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L’epigrafe bilingue (greco-latina)
di Casoria [p. 124]
Verso la metà di marzo del 1912, in contrada Carbonelle a due chilometri circa da Casoria,
alcuni contadini lavorando la terra s’imbatterono in una grande lastra di marmo lunga cm. 225
e larga cm. 76, attualmente conservata nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che
contiene un’epigrafe il cui testo è inciso in tre colonne, le prime due in greco, la terza
in latino.
L’epigrafe, che l’allora giovane e dotto studioso Domenico Mallardo appositamente chiamato
a visionarla da Mons. Gennaro Aspreno Galante, interpretò e trascrisse per farne oggetto di
una conferenza alla Real Accademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti di Napoli, poi
pubblicata nelle relative Memorie (383), contiene un decreto della fratria degli Artemisi
in onore di Lucio Munanzio Ilariano e la risposta di questi ai fretori (384).
Il testo greco si divide in due parti, la prima contiene il decreto, la seconda la risposta di Lucio
Munanzio Ilariano, mentre il testo in latino è nient’altro che la traduzione della risposta.
Nella prima parte l’epigrafe contiene tra l’altro il nome di uno dei componenti la coppia ipatica,
l’Imperatore Lucio Settimio Severo, console per la seconda volta e principe per la terza e
quello del demarco, Marco Aurelio Apolausto, parente forse del famoso pantomimo di cui
si è già discorso, dati che ci permettono di datarla al 194.
Si ricorda che ipata e demarco erano le cariche di magistrati in uso a Napoli nel corso del I e
II secolo e che la carica di demarco veniva sovente assegnata a titolo onorario anche ad artisti
famosi. Il nome dell’altro componente la coppia ipatica, Clodio Albano, risulta, invece,
mancante perché colpito dalla damnatio memoriae.
In breve il testo riporta che Lucio Munanzio Ilariano fece eseguire dei lavori di abbellimento
della Fratria ornandolo di marmi finissimi e di un soffitto indorato; inoltre fece allestire una
bellissima sala per banchetti e costruire un tempietto per la dea Artemide. I fratori in cambio
lo riconobbero come padre e protettore della Fratria, deliberando di dedicare a lui e al figlio
Mario Varo due statue in bronzo e altrettanti ritratti, unitamente all’utilizzo gratuito di cinquanta
posti in occasione delle rappresentazioni che si svolgevano nella stessa sede della Fratria. A
codeste offerte Lucio Munanzio Ilariano rispose con una lunga lettera in cui rinunciava a gran
parte degli onori conferitigli, accettando solo quindici dei posti concessigli e l’erezione di due
sole statue, una per sé e l’altra per il figlio.
Per quanto concerne il ritrovamento di questo marmo nelle campagne di Casoria, in un fondo
anticamente di pertinenza dell’ager atellanus, una plausibile spiegazione andrebbe ricercata
secondo il compianto don Gaetano Capasso - di contro l’ipotesi già avanzata a suo tempo dal
Mallardo (385) prima e dal Napoli (386) poi, circa l’appartenenza del
marmo alla fratria napoletana degli Artemisi - nella presenza, anche nel nostro territorio, «di qualche
tempietto pagano» adibito al culto della dea greca «nel quale dovette conservarsi il
marmo» (387).
Ipotesi, quella del Capasso, che mi sembra francamente poco attendibile laddove leggendo il
testo dell’epigrafe si ricava che i lavori fatti realizzare da Lucio Munanzio Ilariano per abbellire
la fratria furono particolarmente grandiosi: degni, insomma, di un grande e nobile sodalizio quale
poteva esserlo solo quello di una grande città e non certo di un piccolo centro quale restava
in fondo Atella rispetto a Napoli.
Molto più verosimilmente, invece, la lastra fu prelevata già ab antiquo dal tempio di Neapolis
per essere riutilizzata come coperchio di una sepoltura: evenienza, peraltro, abbastanza attendibile
se si considera che a breve distanza dalla contrada in cui fu trovata è documentata una vasta
necropoli. Il culto di Artemisia fiorì a Napoli già in epoca remota e aveva forse riscontro
nell’analogo culto per il fratello Apollo, uno delle tre principali divinità dell’antica Neapolis.
Al tempo della Napoli greco-romana, la fratria degli Artemisi sorgeva probabilmente in luogo
dell’attuale Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta (388).
In ogni caso si riporta il testo dell’epigrafe così come si rileva dal Mallardo:

L. MVNATIVS HILARIVS PHRETORIBVS ARTEMISIS SALVTEM
HONORES QUOS DECREVISTIS MIHI, ITEM DONA AT RE
MUNERANDVM ANIMUM MEVM ET PRONAM VOLVN
TATEM GRATE ACCEPI, NON PRO MAGNITUDINE CORVM
QVAE OSTENDISTIS TRIBVENTES MIHI ET FILIO MECO
HEROI VESTRO, SET MAXIME PROPOSITI VESTRI GRATIA
QVI DECREVISTIS, QVOD VOS ET BONOS ET IVSTOS INTEL
LEXI EX HIS QVAE REMVNERATIS: ET QVIDEM QVINQVA
GINTA CHORAS, QVAS MIHI OBTVLISTIS, EXCVSO QVINDE
CIM CONTENTVS, ITEM ET DE IMAGINIBVS QVATTUOR ET DE
STATVIS QUATTUOR, MIHI ENIM SVFFICIT STATVA VNA
ET VNA IMAGO, SET ET IN HONOREM FILI MEI SVFFICIET
STATVA VNA, PLVRES ENIM IMAGINES ET STATVAS
IN VESTRIS ANIMIS HABEMVS CONSTITVTAS. OPORTET
AVTEM VOS, OPTIMI VIRI ET CONPHRETORES, NON SALVM
HAEC ANTE OCVLOS HABERE PHRETRIAM ET
CVLTVM EIVS ET LAVTITIAM, SPERARE DE ME; DISPOSI
TIO ENIM ANIMI MEI MAGIS HORTATVR VOLVNTA
TEM MEAM IN VESTRVM HONOREM ET GRATIAM VALETE

Napoli, Chiesa di S. Maria Maggiore della Pietrasanta, basamento del campanile
con marmi di spoglio provenienti probabilmente dalla Fratria degli Artemisi
Note:
(383) D. MALLARDO, Nuova epigrafe greco-latina della Fratria
napoletana degli Artemisi, in «Memorie della Accademia di Archeologia Lettere e Belle Arti di
Napoli», 2 (1913), pp. 149-175.
(384) Nelle città greche e quindi anche a Napoli, che com’è noto benché
romanizzata continuò a mantenere ben vive per alcuni secoli dopo la conquista le tradizioni elleniche,
le fratrie erano delle associazioni di carattere religioso-politico, a cui erano inscritte le famiglie dei
cittadini ed i cui membri si chiamavano fretori (phrétores); ogni fratria aveva un tempio ed un fretion,
un edificio destinato alle riunioni degli iscritti; a sua volta nel fretion vi era un agorenterio, il luogo
deputato alla discussione degli affari della comunità. In alcuni giorni fissi le fratrie celebravano
sacrifici e convitti.
(385) D. MALLARDO, op. cit., pag. 150.
(386) M. NAPOLI, Napoli greco-romana, Napoli 1959, pag. 170 («...
anche se certa è la località di rinvenimento, non si può concludere che la sede della Fratria doveva
essere in tale località [...]; ancora più assurda [...] è la ubicazione di un tempio ad Artemide nelle
immediate vicinanze, e ciò anche se il nome della Fratria non può non essere collegato ad un culto
di qualche divinità».
(387) G. CAPASSO, op. cit., pag. 20.
(388) G. BENEDUCE, Origini e vicende storiche della Chiesa di S.
Maria Maggiore della Pietrasanta in Napoli, Napoli 1931.
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