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Altre testimonianze epigrafiche
sul culto di Augusto [p. 41]

Nel 29 a.C. Ottaviano, detto Augusto, dopo un lungo periodo di guerre fuori e dentro i confini d’Italia per contrastare le velleità monarchiche di Cleopatra e Marco Antonio e la rivolta degli italici capeggiati dal fratello di questi, Lucio Antonio, nel celebrare il trionfo, annunciò un intenso programma di riforme volte a dare un nuovo assetto politico e amministrativo alla Stato, nell’am­bito del quale, per favorire l’incre­mento demografico e la piccola proprietà terriera, dedusse, tra l’altro, 28 colonie.
Una fu condotta anche ad Atella, ed è quella di cui fa parola Frontino (78).
Questo avvenimento cambiò il sistema politico e civile di Atella come di tutte le altre città italiche benché queste avessero conservato il duovirato o il quattuorvirato, l’ordine degli edili e quello dei questori, i collegi sacerdotali; cambiava, in effetti, che le ammi­nistrazioni di tutte le città di ogni singola regione dipendevano da un solo uomo, il quale, inviato direttamente da Roma e dotato di ampi poteri, era indicato con il nome di Consolare.
Contemporaneamente alla riforma dello Stato, per rendere meno trauma­tizzante il cambiamento, Augusto fornì le colonie di fondi e di edifici pubblici.


Roma, Museo delle Terme,
ritratto marmoreo di Augusto nella
veste di Pontefice Massimo

Quali fossero i fondi dati ad Atella è difficile congetturare. E’ più facile ipotizzare che alcuni di essi furono utilizzati per abbellire l’anfiteatro con le bellissime colonne ora incassate in alcune fabbriche religiose aversane.
Una parte dei fondi fu pure utilizzata per la costruzione di edifici pubblici, tra cui, forse, il foro, da cui parrebbe provenire il cippo di travertino, alto cm. 117, largo cm. 55 e lungo cm. 68 ritrovato nell’ottobre del 1929, in un angolo di piazza San Marco ad Afragola. Invero il cippo era lì infisso da tempo immemorabile con funzioni di paracarro sporgendo dal sottosuolo per il lembo superiore sul quale si leggeva in belle ed eleganti lettere la scritta:

AVG. SACR.

«Aug(usto) sacr(um)»

«Sacro ad Augusto»

La speranza che la parte di testo occultato nel sottosuolo celasse importante notizie sulle origini di Afragola aveva convinto il canonico don Aspreno Rocco ad interessare la Soprintendenza del tempo per il suo recupero (79). Le speranze andarono però deluse giacche estratto il cippo, esso apparve diligentemente scalpellato, conservando nei soli specchi laterali labili tracce di rilievi (forse una patera e l’urceus). Per quello che restava del testo epigrafico, per le eleganti e sobrie modanature, Matteo Della Corte pensò avesse funzione di piedistallo a qualche statua di Augusto eretta nel foro di Atella o Suessola (80).
Come dimostra la documentazione epigrafica fin qui riportata il culto di Augusto ad Atella era molto diffuso.
La tradizione vuole che lo stesso Augusto vi soggiornasse, e che qui Virgilio, invitato da Mecenate, gli leggesse, appena compiute, le Georgiche, il suo poema (81). Eutropio, senza alcun altro supporto storico la indica addirittura come luogo di decesso dell’Imperatore (82).
Ancora in relazione con Augusto una delle due iscrizioni relative ad Atella riportate dal Pratilli.
Realizzata in lettere semipalmari, era stata ritrovata in una villa poco distante da Melito insieme ad un altro marmo ed era dedicata da tale Marco Giunio Sosipatro, liberto della famiglia Giunia, al nume Genio protettore della colonia atellana (83). Su di essa si leggeva:

genio colon | aug atellan | m. iunus ... | sosipat ... (84)

«Genio colon(iae) Aug(ustae) Atellan(ae) M(arcus) Iunus ... Sosipat(or)».

«A Genio, (nume) della colonia augustea Atellana, Marco Giunio ... Sosipatro ...»

Generalmente vene­rato come nume tutelare delle città e dei luoghi, ma anche della famiglia, delle proprietà, degli affari e di ogni umana operazione, nella religione romana Genio era altresì la divi­nità che presiede alla na­scita dell’uomo e lo ac­compagna, proteggendolo e condividendone gioie e dolori, lungo il corso della vita. Nelle feste e nel giorno natalizio si era soliti offrirgli sacrifici con fiori, focacce e vino.
L’altra iscrizione do­cumentata dal Pratilli, ri­trovata per terra nei pressi del Castello di Casapuz­zano, presso Orta di Atella, si riferiva invece al rifacimento o alla costru­zione ex novo di alcuni tratti della via Atellana, l’importante arteria interna, di percorso limitato ma di grande importanza regionale, che, in alternativa alla Consolare Campana, sfruttando un più antico tracciato viario, congiungeva Capua a Neapolis. La strada passava per Atella dopo aver superato il Clanio all’altezza dell’attuale ponte di Santa Venere e da qui raggiungeva Neapolis con un agevole percorso che toccava le attuali località di Grumo Nevano, San Pietro a Patierno e Capodichino, entrando in città attraverso una porta incorporata nell’attuale Castelcapuano (85).
Il rifacimento della via Atellana rientrò evidentemente, come scrive Johannowsky a proposito del rifacimento traianeo della via che da Puteoli portava a Neapolis «in un programma di ricostruzione delle vie dell’Italia meridionale, iniziato sotto Domiziano con la via da Sinuessa a Puteoli, continuato sotto Nerva e principalmente sotto Traiano e conclusosi probabilmente solo sotto Antonino Pio» (86).


Marcianise (CE), I Regi Lagni

Si vuole che sulla via Atellana, della quale fino a qualche decennio fa erano visibili alcuni scarsi tratti che conservavano ancora il basolato originario, siano passati Augusto, Virgilio e Cicerone e, a voler dare credito ad una pia ma incontrollata tradizione religiosa locale, perfino gli Apostoli Pietro e Paolo (87).
L’epigrafe in questione, mutila e bisognosa di integrazione, fu ricomposta dal Pratilli nel modo seguente:

a.clodio cn. | fulvo | ii. viro quaestori | flam ... curatori | viar camp.
et ... | .......r...e. | (quod) (v)iam (atel)lanam | sua inpen(sa)
refec(erit) | et pro eius | ......hs....av....ss... | ........ndis... m... |
c....n....p... | ob mun(ific)ent.eius/l.d.d.d
(88)

«A(ulo) Clodio C(naei) f(ilio) Fulvo duoviro quaestori flamini [...]
curatori viar(um) Camp(aniae) et [.......]r[........]e. (quod) v(iam)
Atel(lanam) sua impen(sa) refec(erit) et pro eius [........]hs[ ......]au[....]
ss[....] [.......]ndis[......] m[ ..........]c[..........]n[..........]p[ ........] ob
mun(ific)ent(ia) eius L(ocus) D(atus) D(ecreto) d(ecurionum)»

«Ad Aulo Clodio Fulvio, figlio di Gneo, duoviro, questore, flamine [...]
curatore delle vie della Campania e [ ..........] fece a proprie
spese la via Atellana [ ................. ........1 per la sua generosità.
Luogo concesso con decreto dei decurioni».

Il C.I.L. la registra con il numero 546 (89).
Nonostante la lacunosità del dettato epigrafico e le incertezze circa alcune integrazioni dello stesso, è facile recuperare un personaggio pertinente alla gens dei Clodii (gentilizio già presente nell’ager capuanus, come si evince da altre epigrafi), insignito, nell’ambito del cursus honorum, oltre che delle cariche di duoviro, di questore e forse di Flamen Dialis, anche di quella di curatore delle vie della Campania.
Nell’antica religione romana la parola flamines designava genericamente chiunque fosse incaricato di celebrare perennemente sacrifici in onore degli dei.


Vienna, Österreichische Nationalbibliothek,
particolare della Tabula peutingeriana

Diversamente i Flaminis Dialis erano invece considerati come i rappre­sentanti in terra di Giove, tant’è le loro funzioni erano regolate da un complesso di divieti che ricordavano più quelli di un idolo che quelli di un sacerdote: non dovevano, infatti, avere il capo scoperto, non dovevano toccare alcuni animali, come le capre e il cavallo, o vegetali, come l’edera, le viti e le fave, non toccare la carne cruda e i cadaveri, non consumare alimenti e bevande fermentate (90).
I curatorum viarum erano magistrati straordinari creati per occuparsi della costruzione e della manutenzione delle strade e dei ponti. E’ notorio, infatti, che della manutenzione delle strade si curassero direttamente gli stessi imperatori.
Ne abbiamo la riprova in due epigrafi che si osservavano ad Aversa, riportate dal Pratilli, una delle quali ancora visibile a metà Ottocento quando fu vista dal Parente prima e dal Von Duhn poi.
Il Pratilli la lesse e la integrò con qualche dubbio come segue:

Imp. Caesar Antonius Pius Aug. Bono Reip. natus Pont. Maximus.
Trib. Potest. VI. Cos. III. Viam Campanam (o pure) viam Capua
Puteolis restiuit. VII. o VIII.
(91)

Per il Parente, invece, «intelligibili come sono quei caratteri logori per abrasione (l’iscrizione) andando a tentoni parrebbe così supplita» e tradotta:

IMP. CAES. FL.
(Vespasi)ANVS AVG
(Bo)NO REIP.NA(tus)
PONTIFEX MAX(imus)
T(r)IB(unicia) POTEST(ate) VIIII
III PROCONSVL (viam) (pu)TE(o)L(is)
(ca)PVA(m) SILICE (st)R(ata)M (refecit)
... IIII


«Imp(erator) Caes(ar) Fl(avius) (Vespasi)anus Aug(ustus) (Bo)no
reip(ublicae) Na(tus) Pontifex Max(imus) T(r)ib(unicia) Potest(ate)
VIIII, III Proconsul (viam) (Pu)te(o)l(is) (Ca)pua silice (st)r(ata)m (refecit)»

«L’Imperatore Cesare Flavio Vespasiano, Augusto, nato per il bene della
repubblica, Pontefice Massimo, (rivestito) della tribunicia potestà nove volte,
per la terza volta proconsole, fece selciare la via da Pozzuoli a Capua»
(92)

Più tardi l’epigrafe, murata nell’angolo del palazzo dei Bisogni, di fronte la chiesa dell’Arciconfraternita dell’Orazione e Morte, fu più accuratamente riletta e parzialmente disegnata su incarico di Mommsen da Carlo Zange­meister per la compilazione del C.I.L.


Margine superiore dell’epigrafe già murata all’angolo di Palazzo Bisogni
in Via R. Drangot ad Aversa, apografo di C. Zangemeister (dal C.I.L., X)

L’archeologo tedesco, sulla scorta di una precedente lettura del Von Duhn, che nel frattempo aveva rinvenuto la restante parte dell’epigrafe nascosta nel muro, la ritenne costituita da tre iscrizioni, elaborate in tempi diversi. Nella parte superiore vi lesse:

DD NN FL FL VALENTIANUS
ET VALENS


D(omini) N(ostri) Fl(avius) Valentianus et Valens

I nostri Signori Valentiano e Valente Flavio

Nella colonna media:

| / / / / / / / / AA
| / / / / / / / / | S
| / / / / / / / / | . |
| / / / / / S / / RVS/VS
AVG PONTIFEX·MAXIMVS
TRIB·POTESTATE·VII·II
COS·III·PRO·COS
VIAM·A CAPVA SILICE·STRAVIT
IIII


«[...............] Aug(ustus) Pontifex Maximus ...
Trib(unicia) potestate VII II Co(n)s(ul)
III Proco(n)s(ul) viam a Capva silice stravit IIII».

«[.................] Augusto Pontefice Massimo ... rivestito della potestà
tribunizia per sette volte, Console due volte, Proconsole tre volte,
selciò la strada da Capua per un estensione di quattro miglia»

Nella parte sottostante, infine, vi lesse:

D N IMP CLUDI
SILVANVS AVG
BONO REIP NA
TUS
(93)

«D(ominus) n(oster) Imp(erator) Claudi(us)
Silvanus Aug(ustus) bono reip(ublicae) natus»

«Nostro Signore Imperatore Claudio Silvano
Augusto, nato per il bene della Repubblica»

In calce poi alla riproduzione grafica del margine superiore dell’epigrafe e della riproposizione del dettato, una lunga nota dello studioso, dopo aver ricordato che la doppia consonante DD NN sta ad indicare che la titolatura Domini Nostri si riferisce sia a Valentiano che a Valente (salvo aggiungere poc’oltre che non si è sicuri però trattarsi proprio di questi), avverte che i primi quattro versi della seconda iscrizione sono stati cancellati mentre il primo vocabolo del quinto verso (AVG) è stato riscritto in caratteri barbari quasi come se lo scrivente lo avesse voluto aggiungere a quanto rimaneva della precedente iscrizione. Circa la parte di iscrizione mancante lo studioso sostiene invece che quasi sicuramente si riferisse all’imperatore Marco Aurelio Severo Alessandro - sebbene questi, contrariamente a quanto dice l’epigrafe, pare non abbia mai usurpata la carica di Proconsole - e che andava così ricostruita:

IMP·CAESAR·M
AVREL·SEVERVS
ALEXANDER·PIVS
FELIX·INVICTVS


«Imp(erator) Caesar M(arcus) Aurel(ius)
Severus Alexander Pius Felix Invictus»

«L’imperatore Cesare Marco Aurelio
Severo Alessandro, Pio Felice Invitto»

Riguardo la terza iscrizione, Carlo Zangemeister, dopo aver affermato che essa era stata scritta non prima di Costantino come dimostra la presenza della formula «Bono reipublicae natus» mai nota prima di lui, ammette di ignorare chi fosse l’Imperatore Clodio Silvano ivi menzionato, escludendo in ogni caso trattarsi del Silvano che nel 355 dopo aver assunto il Consolato in una situazione di emergenza rimase in carica solo per 20 giorni prima di essere assassinato.
Fatto salvo quanto detto l’epigrafe nella sua interezza andava pertanto letta:

DD NN FL FL VALENTIANUS
ET VALENS
IMP·CAESAR·M
AVREL·SEVERVS
ALEXANDER·PIVS
FELIX·INVICTVS
AVG PONTIFEX· MAXIMVS
. . .
TRIB·POTESTATE·VII II
COS·III·PRO·COS
VIAM·A CAPVA SILICE·STRAVIT
IIII
D N IMP CLVDI
SILVANVS AVG
BONO REIP NA
TUS


«D(omini) N(ostri) Fl(avius) Valentianus et Valens.
Imp(erator) Caesar M(arcus) Aurel(ius) Severus Alexander Pius Felix Invictus Aug(ustus) Pontifex Maximus ... Trib(unicia) potestate VII II Co(n)s(ul) III Proco(n)s(ul) viam a Capva silice stravit IIII D(ominus) n(oster) Imp(erator) Claudi(us) Silvanus Aug(ustus) bono reip(ublicae) natus».

«I nostri Signori Valentiano e Valente Flavio.
L’imperatore Cesare Marco Aurelio Alessandro, Pio Felice Invitto, Augusto Pontefice Massimo [...] rivestito della potestà tribunizia per sette volte, Console due volte, Proconsole tre volte, selciò la strada da Capua per un estensione di quattro miglia.
Nostro Signore Imperatore Claudio Silvano Augusto, nato per il bene della Repubblica»

Sull’altra epigrafe, invece, il Pratilli, riferisce di aver letto, non prima di aver ricordato che essa era stata ritrovata spezzata in due e manchevole di un pezzo fra alcuni ruderi e che «fu poco dopo per la troppo trascurata ignoranza de’ cittadini sepolto, come essi dicono, nel fondamento del nuovo Conservatorio presso la casa del fu canonico Civitella», la seguente iscrizione:

IMP.CAESAR
ANTONIVS AVG. PIVS
PONT. MAX. TRIB. POT. VI
IMP. II COS. III P. P.
VIAM A CAPVA PVTEOL
REFIC. CVR
(94)

che il Parente tradusse:

«L’imperatore Cesare Antonino Pio Augusto, Pontefice Massimo, tribuno la sesta volta, acclamato dall’esercito per la seconda volta imperatore, console per la terza volta, padre della patria, la via da Capua a Pozzuoli volle rifatta»

precisando, nel contempo, in nota, che il conservatorio in oggetto era quello di Sant’Anna (attuale Liceo Artistico) e che il canonico citato andava probabilmente identificato con il canonico Biancolella (95). Più correttamente, però, l’epigrafe va sciolta e tradotta nel seguente modo:

«Imp(erator) Caesar Antonius Aug(ustus) Pius Pont(ifex) Max(imus) Trib(unicia) Pot(estate )VI Imp(erator) II Co(n)s(ul) III P(ater) P(atriae) viam a Capua Puteol(os) reficer(e) cur(avit)» «L’Imperatore Cesare Antonino Pio Augusto, Pontefice Massimo, rivestito della potestà tribunizia sei volte, Imperatore due volte, Console tre volte , Padre della Patria, fece rifare la via da Capua a Pozzuoli»


Busto marmoreo di Antonino Pio

A proposito del sedicente imperatore Clodio Silvano e della formula «Bonus Reipublicae natus» da lui usurpata di cui si discorreva poc’anzi va evidenziato com’essa ricompare in un’altra epigrafe ritrovata in Campania in una località altrimenti sconosciuta ma localizzabile nell’agro aversano denominata dal Mazzocchi all’«Icuoli» (il vocabolo tuttavia è d’incerta let­tura) (96).
Sull’epigrafe era scritto:

SENATVS
POPVLVSQVE
ROMANVS
DOMINO NOSTRO CLAVDIANO
PIO FELICI
AVGUSTO BONO REIPUBLICAE
NATO.
(97)

«Il Senato e il popolo romano al Signore nostro Claudiano
Pio Felice Augusto nato per il bene della Repubblica»

dove si capisce abbastanza chiaramente, anche sulla scorta della testimonianza del Mazzocchi secondo il quale gli ultimi quattro versi (da lui attribuiti però all’Imperatore Aureliano) erano stati aggiunti con dei caratteri molto brutti e labili, che si tratta di un miliario riutilizzato in funzione di iscrizione laudativa.

Note:
(78) G. S. FRONTINO, De coloniis libellus, cap.V, ed. consul. Goesi, pag. 136.
(79) G. CAPASSO, Casoria. Dalle antichissime origini all’età moderna, Napoli 1983, pp. 22-24.
(80) M. DELLA CORTE, Augustiana, in «Atti della Real Accademia di Archeologia Lettere e Belle Arti di Napoli», v. XIII (n.s.) (1933-34), pp. 69-93.
(81) E. DONATO, Vitae Virgiliae antiquae, ed. C. Hardie, Oxford 1954.
(82) F. EUTROPIO, Breviarum ab Urbe condita, VII, 8, ed. cons. a cura di F. RUEHL, Stoccarda 1975 (rist. anast. dell’ediz. di Lipsiae-Teubner 1909).
(83) F. M. PRATILLI, op. cit., pag. 210.
(84) C.I.L., X, 391* [=518*].
(85) Sulla via Atellana cfr. K. MILLER, Itineraria romana, Stoccarda 1916 (nuova ed. Roma 1964), col. 332, fig. 101; D. STERPOS, Comunicazioni stradali attraverso i secoli. Capua-Napoli, Novara 1959, pp. 9-16, 30-34.
(86) W. JOHANNOWSKY, L’organizzazione del territorio in età greca e romana, in «Napoli antica», Napoli 1985, pp. 333-339. L’autore ipotizza, nello stesso scritto, che a nord di Neapolis, dalla porta corrispondente all’attuale porta S. Gennaro «uscisse una strada che, dopo l’erta del Moiariello doveva attraversare il bosco di Capodimonte e poi, nel luogo più agevole, presso l’attuale cappella di S. Gennaro, il cavone di Miano, per raggiungere a sua volta Atella, come farebbe supporre sia un tracciato viario conservato a sud di questa città, sia il fatto che la distanza coinciderebbe meglio con quella indicata nella tabula peutingeriana, indicata in 9 m.p.».
(87) V. DE MURO, op. cit., pag. 165.
(88) F. M. PRATILLI, op. cit., pag. 312.
(89) C.I.L., X, 392* [=546].
(90) D. SABBATUCCI, Religione romana, in «Storia delle religioni», III, Torino 1971, ad vocem.
(91) F. M. PRATILLI, op.cit., pag. 312.
(92) G. PARENTE, op. cit., I, pag. 229.
(93) C.I.L., X, 6943-6945.
(94) F. M. PRATILLI, op. cit., pag. 213.
(95) G. PARENTE, op.cit., I, pag. 228, nt. 1.
(96) A. S. MAZZOCCHI, Silloge manoscritta. Alessio Simmaco Mazzocchi (Santa Maria Capua Vetere 1684 - Napoli 1771) fu biblista, filologo ed archeologo di grandissima fama e si occupò in particolare di epigrafia ed antichità greche e romane producendo una gran messe di studi.
(97) C.I.L., X, 6946.