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Le iscrizioni di Pompei [p. 25]

Come si diceva all’inizio alcune tra le iscrizioni in cui si fa menzione di Atella o, indifferentemente, dei suoi abitanti, si ritrovano a Pompei. Qui, infatti, tra i numerosi graffiti provvidenzialmente rimasti integri grazie soprattutto alla coltre di cenere e lapilli che Iuppiter Vesuvius riversò su uomini e cose quel fatale 29 di agosto del 79 d.C.- e che attraverso ricordi, versi celebri e poemetti, ma anche attraverso imprecazioni oscene, ingiurie e proclami elettorali, documentano qual’era la quotidianità degli antichi pure negli aspetti più insoliti - si contano due scritte direttamente ricollegabili ad Atella. La prima è visibile sul muro laterale che costeggia il breve sentiero che da via dei Teatri conduce al Teatro maggiore (Regione VIII, insula 8): tracciata con la punta di uno stilo o di altro strumento acuminato nell’attesa, forse, dell’apertura degli spettacoli, ci svela dell’amore di una ragazza atellana per un certo Chrestum. La scritta, che si svolge in un unico rigo, recita infatti:

METHE COMINAES ATELLANA AMAT CHRESTVM ORDE T
VTREIS QVE VENVS POMPEIANA PROPITIA ET SEM CON-
­CORDES VIVANT


«Methe Cominiaes Atellana amat Chrestum (c)orde (si)t utreisque Venus
Pompeiana propizia et sem(per) concordes vivant»

«Methe Cominiaes di Atella ama Cresto; la Venere pompeiana di cuore
sia benevole ad entrambi e vivano sempre concordi»




Pompei (NA), sentiero adiacente il Teatro grande, regione VIII, insula 8.




Ricostruzione ideale del Teatro piccolo di Pompei in un disegno di E. Mitchell
(da B. Conticello, Pompei Guida archeologica, Novara 1987)

Invero, la scritta, a ragione del fatto che il nome Chrestum, di chiara origine greca, Khrestòs «buono», può facilmente prestarsi ad una facile confusione con Christum, che sta per Cristo, è stata ritenuta dal Ciprotti - ­noto studioso di Pompei antica, amico e collaboratore per lunghi anni di Matteo Della Corte nel periodo in cui questi era Soprintendente agli scavi vesuviani - una iscrizione cristiana, sia pure con qualche riserva, legata però esclusivamente ad interpretazioni di natura filologica (per lo studioso romano infatti l’ortografia non corrisponderebbe all’epoca) (26).
Di diversa opinione sono invece altri studiosi. In particolare, per Agnello Baldi, autore di alcuni fondamentali saggi sulla diffusione del giudaismo e del cristianesimo a Pompeii, un ulteriore indizio contro l’interpretazione in senso cristiano del graffito andrebbe avvertito nella dicotomia che si coglie tra le parti iniziale e finale della scritta: volendo dare un senso cristiano ad essa, risulterebbe infatti quanto meno difficoltoso, a giudizio dello studioso, «... accordare la prima parte del graffito colla seconda, che registra un augurio così manifestamente pagano, e nelle lettere e nello spirito, da non poter essere in alcun modo frainteso» (27).
Nume della natura, dell’amore procreativo, della vita e della morte, oltre che della navigazione (sovente è raffigurata nell’atto di reggere un timone), la Venere pompeiana richiamata in questo graffito è la Venere adorata a Pompeii in una particolare ver­sione, la Venus physica, titolo che aveva in comune con la dea Me­fita.
Altri ancora, poiché la scritta è stata rilevata nei pressi del tea­tro, hanno interpretato l’aggettivo «atellana» come «attrice di fabulae atellanae» (28).
D’altra parte a Pompeii, anche per venire incontro al gusto po­polare, le fabulae atellane erano un pò di casa, vieppiù perché potevano essere recitate nella originale lingua osca, ancora generalmente intesa dai ceto meno abbienti. Alcuni autori riportano, anzi, che il piccolo teatro coperto cosiddetto "minore" fosse stato precipuamente costruito per le rappresentazione delle Atellane e dei mimi (29).


Napoli, Museo Archeologico Nazionale,
Erma di Caio Norbano Sorice

E, ancora, uno dei pochi, se non l’unico ritratto di attore delle Atellane che possediamo, l’erma di bronzo che raffigura Caio Norbano Sorice, attualmente conservata nella Sala degli Bronzi del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, proviene dal tempio di Iside di Pompei. Peraltro il Sorice era l’attore preferito di Silla che si sarebbe dilettato a scrivere Atellane durante il ritiro in Campania.
Di una Atellana rappresentata a Pompei si conserverebbe il ricordo, secondo il Buecheler, in un carmina che contiene un’allusione scherzosa ed ironica a quei ritrovati dell’arte culinaria che fanno sparire, utilizzandoli, tutti i rimasugli della mensa (30).
Il carmina è il seguente:

Ubi perna coeta est, si convivae apponitur,
Non gustat paernam, lingit ollam aut caccabum
(31)

«Quando si trova insieme un prosciutto, se lo si serve al commensale,
questi non mangia solo il prosciutto, ma lecca anche la pentola o il paiolo».

L’epigrafe, benché ancora parzialmente velata da uno spesso strato di cenere, era stata pubblicata una prima volta, per di più abbastanza corretta­mente, dal Mommsen nel 1847 (32) e poi subito dopo, con qualche trascurabile correzione nella lettura, dal Fiorelli (33) dal Garrucci (34), dall’Henzen (35) ed, ancora, dallo studioso tedesco Jahn (36) oltre che, naturalmente, dal C.I.L. (37).
Più tardi il Maiuri, ritornando sul graffito in una sua memorabile opera sulla vita quotidiana a Pompei e ad Ercolano nell’antichità avrebbe scritto di questo graffito come della testimonianza dell’«umile e schietto amore fra due servi ... consacrato dall’invocazione della protezione di Venere fatta da persona amica e non invidiosa dell’altrui felicità» (38).
L’altra scritta pompeiana è visibile invece nella bottega del vasaio Zosimus, un artigiano forse di origine giudaica, il quale produceva e vendeva i vasa faecaria, tra cui i contenitori di garum, la famosa salsa di pesce. Sull’intonaco della parete sinistra di questa bottega, sita nella zona dell’anfiteatro (Regione III, insula 4, casa 1), è graffito, infatti, unitamente a molti appunti di contabilità, un cosiddetto index nundiniarus, una lista cioè delle città della zona con l’indicazione dei giorni in cui si svolgevano le nundianae, i periodici mercati delle bancarelle cittadini: apprendiamo così dallo schema, qui dappresso riportato, che il mercato si teneva il sabato a Pompeii, la domenica a Nuceria, il martedì a Nola, il mercoledì a Cumae, il giovedì a Puteoli, il venerdì a Capua e a Roma, il lunedì nella nostra Atella.

DiesNundinaeX////VIIINONIXVXVIIII








Sat(urni)PompeisX///VIIVIIIIIIXVIXXX
Sol(is)NuceriaX///VIVIIIIIIXVII
Lun(ae)AtellaXV////I///VIIIVXVIII
Mar(tis)NolaXVIIVIVXVIIII
Mer(cvri)CumisXIVPI(pridie)VVIXX
Iov(is)PutiolosXIIIKIVVIIXXI
Ven(eris)RomaX///NOVIIIVIIIXXII

CapuaXIVIIPRIIIIIXXV


XVIIDVSXXXIIII


VIIIIVXIXXV




IVXIIXXVI





XIIIXXVII





XIVXXVIII


Va evidenziato come lo scriptor, avendo per errore menzionato Cumis (Cuma) al posto di Atella nella giornata di lunedì, vi abbia successivamente posto rimedio, apponendo, previa cancellatura, la giusta menzione. Per il resto accanto alle colonne dei giorni della settimana e dei luoghi di mercato sono riportati in tre colonne i giorni del periodo che va dalle idi di ottobre a quelle di marzo, ed, ancora, in altre tre colonne, i numeri progressivi dei trenta giorni del periodo stesso.
Il graffito venne rinvenuto il 26 aprile dei 1917, durante i lavori per il completamento di uno scavo iniziato l’anno precedente.
Artefice della scoperta fu il Della Corte, il quale nell’illustrarlo qualche decennio dopo (39) non mancò di evidenziare come l’indice pompeiano contenesse alcune similitudini con quello conservato nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli descritto una prima volta dal Mommsen nel 1852 (40).
Come l’indice di Pompei, quest’ultimo contiene, infatti, nello stesso ordine di successione, la menzione dei mercati di Roma e Capua; salvo elencare - ­trattandosi del resto di un indice compilato per i cittadini della Campania settentrionale - i mercati che, sempre in numero di otto, erano attivi nella zona; è cioè: Aquinum, In Vico, Casinum, Interamna, Minturnae e Fabrateria, oltre, ovviamente, Roma e Capua (41).
Riportato anche dal Diehl nella sua raccolta di iscrizioni pompeiane il graffito è registrato nel C.I.L. col n. 8863 (42).

Note:
(26) P. CIPROTTI, Postille sui Cristiani di Pompei e di Ercolano, in «Miscellanea Antonio Piolanti», Roma 1964, II, pag. 80.
(27) A. BALDI, La Pompei giudaico-cristiana, Cava dei Tirreni 1964, pp. 91-92.
(28) F. C.WICK, Vindiciae Carminum pompeianorum, in «Atti della Real Accademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti», XXVI (1907), pag. 16 e ssg. dell’estratto.
(29) G. VANELLA, La fabula atellana ed il teatro latino, in «Rassegna storica dei Comuni», nn. 74­-75 (1994), pp. 3-24, pag. 18.
(30) F. BUECHELER, Carmina latina epigraphica, Lipsia 1895, n. 33.
(31) C.I.L., IV, 1896. La parola caccabum è ancora viva nella parlata popolare campana e in altri dialetti meridionali nella forma caccavo e caccavella.
(32) T. MOMMSEN, Rheinisches Museum fur Philologie, vol. III (1847).
(33) G. FIORELLI, Giornale degli scavi di Pompei. Documenti pubblicati con note ed appendici, fasc. 2 (1851), pag. VII.
(34) R. GARRUCCI, Intorno ad alcune iscrizioni antiche di Salerno, Napoli 1851, pag. 17, tav. XXVI, 44.
(35) G. HENZEN, Inscribitur Collectionis Orellianae supplementa emendationesque exhibens, Zurigo 1856.
(36) O. JAHN, Ueber eine auf einem Thongefäfs befindliche lateinische Inschrift. in Berichte Über die Verhandlungen der Künigl. Sächsischen Gesellschaft der Wissenschaften zu Leipzig, Vol. IX, pp. 191 e ssg.
(37) C.I.L., IV, 2457.
(38) A. MAIURI, Pompei ed Ercolano fra case e abitanti, Firenze 1983, pag. 101.
(39) M. DELLA CORTE, Pompei. Scavi sulla Via dell’Abbondanza. Epigrafi inedite, in «Notizie degli scavi di antichità», 1927 (V), serie sesta, vol. III (vol. 52° dall’inizio), pp. 89-116, pag. 98.
(40) I.L.R.N., 6747.
(41) C.I.L., VI, 32505.
(42) E. DIEHL, Pompeianische Wandinschriften, II ed., Berlino 1930, n. 834.
(43) C.I.L., IV, 8863.