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L’epigrafe di Clonus e le altre epigrafi di probabile
provenienza atellana di Marcianise [p. 117]
Al panorama archeologico del primitivo Cristianesimo nell’ager atellanus appartiene probabilmente anche una stele calcarea adattata a spalletta di un pozzo nel cortile di una casa colonica in via Salzano a Marcianise. Come si preannunciava nella prefazione, infatti, per i motivi già esposti in quella sede, tra le epigrafi di probabile origine atellana si possono inserire anche alcune iscrizioni ritrovate nel tenimento di Marcianise. L’epigrafe in oggetto, mutila nella parte inferiore e fortemente abrasa nella parte centrale, allude, secondo la paziente e dotta ricostruzione del Genoni, che la scoprì ed illustrò, ad un martire indicato con il nome Clonus (356).

Marcianise (CE) Lastra epigrafica commemorativa del martire
Clonus individuata da G. Genoni nel parapetto di un pozzo
in un palazzo di Via Salzano
La lastra, prelevata molto probabilmente agli inizi del secolo scorso come materiale da costruzione nell’area dei due tempietti rurali paleocristiani di San Cesario e Santa Giuliana immediatamente a ridosso del Clanio, si presenta attualmente con questo dettato:
.............EX IOANN..................REALE
....VI....I.D........................I.SS.......
.............MARTIRUS.......A..LUSTRA VACABAT...
.........MORTE PI.........CLONUS ACERBA.........
SUSCEP..........S............ISTE BEATAM.........
.....STO..................NIXA......MEMBRA......
......TOR................RENTES:...............
che il Genoni ha creduto integrare e tradurre nel seguente modo:
(DANNATUS) EX IOANN(E) (DOMINO) REALE
(VI)VI(DI)SSIMUS PIISSIMUS
MARTIRUS N(-) GI(--) A LUSTRA VACABAT
MORTE PI(ACULUM) CLONUS ACERBA
SUSCEP(IT) (PIIS)S(IMUS) ISTE BEATAM
(-----) STO(REA) (----) NEXA(---)MEMBRA
CUM HABERET (-----) TOR (---)ORANTES:(---------)
«Condannato da Giovanni Sovrano Reale, vividissimo e piissimo, Martire
(«noi - a») andava incontro al martirio. Lo stesso infelicissimo Clonus
subì il sacrificio espiatorio con morte acerba avendo le membra legate con
una corda. A lui coloro che pregavano (---------)»
Quanto alla datazione il Genoni propende per una data prossima alla fine del IV secolo-inizi
del secolo successivo: vuoi per l’analisi linguistica delle parole e dei lessèmi, vuoi per i
caratteri fenico-egiziani delle lettere, vuoi, non ultimo, perché «le parole beatam, martirus,
orantes, acerba, morte sono vocaboli decisamente non classicheggianti e fanno
intendere che il personaggio morì in un momento imprecisato, ma molto
probabilmente dopo l’età costantiniana».
Molto più verosimilmente, però, l’epigrafe va datata al VII secolo, ad un anno prossimo
al 615, allorquando, sull’esempio di Ravenna, Napoli, nel cui dominio rientrava anche
la Terra Lanei, si ribellò all’umiliante subordinazione impostale dall’Imperatore d’Oriente
e si dette un governo autonomo con a capo Giovanni Consino, il presunto «Sovrano Reale»
di cui si fa menzione nell’epigrafe.
Riguardo alle altre epigrafi marcianisane una provenienza atellana va sicuramente esclusa
per il cippo urbico collocato sulla facciata dell’antico palazzo Messore in piazza
Umberto I, su cui si legge la scritta:
IVSSV· IMP·CAESARIS·QVA·ARATRVM·DVCTVM·EST
«Per volere di Cesare condottiero fu fissato questo solco per dove passò l’aratro»
allusiva alla pratica di origine etrusca di tracciare con questo attrezzo il territorio di una città, ritenuta dagli storici locali la prova inconfutabile dell’origine stessa della città al tempo di Giulio Cesare (50 a.C.) (357). E, ancora, va esclusa altrettanto sicuramente l’epigrafe del purpurario A. Oppei incastonata in un palazzo di via Santoro, ritrovata nelle campagne di Macerata Campania (358). Ipotesi per una probabile provenienza da Atella si possono avanzare invece per altre tre epigrafi funerarie. Una prima di età repubblicana riguardante la liberta Heria Secunda, incastonata in un palazzo rurale di via S. Giuliano in condizioni assai precarie, sulla quale si legge:
| HERIA·L·L·SECVNDA·O VIXIT AN·XXIX VIR FECIT | H· P A M P H I L VS |
Riportata dal Pratilli (359) e dal Granata (360) fu descritta nel C.I.L. dal Mommsen dopo la
ricognizione del Von Duhn (361).
Sulla seconda, attualmente conservata nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli,
dedicata a tale Livinia Aprodisia Felicula si legge:
(L)IVINIAE·CN·L
APRODISIAE
FELICVLAE·O·H·S·S
CN·LIVINIVS·CN·L
ARIA COLIBERTVS
FECIT
«(L)iviniac C(naei) l(ibertae) Aprodisiae Feliculae o(ssa) h(ic) s(ita) s(unt);
C(naeus) Livinius C(naei) l(ibertus) Aria Colibertus fecit»
«Qui giacciono le ossa di Livinia Afrodisia Filicula liberta di Gneo;
Gneo Livinio Aria Coliberto, liberto di Gneo, le dedicò»

Marcianise (CE), Via S. Giuliano, cippo
funerario della schiava Secunda
Riportata dal Maruccelli (362), dal Bongianelli (363), dal Tiferno (364), dal Muratori (365), dal Pratilli (366), dal Granata (367) e dal Fiorelli (368) è illustrata e registrata dal Mommsen nel C.I.L. (369). Nel Museo Nazionale di Napoli si conserva una terza epigrafe sulla quale si legge:
EVTICHI·THVR
O·H·S·S
«Eutichi Thur o(ssa) h(eic) s(ita) s(unt)»
«Qui furono poste le ossa di Eutico Torio»
Le fonti riportano di altre epigrafi funerarie, attualmente disperse. Su una di esse, resa nota una prima volta dal Maruccelli (370), e illustrata successivamente dal Bongianelli (371) e dal Tiferno (372) c’era scritto:
L·ALACRIVS
DASIVS
PRIMIGENIAE
SVAE (373)
«L(ucius) Alacrius Dasius
primigeniae suae»
«Lucio Alacrio Dasio
alla sua primogenita»
Su una altra, resa nota da una relazione apparsa negli Atti della commissione Antichità di Caserta (374), già «alla Carità all’angolo della casa degli eredi di Paolo Emilio de Paruta», come avverte il von Duhn che la recensì per il C.I.L. c’era scritto:
ANTHVS·SVETTI·VIXIT
ANNOS·XV·FRVGI·PUDENS
ù
P·SVETTIVS·PATER·ANTHO·SVO·FECIT
O·H S·S (375)
«Anthus Svetti vixit annos XV
frugi pudens P(ublius) Suettiu pater Antho suo fec(it)
o(ssa) h(eic) s(ita) s(unt)»
«Anto Svettio visse 15 anni.
L’onesto padre Publio Svettio al suo Anto fece.
Qui (ne) sono poste le ossa»
Per lo stesso C.I.L. Von Duhn riportò la seguente epigrafe posta sulla torre campanaria della chiesa di San Michele:
ARBITR
SVAVIS (376)
«Amabile piacere»
e un’altra presso la chiesa di Sant’Andrea:
(.......) ENSA·FECIT (377)
«(sua imp)ensa fecit»
Ben tre, ancora, le epigrafi riportate dal Pratilli, tutte riportate al solito dal C.I.L. tra le «falsae vel alienae» (378). Sulla prima, vista «ad ecclesiam S. Annae» si leggeva:
Volasius c.... (379)
Sulla seconda, vista «in quondam officina» c’era scritto:
... | ... ori si te ... |... l. isa et in ... | ... eur. respic... | ... rifities qu ... |
... al. et haec a ... | ... pis fl. uriai ... | ... onus omne ... |... opus
frugiferum ... | ... inn complect... | ... arius nicephorus
... |...lachrim.sparsa ... | ...posuit (380)
Sulla terza, infine, sita «in foro», si leggeva:
.... ermosis l. ex testamento (381)

Ricostruzione ideale del sarcofago di Priscilla Sepiciae
in un disegno di V. Moriello
Fatta salva l’autenticità della fonte, delle tre epigrafi, intraducibili, se ne ignorano le attuali
collocazioni; come si ignorano d’altronde le ubicazioni dei numerosi frammenti dell’artistico
sarcofago di Priscilla Sepiciae, rinvenuto a circa due metri di profondità nel 1970, durante
dei lavori agricoli, in un fondo di proprietà della famiglia Piccirillo in località Sala, nei pressi
del Castello di Airola e frantumatosi in un imprecisato numero di pezzi nel corso di un
maldestro tentativo di sollevamento con una rudimentale gru. Dal resoconto del Genoni, che
diversi anni dopo raccolse le testimonianze di alcuni coloni del posto presenti allo scellerato
atto vandalico, risulterebbe che i frammenti siano stati raccolti come «souvenir» dai numerosi
astanti, insieme alla ricca messe di oggetti tombali (382).
Pare anzi che, a motivo della presenza sul sarcofago di un’immagine di Hermes scambiata per
un rappresentazione della Vergine, questi frammenti siano stati poi ulteriormente ridotti in
pezzi ancora più piccoli e venduti o conservati come «reliquie».
L’artistico sarcofago, in marmo bianco, proveniva molto probabilmente, come ebbero modo
di ipotizzare Bartolomeo Durante, Vincenzo Moriello e Mario De Apollonia sulla scorta
delle testimonianze e della rara documentazione fotografica disponibile, direttamente dalla Grecia.
I suddetti studiosi fondavano la loro affermazione sulla breve iscrizione dedicatoria a Priscilla
Sepiciae (un nome chiaramente ellenico) che si leggeva sul prospetto del manufatto, e sulla
presenza nel fianco laterale di un rilievo marmoreo con l’effige di Hermes, il Mercurio dei
latini, riconoscibile come tale dalle piccole ali sulla capigliatura e dai guanciali del petaso
annodati sotto il mento. Come si osserva nella ricostruzione ideale elaborata dal Morello,
l’iscrizione e l’effige, che sicuramente si ripetevano sull’altro versante del sarcofago, erano
inquadrate da due cornucopie legate da nastri svolazzanti.
Molto più verosimilmente, però, il sarcofago non proveniva affatto dalla Grecia, come ipotizzato,
ma era solo la tomba di un donna di alto lignaggio di origini elleniche che si era fatta seppellire
nei pressi di un tempio dedicato a Mercurio; tempio le cui colonne e una piccola ara erano
ancora visibili, secondo il racconto fatto al Genoni da alcuni anziani contadini del posto che
riportavano le testimonianze dei loro padri e nonni, a tutto il 1867, quando furono abbattute
per fare posto alla costruenda linea ferroviaria Napoli-Benevento.
Note:
(356) G. GENONI, Stele epigrafica paleocristiana di Clonus,
dattiloscritto, Marcianise, Biblioteca Comunale, 6648/I. Le vicende del ritrovamento della
stele trovarono vasta eco anche nella stampa locale (cfr. Il Mattino del Sabato, a. XCIV
n. 109 del 5 ottobre 1995 e la Gazzetta di Caserta).
(357) N. DE PAULIS, A rivendicare l’abolito stemma della
città di Marcianise, Marcianise 1878; G. JANNELLI, Qual è la storia vera della
nuova città di Marcianise?, Caserta 1879. Per quanto concerne l’epigrafe, descritta una
prima volta da A. TIFERNO, in Cod. Peutingeriano n. 527, fol. 85, Monaco di Baviera,
Biblioteca, fu poi riportata da F. MARUCELLI, Cod. A. 79, I, f. 77’, Firenze, Biblioteca
Marucelliana «Allo casale de Marcianisi in la porta appresso la stalla, et lo casale e, dove
stava Capua antiqua» e da C. PELLEGRINO, op. cit., pag. 722, 2, 248 «In pago Marcianisi
prope ecclesiam S. Caroli versus occidentam hibernum; hoc integrum est», prima di essere
schedata da Von Dauhn in C.I.L., X, 3825 [=3590]. Francesco Marucelli (Firenze 1625 -
Roma 1703). Erudito e appassionato bibliofilo raccolse numerosi volumi, compilò alcuni codici
e il primo repertorio per soggetto (Mare Magnum), edito a Firenze nel 1670.
(358) G. GENONI, op. cit.
(359) F. M. PRATILLI, op. cit., pag. 339.
(360) F. GRANATA, Storia civile della fedelissima
Città di Capua, Napoli 1752, I, pag. 23.
(361) C.I.L., X, 4165 [=3734].
(362) F. MARUCELLI, Cod. A. 79, I, f. 77’, Firenze,
Biblioteca Marucelliana.
(363) G. BONGIANELLI, Cod.Vat. 5237, f. 256.
(364) A. TIFERNO, Cod. Peutingeriano n. 527, fol. 85,
Monaco di Baviera, Biblioteca.
(365) L. A. MURATORI, app 7,3 ex schedis Aegiptii.
(366) F. M. PRATILLI, op. cit., pag. 338.
(367) F. GRANATA, op. cit., I, pag. 23.
(368) G. FIORELLI, Catalogo ..., op. cit., n. 1424.
(369) C.I.L., X, 4206 [=3757].
(370) F. MARUCELLI, Cod. A. 79, I, f. 77’, Firenze,
Biblioteca Marucelliana.
(371) G. BONGIANELLI, Cod. Vat. 5237, f. 256.
(372) A. TIFERNO, in Cod. Peutingeriano n. 527, fol. 85,
Monaco di Baviera, Biblioteca.
(373) C.I.L., X, 3944.
(374) Atti della Commissione Conservatrice dei Monumenti
ed oggetti di antichità e Belle Arti, II (1871).
(375) C.I.L., X, 4014.
(376) C.I.L., X, 4356.
(377) C.I.L., X, 3932.
(378) F. M. PRATILLI, op. cit., pag. 339.
(379) C.I.L., X, 508* [=584*].
(380) C.I.L., X, 511* [=587*].
(381) C.I.L., X, 513* [=589*].
(382) G. GENONI, Il mistero del sarcofago, in «Tribuna aperta»,
3/22 (15 aprile 1994), pag. 3.
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