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Le epigrafi votive [p. 83]
Le dediche votive agli dei erano in genere molto brevi ed espresse sui materiali più disparati: dal vaso all’elmo, dall’ara alla semplice lastrina, marmorea o bronzea che fosse, e così via. Il più delle volte la formula dedicatoria si limitava ad esprimere il solo nome della divinità, seguito ovviamente dal nome dell’offerente e (particolarmente nei materiali databili all’epoca imperiale) da un verbo che esprimesse l’azione dell’offerta, di solito la formula votum o la sigla V.L.S. (votum libes solvit). Una dedica votiva di probabile provenienza atellana con queste caratteristiche, parte anteriore di una basetta costituita da due epigrafi di cui quella posteriore andata smarrita, è conservata nel Museo Archeologico di Napoli (222). Sulla parte anteriore si legge:
(T) FLAVIUS
ANTIPATER
VNA CVM
FLAVIA ARTE
MISIA VXORE
ET ALCIDE LIB
ASCLEPIVM ET
HYGIAM
IOVI FLAZZO
V O T V M
«T(itus) Flavius Antipater una cum Flavia Artemisia uxore
et Alcide lib(erto) Asclepium et Hygiam Iovi Flazzo votum»
«Tito Flavio Antipatro con la moglie Flavia Artemisia
e il liberto Alcide, Asclepio e Igia, come voto a Giove Flazzo»
La lettura si ripeteva parzialmente nella parte posteriore secondo il seguente dettato riportato dal C.I.L.:
(T) · FLAVIUS · ANTI
PATER · VNA
CVM · FLAVIA · AR
TEMISIA · VXORE
IOVI · FLAZIO · VO
TVM · LIBES · SOLVT (223)
«T(itus) Flavius Antipater una cum Flavia Artemisia
uxore Iovi Flazio votum libe(n)s solv(i)t»
«Tito Flavio Antipatro con la moglie Flavia Artemisia
lieto scioglie il voto a Giove Flazzo»
Il culto per Giove Flazzo di cui si fa menzione in questa epigrafe andrebbe identificato secondo
il Mazzocchi (224) con quello per Giove Vesuvio di cui si fa menzione in una tavola capuana riportata
dal Pellegrino (225).
L’epigrafe era stata ritrovata a detta del Ligorio ad Aversa (226). Successivamente fu vista prima
presso Geronimo Matteo Mazza dal Como (227), che la ritenne, errando, proveniente dalla Puglia, e poi,
qualche tempo dopo dall’Accorsio (228) e dal Metello (229) nella raccolta Spadafora.
Ne accennano ancora, più o meno diffusamente, anche il Panvinio (230), il
Capaccio (231), Smetius (232), Waelscapple (233),
Pighi (234), Orelli (235) e Grutero (236).
Diversamente dall’epigrafe ora esaminata, altre volte compare invece la sigla D.D. che sta
indifferentemente per dat, dono dat o dedicat.
E’ il caso ad esempio, dell’epigrafe individuata alcuni decenni fa dallo Zapparrata nel giardino
di una casa aversana, in località Torrebianca, dove tuttora si dovrebbe trovare (237).
Per quanto all’epoca la sua provenienza fosse già nota, lo studioso aversano ne ipotizzò, alla
pari di gran parte dei numerosi fusti di colonne variamente incassati nelle fabbriche civili e religiose
del centro cittadino, un’origine atellana. Essa invece va assegnata, come riporta correttamente il
C.I.L., tra le epigrafi puteolane (238). Era stata infatti trovata secondo il Palladino «al nord della
masseria Cordiglia e delle strada Domiziana fra le rovine come pare di un ninfeo» (239) mentre
secondo un altro storico locale, lo Iorio (240) confermato dal Guarini (241) era
posta «sulla creduta dogana antica di Pozzuoli, cioè sul ciglio della collina che comincia da S. Francesco
dietro il tempio di Serapide».
Il reperto, realizzato in pietra calcare, alto 66 cm. e con un diametro massimo della base di 36
cm., si presenta spezzato alla sommità, verosimilmente mutilato per nascondere l’originaria
rappresentazione di un fallo, il quale, ritenuto dai popoli primitivi - com’è noto - il simbolo rigenerativo
della natura fu più tardi considerato dalle civiltà mediterranee una vera e propria entità divina fino
a diventare oggetto di venerazione.
In Grecia questo culto si identificò nei culti di Ermete e Dioniso, a Roma in quello per Mutinus
Tutinus, mutuandosi in seguito, specie presso le popolazioni rurali della Campania, in quello per
Priapo, l’osceno vecchio barbuto raffigurato con un membro enorme. Poiché nelle tradizioni
mitologiche le ninfe sono descritte come le nutrici di Ermete e Dionisio esse sono considerate
anche le prime seguaci del culto dionisiaco: da qui l’uso di ispirarsi alle ninfe, ritenute dotate di
potenti facoltà oracolari e terapeutiche, attraverso simbolismi fallici. Giusto appunto da un ninfeo
di una ricca dimora sembra provenire - a giudicare dall’iscrizione che porta inciso - il frammento
in oggetto, sul quale si legge a caratteri grandi:
NYMPHIS
DVCENÍA · A · F
TYCHE
D D
«Nymphis Ducenia A. f(ilia). Tyche D(onum) D(edit)»
«Alle ninfe, Ducenia Tyche, figlia di A(?) donò»

Aversa (CE), Colonna di Torrebianca
Siamo evidentemente di fronte ad una formula votiva dedicata alle ninfe. Con questo nome gli antichi
greci designavano numerosi esseri femminili divini o semidivini che popolavano i monti, i boschi, le
campagne, le acque. La venerazione per le ninfe, benché presente in tutto il mondo greco, raramente
veniva espletato con culto pubblico se non in associazione con divinità maggiori.
Alcuni anni fa nel riempimento di un fossato individuato ad est del decumano massimo dell’ager
campanus, a sud dell’ottavo cardine, fu rinvenuto un cospicuo deposito di materiali archeologici.
Tra i numerosi reperti ritrovati, costituiti prevalentemente da frammenti di dolii, anfore, ceramiche
a vernice nera, frammenti di capitelli, di rocchi e di basi di colonne, tutti risalenti alla tarda età
repubblicana, furono rinvenute, tra l’altro, alcune tegole contrassegnate con bolli relativi a divinità.
In particolare furono riscontrate bolli con le seguenti iscrizioni:
HERCOLE D
«Ercole d(edit)» vale a dire «Dedicato a Ercole»
e
VENUS HERUC
cioè «Venere Erecina»
che rimandano chiaramente al culto, rispettivamente di Ercole e di Venere Erecina o Erucina, come
dir si voglia.
La presenza di tegole con la dedica a quest’ultima, unitamente alla presenza tra i reperti conservati
nel Museo Civico di Sant’Arpino di una bella testina marmorea, copia romana del II secolo d.C
di un originale greco del IV secolo a.C. la cui iconografia riconduce chiaramente all’Afrodite tipo
Capua, ci consente di ipotizzare l’esistenza in Atella di un tempietto dedicato a Venere Ericina,
che, come è noto, oltre che protettrice dei marinai era anche dea della fertilità (242). L’ipotesi più ovvia
che si può formulare circa l’ubicazione di questo luogo di culto è naturalmente il «Campo di Santa
Venere», ricadente nel borgo di Campocipro presso i Regi Lagni, cosiddetto per la presenza di una
chiesa campestre dedicata a questa santa, e già indicato dagli studiosi locali come sito sul quale si
ergeva un tempietto romano (243).
Tra le epigrafi votive va classificata anche una breve scritta testimoniata dal monaco benedettino
Giuseppe Bongianelli (244) nel Palazzo Vescovile di Aversa sulla quale si leggeva:
LOCUS SACER (245)
cioè: «luogo sacro»

Sant’Arpino (CE), Museo Civico,
Testina di donna (Venere Ericina?)
E, ancora, una tavoletta votiva in bronzo, ritrovata nella prima metà del XVIII secolo nel fondo Pacifico sito presso il monastero dei Cappuccini tra le campagne di Aversa e Giugliano, sulla quale era inciso:
vaticinio securus
che si potrebbe tradurre:
«tranquillo grazie al vaticinio»

Tempio di Santa Venere a Marcianise
Il manufatto fu inviato in dono al Mazzocchi da don Pietro Antonio Vitale, parroco della chiesa di San Simeone di Fratta Piccola (ora Frattaminore) (246). E lo stesso Mazzocchi ad informarci dell’esistenza presso la casa di Liborio Cirillo a Napoli (247) di un’altra iscrizione, successivamente documentata presso la Biblioteca Nazionale di Madrid (248), letta su un non meglio precisato oggetto domestico recuperato tra le rovine di Atella che recitava:
C·TITEDI
MODERAT
«C(aio) Titedi(o) moderat(i)», che si potrebbe tradurre:
«Al governatore Caio Titedio» (249)
Note:
(222) G. FIORELLI, Catalogo ..., op. cit., n. 1067.
(223) C.I.L., X, 1571 [=2594].
(224) A. S. MAZZOCCHI, Collectio altera opusculorum, II, Napoli
1830, pp. 33-70.
(225) C. PELLEGRINO, op. cit., pag. 316, il quale nel riportarla
ricorda che «... gli antichi Gentili, i quali reputarono sacri i luoghi che mandavano fiamme,
consacrarono il Monte Vesuvio a Giove».
(226) P. LIGORIO, Cod. Neop. 34, p. 8.9; Cod. Visc., f. 46 per la
sola epigrafe anteriore, Napoli, Biblioteca Nazionale.
(227) I. M. COMO, in L. A. MURATORI, op. cit. Ignazio Maria
Como è autore di diversi studi epigrafici di cui qualcuno pubblicato a stampa in una Raccolta
di opuscoli scientifici-filologici, Venezia 1731, t. V, pp. 159-174. La silloge da cui è tratta
l’epigrafe in oggetto fu segnalata al Muratori dal Mazzocchi.
(228) M. ACCURSIO, Codice Ambrosiano, I, schede n. 39 e 40,
Milano, Biblioteca Ambrosiana. Mariangelo Accursio (o Accorsi) (L’Aquila 1489-1546) fu
umanista e uomo politico di grande spessore. Dopo numerosi viaggi all’estero per ragioni
diplomatiche si dedicò all’attività di epigrafista rivedendo e completando con una diversa
metodologia le maggiori raccolte allora esistenti. Le innovazioni che egli apportò nel metodo e
nella ricerca furono ampiamente messe a frutto, ancora nell’Ottocento, dai compilatori del C.I.L.
(229) G. M. METELLO, Cod. Vat. 6039, f. 353’, Città del Vaticano,
Biblioteca Apostolica Vaticana. Giovanni Matalio Metello (? - Colonia 1600) fu a Roma tra il
1545 ed il 1555 dove produsse diversi codici.
(230) O. PANVINIO, Cod. Vat. 6035, f. 1.2.3, Città del Vaticano,
Biblioteca Apostolica Vaticana. Onofrio Panvinio (al secolo Giacomo Panvinio) (Verona 1530 -
Palermo 1568) agostiniano, a Roma fu autore di studi storico-eruditi sulle antichità dell’Urbe.
(231) G. C. CAPACCIO, Historiae Neapolitanae, Napoli 1771, I,
pag. 243.
(232) M. SMETIUS, ms. Neap. VE. 70, Napoli, Biblioteca Nazionale.
Martino Smetius, di origini fiamminghe, visse tra il XVI ed il XVII secolo, producendo, tra l’altro,
una raccolta a stampa denominata Inscriptionum antiquarum liber ..., Lioni 1588.
(233) M. WAELSCAPPLE, ms., f. 73-77. Maximilianus Waelscapple,
canonico di Antverpien, compose nel 1604 una silloge di 195 fogli, denominata Antiquarum
Inscriptionum urbis collectanea, attualmente conservata nella Biblioteca di Berlino con la sigla
Cod. pict. A 61g.
(234) S. V. PIGHI, Cod. Lugd., f. 43; Cod. mus., f. 4. Stefano Vivando
Pighi (Campeni 1600 - Xanten 1604) fu autore anche di diverse pubblicazioni a stampa tra cui
l’Hercules Prodicius, Antverpien 1587 e gli Annales Romanorum, Antverpien 1599-1615,
pubblicati dopo la sua morte.
(235) J. C. ORELLI, op. cit., n. 1237.
(236) J. GRUTER, op. cit., fol. 21, 2.
(237) G. ZAPPARRATA, op. cit., pp. 55-56.
(238) C.I.L., X, 1592.
(239) L. PALLADINI, Descrizione di un sepolcreto scoperto a
Pozzuoli, Napoli 1817, pag. 16.
(240) A. IORIO, Guida di Pozzuoli e contorni, Napoli 1817, tab.
II, n. 12.
(241) R. GUARINI, Alcuni suggelli antichi, Napoli 1834, pag. 59.
(242) AA.VV., Alcuni reperti del Museo Archeologico Atellano,
in «... consuetudini aversane», nn. 27-28 (1994), pp. 41-46, scheda n. 2 di A. PEZZELLA,
pag. 43.
(243) S. COSTANZO, Marcianise Urbanistica, architettura ed
arte nei secoli, Napoli 1999, pag. 28.
(244) G. BONGIANELLI, cod. Vaticano 5237, fol. 255, Città del
Vaticano, Biblioteca Vaticana.
(245) C.I.L., X, 3756.
(246) C.I.L., X, 394*.
(247) A. S. MAZZOCCHI, Silloge manoscritta
.
(248) E. HÜBNER, Die antiken Bildwerke in Madrid, II, 4975, 62,
Berlino 1862.
(249) C.I.L., X, 404.
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