano Alfonso Gallo nella sua
Aversa Normanna, apparsa alla fine degli anni Trenta del nostro secolo.
Ruggero il Normanno si trovava “ad Aversa - si legge in un passo dell’opera di Alfonso Gallo -
quando gli giunse la notizia che dei vascelli pisani avevano sbarcato ad Amalfi truppe destinate
a soccorrere il duca di Napoli e Roberto di Capua. Andò loro incontro e le sorprese nell’agro
stesso di Aversa, a Fratta, infliggendo loro una grave sconfitta” (28).
Ma fu al tempo dell’imperatore Federico II di Svevia che Fratta, per il suo incremento demografico
e per la sua vicinanza con la città di Napoli, acquistò la dignità di Casale; mentre l’attributo “
Maior” (sempre separato dal toponimo), che - come si è visto - figurava nel cedolare angioino,
si ritrova pure nel già citato documento di Carlo I d’Angiò, del 13 gennaio 1282, in cui è detto
che il capuano Filippo Aurilia vendette una sua terra “in loco Fractae
Maioris” (29). Tuttavia è soltanto a partire dal regno di Roberto
d’Angiò che la forma aggettivale “Maggiore” divenne fissa e definitiva, come avvalora la
documentazione ufficiale del tempo.
In un’istruzione dell’anno 1310, il duca di Calabria Carlo d’Angiò (figlio di re Roberto e
luogotenente generale del Regno) ordina al Giustiziere della città di Napoli di provvedere
con sollecitudine a far restituire a Nicola e a Mulinella, “pueris Ligorii Marogani”, un fondo
rustico di proprietà paterna sito in “villa Fractae Maioris de pertinentiis [...] civitatis Neapolis”,
indebitamente usurpato ai due giovani eredi da un Giovanni Siginulfo, detto
Passarello (30). In un secondo documento, di una ventina di anni dopo,
è espressamente il sovrano angioino ad ingiungere, in data 28 agosto 1334, alla Gran Corte
della Vicaria di riconoscere Pietro Martulo del casale di Pomigliano tutore dei nipoti Paolo e
Mattia, figli del “quondam Roberti Capassi de Casali Fractae
Maioris” (31).
Sempre con l’aggiunta "Maioris", il Casale di Fratta ricorre anche in rogiti notarili, negli anni
1344 e 1364, di fondi rustici donati dalle regine di Napoli Sancha e Giovanna I al monastero di
Santa Maria Maddalena, situati “in villa Fractae Maioris” (32).
Parimenti in un diploma di re Ladislao d’Angiò-Durazzo, del 20 ottobre 1392, si conferma la
concessione fatta dal suo predecessore Carlo III di Durazzo ad un Ruggero Papariello di Napoli
consistente in 20 once d’argento annue per i suoi servigi resi alla corona. Nel documento si
faceva obbligo che detta somma fosse prelevata dalle entrate fiscali o, in mancanza, dai proventi
della gabella “scanagii Casalium Turris Octavae, Casauriae et Fractae Maioris pertinentiarum
civitatis Neapolis” (33).
Dai documenti succitati (ma altri ancora se ne potrebbero aggiungere) si rileva che in età angioina
Fracta assurse a Casale di notevole importanza nell’area metropolitana di Napoli, non solo per
la sua prossimità alla capitale ma anche per il suo sviluppo agricolo e manifatturiero, nonché
per la sua considerevole crescita demografica e urbana, tanto da potersi fregiare dell’appellativo
divenuto ormai stabile di “Maior”.
Con l’avvento della dinastia aragonese dei Trastàmara alla metà del secoto XV (Alfonso V
d’Aragona, come si ricorderà, conquistò Napoli il 2 giugno 1442 e fece il suo ingresso trionfale
nella nuova capitale dei suoi domini italiani e spagnoli il 26 febbraio dell’anno
successivo) (34), Frattamaggiore, come altri Casali e la stessa città di
Napoli, fu esentata dal pagamento del focatico, ma non dalla tassa per la manutenzione delle
mura della capitale e dall’obbligo del versamento alla corona delle collette o donativi,
un’imposizione fiscale che nel successivo periodo vicereale divenne sempre più frequente e
onerosa per gli abitanti di Napoli e per le popolazioni dei centri periferici della città a causa
delle continue richieste di denaro della corte di Spagna ai viceré di Napoli e di Sicilia.
E’ presumibile che durante i sedici anni di regno del primo Aragonese di Napoli, Frattamaggiore
sia stata particolarmente a cuore ad Alfonso il Magnanimo. Il Casale, fin dal 1330, era sotto
la signoria dei d’Alagno, la stessa nobile ed antica famiglia di appartenenza della giovane e bella
Lucrezia che il re, ormai in età senile, amò perdutamente e colmò di doni, di onori e di ricchezze,
ma non gli riuscì di elevarla alla dignità di regina di Napoli per l’opposizione del papa Callisto
III Borgia che mai volle liberare il sovrano aragonese del suo vincolo matrimoniale con la
moglie Maria, nominata dal Magnanimo luogotenente generale dei domini spagnoli della
corona d’Aragona.
Quella dei d’Alagno dovette essere, con ogni probabilità, una signoria saggia, avveduta e ben
tollerata dal Frattesi, nonostante le aspirazioni d’ogni singolo Casale di conservare gelosamente
i privilegi assicurati dalla corona alle terre demaniali, se nell’Ottocento i loro discendenti
dedicarono, in segno di gratitudine e di riconoscenza all’antica famiglia baronale, il corso
principale della città [...] chiamato strada d’Agno" (35).
Con animo ben diverso i Frattesi della prima metà del secolo XVII, al tempo del viceré duca
d’Alcalà (36), accolsero invece la vendita del loro Casale, per la somma
di 23.743 ducati, ad Alessandro di Sangro, patriarca di Alessandria e arcivescovo di
Benevento.
Amareggiati per la perdita dei loro privilegi di sudditi diretti della corona e insofferenti del potere
baronale, gli abitanti di Fratta cominciarono subito ad avversare il loro signore, anche per la
sua politica fiscale oppressiva e gravosa. E così, avvalendosi del jus praelationis vigente
nelle terre demaniali del Regno (37), si riunirono in assemblea ed
“elessero i loro deputati per l’attuazione di tutte le misure e i progetti idonei alla ricompra
[del Casale]: suppliche alla corona; riunioni palesi o segrete; impegni dei proprietari del posto
per il pagamento di cospicue somme; trattative per un mutuo; offerta da parte delle donne,
anche popolane, dei propri gioielli; imposizione di nuovi e maggiori dazi per far fronte al
mutuo, tutto per procurare denaro per la causa del riscatto” di Fratta dalla giurisdizione
signorile a quella demaniale (38).
Sollecitata dalle pressanti richieste dei Frattesi, la Regia Camera della Sommaria deliberò
d’inviare a Frattamaggiore lo stesso presidente del tribunale amministrativo del Regno e il
fiscale di quel tribunale, i quali, secondo il racconto di Niccolò Capasso, “fecero all’uopo
formare una cassetta con due buchi al di sopra. Sopra una buca era scritto il nome di re
Filippo IV [di Spagna] e sopra l’altra quello del nobile Barone D. Alessandro de Sangro.
A tutti i votanti si diedero delle fave da gettare in quella buca che doveva convenirgli. Presi
in tale guisa “i voti dal Fiscale, tre furono a pro del feudatario, le rimanenti [fave] andarono
nell’urna per restare sotto il regio governo" (39).
Ricevuti i risultati del voto, il Consiglio Collaterale, nella sua seduta del 24 novembre 1631
presieduta dal nuovo viceré conte di Monterrey, ordinò che Frattamaggiore ritornasse subito
al demanio regio, con grande giubilo dei Frattesi che festeggiarono l’evento con suoni di
campane, con fuochi e con torce che illuminavano a festa le piazze e le strade del Casale.
Ma gli entusiasmi degli abitanti di Fratta furono ben presto sviliti dal ricorso di Alessandro di
Sangro alla Regia Camera della Sommaria che rigettò le istanze del barone, ma impose ai
Frattesi il pagamento aggiuntivo di 827,08 ducati per gli interessi maturati sulla somma iniziale
d’acquisto del Casale e di altri 1071 ducati per la nuova stima dei fuochi, risultati numericamente
superiori di 60 unità rispetto alla precedente numerazione. E così la somma originaria di ducati
23.743, alla conclusione della vertenza col barone di Sangro, risultò di circa 26 mila
ducati (25.641,08).
Tuttavia, però, questo ulteriore onere economico fu ampiamente ripagato dalla clausola nell’atto
di compra-vendita, rogato il 24 ottobre 1633 dal notaio Massimino Passaro, che vietava in
futuro la vendita, la donazione e ogni altra forma di alienazione del Casale di Fratta. Tale clausola
poteva essere inficiata unicamente dal passaggio di Frattamaggiore sotto la diretta sovranità
d’un membro della dinastia regnante di Napoli.
Come si sa, la politica dell’assegnazione delle terre demaniali, e naturalmente anche dei Casali
di Napoli, non fu mai abbandonata dalla corona napoletana per assicurare con la vendita di
beni patrimoniali della monarchia entrate di denaro indispensabile al pubblico erario, anche
dopo la fine dei viceregni spagnolo e austriaco e il ritorno del Mezzogiorno d’Italia alla sua
antica sovranità nel 1734, con Carlo di Borbone e i suoi successori. Ma Frattamaggiore continuò
a conservare immutata la sua giurisdizione di demanio regio.
Certo è che nel 1793, nella sua Descrizione geografica e politica delle Sicilie, Giuseppe Maria
Galanti annoverava il Casale di Frattamaggiore tra le terre demaniali della capitale, insieme a
Nevano, Melito, Calvizzano, Polveca e Torre Annunziata.
Con l’eversione della feudalità nel decennio francese scomparvero i feudi nell’Italia meridionale e
la proprietà terriera fu accentrata nelle mani degli agrari, con i loro fittavoli e i loro mezzadri. E
così agli antichi baroni e possessori di feudi si sostituì una nuova classe, quella della borghesia
agraria, in tutto il Mezzogiorno d’Italia. Inoltre, con la legge del 18 ottobre 1806 furono istituiti in
tutti i Comuni delle quattordici Province del Regno (ogni provincia era suddivisa in distretti) i
Decurionati che nominavano i sindaci, gli eletti e i revisori dei conti, deputati ai Consigli distrettuali
e provinciali (40).
Il Casale di Frattamaggiore, che fino ad allora aveva fatto parte di Terra di Lavoro (l’antica Liburia),
una delle dodici Province storiche del Regno di Napoli, passò sotto la giurisdizione della nuova
Provincia di Napoli, nel distretto di Casoria. Principale centro del circondario, Fratta, nel nuovo
assetto amministrativo del Regno di Napoli, eleggeva ventisette decurioni. Col ritorno di Ferdinando
IV e della sua corte a Napoli, dopo gli accordi di Casalanza presso Capua del 20 maggio
1815 (41) e la seconda restaurazione borbonica (42) (la
prima si era avuta in seguito al crollo della Repubblica napoletana del 1799), i Casali furono
trasformati in Comuni, con amministrazioni proprie o Decurionati, istituiti, come si è detto, nel
decennio francese e rimasti in vigore fino all’Unità d’Italia. I Decurionati furono poi soppressi con
legge Rattazzi nel gennaio del 1861 e sostituiti con i Consigli comunali, eletti dai cittadini con reddito
non inferiore a lire cinque annue (43).
A Frattamaggiore la prima consultazione elettorale per l’elezione del Consiglio comunale del nuovo
Regno d’Italia si ebbe il 16 maggio 1861. Il primo sindaco frattese dell’Italia unita fu Francesco
Muti, eletto nel suffragio del 16 maggio, insieme ai sedici consiglieri, e preposto al governo della
città per i successivi cinque anni.
MICHELE JACOVIELLO è docente di Storia Moderna presso la Facoltà di Lettere e Filosofia
(Dipartimento di Scienze Sociali) dell’Istituto Universitario Orientale di Napoli. E’ membro
di varie istituzioni culturali (Società Italiana di Studi sul secolo XVIII; Istituto Nazionale di
Studi sul Rinascimento Meridionale, Società Storici Italiani; Società Napoletana di Storia
Patria). Collabora con l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, con l’Accademia Pontaniana
di Napoli, con la Deputazione Toscana di Storia Patria ("Archivio Storico Italiano"), con la
Fondazione Giorgio Cini di Venezia ("Studi Veneziani”), con l’Istituto di Studi Atellani. E’
autore di numerosi saggi, apparsi in riviste scientifiche specializzate, e di diversi volumi
(Lotte politiche e autonomia regionale in Sicilia negli anni 1943-1948, 2a Ed. Napoli,
Simone Editore, 1988; Venezia e Napoli nel Quattrocento. Rapporti tra i due Stati e altri
saggi, Napoli, Liguori, 1992; Il Canadà (1867-1990), in "Storia Universale", vol. VII, t.
XII, Milano, Vallardi, 1993, Storia e storiografia. Dall’antichità classica all’età moderna,
Napoli, Liguori, 1994). Specialista del Settecento meridionale, è in corso di stampa una
sua Storia della Rivoluzione napoletana del 1799, di imminente pubblicazione.
I Quaderni ISA (acronimo per Istituto di Studi Atellani) sono stati ideati per accogliere
nella forma agevole del fascicolo brevi monografie e contributi di studiosi ed appassionati, volti ad
approfondire gli studi locali in ogni campo, dalla storia alla sociologia, dall’economia al folklore.
Né si disdegnerà di pubblicare validi contributi di natura poetica. In particolare questa collana
vuole essere rivolta a valorizzare gli studi di giovani e di esordienti nel campo degli studi
locali.
Note:
(1) M. JACOVIELLO, La storiografia romana, in ID., Storia e
storiografia dall’antichità classica all’età moderna, Napoli 1994, p. 78.
(2) STRABONE, Gheographikà, lib. V.
(3) T. LIVIO, Storia di Roma, lib. XVIII.
(4) G. PUGLIESE CARRATELLI, Il mondo mediterraneo e le origini
di Napoli, nel volume Per la tutela dei centri storici. Napoli patrimonio dell’umanità, a
cura di F. LUCARELLI e G. MAROTTA, Atti dei Convegno di Napoli promosso dall’UNESCO,
Napoli 1994, p. 17.
(5) STRABONE, Gheographikà, lib. V.
(6) L’opera è in due libri, "il primo va dalle origini della città al 146 a.C. e
comprende anche una breve trattazione delle colonie romane; il secondo arriva fino al 30 d.C.
Ma è dal 49 a.C. (inizio delle guerre civili) che il racconto si fa più intenso e pregnante" (M.
JACOVIELLO, La storiografia romana, op. cit., p. 85).
(7) Cfr. G. PUGLIESE CARRATELLI, Il mondo mediterraneo, op.
cit., p. 17.
(8) Ivi, p. 18.
(9) Infondata e gratuita risulta la notizia fornita dal grammatico Filargirio,
del V secolo d.C. Nel suo commento alle Georgiche di Virgilio, il Filargirio riporta in epitome il
testo distorto di Catulo e afferma: “poi che per l’ubertà e l’amenità dei luoghi la città [di Napoli]
cominciò ad essere meta di maggior affluenza, i Cumani, timorosi che Cuma non venisse del tutto
abbandonata, decisero di distruggere Parthenope. Ma poi, colpiti da una pestilenza, restaurarono
la città, conforme ad un oracolo, e con grande ossequio, ripristinarono il culto di Parthenope; ma,
per questa rinnovata fondazione, posero alla città il nome di Neápolis”. Il passo dell’epitome
delle Historiae di Catulo è riportato in G. PUGLIESE CARRATELLI, Il mondo mediterraneo,
op. cit., p. 18.
(10) Per notizie più diffuse si rimanda a B. CAPASSO, Napoli
greco-romana, a cura di G. DE PETRA, Napoli (Società Napoletana di Storia Patria) 1905; e
a J. BELOCH, Campania. Storia e topografia della Napoli antica e dei suoi dintorni,
Breslavia 1890 (tr. it., Napoli 1989).
(11) Il titolo completo dell’opera del Capasso è Monumenta ad Neapolitani
Ducatus historiam pertinentia quae partim nunc primum, partim iterum typis vulgantur cura
et studio B. C., cum eiusdem notis ac dissertationibus, Napoli 1881-92. Cfr. S. CAPASSO,
Bartolomeo Capasso e la nuova storiografia napoletana (nell’80° anniversario della morte),
Frattamaggiore (Istituto di Studi Atellani), Tip. Cirillo, 1981, p. 27 passim.
(12) Per una visione d’insieme si rinvia a I Normanni, popolo d’Europa
(1030-1200), a cura di M. D’ONOFRIO, Venezia 1994.
(13) D. A. CHIARITO, Commento istorico-critico-diplomatico sulla
Costituzione "De instrumentis conficiendis per Curiales" dell’imperatore Federico II,
Napoli 1772, p. 129.
(14) Cfr. C. DE SETA, Le città nella Storia d’Italia. I Casali di
Napoli, Roma-Bari 1984, p. 20.
(15) N. DEL PEZZO, I Casali di Napoli, in "Napoli Nobilissima",
nn. 1 - 2 (1892), pp. 139-40. Cfr. B. CAPASSO, Sulla circoscrizione civile ed ecclesiastica
e sulla popolazione della città di Napoli. Dalla fine del secolo XIII al 1809, Napoli 1892,
p. 15. Cfr. C. DE SETA, I Casali, op. cit., pp. 20-21.
(16) N. DEL PEZZO, I Casali, op. cit., p. 139.
(17) Napoli, Stamperia Reale, 1834.
(18) S. CAPASSO, Frattamaggiore. Storia, chiese, monumenti,
uomini illustri, documenti, 2a ed., Frattamaggiore (Istituto di Studi Atellani), Tip. Cirillo, 1992.
(19) P. PEZZULLO, Frattamaggiore da Casale a Comune
dell’area metropolitana di Napoli, Introd. di G. GALASSO, Frattamaggiore (Istituto di
Studi Atellani), Tip. Cirillo, 1995.
(20) Cfr. F. E. PEZONE, Fratta. Questioni di etimologia, in
"Rassegna Storica dei Comuni”, XV (1989), nn. 49-51, pp. 3-6.
(21) Ivi, p. 6. Del medesimo autore si veda anche Atella, introd.
di A. M. DI NOLA, Napoli, Nuove Edizioni, 1986.
(22) Regii Neapolitani Archivia Monumenta, I, Napoli 1845,
doc. XXXVII. Cfr. S. CAPASSO, Dalle prime vestigia alla vendita di Frattamaggiore e,
nel già cit. vol., Frattamaggiore etc., p. 47.
(23) La Dissertatio del Pratilli, in C. PELLEGRINO, Historia
Principum Langobardorum, Neapoli, Ex tip. J. De Simone, MDCCLI, tomo I.
(24) Notizie diffuse sul santo in S. CAPASSO, San Sosio e
Frattamaggiore, nel vol. dello stesso autore, Frattamaggiore, op. cit., pp. 32-45.
(25) Napoli 1802, tomo IV (l’opera del Giustiniani è ora disponibile anche
in rist. anast., Bologna, Forni, 1969-71).
(26) Arechi sposò Adelperga, figlia di Desiderio re dei Longobardi, e dal
sovrano longobardo fu infeudato del Ducato di Benevento (757), che egli estese ed ingrandì
con una serie di guerre vittoriose contro il duca di Napoli. Caduto il Regno longobardo, Arechi
trattò con i Franchi, riuscendo a conservare l’autonomia del suo Ducato. Più tardi trasferì la sua
corte a Salerno e si proclamò principe.
(27) B. CAPASSO, Breve Cronaca dal 2 giugno 1543 al 25 maggio
1547 di Geronimo de Spenis da Frattamaggiore, in “Archivio Storico per le Province
Napoletane”, II (1877), pp. 512-13. Ma si veda anche G. GALASSO, Dai Regni romano-barbarici
all’età comunale, in Storia d’Italia, I (I caratteri originali), Torino, Einaudi, 1972, pp. 401-14.
(28) A. GALLO, Aversa Normanna, Napoli, Industrie, tip. ed assimilate,
1938, p. 57 (ora anche in rist. anast., Aversa, Tip. F.lli Macchioni, 1988). Il riferimento a Fratta
nella Chronica Pisana è alla p. 170 del tomo VI dei RIS. Per i Rerum e per le opere erudite e
storiche di LUDOVICO ANTONIO MURATORI vedi M. JACOVIELLO, La storiografia
settecentesca e del primo Ottocento, in Storia e storiografia, op. cit., pp. 181-88.
(29) P. PEZZULLO, Frattamaggiore, op. cit., p. 35.
(30) Cfr. S. CAPASSO, Frattamaggiore, op. cit., pp. 46-47, In
appendice al volume, l’autore riporta il testo completo dell’istruzione, tratto, come gli altri documenti
successivi, dalle Memorie istoriche di Frattamaggiore del Giordano (doc. III).
(31) Ivi, p. 47 (il diploma del re è anch’esso riportato in appendice,
doc. IV).
(32) Ivi, p. 48.
(33) Ivi, appendice (doc. V).
(34) E. PONTIERI, Alfonso il Magnanimo re di Napoli, Napoli
1975; A. F. C. RYDER, The Kingdom of Naples Alfonso the Magnanimous, Oxford 1976;
La Corona d’Aragona e il Mediterraneo: aspetti e problemi comuni da Alfonso il Magnanimo
a Ferdinando il Cattolico (1416-1516), Atti del IX Congresso di Storia della Corona d’Aragona
(Napoli, 11-15 aprile 1973), Napoli 1978, voll. 2. Cfr. M. JACOVIELLO, Venezia e Napoli nel
Quattrocento. Rapporti fra i due Stati e altri saggi, Napoli 1992, pp. 15-44.
(35) P. PEZZULLO, Evoluzione del Casale di Frattamaggiore.
La signoria dei d’Alagno, in “Rassegna Storica dei Comuni”, XXIII (1997), nn. 84-85, pp. 32-40.
(36) Per il governo di Fernando Afán di Ribera, duca d’Alcalà (ag.
1629 - genn. 1631) vedi G. CONIGLIO, I viceré spagnoli di Napoli, Napoli 1967, pp. 219-32.
(37) Cfr. S. CAPASSO, I Casali di Napoli, in "Rassegna Storica dei
Comuni", XX (1994), nn. 72-73, p. 13.
(38) P. PEZZULLO, Frattamaggiore, op. cit., p. 43.
(39) N. CAPASSO, Compra e ricompra di Fratta (canto V, ottava 82).
In P. PEZZULLO, Frattamaggiore, op. cit., p. 45.
(40) N. FARAGLIA, Il Comune nell’Italia meridionale (1100-1806),
Napoli 1839. Cfr. G. GALASSO, Dal Comune medievale all’Unità. Linee di storia meridionale,
Bari 1969. Si veda anche M. JACOVIELLO, Profilo storico dei Comuni nel Medioevo e
nell’età moderna, “Rassegna Storica dei Comuni”, XX (1994), n. 74-75, pp. 1-16.
(41) P. COLLETTA, Storia del Reame di Napoli, Milano 1989, pp.
487-89 (come già nel 1799, Ferdinando IV di Borbone non tenne fede agli accordi e nel 1822
rescisse il trattato di Casalanza; cfr. ivi, p. 631). Per il riferimento al precedente accordo si
veda M. JACOVIELLO, La Rivoluzione napoletana del 1799. Entusiasmi repubblicani
e intemperanze sanfediste, in “Rassegna Storica dei Comuni”, XXII (1997), nn. 8283,
p. 37.
(42) A. SCIROCCO, Dalla seconda restaurazione alla fine del
Regno, in Storia del Mezzogiorno, diretta da G. GALASSO e R. ROMEO, V,
Roma 1989.
(43) Per una più ampia visione si rinvia allo studio di A. SCIROCCO,
Il Mezzogiorno nella crisi dell’unificazione (1860-1861), Napoli 1981.