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Le epigrafi funerarie [p. 54]
Nel secolo scorso il Mommsen segnalava nell’Abbazia di San Lorenzo ad Aversa un frammento, già registrato nel Codice Filonardiano (108), sul quale, con qualche integrazione si leggeva:
CN· MONNIO· CN· (f)· TRO·
CE(le)RI· V· A· XXI
(in) (se)N· COPT· ATELLA(e)
[...] III (i)VIRO· PRAEF
(m)ONNIA· RVFA· MATER
C(n) MONNIVS· CN· L· FAVSTVS (109)
«Cn(eo) Monnio Cn(ei) f(ilio) Tro(mentina) ce(leriter) v(icto) a(nnis) XXI (in) (se)natum
cop(tato) Atella(e) ... quattuorviro praef(ecto)(M)onnia Rufa mater C(nei) Monnii Cn(ei) L(ibertus) Faustus»
«A Gneo Monnio, figlio di Gneo, della Tribù Tromentina, velocemente vissuto ventuno
anni, Eletto nel Senato di Atella ...., quattuorviro prefetto, la madre Monna Rufa
e Fausto, liberto di Gneo Monnio Gneo»
Si trattava, com’è oltremodo evidente, di una iscrizione funeraria dedicata al defunto dalla
madre Monna Rufo e dal liberto Fausto.
Dall’epigrafe non si capiva bene, a causa di un’abrasione, se Gneo Monnio fosse stato
anche prefetto di Atella, che come si ricorderà dopo la guerra annibalica fu ridotta a
Prefettura (e lo fu per 120 anni circa fino alla guerra sociale) insieme a Capua, Cumae,
Casilinum, Volturnum, Liternum, Puteoli, Acerrae,
Suessola e Calatia (110). Non va, in
ogni caso escluso che l’epigrafe potesse essere datata successivamente giacché anche
dopo l’età di Cesare, in alcune città, i prefetti non furono aboliti e continuarono ad
esercitare le funzioni in nome del pretore (111).
Nel mondo romano era denominato liberto qualsiasi individuo liberato dallo stato servile.
Non poche volte, praticando il commercio e l’artigianato, i liberti arrivarono a mettere
insieme grandi ricchezze esercitando di fatto un notevole peso nella vita economica e sociale
romana, quantunque, specialmente prima dell’età imperiale - durante la quale veniva loro
riconosciuto un regime speciale con l’assimilazione ai nati liberi - rimanessero in una
condizione di inferiorità rispetto ad essi.
Ed ancora, sempre nel secolo scorso, Nicola Corcia (112), nel cortile del palazzo che fu dei Cirillo
a Grumo Nevano lesse la seguente epigrafe:
D·M
P· ACILIO· VERNARIO
FILIO· INCOMPARABILI
DECVRIAE Il PV
TEOLI· QVI· VIXIT· ANN
XXVIIl· M· VIIII· D· VIII
da cui si vede la minuziosa cura con cui i Romani indicavano non solo gli anni vissuti, ma anche i mesi ed i giorni; e che il Mommsen corresse al terzo rigo con:
DECVR· ATELL· ET· PVTEOLIS
«D(is) M(anibus) (Sacro) P(ublio) Acilio Vernario, filio incomparabili, Decur(ioni)
Atell(a) et Puteolis, qui vixit annos XXVIII, m(enses) IX, d(ies) VIII»
«Sacro agli Dei Mani. A Publio Acilio Vernario, figlio incomparabile, Decurione
ad Atella e Pozzuoli, che visse ventotto anni, nove mesi, otto giorni» (113)
Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una iscrizione sepolcrale. Il Corcia
riferisce di aver osservato nello stesso palazzo una testa di marmo bianco, creduta
raffigurante Publio Acilio Vernario ed un leoncino di basalto che egli presunse appartenesse
al monumento sepolcrale del decurione, quasi sicuramente originario di Puteoli, come sembra
suggerirci la presenza in quella città di una folta schiera di esponenti della gens Acilia sia nel I
che nel II secolo d.C.
D’altra parte il più cospicuo gruppo di testimonianze epigrafiche pervenutoci
dall’antichità è rappresentato proprio dalle steli funerarie costituite generalmente da spesse
lastre di marmo o pietra, ma anche da altro materiale. Erette verticalmente su un basamento,
o talvolta infisse direttamente nel terreno, pare avessero per gli antichi, non tanto la funzione di
segnalare il luogo di sepoltura, come comunemente si crede, quanto quella di impedire allo spirito
del defunto di uscire dalla tomba. E’ fin troppa nota la paura che i Romani avevano per le anime
dei familiari che non avevano ricevuto degna sepoltura, convinti com’erano che in quest’evenienza
esse si aggirassero senza riposo nella propria dimora sotto forma d’ombre inviando ai vivi morte,
dolori, malattie e brutti sogni finché non fossero state completamente placate. E’ altrettanto noto,
come fosse costume dei romani, anche per ovvi motivi igienici, edificare le sepolture del propri
cari fuori dei centri abitati; in tal senso, anzi, un’apposita legge proibiva espressamente le
sepolture intra moenia. Il divieto fece sì che lungo le grandi vie di comunicazioni (come è
ancora dato vedere lungo il tratto pontino dell’antica via Appia), o comunque lungo le strade che
lasciavano le città (vedi la stessa Appia a Roma e la necropoli di Porta Nuceria a Pompeii),
si edificassero, su ambo i lati, tombe di ogni genere, a seconda del tipo di sepoltura desiderato
ed espresso in vita dal defunto (114).
Provenienti dall’ager atellanus, si conservano, tuttora, variamente sparpagliate tra i
paesi che un tempo ne costituivano i pagi, alcune di queste steli, due delle quali, realizzate
in pietra di tufo, sono visibili nell’ex Convento Domenicano di Aversa, già Palazzo di Città,
nei pressi della scala che da uno dei porticati del chiostro conduce al piano superiore, attualmente
occupato dalla Biblioteca Comunale.
Le due stele, provenienti dalla vicina Gricignano, dove erano state ritrovate, secondo
le indicazioni del Mommsen, nel giardino di casa Buonanno, furono trasportate nell’attuale
sede, in epoca imprecisabile, per sottrarle - come è accaduto d’altra parte per numerose
altre epigrafi romane documentate dalla letteratura erudita locale del secolo scorso e non
più rintracciabili - alle sempre incombenti insidie della dispersione.
Esse, alla pari della maggior parte degli analoghi manufatti campani, genericamente
databili al periodo repubblicano, si rifanno al modello delle stele attiche del periodo
classico, con il corpo centrale poggiante su un ampio zoccolo occupato dalla rappresentazione -
in altorilievo e rigidamente frontale - del defunto. Il quale è raffigurato di solito, racchiuso in un
registro di forma rettangolare concluso da un timpano triangolare, a figura intera o di tre quarti,
sia da solo sia in compagnia di qualche congiunto; come nella prima delle stele in oggetto, che
una scritta scolpita nella trabeazione in alto e affiancata, nei pilastrini laterali della cornice, dalla
consueta formula latina OSSA HEIC ISTA SUNT, ci informa di come custodisse,
un tempo, nella sua ubicazione originaria, le spoglie di tale Cossutia.

Aversa (CE), Chiostro dell’ex Monastero di
San Domenico. Stele funeraria di Cossutia
(da Gricignano d’Aversa)
La defunta è infatti raffigurata di tre quarti in compagnia di altre due persone, due giovanetti, forse i suoi figli. Indossa la palla, l’ampia veste usata dalle matrone romane; ha il capo velato ed è colta nell’atto di portare la mano destra sul petto per serrare i lembi della veste secondo il noto schema detto della Pudicitia. Uno schema che si ripete, quasi alla lettera, anche nell’altro manufatto (peraltro quasi simile, se solo si esclude la mancanza di figurine collaterali), dove le scritte sul margine superiore ci forniscono le generalità della defunta, tale Pupia, e di chi aveva commissionato il monumento: il fratello Caio Stazio.
| COSSVTIAE·AV·L·AMATA O S S A H E I C | E I S T A S V N T (115) |
| O
S S A H E I C | I S T A S V N T (116) |
Nei pressi del Palazzo di Città, nel cortile di una casa sita in via San Domenico, di proprietà della famiglia Buonavita, il C.I.L. segnala un’altra epigrafe funeraria in marmo travertino, attualmente dispersa, che secondo la lettura di Von Duhn recitava:
Q· HOSTIVS·Q·L·
EROS·OSSA·HEIC
·SITA·SVNT
PATRONVS
FECIT (117)
«Q(uintus) Hostius Q(uinti) L(ibertus) Eros
ossa heic sita sunt Patronus fecit»
«Quinto Ostio Eros, liberto di Quinto.
Queste ossa sono qui. Il patrono fece»
Gli Hostii appaiono frequentemente nell’area di Capua e Puteoli.
Sempre ad Aversa, ancora a metà Ottocento, il Parente documenta diverse altre epigrafi
funerarie di cui si sono purtroppo perse le tracce. Di due, già disperse all’epoca, egli ne
riporta, sia pure frammentariamente, il testo. Sulla prima «che stava un tempo agli stipiti
del palazzo Gaudiosi» (118) si leggeva:
C AVIANI
LICCAEI OS(sa)
(h)IC SITA
MATER PIOE....
FECIT (119)
«C(aii) Aviani Liccaei os(sa) (h)ic sita (sunt)
mater pioe(ntissima) fecit»
«Qui sono le ossa di Caio Aviano Licceo.
La madre con molta pietà fece»
Lo stesso personaggio è ricordato in un’epigrafe capuana (120). Per il resto la gens Aviana
è frequentemente attestata in Campania, specie a Puteoli, dalla tarda età repubblicana
fino al IV secolo d.C., quando sono documentati come Consolari della Campania
Aviano Vindiciano e Aviano Valentino (121).
Sulla seconda, murata «nella soglia di un abitazione rispetto S. Jacoviello appena
si sbirciava la seguente, che più non esiste»:
AG.
PAR.
VIRGAM XIII
SS..EIC SIT. SV.. (122)
L’epigrafe ristudiata da Von Duhn fu poi più correttamente così ritrascritta:
NA· AGA
A· F ·APAREN
VIRG· AN· XIII O
SSA· HEIC· SIT· SV
MM· NM· LAE
XAN· I TECIT
NFR· SFEN
MI MA A
LIN NER. (123)
Dal dettato, di difficile interpretazione, si evince solamente che si trattava della lastra
funeraria di una fanciulla dell’età di tredici anni.
Di un’altra, invece, murata in via Porta carrese di San Girolamo, si limita a ricordare
che «non è più visibile, perché scalpellata» (124).
Si trattava, evidentemente, di una epigrafe che celebrava un personaggio colpito dalla
cosiddetta damnatio memoriae, dalla condanna cioè a che non restasse ricordo
alcuno di chi si era reso inviso alla comunità: allo scopo, per rendere totale l’oblìo
intorno a queste persone, il nome e talvolta l’iscrizione nella sua totalità veniva
accuratamente scalpellato da tutti i monumenti su cui era inciso.

Aversa (CE), Chiostro dell’ex Monastero di
San Domenico. Stele funeraria di Pupia
(da Gricignano d’Aversa)
Di due epigrafi, ancora in loco all’epoca in via Cedrancolelle, ora via Rainulfo Drengot,
il Parente ci restituisce invece pienamente, accompagnata per di più dalla traduzione,
il dettato.
Sulla prima, successivamente accolta dal C.I.L. (125), vi lesse:
HAVE
ARRIAE · C· L
AGATHEAE
OSSA· HEIC· SITA· S·
«Have. Arriae C(aiae) l(iberta) Agathae ossa heic sita s(unt)»
«Riposa in pace. Qui giacciono le ossa di Arria Agata, liberta di Caia» (126)
Qui va notata una particolarità grafica: la C capovolta, che sta per Caia, ottenuta, forse,
adoperando la parte inferiore di un modello di S.
Sulla seconda, anch’essa accolta nel C.I.L. con l’annotazione che si trattava di una
lapide in travertino di buone lettere (127), era scritto:
A M P E L I V M
L I B E R T A
P A T R O N O
L · NAEVO · L · L
A N T I O C O
S P E C V L A R I O
OSSA · HIC · SITA · SVNT
«Ampellium liberta Patrono L(ucio) Naevo L(ucio) L(iberto)
Antioco speculario. Ossa heic sita sunt»
«Ampelia liberta al patrono Lucio Nevio Antioco, specchiaio,
liberto di Lucio. Qui giacciono le ossa» (128)
Il nome Naevius è ampiamente attestato in Campania, sia a Capua che nell’area flegrea
(a Puteoli, Cumae, Misenum e Liternum) (129).
Un personaggio dal cognomen Antioco compare in un’altra lastra epigrafica attualmente
conservata a Cesa, presso Aversa, puntualmente registrata dal C.I.L. (130).
Il cippo è murato, in uno stato di conservazione abbastanza scadente, sotto l’atrio dell’ex
palazzo baronale del paese, alla destra di chi entra. Non conoscendo il luogo esatto di
provenienza, non si può stabilire se fosse originariamente nel territorio cittadino o altrove.
Molto probabilmente fu posto nell’attuale collocazione, come ci informa il De Michele, nel
corso dei lavori di rifacimento dei secolo scorso unitamente ad un analogo manufatto, di
cui si ignora però l’esatta ubicazione (131).
L· CAESIL· L
ANTIOCHI· OSSA
HIC· SITA· SVNT
«L(ucii) Caesil(li) l(iberti) Antiochi os(s)a hic sita sunt»
«Qui giacciono le ossa di Lucio Antioco, liberto di Cesillo»
L’epigrafe si segnala per una particolarità: è una delle poche note in cui per indicare la doppia consonante (in questo caso la s di ossa) si fa uso di un segno convenzionale costituito da una specie di piccola c capovolta. Va tra l’altro evidenziato che quando anche questo viene fatto in altre epigrafi si fa generalmente ricorso ad altro segno. Un’altra iscrizione funeraria era utilizzata secondo le indicazioni del Pratilli in una non meglio specificata località a nord del borgo di San Lorenzo di Aversa come termine in un podere (132). Su di essa si leggeva:
q. | lemmi | q. fil | eroti | o.h.s.s | iunia aphro | disia uxor | infel. posuit. (133)
«Q(uinti) Lemmi, Q(uinti) fil(ii) Eroti(s) o(ssa) h(ic) s(ita) s(unt)
Iunia Aphrodisia uxor infel(ix) posuit».
«Qui giacciono le ossa di Quinto Lemmo Eros, figlio di Quinto.
La moglie Giunia Afrodisia infelice pose»
Un’epigrafe funeraria, purtroppo frammentata, è documentata anche a Trentola-Ducenta, presso Aversa. Su di essa si leggeva:
... aliario.iun.fil | incomparabili | qui.vixit.annis | xii.mensi | bus.x. diebus |
viii.pat.fec. (134)
«(...)aliario Iun(io) fil(io) incomparabili qui vixit annis
xii mensibus x diebus viii pat(er) fec(it)»
«Per (..)aliario Giunio, figlio incomparabile che visse
dodici anni, dieci mesi e otto giorni il padre fece»
Sul muro esterno di una cappella denominata di Santa Maria, presso la chiesa di San Lorenzo, da identificarsi probabilmente con la chiesetta campestre preesistente l’attuale chiesa di Santa Maria la Nova, era murata secondo la testimonianza del Bongianelli (135) la seguente epigrafe, riportata successivamente dal Manuzio (136) e dal Grutero (137) con l’errata ubicazione a Cassino, e poi dal Parente (138) e dal Von Duhn che ne registra, per conto del C.I.L., il testo e lo spostamento nella masseria Fior di Lisa a Calitto, presso Casapesenna:
AVIDIAE· M· ET· C
L ·FAVSTAE
O· H· S· S
Q· HORTENSIVS· Q· L
ALEXA· VIR· FECIT (139)
«Avidiae M(arciae) et L(iciniae) Faustae o(ssa) h(ic) s(ita) s(unt)
Q(uintus) Hortensius Q(uinti) L(ibertus) Alexa(nder) vir fecit»
«Qui giacciono le ossa di Avidia Marcia e di Licinia Fausta.
Il marito Quinto Ortensio Alessandro, liberto di Quinto fece»
Nella stessa Calitto il Parente (140) documenta un’altra epigrafe, forse anch’essa proveniente da Aversa sulla quale si leggeva secondo la lettura del Von Duhn la seguente iscrizione:
A·TITINIO· A· LI(b)
CASTO
TITINIA· A ·L ·IVENA
FECIT
A ·TITINIO .... (141)
«A(ulo) Titinio A(ufi) li(berto) Casto
Titinia A(ulae) l(iberta) Ivena fecit
A(ulo) Titinio ...»
«Al pio Aulo Titinio, liberto di Aulo,
Titinia Ivena, liberta di Aula, fece.
Ad Aulo Titinio ....»
Molte iscrizioni funerarie latine del I e II secolo d.C. sono contrassegnate, nel primo rigo, da una dedica agli dei Mani. Presso i Romani infatti, tra le numerose divinità degli inferi, gli dei Mani, cioè i dei buoni, avevano un posto di grande rilievo; anche perché tra essi entravano le anime dei morti subito dopo il rito della sepoltura, diventando esse stesse divinità protettrice della famiglia. I diritti dei Mani erano sacrosanti: Deorum Manium iura sancta sunto era scritto nelle XII tavole (V secolo a.C.). Basti pensare che nel momento in cui su un terreno veniva innalzata una tomba, questo passava automaticamente dal dominio profano a quello sacro: il che significava che chi avesse successivamente comprato l’appezzamento avrebbe avuto poteri limitati su di esso e che avrebbe dovuto, in ogni caso, lasciare libero un sentiero attraverso cui accedervi.

Le epigrafi atellane nelle pagine del C.I.L. (X)
A garantire lo ius sepulcrorum era il collegio dei pontefici giacché la sepoltura faceva
parte delle res religiosae, delle cose cioè religiose, inviolabili, portare offesa alle quali era
considerato un vero e proprio crimine. Accanto al culto familiare si affiancava un culto
pubblico che si manifestava soprattutto nella festa detta dei Parentalia, la quale si celebrava
annualmente dal 13 al 20 febbraio (142).
Alcune testimonianze di questo tipo di epigrafi funerarie si conservavano, come si può
constatare scorrendo le pagine del C.I.L., anche nell’area atellana. In particolare ad Aversa
il C.I.L. ne segnalava una nel palazzo di tale Bernardino Belisani, due nella chiesa di San
Lorenzo, un’altra in un luogo non precisato. Due altre erano, invece, segnalate a Casapuzzano.
Due altre ancora a Casal di Principe, ma di probabile provenienza atellana.
Sulla prima repertoriata tra l’altro anche dal Liber Filonardus (143) si leggeva:
D·M
A(th)ENO(d)ORAE · Q · V · A · XXI
C·CRASSIAS· COSSINIVS
CO(nc) · BEN · MER (144)
«D(is) M(anibus) (Sacrum) A(th)eno(d)orae q(uae) v(ixit) a(nnis) XXI
C(aius) Crassias Cossinius co(niugi) ben(e) mer(enti)»
«(Sacro) agli dei Mani. Per Atenodora coniuge meritevole
che visse ventuno anni, il marito Caio Crasso Cossinio (pose)»
L’epigrafe si segnala anzitutto per essere una delle poche in cui la donna commemorata
porta un prenome personale (nel sistema onomastico romano, infatti, le donne raramente
portavano un prenome, nemmeno nel momento in cui bisognasse distinguere esponenti
femminili appartenenti ad una stessa gens) e poi per la formula bene merenti = meritevole,
che compare sovente, spesso abbreviata con le lettere B e M puntate, in numerose
edicole funerarie.
Sulla prima delle due epigrafi che si conservavano in San Lorenzo, riportata dal Tiferno (145),
dall’Apiano (146) e poi dal Grutero (147) e dal
Pratilli (148) si leggeva:
D · M
P · TERENTI
O · FELICI · SC
RIBAE ET TRI
BVLI · P· TEREN
TIVS · NICEPHOR
PATRONO · OPTIMO. (149)
«D(is) M(anibus) (Sacrum). P(ublio) Terentio Felici scribae et tribuli, P(ublius) Terenfius
Nicephor patrono optimo»
«Sacro agli dei Mani. Per l’ottimo patrono Publio Terenzio Felice
scriba e popolano, Publio Terenzio Niceforo (pose)»
Il cognome servile Niceforo è di origine greca (150). Gli scriba svolgevano di solito attività
archivistica e amministrativa sia per i privati che per la magistratura pubblica. In questa evenienza
erano detti scribae quaestorii, aedilicii, tribunicii a seconda che dipendessero dal questore,
dall’edile o dal tribuno. Erano organizzati in apposite corporazioni e siccome il magistrato
durava un solo anno gli scriba costituivano in pratica i veri amministratori dell’ufficio cui erano
assegnati. Si ebbero scriba per gli uffici dello stato civile in funzione di cancellieri, per gli atti
del senato, per i tribunali; anche le città municipali ebbero i loro segretari così pure l’esercito
e la flotta.
Sulla seconda, vista dal Capasso (151) e dal Von Duhn (152) abbandonata
nel cortile dell’Abbazia, ma precedentemente indicata dal Tiferno (153),
dall’Apiano (154) e dal Grutero (155) incastrata in un altare della
chiesa, differentemente, dal Pratilli sulla via di Melito (156), si leggeva:
D·M·S
PRISCO · ET · IVS
TAE· IVSTI ·FILIS
AGRIPPINVS · ET·
HERENNIVS· FRA
TRES · FRATRIBVS
PIENTISSIMIS
«D(is) M(anibus) S(acrum) Prisco et Iustae Iusti filis
Agrippinus et Herennius fratres fratribus pientissimis»
«(Sacro) agli Dei Mani. Per gli onestissimi fratelli Prisco e Giusta,
figli di Giusto, i fratelli Agrippino e Erennio (posero)»
Sulle facciate laterali vi erano scolpite, a sinistra, un urceus; a destra, una patera.
Sull’altra epigrafe aversana, repertoriata dal Muratori sulla scorta di una precedente lettura
del Mazza (157) si leggeva, invece:
DIS · MANIBVS
FELICIS · VIXIT
ANN · XLI · M · X (158)
«Dis Manibus Felicis vixit ann(is) XLI m(ensibus) X»
«(Sacro) agli dei Mani. A Felice che visse quarantuno anni e dieci mesi»
Sull’epigrafe funeraria incastrata nel muro della chiesa parrocchiale di Casapuzzano, riportata anche dal Codice Filonardi (159) si leggeva:
D I S · M A N I B V S
E V T Y C H V S
CLEOPATRAE
CONIVGI · SVAE · B · M
V · A · XXIIII (160)
«Dis Manibus
Eutychus Cleopatrae coniugi suae b(ene) m(erenti)
v(ixit) a(nnis) XXIIII»
«Sacro agli dei Mani.
Eutiche per Cleopatra, sua meritevole coniuge.
Visse ventiquattro anni»
Eutiche è un nome tipicamente servile e libertino.
Note:
(108) Liber Filonardiani, fol. 99.
(109) C.I.L., X, 3736.
(110) I. FESTO, De verborum significatu cum Pauli epitoma (ed.
W.M. Limdsay), s. v. Praefecturae, pag. 262.
(111) F. DE MARTINO, Storia della Costituzione romana, Napoli
1973, 3/2, pp. 368 e 370.
(112) N. CORCIA, Storia delle Due Sicilie dall’antichità più
remota al 1799, Napoli 1843-47, II, pag. 269.
(113) C.I.L., X, 3735 [=3544].
(114) Oltre alla sepoltura i Romani praticavano la cremazione, per
mezzo della quale si bruciavano fino alla completa consunzione i cadaveri e se ne raccoglievano
le ceneri che si conservavano in apposite urne, le cosiddette urne cinerarie.
(115) C.I.L., X, 3744.
(116) C.I.L., X, 3752.
(117) C.I.L., X, 3748.
(118) G. PARENTE, op.cit., I, pag. 234.
(119) C.I.L., X, 3742.
(120) C.I.L., X, 4029 [=3670].
(121) A. H. M. JONES, J. R. MARTINDALE, J. R. MORRIS,
Prosopografhy of the Later Roman Empire: vol.I (A.D. 260-395), Cambridge 1971, pag.
936. Sulla gens Aviana, attestata in modo quasi capillare, si cfr. altresì J. H. D’ARMS, T.
A. MC GINN, P. VISONA’, Puteolana Analecta: Seven Inscriptions in the Kelsley Museum,
in «Puteoli, Studi di storia antica», IX-X (1985-86), pp. 41-78, 59-61; G. OLIVERIO, Documenti
antichi dell’Africa Italiana, 2 (1936), pag. 233; C.I.L., XIII, passim.
(122) G. PARENTE, op.cit., I, pag. 234.
(123) C.I.L., X, 3755.
(124) G. PARENTE, op.cit., I, pag. 234.
(125) C.I.L., X, 3739.
(126) G. PARENTE, op. cit., I, pag. 234.
(127) C.I.L., X, 3738.
(128) G. PARENTE, op. cit., I, pag. 233.
(129) M. PAGANO, scheda n° 12 in G. CAMODECA (a cura di),
Schede epigrafiche, in «Puteoli Studi di storia antica», IV-V (1980-81), pp. 279-280.
(130) C.I.L., X, 3743.
(131) F. DE MICHELE, Cesa dei nostri nonni, Napoli 1978, pp.
119-120.
(132) F. M. PRATILLI, op. cit., pag. 215.
(133) C.I.L., X, 393* [= 554].
(134) I.L.R.N., 590.
(135) G. BONGIANELLI, Cod. Vat., 5237, f. 255, Città del Vaticano,
Biblioteca Apostolica Vaticana. Giuseppe Bongianelli, monaco originario di Cesena, visse tra
il XV e il XVI secolo.
(136) A. MANUZIO, De veterum notarum explanatione quae in
antiques monumentis occorunt A. M. commentarius, Venezia 1566, pag. 113.
(137) J. GRUTERO, op. cit., pag. 962, 11.
(138) G. PARENTE, op. cit., I, pag.181.
(139) C.I.L., X, 3718 [=4257].
(140) G. PARENTE, op. cit., I, pag. 181.
(141) C.I.L., X, 3721.
(142) G. BARBIERI, Le iscrizioni delle necropoli, pag. 136. La
formula può ritrovarsi con una doppia stesura: D(is) M(anibus), oppure D(is) M(anibus)
S(acrum).
(143) Liber Filonardiani, f. 99’.
(144) C.I.L., X, 3740.
(145) A.TIFERNO, cod. Vindobonenses 3492, f. 38’, cod. 3582,
f. 42’, Vienna Österreich Nationalbibliotheck. Agostino Tiferno, originario della Stiria, visse
tra la seconda metà del XV secolo e i primi decenni del secolo successivo. Fu autore di diversi
codici, attualmente conservati a Vienna.
(146) P. APIANO, B. AMANZIO, Inscriptiones sacrosanctae
vetustatis, Ingalstadii 1534, fol. 125, 3.
(147) J. GRUTER, Inscriptiones antiquae totius orbis romani in
corpus absolutiis immun redactae, Heidelberg 1603, fol. 625, 3.
(148) F. M. PRATILLI, op. cit., pag. 214.
(149) C.I. L., X, 3737 [= 3547].
(150) H. SOLIN, Beitrage zur Kenutines der griechinschen
Personennamen in Rom, Helsinki 1971, pag. 111; V. DE VIT, op. cit., s.v.
(151) G. CAPASSO, Topografica descrizione del vico fenicolense
di Vico di Pantano, Napoli 1800, pag. 17.
(152) C.I.L., X, 375 [= 3546].
(153) A. TIFERNO, cod. 3540, f. 13, cod. 3528, f. 42’, Vienna
Österreich Nationalbibliotheck.
(154) P. APIANO, B. AMANZIO, op. cit., fol. 125, 4.
(155) J. GRUTER, op. cit., fol. 851, 5
(156) F. M. PRATILLI, op. cit., pag. 210 («... poco lungi dal territorio
del villaggio di Melito, non discosto dal quale in una villa»).
(157) M. G. MAZA, Silloge, ed. 1674, fol. 6, in L. A. MURATORI,
fasc. 21, 231, in «Anecdota ...», op. cit. Matteo Girolamo Maza o Mazza, patrizio salernitano,
fu autore di alcune raccolte di iscrizioni tra le quali la silloge in oggetto segnalata al Muratori da
Ignazio Maria Como.
(158) C.I.L., X, 3747 [= 3104].
(159) Liber Filornadiani, fol. 108’.
(160) C.I.L., X, 3746.
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