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Le altre epigrafi disperse [p. 34]
L’epigrafe di Frattamaggiore, il lacerto di calendario di Suessola ed i frammenti ercolanesi non sono tuttavia le
sole lapidi riguardanti Atella di cui si è persa traccia. Delle altre iscrizioni relative all’antica città osca visionate
e trascritte da eruditi e studiosi del passato non si hanno più notizie, in particolare, degli esemplari riportati dal
Ligorio (53) e dal canonico Pratilli (54), sulla cui attendibilità persistono peraltro forti dubbi da parte degli studiosi di ieri e
di oggi. La maggior parte dei quali, pur riconoscendo pieno merito alla loro attività di architetto (nel caso del
Ligorio) e di latinista e storico (nel caso del Pratilli), li considera, dal punto di vista di cultori dell’epigrafia, solo
degli abili e volgari falsificatori.
Indicative in proposito sono le cocenti accuse di Annibale Olivieri nei riguardi del Ligorio, accusato di «... far
Tomi di Antichità, inserendovi e fabbriche, e vedute, e medaglie, e iscrizioni "false", quali tomi poi
naturalmente o avrà venduti, o con regalarli a gran Signori, ne avrà ricevute abbondanti ricompense ...» (55).
Ancor più di fuoco le parole pronunciate sul conto del Pratilli dal Mommsen, che giudicava spesso falsi i testi
pratilliani solo perché ricordati unicamente da lui (56); più benevole invece sul Pratilli il giudizio del Maiuri che lo
ritenne «... assai ricco di ingegno e buon latinista ...» pur biasimandone il comportamento perché «non esitò,
a inventare testi quando ne aveva urgente bisogno per risolvere un dubbio topografico ...» (57). Sempre a
proposito del Pratilli va anche detto però, come ha messo recentemente in evidenza il Guadagno, che «i manoscritti
mazzocchiani hanno rivalutato numerose epigrafi pratilliane, dimostrando che in fin dei conti il Pratilli non
era tanto falsario» (58).
In ogni caso sono ben tre le epigrafi inerenti Atella riportate dal Ligorio in un manoscritto attualmente conservato
a Torino (59).
La prima delle iscrizioni, tutte puntualmente registrate dal Mommsen tra le epigrafi falsae o alienae, recitava:
sabinae | augustae | imp.hadrian aug | s.p.q.atellanus | publice (60)
«Sabinae Augustae Imp(eratoris) Hadrian(i) Aug(usti)
(Uxori) S(enatus) P(opulusque) Atellanus Publice»
«A Sabina Augusta moglie dell’Imperatore Adriano Augusto
il Senato e il popolo atellano (eressero) per pubblica decisione»
Si trattava, com’è oltremodo evidente, di una laude alla moglie di Adriano, che cugino e successore di Traiano,
fu imperatore dall’agosto del 117 al luglio del 138. Entusiasta ammiratore del mondo greco, Adriano fu considerato
il simbolo stesso della raffinata cultura del suo tempo, per la sua dedizione alla musica e allo studio della letteratura
e dell’architettura.
In questa epigrafe egli appare insignito del solo titolo di Augustus, ovvero di consacrato dagli àuguri, il sodalizio
sacerdotale che aveva il compito di consultare Giove per riscontrarne l’assenso in molti atti della vita pubblica.
Augusta è, invece, il titolo portato da Livia dopo la morte di Augusto, poi da molte imperatrici, e talora da madri,
sorelle, figlie e nipoti degli Imperatori (61).
L’epigrafe documenterebbe inoltre, se autentica, come, specie nelle antiche città dell’Italia centrale e meridionale,
perdurasse da parte dell’Ordo Decurionum - il titolo con cui veniva ufficialmente indicato l’assemblea dei cittadini
deputati al governo delle colonie, dei municipi e delle città libere o federate - l’uso di avvalersi della più nobile
denominazione di Senato (62). I decurioni, generalmente in numero di cento, venivano eletti a vita per lo più tra gli
ex magistrati ma anche tra i ricchi e gli esponenti dei ceti più influenti.

Ritratto marmoreo di Sabina
Secondo il Laffi la città di Atella fu costituita in Municipio a partire dall’83 a.C. (63). Per quel che sappiamo -
come c’informa Toynbee - Atella non fu riconosciuta città-stato fino al 59 a.C., l’anno in cui quella che
era stata la sua più importante compagna di sventura nella defezione contro Roma durante le guerre cartaginesi,
Capua, non fu ricostruita come colonia romana (64). In ogni caso il Municipio fu costituito prima del 51 a.C.: nel
marzo di quell’anno, Cicerone, in una lettera al fratello Quintio, afferma infatti che il latore della stessa, tale
Ofelio, è un cavaliere del Municipio di Atella, la città campana che era posta sotto la sua protezione. Il
patrocinio in oggetto si riferisce evidentemente a quello assunto dall’Arpinate nei confronti di Publio Sergio
Rullo, che alcuni anni prima con una proposta di legge agraria aveva tentato di privatizzare i demani pubblici
e quindi anche l’ager vectigalis posseduto dagli atellani in Gallia (65).
La seconda, che era dedicata a Marco Aurelio Caro, il quale imperò per un solo anno dal settembre del
282 al luglio 283, recitava:
imp. caes. m aurelio caro | magno pio augusto felici | invicto pont. max. tr. pot | cons. pat.patr. |
d. n. m. q. e | senatus populoq atellan | d. d (66)
«Imp(eratori) Caes(ari) M(arco) Aurelio Caro, Magno Pio Augusto Felici Invicto Pont(ifici) Max(imo)
Tr(ibunicia) Pot(estate) Cons(uli) Pat(ri) Patr(iae), D(evotus) N(umini) M(aiestatique) E(ius), Senatus
populusq(ue) atellan(us) D(ecreto) D(ecurionum)»
«All’Imperatore Cesare Marco Aurelio Caro, Magno Pio Augusto Felice, Invincibile, Pontefice
Massimo, (rivestito) della Tribunicia Potestà, Console, Padre della Patria, il Senato ed il popolo
atellano, devoti alla sua maestà e solennità, per Decreto dei Decurioni»
L’epigrafe, per la presenza di tutti gli elementi propri di una iscrizione dedicatoria all’Imperatore, si presta ad
alcune considerazioni sulla titolatura imperiale.

Ostia (Roma) Museo Archeologico
Nazionale, Ritratto marmoreo di
Adriano.
Innanzitutto va evidenziato che l’Imperatore non aveva un unico titolo ufficiale, ma veniva designato secondo
un sistema di nomi e di titoli che potevano variare secondo la natura dell’iscrizione, ufficiale o privata, e la
località.
Il titolo di Imperatore, abbreviato in IMP, fungeva da praenomen ed era seguito dal cognomen Cesare in
funzione di gentilizio. Dopo di che veniva la denominazione individuale, cui seguivano altri titoli (Magno, Pio,
Victor, Invitto). Il titolo Augustus, di cui abbiamo già detto, veniva invece utilizzato in funzione di cognomen
ma stava, il più delle volte, all’ultimo posto. Qui aggiungeremo che esso fu istituito per dare all’autorità imperiale
una considerazione anche religiosa, che equiparava di fatto l’Imperatore ad un nuovo fondatore, ad un novello
Romolo.
Dopo l’ultimo dei nomi veniva il titolo di Pontefice Massimo, seguito dall’indicazione della Tribunicia potestas.
A quest’ultima carica, essendo essa annuale, era abbinato un numero, che naturalmente, com’è facile intuire, era
anche espressione degli anni di imperio. Non sempre però, come nel nostro caso, questo numero veniva riportato.
Seguivano, infine, le indicazioni del consolato ed il titolo di Padre della Patria (67).
Passiamo ora ad esaminare, nel dettaglio, i singoli titoli.
Il Pontefice Massimo era il maggiore esponente del collegio pontificale costituito in origine da sei membri poi
aumentati fino a sedici nel corso dei secoli. Il collegio aveva il compito di interpretare le tradizioni giuridico-religiose
e di sorvegliare sul corretto svolgimento delle manifestazioni di culto.

Busto di Marco Aurelio
La tribunicia potestas era il potere attribuito ai tribuni difensori della plebe. Originariamente in numero di
due o quattro e poi successivamente aumentati a dieci, il loro potere poggiava sull’inviolabilità personale di
cui si servivano per porre il veto contro i provvedimenti emanati dal Senato o da altri magistrati che violassero
in qualche modo i diritti dei plebei. La carica, pur essendo attribuita in perpetuo era rinnovata ogni anno.
Il titolo di Padre della Patria, offerto per la prima volta dal senato e dal popolo ad Augusto nel 2 d.C., venne
in seguito votato per altri imperatori. Fu rifiutato da Tiberio e in un primo momento da Nerone, Vespasiano e
Adriano. Non fu concesso, invece, a Galba, Ottone e Vitellio (68).
La terza infine recitava:
m. postimus m. f. maecia | censorinus fuscus | ui. uir augustal
patronus | munic atellan quinq | iiii uir ioni sospiratori | d.d (69)
«M(arcus) Postimus M(arci) f(ilius), Maecia, Censorinus Fuscus, Sevir
Augustal(ium), Patronus Munic(ipii) Atellan(i) quinq(ennalis) quattuorvir
Ionio Sospiratori, D(at) D(edicat)»
«Marco Postimio Censorino Fusco, figlio di Marco, (della Tribù) Maecia,
Seviro degli Augustali, Patrono del Municipio atellano, quinquiennale
quattuorviro, al Salvatore Ionico, per Decreto dei Decurioni»
Secondo il complesso sistema onomastico elaborato dai Romani, noto come lex Iulia Municipalis il
personaggio ricordato era contrassegnato dal tria nomina cioè da tre elementi onomastici che in latino si
dicono praenomen, nomen, cognomen, e siccome le notizie che si davano dovevano essere completate con
l’indicazione di chi fosse figlio, se libero, o schiavo o liberto, e a quale ripartizione fosse inscritto se cittadino
romano, nell’epigrafe compaiono anche la paternità e la tribù di appartenenza. Segue il cosiddetto cursus honorum,
la serie di magistrature ricoperte dall’uomo nel corso della sua carriera.
Nel sistema amministrativo romano le tribù rappresentavano ciascuna delle parti in cui era diviso la
popolazione di cittadinanza romana. Esse costituivano la base sulla quale venivano espletate tutte le operazioni
relative alla leva militare e alla riscossione dei tributi. Erano distinte in urbane e rustiche a seconda che fossero
dimoranti dentro o fuori la cosiddetta Roma Quadrata. In origine in numero di 17 raggiunsero nel 241 il numero
di 35, poi mai più superato. Furono abolite di fatto nel 212 d.C. con l’Editto di Caracalla che estese la cittadinanza
romana a tutti gli abitanti dell’Impero (70).
I Seviri Augustales erano i membri di un collegio di sacerdoti fondato da Tiberio dedito precipuamente,
come indica il loro stesso nome, al culto di Augusto. Erano generalmente liberti e costituivano in ogni città
una classe sociale, un ordo, che veniva subito dopo i decurioni. Sicuramente la riforma augustea aveva loro
conferito anche delle funzioni civili che tuttavia s’ignorano: si è parlato più frequentemente di un ruolo direttivo
nelle associazioni artigianali e mercantili (71).
Il titolo di Patrono era attribuito a personaggi autorevoli che sostenevano gli interessi delle comunità locali
presso il governo centrale.
L’epigrafe ci attesta che Atella era retta da quattuorviri.
I quattuorviri o duoviri quinquiennali o semplicemente i quinquiennalis erano magistrati che ogni cinque
anni presiedevano alle operazioni di censimento e redigevano le nuove liste dei consiglieri. Il duovirato era
la magistratura più comune nelle colonie romane istituita dopo Cesare (72).
Un quattuorviro di Atella era probabilmente anche l’anonimo intestatario di una frammentata epigrafe
conservata nel lapidario del Museo Campano di Capua sulla quale si legge:
[...] FAL. QVUARTVS IIII VIR
[...] VS·L·F·FAL
«[...] Fal(ernus) Quartus IIII(vir), [...] v(ir) s(pectabilis) L(ucii) f(ilius) Fal(erni)»
«[...] Quarto (della tribù Falerna), quattuorviro; uomo spettabile,
figlio di Lucio (della tribù) Falerna»
Descritta dallo Iannelli con un riferimento però all’area capuana (73), è riportata dal C.I.L.
con il n. 3921 (74).
Una quarta epigrafe riportata dal Ligorio, pur non presentando nel dettato elementi che la rapportino
esplicitamente ad Atella, per essere stata ritrovata nell’agro aversano è comunque collegabile alla città.
Si tratta di un elogio che tale Lucio Turranio, un cittadino romano residente probabilmente ad Atella
anche lui per svolgervi le funzioni di quattuorviro quinquennale, dedica all’imperatore
Traiano (75).
Si riporta il testo così come lo trascrive il C.I.L.:
imp. caes. traiano hadriano | augusto pon. max. | trib. potest xvi.
p.p. | turranius l. f. quir. laetus | ui. uir august | patronus colleg.
fabr | iiii uir quinquen | d. n. m. q. e | faciun coeravit (76)
«Imp(eratori) Caes(ari) Traiano Hadriano, Augusto Pon(tifici) Max(imo),
Trib(unicia) potest(ate) XVI, P(atri) P(atriae), L(ucius) Turranius
L(ucii) f(ilius) quir(ina), laetus, sevir(o) august(alis), patronus
colleg(iorum) fabr(um), quattuorvir quinquen(nalis), D(evotus) N(umini)
M(aiestati)q(ue) E(ius), faciun(dum) coeravit»
«All’Imperatore Cesare Traiano Adriano Augusto, Pontefice Massimo,
(rivestito) della Tribufficia Potestà (per la) XVI (volta), Padre della Patria,
il lieto Lucio Turranio, figlio di Lucio (della tribù) Quirina, Seviro di Augusto,
patrono del collegio dei fabbri, quattuorviro quinquiennale, devoto
alla sua autorità e maestà, fece erigere»
Dal testo si evince chiaramente che Lucio Turranio, oltre che membro del collegio dei Seviri Augustali era a capo, con il titolo di patronus, dell’altro collegio dei fabbri (77).

Ankara, Museo Archeologico,
clipeo bronzeo con Traiano
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