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Memorie epigrafiche sul paleocristianesimo
nell’ager atellanus [p. 114]
Ritenuta poco attendibile la pia tradizione (riportata, tra l’altro anche dall’abate cistercense
Ferdinando Ughelli) che indica in San Pietro il primo evangelizzatore delle nostre contrade (346),
gli inizi del Cristianesimo nell’agro atellano si fanno risalire, più presumibilmente, allo sbarco di
San Paolo a Puteoli, testimoniato, peraltro, da un’autorevole fonte storica come gli Atti degli
Apostoli (XXVIII, 13-14).
L’Apostolo delle Genti, infatti, proveniente da Reggio Calabria e diretto a Roma, quasi
certamente, dopo una sosta di sette giorni nella città flegrea, dovette fare una deviazione anche
ad Atella, innestandovi, con la sua predicazione, i primi germogli del nascente Cristianesimo.
La storiografia locale, antica e moderna, ha voluto vedere in una piccola iscrizione marmorea
rinvenuta tra le rovine di Atella e riportata per la prima volta, nel 1800, dallo storico giuglianese
Agostino Basile nella sua storia di Giugliano (347), e poi, in prosieguo di tempo, dai vari
Parente (348), Riccitiello (349) etc., i segni di questo passaggio.
Secondo i succitati storici, il marmo, di cui si sono
perse le tracce (così come non si ha più notizia della lapide commemorativa fatta apporre dai
Paolotti nel loro monastero di Sant’Arpino per ricordarne il ritrovamento), avrebbe documentato
l’incontro tra San Paolo ed un presbitero atellano, il quale per l’occasione lo avrebbe investito di
un beneficio. Anche in questo caso, però, nell’impossibilità di una visione diretta del reperto, sono
state avanzate da più parti non poche perplessità, specie in merito all’interpretazione e ai caratteri
grafici dell’iscrizione. Più concretamente, invece, la riprova del passaggio di San Paolo nelle nostre
terre, si ravviserebbe, secondo altri autori, nell’antico toponimo «Sanctum Paullum at Averze»
con cui viene indicato il casale di Aversa in un diploma capuano del 1022 ritrovato dal
Capasso (350).
Per quanto concerne le altre testimonianze materiali sulla diffusione del primo Cristianesimo
nell’ager atellanus, accanto al coccio di lucerna di tipo paleocristiano già reso noto da Alfonso
de Franciscis fin dal 1945 (351), si segnala in particolare il poco conosciuto frammento marmoreo di
Frattaminore, che, parte probabilmente di un antico paliotto d’altare, fu ritrovato, come riporta il
C.I.L. (352), da don Pietrantonio Vitale, parroco della locale chiesa di San Maurizio dal 1726 al 1762.
Il sacerdote - che fu un accanito ed attento raccoglitore delle memorie storiche atellane come si
evince dall’epistolario di Matteo Egizio conservato nella Biblioteca Nazionale di Napoli - lo donò
all’insigne archeologo sammaritano Alessio Simmaco Mazzocchi, il quale lo studiò, ne ricavò il
disegno (riprodotto dal C.I.L.), e lo commentò in una Silloge manoscritta che si conservava
presso la Biblioteca della sua abitazione in Santa Maria Capua Vetere, attualmente dispersa (353).
Il frammento, del quale s’ignora l’attuale ubicazione, riproduce, stilizzato, il menorah, ossia il
candelabro a sette bracci fatto realizzare da Mosè, su ordine divino, allo scopo di illuminare il
Tempio di Gerusalemme (Esodo, 37, 17-24), e divenuto per questo il simbolo stesso
della fede ebraica (354).

Epigrafe paleocristiana di Frattaminore
(da un apografo di A. S. Mazzocchi)
Tuttavia, esso compare, sovente, anche nell’iconografia cristiana come simbolo del noto
episodio della Presentazione di Gesù al Tempio, il rito di religione ebraica con cui i primogeniti,
dopo l’offerta di un obolo al gran sacerdote, venivano consacrati al Signore. L’antica legge
ebraica prescriveva, infatti, che ogni primo nato di animale venisse sacrificato a Dio mentre i
primogeniti degli uomini dovevano essere riscattati con il pagamento di 5 sicli d’argento
(Numeri, 18, 15-16).
Contemporaneamente a questo rito - che secondo la tradizione ebraica commemora il famoso
episodio della decima piaga d’Egitto allorquando tutti i primogeniti egiziani, compreso il figlio
del faraone, erano stati ammazzati dall’angelo sterminatore, mentre i figli degli Ebrei erano stati
risparmiati (Esodo, 13, 17-24) - si svolgeva quello della «purificazione della puerpera»
(Levitico, 12). Ritornando al frammento di Frattaminore va ancora evidenziato, invece, che
a sinistra della raffigurazione del menorah, tracciata su due righe, si osserva la scritta:
SAN IES
abbreviazione probabilmente di:
SANCTUS IESUS
o
SANCTO IESU
cioè «Santo Gesù».
La presenza nell’abitato della cittadina di una chiesa dedicata a San Simeone, il sommo
sacerdote che ricevette Gesù quando fu portato al Tempio di Gerusalemme, e, ancor più,
la tradizionale Festa della Candelora, che della Purificazione di Maria, ne è l’antichissima
rievocazione liturgica, lasciano ipotizzare la presenza di questo specifico culto nella zona
fin dagli albori del Cristianesimo.
In questa evenienza la lastra in oggetto si prefigurerebbe pertanto come elemento di spoglio
di uno dei primi altari costruiti ad Atella, dedicato giusto appunto alla celebrazione della
Presentazione al Tempio di Gesù e alla congiunta celebrazione della Purificazione
di Maria (355).
Note:
(346) F. UGHELLI, Italia sacra sive de episcopis Italiane
et insularum adjacentium, ed. 2° aucta et emendata, cura et studio N. COLETTI,
Venezia, 1717-22, t. V.
(347) A. BASILE, op. cit., pag. 364 e ssg.
(348) G. PARENTE, op. cit., I, pag. 304.
(349) F. RICCITIELLO, op. cit., pag. 35.
(350) B. CAPASSO, op. cit., II, pag. 10.
(351) A. DE FRANCISCHIS, Succivo (agro Atellano)
Ritrovamenti varii, in «Notizie scavi», V-VI (1944-45), pp. 127-129.
(352) C.I.L., X pars II, 8059.484.
(353) F. PEZZELLA, Don Pietro Antonio Vitale. Un
sacerdote archeologo del Settecento, in corso di pubblicazione.
(354) J. HILL, Dizionario dei soggetti e dei simboli nell’arte,
Milano 1989, pag.87.
(355) La chiesa di San Simeone è documentata una prima volta nel
febbraio del 977 (L’antico inventario delle pergamene del Monastero dei SS. Severino e
Sossio - Archivio di Stato di Napoli Monasteri soppressi volume 1788, a cura di R.
PILONE, Roma 1999, II, pag. 807, doc. 701).
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