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L’iscrizione di Frattamaggiore [p. 17]

Le epigrafi sono tra le più importanti testimonianze della storia antica: basti ricordare in proposito, specialmente quando esistono delle grosse lacune nelle fonti scritte, il ruolo che hanno avuto le inscriptiones raccolte e pubblicate sotto gli auspici dell’Accademia delle Scienze di Prussia da August Boeckh per quanto concerne l’epigrafia greca (7) e da Theodor Mommsen per quanto riguarda invece l’epigrafia latina (8). In non pochi casi, anzi, le descrizioni sono i soli documenti sui quali poter contare per ricostruire, almeno in parte, la storia di avvenimenti, città e popoli. Purtroppo se le testimonianze storiche, archeologiche e letterarie sull’antica Atella non sono molte, ancor meno lo sono quelle epigrafiche.


Le mura di fortificazione di Atella
(foto Soprintendenza Archeologica di Napoli e Caserta)

Men che meno poi quelle ritrovate o conservate nella zona compresa tra gli odierni abitati di Sant’Arpino, Succivo, Frattaminore e Orta di Atella, che la tradizione erudita locale, suffragata da scarni ma importanti ritrovamenti archeologici, indica come il territorio su cui sorgeva la città. Se si esclude infatti la stele che gli atellani dedicarono a Caio Celio Censorino (attualmente visibile al centro di un’aiuola in piazza Pio XII a Grumo Nevano), e alcune lapidi sepolcrali variamente sparse tra Aversa e le località limitrofe, le epigrafi superstiti direttamente collegabili ad Atella e alla sua storia a tutt’oggi note, si conservano a Napoli, Pompei, Roma e a Parigi. L’epigrafe parigina proviene però dalla lontana Costanza, fondata dall’imperatore Costantino nel IV secolo d.C. in luogo dell’antica città greca di Tomis sulla sponda rumena del mar Nero, e già universalmente nota per aver lungamente ospitato in esilio il poeta latino Ovidio che vi morì nel 17 o 18 d.C.
Accanto alle poche epigrafi note le fonti riportano tuttavia un considerevole numero di altre iscrizioni distrutte o disperse. Tra queste va annoverata un’epigrafe funeraria - ritrovata a Frattamaggiore agli inizi dell’Ottocento - che si può considerare anche la più antica iscrizione inerente Atella che si co­nosca: laddove si escludano però le poche coeve serie monetali in bronzo variamente conservate nei musei archeologici di Napoli, Londra e Parigi, che in quanto contrassegnate dalla leggenda in lettere osche retrogradi ADERL o talvolta ADE (che stanno en­trambe per Atella), pur costituendo prevalentemente, ed in buona sostanza, materia d’interesse numismatico rientrano di diritto tra le testimonianze epigrafiche (9).
In ogni caso l’iscrizione frattese è la prima che si conosca in lingua latina e ci testimonia l’uso di questa lingua ad Atella già dal III secolo a.C., epoca alla quale si data la stessa come avrò modo di evidenziare da qui a poco. Se­condo la lettura del Mommsen, che la rese nota catalogandola però erroneamente tra le epigrafi di Ausonia, nel Frusinate, per una grossolana confusione tra la cittadina campana e il piccolo centro laziale denominato Fratte fino a tutto il 1863, l’iscrizione in oggetto recitava:

gnae pompeio c. pompei f. | annonae praefecto | dum roma atellam peteret | ab equo escusso | interempto | cives atellani | hic | condi­torium | posuere (10)

«Gnae Pompeio C(aii), Pompei f(ilio), Annonae Praefecto, dum Roma Atellam peteret ab equo escusso interempto, cives Atellani hic condi­torium posuere»

«A Gneo Pompeo, figlio di Caio Pompeo, Prefetto dell’Annona, morto caduto da cavallo mentre Roma assaliva Atella, qui i cittadini atellani posero le ossa»


Napoli, Museo Archeologico Nazionale,
Coll. Santangelo,
uncia con la scritta osca ADE [= Atella]




Napoli, Museo Archeologico Nazionale,
Coll. Santangelo,
binux con la scritta osca ADERL [= Atella]

Dalla lettura dell’epigrafe si ricavano tre elementi essenziali: la gens di appartenenza del defunto (dove il termine gens indica il complesso di più famiglie legate tra loro da comunanze di origini, di nomi e di costumi religiosi), la carica pubblica di cui era investito e l’accidentale causa della sua morte.
La gens Pompeia fu di origini plebee: dopo l’anno 612 di Roma ebbe sei consolati e quattro trionfi. Ad essa appartenne, tra gli altri, il grande Pompeo, rivale di Cesare. In Campania era attestata anche a Suessola, Allifae e Puteoli (11). Il prefetto all’Annona (la parola, nel significato primitivo indicava l’in­sieme della produzione agricola di tutto l’anno e per tutto lo stato) era incaricato di provvedere all’approvvigionamento del grano e alla sua distribuzione negli anni di carestia.
Il testo, inoltre, per i chiari riferimenti alla conquista di Atella da parte di Roma ci permette di datare l’epigrafe ad un lasso di tempo compreso tra il 220 ed il 211 a.C., allorquando nell’ambito della guerra tra l’Urbe e la federazione delle città campane in rivolta, Atella fu definitivamente assog­gettata dai romani.
L’epigrafe, come riportano le brevi note che accompagnano la pubblicazione del testo, e che non danno adito a dubbi circa la sua provenienza, fu ritrovata, come si accennava, a Frattamaggiore in una tomba venuta alla luce nel 1805 durante lavori di sterro nella proprietà di un certo Andrea Biancardi. Con essa furono recuperate le armi che ornavano lo scheletro del defunto guerriero. Qualche tempo dopo, tale Antonio Patricelli, venuto in possesso non si sa come del reperto, ne fece dono al canonico Vincenzo Masciola di Cassino, noto studioso di antichità dell’epoca. Da allora se ne sono perse le tracce.


Note:
(7) A. BOECKH, Corpus Inscriptionum Graecarum, Berlino 1828-77. L’opera è costituita da quattro grossi volumi «in folio» dove le iscrizioni, raggruppate secondo un criterio geografico, sono accompagnate da un ampio commento.
(8) T. MOMMSEN, Corpus Inscriptionum Latinarum, edito dal 1863 a tutt’oggi in diversi luoghi editoriali. Il C.I.L., com’è altrimenti denominato e come verrà in seguito indicato il Corpus delle iscrizioni latine, è costituito da ben sedici volumi con i relativi supplementi, cui è previsto se ne aggiungeranno in futuro degli altri essendo sempre ipotizzabili nuove scoperte e migliorate letture. Il primo volume venne alla luce a Lipsia nel 1863, preceduto poco più di un decennio prima da una sorta di lavoro­ saggio sulle iscrizioni del regno di Napoli (T. MOMMSEN, Inscriptiones Regni Neapolitani latinae (I.R.N.L), Lipsia 1852). Da qui la doppia numerazione che appare in seguito per alcune epigrafi. Lo studioso tedesco, che fu coadiuvato nell’impresa dall’Accademia di Berlino e da un largo stuolo di collaboratori, tra i quali bisogna citare almeno i connazionali C. Hülsen, E. Hübner, E. Bormann, l’italiano G. B. Rossi ed il francese R. Cagnat, lavorò instancabilmente per quasi mezzo secolo alla sua stesura, realizzando un’opera fondamentale che rappresenta tuttora un momento imprescindibile per chiunque si appresti a percorrere gli intricati sentieri dell’epigrafia latina. Al Mommsen si devono oltre che il piano generale dell’opera, i volumi III, IV, IX e X. Prima dello studioso tedesco altri autori, il Niebuhr nel 1815, ed il Kaliermann nel 1835, avevano tentato di cimentarsi nell’impresa. Difficoltà e complicazioni nel primo caso, la morte dell’autore nell’altro, avevano tuttavia fatto naufragare i progetti.
(9) R. CANTILENA, Monete della Campania antica, Napoli 1988, pag. 175 e ssg., con bibliografia precedente. Sul toponimo osco ADERL si cfr. V. PISANI, Le lingue dell’Italia antica oltre il latino, Torino 1953, pag. 103, n. 44, IV.
(10) C.I.L., X, 681*.
(11) Sulla presenza della gens Pompeia in questi centri si confrontino G. CAPORALE, Memorie Storico-Diplomatiche della città di Acerra e dei conti che la tennero in Feudo, Napoli, 1860, pp. 13-14; F. S. FINELLI, Città di Alife e Diocesi. Cenni storici, Scafati 1928, pag. 58-59; G. CAMODECA, Per una nuova riedizione dell’archivio puteolano dei Sulpicii, in «Puteoli Studi di storia antica», VI (1982), pp. 7 e 151-153, VII-VIII (1983), pp. 307-308.