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L’epigrafe di Tomi [p. 92]
Nel 1861 esplorando tra le rovine di Tomi, l’antica città romana sulle rive del mar Nero, un
cittadino francese, tale Mori, residente nella vicina Iglitza, rinvenne numerose epigrafi
latine e greche, la maggior parte delle quali furono inviate a Parigi all’Accademia di Francia
per essere studiate e pubblicate da Desjardins (252) e Boissière (253). Tra le varie epigrafi, ora
conservate nella Biblioteca pubblica della capitale francese, una era dedicata a Lucio Annio,
indicato, tra l’altro come cur(atori) Neap(olis) et Atell(ae), curatore cioè delle città di
Neapolis e di Atella.
L’epigrafe era affissa all’angolo della casa di un certo Vendeziano di professione taverniere
sita di fianco al Foro Massimo della città, distrutto agli inizi del Novecento per far posto
agli attuali insediamenti abitativi.
Su di essa si leggeva, secondo la leggenda che ne dà il C. I. L.:
L. ANNIO · L · F · QVIR · ITALICO
HONORATO · COS · SODAL
HADRIANALI · LEG · AVG · PR · PR
PROV · MOES · INF · CUR · OPER ·
PVB · CVR · NEAP · ET · ATELL · PRAEF
AER · MILIT · LEG · LEG · XIII · GEM ·
IURIO · PER · FL · ET · UMBRIAM ·
CVR · VIAE · LAVIC · ET · LAT · VETER
PRAETORI · QVI · IVS · DIXIT · INE
CIVL · ET · CIVIC · ET · PEREG · TRIB ·
P · Q · PROV · ACHAIAE · SEVIR
TVRMAR · EQV · IIII · VIR · VIAR
C CVRANDARVM
FL · SEVERIANVS · DEC · ALAE
T · ATECTORVM · SEVERINAE
CANDIDATVS · EIVS (254)
«L(ucio) Annio f(ilio) L(ucii) Quir(iti) Italico Honorato, co(n)s(uli) sodal(i) Hadrianali,
leg(ato) Aug(usti) pr(o) pr(aetori) prov(inciae) Moes(iae) inf(erioris) cur(atori) oper(um)
pub(licorum) cur(atori) Neap(olis) et Atell(ae) praef(ecto) aer(arii) milit(aris) leg(ato)
leg(ionis) XIII gem(inae) iurid(ico) per Fl(aminiam) et Umbriam cur(atori) viae Lavic(anae)
et Lat(inae) veter(i) praetori qui ius dixit in(t)e(r) civ(es) et cives et pereg(rinos)
trib(uno) P(otestate) p(lebis) q(uaestori) prov(inciae) Achaiae sevir(o) turmar(um)
equ(estrium) IIII vir(o) viar(um) curandarum Fl(avius) Severianus dec(urio) alae I
Atectorum et Severinus candidatus eius»
«A Lucio Annio Italico Onorato, figlio di Lucio (della tribù) Quirina, console, sodale
di Adriano, legato di Augusto, propretore della provincia della Mesia Inferiore, curatore
delle opere pubbliche, curatore delle città di Napoli e Atella, prefetto dell’erario
militare, legato della legione XIII Gemina [Pia Fidelis], giudice per le regioni Flaminia
e Umbria, sovrintendente alle antiche vie Labicana e Latina, esperto pretore che amministrò
la giustizia tra i cittadini e tra i cittadini e gli stranieri, tribuno della plebe,
questore della provincia Acaia, seviro della classe equestre, quattuorviro delle vie di
cui doveva occuparsi, Flavio Severiano decurione delle milizie ausiliarie di terra degli
Atecti e Severino candidato da lui raccomandato»
Il redattore del testo epigrafico ha variamente distribuito nell’epigrafe il ricchissimo
cursus honorum del personaggio celebrato che va dalla carica di console a quella di
propretore di Augusto in Mesia (l’attuale Romania), da quella di curatore delle opere
pubbliche a quella di curatore di Neapolis ed Atella, dall’importante incarico di prefetto
dell’erario militare a quello altrettanto importante di legato legionario, dalla prestigiosa
investitura di giudice a quella di ispettore delle strade, e, ancora, da pretore a tribuno
della plebe, da questore a seviro, da quattuorviro a sodale di Adriano.
Il pretore era in origine una carica unitaria riservata ai membri del collegio minore
dei consoli, purché con un età inferiore ai trent’anni, destinata sia al governo della
provincia, sia all’impiego militare. Successivamente il suo numero fu elevato prima al
numero di sei e poi di otto.
Il praetor peregrinus era invece il pretore preposto a dirimere le controversie tra i
cittadini romani e gli stranieri.
I quaestori, che non potevano avere un’età inferiore ai venticinque anni, coadiuvavano,
invece, in numero di due, e con funzioni ausiliare, il console.
Tuttavia, in età augustea, ebbero anche giurisdizione criminale. Rivestire la carica di
questore apriva l’accesso al Senato.
Per quanto concerne l’appartenenza alla gens Annia va detto che questa era un’antica
famiglia romana di condizione plebea documentata anche da iscrizioni etrusche ed osce.
Assurse ad una certa importanza nel III secolo a.C. Uno dei membri più famosi fu Tito
Annio Milone oppositore di Clodio e marito di Fausta la figlia di Silla. In epoca imperiale
fu resa illustre da ben due imperatori: Marco Annio Varo più noto come Marco Aurelio
(161-180) e Marco Annio Flaviano (a. 276). Un altro membro della famiglia, Lucio Annio
Viniciano pretendente al trono fu tra i congiurati contro Caligola (era peraltro tra i
presenti al suo assassinio) ma fu costretto al suicidio da Claudio per aver ordito una
nuova congiura. In Campania gli Annii sono bene attestati in età repubblicana fra i
magisteri capuani (255) ed in età giulio-claudia
a Puteoli (256). Allo stesso Lucio Annio di cui si
fa menzione nella suddetta iscrizione onoraria sono intestate le iscrizioni apule nn. 1071
e 1072 registrate dal Mommsen (257) risalenti non si sa bene se al tempo in cui era imperatore
Caracalla (211-217) o Elagabalo (218-222); in ogni caso allorquando il nostro era passato
dalla carica di pretore a quella di comandante della XIII legione gemina nella prima
evenienza, e quando era tornato a Roma per amministrare la prefettura dell’erario militare
nella seconda. In tali iscrizioni viene altresì fatta menzione della sua carica di
sacerdote salio.
I dedicatari dell’epigrafe sono un certo Severino, amico o parente di Lucio Annio, e tale
Severiano, decurione dell’Ala I Atectorum, un distaccamento di truppe ausiliari, che con
la Cohors I Cilicum e la Cohors I Flavia Commagenorum aveva sede a Tomi (258).
Questa città, corrispondente all’odierna Costanza, era stata fondata nel VII secolo a.C.
da Mileto. Contesa fra Bisanzio e Callati per la sua posizione strategica sul Ponte
Eusino (il mar Nero), perse nel III secolo a.C. la sua autonomia per poi riacquistarla
brevemente fino a che, nel 71 a.C. fu assoggetta a Roma da Lucullo. Conquistata dai
Traci nel 60 a.C. ritornò ai romani con Marco Licinio Crasso nel 29. Fu capoluogo della
Mesia Inferiore, la regione indicata anche con il nome di Ripa Thracia e identificabile
grosso modo con l’attuale Romania, una delle due province in cui fu divisa da Domiziano
la Mesia, il paese dei Moesi, tribù tracica la quale abitava oltre che la regione del
basso Danubio, una parte delle odierne ex repubbliche jugoslave e della Bulgaria.
Sottomessa a Roma nel 29 a.C. da Marco Licinio Crasso la Mesia fu sottoposta prima ad
un prefetto e poi alla provincia della Macedonia (259). La via Latina, una delle più antiche
vie che originavano da Roma, divenne nel IV secolo a.C., quando fu lastricata e prolungata
fino a Casilinum, la più importante strada di comunicazione dell’Italia meridionale dopo
l’Appia. Superando i monti Tuscolani e i colli Albani metteva in comunicazione l’Urbe
con alcuni importanti centri quali Ferentinum, Frusino, Arpinum,
Aquinum, Teanum e Cales
ricollegandosi all’Appia, da cui originava, poco prima di Casilinum. La via Labicana era
una delle più antiche vie dell’agro romano che conduceva da Roma a Labicanum, l’antica
località nelle vicinanze del monte Compatri, oggi nota come Labico. Dopo un percorso in
comune con la Prenestina e con la Casilina raggiungeva Labicanum attraverso la valle
della Morte e San Cesareo, andandosi a congiungere con la via Latina. Lungo la Labicana
si conservano il mausoleo di Sant’Elena detta volgarmente Tor Pignattara e le catacombe
dei Santi Marcellino e Pietro. A proposito di vie va osservato come un altro consistente
gruppo di iscrizioni, molto importante per la ricostruzione del sistema viario
nell’antichità, è quello che compare sui cippi miliari, i cosiddetti lapides miliares
o columnae miliares, costituiti generalmente da colonne di marmo pesantissime, che
recano scolpite in alto un numero che indicava la distanza in miglia da una data località.
L’uso di tali cippi, altrimenti denominati semplicemente lapides, fu introdotto dal tribuno
della plebe Caio Gracco, per usi militari ma anche per confortare i viandanti che affrontavano
i massacranti spostamenti da una città all’altra, fornendo loro indicazioni circa il cammino
fatto e quello ancora da fare. Sui cippi eretti successivamente all’Imperatore Augusto
compare talvolta anche il nome degli imperatori che di volta in volta si occuparono del
riassetto delle pubbliche vie.
Nell’antichità l’ager atellanus era solcato oltre che dalla via Atellana e dalla via
Consolare Campana di cui abbiamo già discorso, dalla via Cumana che da Cuma attraverso
gli attuali abitati di Qualiano e Giugliano portava ad Atella, e dalla via Antiqua che
proveniente da Liternum pure terminava ad Atella (260). Dal ciglio di una di queste tre strade
proviene certamente la colonna miliare in marmo, ancora visibile ad Aversa, all’angolo
tra corso Umberto e via S. Nicola, ma già citata nel passato sia dallo Stefanonio (261) che
dal Pratilli (262) sulla quale si legge:
XVIII
SENATVS
POPVLVSQVE
ROMANVS (263)
«XVIIII [miglio]
Il Senato
e il popolo
Romano»
La colonna, alta poco più di 70 cm., è l’unica delle tante colonne vero o false che fossero - descritte dalla letteratura erudita dei secoli scorsi e non più rintracciabili, tra cui si segnalano numerosi analoghi miliari riportati dal Pratilli (264) e rubricati dal Mommsen tra i sospetti o falsi, ubicati rispettivamente nelle campagne di Aversa (in silva S. Martini) contrassegnato col n. XVII e dalla sottostante epigrafe puntata s.p.q./r. che sta per Senatus Populusque Romanus (265); di Gricignano (in silva dicta il Boscherello) contrassegnato col n. XIX e dalla sottostante epigrafe puntata s.p.q./r.) (266), a Casapuzzano contrassegnato col n. VII e dalla sottostante epigrafe puntata s.p.q./romanus (267); a Giugliano (prope eccl. S. Sophiae) contrassegnato col solo n. IX (268); e ancora ad Aversa (in angulo fori prope cath.) contrassegnato col n. XIII (269) e a Casaluce (in castello) contrassegnato col numero XIIII e dalla sottostante epigrafe a lettere intere Senatus Populusque Romanus (270).

Aversa (CE), Colonna miliare
in Corso Umberto I
Va ancora ricordato in proposito che numerose di queste pietre miliari ritrovate in zona
furono illustrate da Giorgio Gualtieri, come egli stesso ricorda in un’annotazione a
margine delle sue Tavole siciliane, al vescovo di Aversa Carlo Carafa (271).
Ritornando al nostro miliare il Parente lo ritenne proveniente dalla Domitiana; per la
precisione da un punto posto a 5 miglia da Liternum (272).
Note:
(252) E. DESJARDINS, corrispondenza in «Annali Instituti Archeologici»,
1868, pp. 58-85; in «Rendus de l’Académie des scéances des inscriptios et belles lettres» (1868),
pp. II e ssg., pag. 55; in «Revue archéologique», n. 17 (1868), pag. 272.
(253) G. BOISSIÈRE, Rapport sur une missione archèologique et
epigraphique en Moldavie et Valachie, in «Archives des missions scientifiques», II ser.,Vol. IV
(1867), pp. 181-221.
(254) C.I.L., III/2, 6154.
(255) M. W. FREDERIKSEN, Repubblican Capua: a Social and
economic Study, in «Papers of the British School at Rome», 14 (1959), pag. 112.
(256) G. CAMODECA, La gens Annia puteolana in età giulio-claudia,
in «Puteoli Studi di storia antica», III (1979), pp. 17-34.
(257) C.I.L., X, 1071-1072.
(258) E. CONDURAGGI, L’organizzazione politica militare e
amministrativa della Dobrugia, in catalogo della mostra «Civiltà romana in Romania», Roma,
Palazzo delle Esposizioni, febbraio-aprile 1970, Roma 1970, pp. 49-56.
(259) L. PARETI, Storia di Roma, Torino, 1953-61, voll. III e IV; Catalogo
della mostra «Civiltà romana ...», op. cit., passim.
(260) G. CORRADO, Le vie romane, da Sinuessa e Capua a Literno,
Cuma, Pozzuoli, Atella e Napoli, Aversa 1927; D. STERPOS, op. cit., pag. 9 e ssg.; E. DI GRAZIA,
Le vie osche nell’agro aversano, in «Rassegna Storica dei Comuni», a. I, nn. 5/6, (1970), pp. 276-290.
(261) G. P. STEFANONIO, ms., f. l13. Giovanni Pietro Stefanonio,
vicentino, vissuto nella prima metà del Seicento, scrisse, tra l’altro, il Gemmae antiquitus sculptae
a Petro Stefhanonio collectae et declaritionibus illustratae, Roma 1627 ed una silloge già nella
Biblioteca del Bormann a Lioni. In un’altra silloge, descritta ed illustrata da Scipione Mazzella, attribuì
ad Atella diverse epigrafi di chiara origine capuana (C.I.L., X, 3833, 3917, 4166, 4239).
(262) F. M. PRATILLI, op. cit., pag. 155.
(263) C.I.L., X, 6947 [= 934*].
(264) F. M. PRATILLI, op. cit., pp. 181, 201, 215 e 338.
(265) C.I.L., X, 1030* [= 929*].
(266) C.I.L., X, 1031* [= 930*].
(267) C.I.L., X, 1033* [= 933*].
(268) C.I.L., X, 1034* [= 934*].
(269) I.L.R.N., 934.
(270) C.I.L., X, 1035* [= 934*].
(271) G. GUALTIERO, Siciliae et Bruttiorum antiquae tabulae, s.l., 1624-25.
(272) G. PARENTE, op. cit., I, pp. 226-227.
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