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CIVILTA’ CAMPANA
COLLANA DI STUDI STORICI, ARCHEOLOGICI, FOLCLORICI, SOCIALI
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SOSIO CAPASSO
VENDITA DEI COMUNI
E VICENDE DELLA
PIAZZA MERCATO DI NAPOLI
ISTITUTO DI STUDI ATELLANI
Il periodo della dominazione spagnola nell’Italia Meridionale ha certamente inciso
profondamente sul costume e sullo sviluppo economico dei nostri comuni, mentre la Piazza
Mercato di Napoli, essendo stata nei secoli teatro di tutti i più importanti eventi cittadini,
può ritenersi, a giusta ragione, il palcoscenico storico partenopeo.
Abbiamo, perciò, ritenuto utile riunire in un unico fascicolo due lavori che già suscitarono
nella loro prima pubblicazione, notevole interesse.
VENDITA DEI COMUNI
ED EVOLUZIONE POLITICO-SOCIALE
NEL SEICENTO
La dominazione spagnola in Italia fu caratterizzata, fra l’altro, dalle frequenti vendite di casali e
borgate da parte dell’erario a privati cittadini, vendite effettuate per far fronte alle continue, pressanti
richieste di denaro della corte di Madrid, costretta a provvedere sia ai pesanti oneri derivanti dalle
guerre, nelle quali trovavasi costantemente coinvolta per un malinteso senso di prestigio, sia alle
folli spese originate dal lusso senza pari nel quale viveva.
Tale consuetudine è stata giustamente deplorata da quanti si sono interessati degli eventi dell’epoca;
è tuttavia opportuno ricordare che agli Spagnoli si può, più opportunamente, far colpa di aver
conferito carattere d’ordinarietà ad un provvedimento al quale si sarebbe dovuto far ricorso
solamente in casi estremi, ma non di essere stati essi stessi gli ideatori di una simile procedura.
Vendite dei comuni, con la conseguente creazione di tirannelli locali, si ritrovano numerose in
tempi anteriori e posteriori alla dominazione spagnola, in Italia e fuori: a Napoli, la regina Giovanna
II aveva ceduto, per 2000 ducati d’oro, la signoria di Portici a Ser Gianni Caracciolo, il quale
l’aveva tenuta sino al 1418, ed in Francia Luigi XIV aveva fatto continuo ricorso alla vendita di
terre e di diritti demaniali, come ricorda il Tocqueville, usandone ed abusandone al punto che i
cittadini, anche quando con sacrifici di ogni sorta riuscivano a riscattare la propria libertà, non
ottenevano garanzia alcuna di non vedere il loro paese posto di nuovo all’asta (1).
Siamo, in definitiva, di fronte a manifestazioni di carattere feudale, ma in senso deteriore: il sovrano
conferisce ancora la potestà su un territorio ad un signore, il quale gli resta legato da vincoli di fedeltà,
ma la cessione non avviene più in virtù di benemerenze acquisite sui campi di battaglia o a seguito
di importanti servigi resi alla patria, bensì per effetto di una controprestazione in denaro sonante.
Il merito personale è ormai completamente fuori causa: quel che conta è l’entità della
cifra offerta.
D’altra parte, chi erano gli acquirenti dei casali? Quasi sempre mercanti divenuti ricchi attraverso
le speculazioni più svariate e spesso poco lecite, desiderosi di procacciarsi un titolo baronale
facendo, nel contempo, un investimento patrimoniale, quasi sempre redditizio, giacché era loro
consentita la più ampia facoltà di rifarsi ad usura, imponendo, ogni sorta di balzelli. I nobili di
antico lignaggio erano il più delle volte inidonei a concorrere ad affari del genere perché sprovvisti
delle somme liquide necessarie: l’aristocrazia italiana si era lasciata trascinare dalla mania dello
sfarzo e della grandezza tutta spagnola, aveva abbandonato le vecchie dimore campagnole e si
era trasferita nelle città, nell’orbita delle corti vicereali, menando vita fastosa e dispendiosa, alla
quale erano costretti a provvedere i miseri coloni con prestazioni di ogni sorta.
Accanto al patriziato tradizionale andava, quindi, formandosi un ceto nobiliare di nuovo conio,
emerso dalla massa anonima in virtù dei traffici fortunati di qualche generazione, un ceto che già
esprimeva il desiderio di farsi valere, tipico di quella borghesia che, venuta dalle più umili classi
popolari, sarà più tardi protagonista di rivolgimenti destinati ad incidere decisamente sul corso
della storia.
Le condizioni della società del ‘600 erano sostanzialmente ancora quelle che avevano caratterizzato
il Medioevo: una sola classe era a diretto contatto del potere costituito, quella dei nobili; le masse
popolari, con il loro pesante fardello di duro lavoro e di imposizioni di ogni genere, venivano del
tutto ignorate; il clero godeva di privilegi enormi e di ampia considerazione presso tutte le categorie
sociali. Il ceto più misero era, in definitiva, quello che reggeva la pesante impalcatura dello Stato,
pagando balzelli e contributi di ogni genere, fornendo i mezzi ai nobili sfaccendati e spendaccioni
per vivere lautamente, pagando le decime alla Chiesa, fornendo soldati per le armate regie e
galeotti per assicurare la navigazione alle «triremi».
La vendita dei casali offriva ad un gruppo di individui non cospicuo, ma indubbiamente dotato di
audacia, di capacità negli affari, di notevoli ambizioni, la possibilità di farsi avanti, di ottenere diritti
che consentivano di rappresentare legalmente l’autorità stessa dello Stato; nel contempo, questi
fortunati acquistavano coscienza delle reali possibilità che loro offriva la buona posizione
economica che erano riusciti a conseguire.
Naturalmente, nella minuziosa procedura attraverso la quale si effettuava la vendita di un casale,
si pensava a tutto: a vincolare per bene il feudatario di maniera che non dimenticasse mai che al di
sopra di lui era il sovrano o, meglio, lo Stato, al quale doveva fedeltà ed obbedienza; ad ascoltare
ampiamente i desideri dell’acquirente ed a cercare di accontentarlo per quanto possibile; unici
ignorati erano gli infelici abitanti del comune posto in vendita, ai quali nessun preventivo parere
veniva richiesto, anche se, come vedremo, non si impediva loro di conseguire il riscatto.
I cittadini, è ovvio, non gradivano mai tali operazioni; il governo, anche se non alieno dal commettere
talvolta soprusi ed ingiustizie, garantiva in ogni caso una vita più tranquilla e serena, se non altro
perché era tenuto all’applicazione di leggi a carattere generale e ciò faceva attraverso l’opera dei
funzionari responsabili. Derivava da ciò il desiderio di riscossa che costantemente si manifestava
negli abitanti del borgo venduto, ma tale desiderio non sempre era realizzabile per l’esosità delle
contribuzioni richieste. Di solito i pareri erano opposti: da un lato i benestanti disposti a qualsiasi
sacrificio, non esclusa la cessione delle gabelle e dei beni pertinenti al comune, pur di liberarsi dal
signorotto loro imposto; dall’altro i poveri, timorosi di veder alienare i fondi comunali, spesso
unica fonte dalla quale traevano il proprio sostentamento. Ci furono infatti delle località dove l’onere
della riottenuta libertà si rivelò tanto ingente da indurre gli stessi abitanti a chiedere la vendita del
borgo ad un feudatario: così a Gera d’Adda ove, nel 1648, i meno abbienti rivolsero un umile ed
accorato appello al Senato perché procedesse alla vendita del villaggio, non potendo essi sostenere
più a lungo i notevolissimi gravami ai quali dovevano sottostare per pagare il riscatto (2).
* * *
Alla Spagna mancò, indubbiamente, la reale capacità di considerare con visione unitaria il suo vasto
impero e di dargli una sana organizzazione economica, indispensabile mezzo per assicurargli
prosperità e continuità. Essa restò ancorata alle vecchie concezioni della conquista, intesa come
diritto acquisito a sfruttare in ogni modo i territori dominati. Da ciò le vendite numerose dei
casali.
Eppure, proprio dall’Italia, e più precisamente da Napoli, non mancò in quegli anni qualche saggia
voce che, se ascoltata, avrebbe potuto offrire l’occasione buona per dare l’avvio ad una favorevole
ripresa economica. Ma è più facile attirare l’attenzione proponendo imprese prestigiose, anche
se di nessuna utilità o, peggio, disastrose, anzichè avanzando opportune proposte di operazioni
intese a creare il benessere generale. Ciò era particolarmente vero a quei tempi, quando la scienza
economica era pressoché ignorata dovunque e specialmente dagli Spagnoli, chiusi in un conservatorismo
deleterio ed ormai avviati senza speranza sulla china della decadenza.
Fu Antonio Serra da Cosenza (3) che, nel 1613, pubblicò un suo «Breve trattato delle cause che
possono abbondare li Regni d’oro et argento dove non sono miniere, con applicatione al Regno di Napoli».
Egli, sulla scorta delle teorie mercantili proprie del tempo, fa notare quale sia per ogni nazione
l’importanza di poter disporre di buona ed abbondante moneta, questa essendo il mezzo
fondamentale per l’acquisto di qualsiasi altro bene. Da ciò la necessità di studiare ogni accorgimento
per consentire l’ingresso nel paese di tutto il denaro possibile.
Escluso il caso che lo Stato in esame possegga proprie miniere di oro e di argento, il che porrebbe
il problema su binari totalmente diversi, il Serra individua le seguenti condizioni fondamentali per
dar vita a traffici attivi, capaci di far affluire dall’estero valuta pregiata in notevole quantità:
1) Agricoltura fiorente, tale da consentire abbondanza di prodotti con proficue vendite per contanti
ad altre nazioni;
2) Sviluppi degli «artificij», cioè delle industrie;
3) Adeguato incremento del commercio in rapporto alla posizione geografica del paese;
4) Laboriosità dei cittadini;
5) Volume sempre crescente degli scambi;
6) Oculata politica del governo a sostegno dell’attività economica.
Come si nota, le indicazioni sono validissime sul piano generale. Ma il Serra guarda, poi, più da
vicino la situazione del Napoletano e si chiede se la posizione di Paese esportatore di derrate
alimentari che il vicereame del sud ha verso le zone più prospere del nord (Firenze, Milano, Venezia),
sia determinata da una effettiva eccedenza dei prodotti agricoli rispetto al fabbisogno locale o non
sia, invece, il risultato di penose sottrazioni di beni a popolazioni misere ed affamate, costrette a
vivere in condizioni sempre più infelici. E d’altra parte, tali operazioni vengono condotte in modo
da creare nuove disponibilità finanziarie al Paese, avviandolo ad una futura condizione di benessere?
Purtroppo si tratta di speculazioni attuate da pochi affaristi senza scrupoli, i quali vendono a credito,
ottenendo cambiali in moneta di altri Stati e realizzando lucri non indifferenti nel cambio.
Sarebbe, poi, assurdo pensare che Napoli possa diventare un fiorente centro commerciale: glielo
impedisce la sua posizione geografica. Si guardi Venezia: essa e in effetti molto più povera di Napoli,
dovendo tutto importare, specialmente i generi alimentari, ma di quanta prosperità gode, una
prosperità che le deriva dall’essere il centro naturale di tutte le correnti di traffico di interesse europeo;
il vasto commercio che collega l’Asia all’Europa e questa ai più lontani paesi d’oltremare ha in
Venezia il suo insostituibile punto d’appoggio e da ciò deriva un flusso di guadagni enormi che pone
quelle popolazioni, per altro laboriosissime, in condizioni quanto mai invidiabili.
Napoli non potrà mai aspirare a tanta fortuna «poiché estendendosi l’Italia fuor della terra come
un braccio fuori del corpo, che per questa causa è stata detta penisola, il regno è situato nella mano
ed ultima parte del detto braccio, sì che non torna comodo ad alcuno portar robe in esso per
distribuirle in altri luoghi ...» (4).
Ne consegue, perciò, che unica via alla prosperità per Napoli resta l’industria; la creazione, cioè,
di attività trasformatrici delle materie prime, sia proprie che importate, in maniera da poter, poi,
esportare i prodotti finiti ed ottenere, così, dall’estero, quantitativi sempre maggiori di moneta
pregiata.
Questi principi, se attuati in quei tempi lontani, avrebbero fatto veramente la fortuna del Mezzogiorno
e non solo non sarebbe mai sorta la questione meridionale, ma forse tutto il corso della storia
italiana avrebbe avuto un diverso indirizzo. Purtroppo la voce del Serra restò negletta e, per altro,
le sue idee avrebbero potuto essere accettate e tradotte in realtà soltanto da governanti che avessero
avuto una buona preparazione economica, che fossero stati capaci di saper individuare i campi di
sfruttamento e le attività da incoraggiare, emanando i necessari provvedimenti legislativi e movendosi
secondo un piano organico e preciso.
Gli Spagnoli non erano idonei a tanto e Napoli, per colmo di sventura, era stata ed era sotto il
dominio della nobiltà locale, chiusa in un egoismo senza pari, assolutamente ostile a qualsiasi
innovazione che potesse minimamente ledere i propri interessi, anche se con enorme generale
vantaggio. Si pensi che, in tempi di mercantilismo, mai i re di Napoli avevano potuto imporre norme
protettive tali da incoraggiare la nascita di attività industriali, perché sempre si era opposta l’aristocrazia,
interessata a favorire le esportazioni dei prodotti agricoli dei propri latifondi.
Bisogna onestamente dire che gli Spagnoli trovarono nel nostro sud uno stato di fatto tale che per
modificarlo avrebbero dovuto operare in profondità, inimicandosi il potente patriziato. Ciò essi
non vollero e, se pure tentarono sul piano politico di ridurne l’importanza, nulla fecero sul piano
economico, ove, ripetiamo, non avevano mai mostrato capacità alcuna.
Nelle colonie americane avevano potuto disporre di giacimenti auriferi enormi, ma non ne avevano
saputo ricavare alcun effettivo vantaggio, anzi avevano finito per danneggiare se stessi e gli altri,
consentendo l’afflusso indiscriminato sul mercato europeo del metallo prezioso, il che aveva provocato
la sua svalutazione, il rialzo inarrestabile di tutti i prezzi ed una crisi economica senza precedenti per
quei tempi. Sul territorio nazionale, spinti dal fanatismo religioso, avevano dato luogo a quella
disastrosa cacciata dei Mori, che aveva costretto circa 600.000 ottimi coltivatori ad abbandonare
le campagne, determinando la rovina dell’agricoltura e la conseguente decadenza dell’industria e
del commercio. In Italia, lungi dal valorizzare tanti ottimi territori, avviandoli ad un vigoroso e
redditizio sviluppo, dal che sarebbe derivato benessere ai soggetti e, di riverbero, ad essi stessi,
insistevano nella più cervellotica imposizione di balzelli e nella vendita a ripetizione dei casali, i cui
proventi venivano inviati a Madrid, di modo che il circolante già scarso da noi - e del quale, invece,
come il Serra aveva chiaramente detto, si aveva tanta necessità - veniva ulteriormente ridotto,
determinando la paralisi di ogni attività produttiva per l’assoluta impossibilità di investimenti e
di incentivi.
L’oppressione spagnola finì per «distruggere ogni speranza di fare alcun commercio (a Napoli), e ne
derivò quell’assurda opinione, che di tanta rovina è stata cagione, cioè, di non poter essere i
Napoletani né manifatturieri né commercianti, ma solo agricoltori, mentre che l’agricoltura giaceva
oppressa in assai rovinose condizioni per tutti gli ostacoli ed inconvenienti dello stato delle persone,
della proprietà, del sistema dei dazi e del difetto dell’amministrazione della giustizia» (5).
Eppure, malgrado tante disastrose carenze, non mancano nel periodo storico di cui ci interessiamo
validi elementi precursori di un ampio rinnovamento politico e sociale.
* * *
Carlo V aveva portato la Spagna ai massimi fastigi della potenza; i suoi successori avrebbero dovuto
preoccuparsi di dare al vastissimo impero un’organizzazione razionale e di curarne lo sviluppo
economico, in maniera da assicurargli durata nel tempo. Ciò non era stato, anche se Filippo II aveva
tentato, con la riforma amministrativa del 1558, l’unificazione dei vari domini. Filippo III aveva
allontanato i saggi consiglieri del padre per concentrare ogni potere di governo nelle mani di don
Francisco Gomez de Sandoval y Rojas, poi duca di Lerna, con l’avvento del quale nepotismo,
corruzione, sperperi di ogni genere ed iniziative balorde - come la già accennata espulsione dei
Mori - avevano assunto il dominio della vita politica. Con Filippo IV la situazione non era migliorata
affatto: tutto preso dai suoi piaceri, questo sovrano aveva affidato le cure dell’impero al conte di
Olivares, poi duca di Sanlucar, il quale era certamente meno corrotto del suo predecessore ed
era convinto della necessità di mantenere alto il prestigio e la dignità dello Stato, ma tale sua
convinzione era viziata sia dal fatto che egli concepiva tale prestigio e dignità solamente in funzione
di competizione e di rivalità verso le altre potenze, sia dalla propria sfrenata ambizione. Da ciò guerre
rovinose, come le nuove ostilità con i Paesi Bassi, del 1621, la partecipazione alla Guerra dei
Trent’anni, la ripresa della politica astiosa verso Richelieu per giungere, nel 1648, a quella pace di
Westfalia che segnò, di fatto, la fine della supremazia spagnola in Europa.
Da tanto malgoverno derivò all’amministrazione dei territori soggetti un senso di provvisorietà, un
immobilismo senza pari, un fiscalismo eccessivo ed odioso, nel quale rientra la deprecabile
consuetudine di vendere i comuni, determinando turbamento, malcontento e sgomento in popolazioni
pacifiche, che non avrebbero desiderato altro che vivere tranquillamente nella comunità dello
Stato.
Gli Spagnoli avrebbero dovuto attuare una politica di ampio respiro, diretta ad un profondo rinnovamento.
Si chiusero, invece, in un conservatorismo meschino; non seppero rivolgere la loro attenzione che
ad ideali e tradizioni ormai superate; non riuscirono a rendersi conto delle situazioni nuove che
andavano determinandosi, per cui mancarono di affrontarle con mezzi adeguati; essi si lasciarono
trascinare, dall’«ozio spirituale» per cui «il pensiero e la volontà non investivano e dirigevano e
portavano più innanzi il complesso dei rapporti sociali» (6).
Ovviamente, l’influenza sociale della Spagna fu profondamente negativa per l’Italia; portò ad una
forma di intorpidimento delle volontà, determinò la rovina di tanta parte della migliore nobiltà italiana,
tuffatasi poco avvedutamente in quel vortice di lusso e di piaceri tipici dell’aristocrazia spagnola che
si era trasferita da noi, senza però avere, come quest’ultima, il sostegno dell’oro americano. Non
si può, perciò, che convenire col Croce circa l’inizio della ripresa italiana, che egli fissa intorno
al 1680, quando, cioè, può considerarsi esaurito ogni influsso della società spagnola su quella italiana,
anche se non siamo d’accordo nel considerare tale data come iniziale del nostro Risorgimento,
che è ancora ben lontano; effettivamente, a partire dall’epoca indicata, «la fede nel pensiero, così
tenace ... rese possibile (all’Italia) di accogliere prima della sua dominatrice il nuovo moto di
cultura, il razionalismo che a lei tornava dalla Francia; e di svolgerne, prima e più feracemente di
quella, tutte le conseguenze anche pratiche e politiche, riformistiche e rivoluzionarie» (7).
E’ veramente tutta da addossarsi agli Spagnoli la colpa della decadenza italiana? Una notevole
produzione storiografica e letteraria ha reso comune la convinzione che, dopo gli splendori del
Rinascimento, il nostro Paese iniziò la parabola discendente in conseguenza di due eventi: la scoperta
dell’America e le invasioni straniere. La prima portò lo spostamento dei traffici dal Mediterraneo
all’Atlantico, originando il crollo economico della penisola; le seconde finirono col consolidare su
di essa il lungo predominio spagnolo, giudicato assolutamente negativo.
Tale tesi ebbe il massimo rilievo nel periodo risorgimentale, quando comune obiettivo dei patrioti,
degli scrittori politici, degli uomini di pensiero era quello di porre in risalto i danni derivanti dalla
servitù verso lo straniero, e la dominazione spagnola ben si prestava a sintetizzarli tutti. Ma fino a
che punto le grosse responsabilità addossate alla Spagna sono vere?

Filippo IV di Spagna sotto il cui regno ebbe luogo
la vendita ed il riscatto del casale di Frattamaggiore
(quadro del RUBENS).
In effetti la decadenza italiana aveva avuto inizio con la accettazione delle ideologie platoniche da
parte della nostra migliore società, e cioè nella seconda metà del ‘400: «l’Umanesimo, con l’accettazione
delle dottrine economiche platoniche, che non lasciavano limite all’intervento dello Stato e che sono
nemiche dell’iniziativa individuale, fu esso pure in rapporto con il disgregarsi delle economie italiane,
che avevano avuto così grande splendore di vita nel Medio Evo» (8).
Da ciò era derivato l’eccessivo mecenatismo dei signori del tempo, i quali si erano dedicati
all’erezione di dimore sontuose, di monumenti insigni, di capolavori senza pari, erogando capitali
ingentissimi per opere d’arte certamente validissime sul piano della cultura, ma assolutamente non
redditizie e perciò non utili ai fini economici dell’epoca: «Il lavoro italiano, nel suo aspetto
artistico-creativo, nel periodo 1450-1650, è incoraggiato da queste spese ... Creò grandi cose,
ma sospinse ad immobilizzare somme enormi. Si può discutere se non sia stato meglio così. La
cultura esige che si risponda affermativamente ad una simile domanda; ma l’economia, anche quella
del benessere, può negarlo» (9).
Mezzi eccezionali erano stati, quindi, sottratti ad investimenti produttivi, il che aveva reso sempre
più precarie le condizioni delle classi meno abbienti ed aveva contribuito a rendere profondamente
incolmabile il solco che divideva queste da quelle privilegiate.
Non le invasioni straniere e la scoperta dell’America furono, perciò, le cause determinanti della
decadenza; esse contribuirono, se mai, ad accentuare e rendere irreversibile il processo involutivo
già iniziato in tempi lontani, a rendere normale un modo di vivere futile, fatto di vuoti formalismi:
«Il tarlo della società era l’ozio dello spirito, un’assoluta indifferenza sotto le forme abituali religiose
ed etiche, le quali appunto perché mere forme e apparenze, erano pompose e teatrali. La passività
dello spirito, naturale conseguenza di una teocrazia autoritaria, sospettosa di ogni discussione, e
di una vita interiore esaurita e impaludata, teneva l’Italia estranea a tutto quel gran movimento di
idee e di cose da cui uscivano le giovani nazioni d’Europa; e fin d’allora era tagliata fuori dal mondo
moderno, e più simile a museo che a società di uomini vivi (10).
A rendere ulteriormente carente una condizione già tanto deficitaria, gli Spagnoli contribuirono
certamente mediante una «cattiva politica finanziaria ed economica, con ordinamenti e
provvedimenti ed espedienti che erano quelli appunto che la nascitura scienza dell’Economia si
apparecchiava a condannare, e anzi a togliere in esempi particolarmente istruttivi di quel che non
si deve fare: cacciate di ebrei, privative, divieti di esportazione, dazi gravissimi e dogane interne e
diritti di passo dappertutto, calmieri, alterazioni della moneta e regolamento arbitrario dei cambi,
vendite di gabelle o arrendamenti, ripartizione delle imposte a rovescio della capacità contributiva
e del respiro da dare alle forze dei produttori; e ogni altro ben di Dio della stessa sorte» (11).

Don Pietro Giró, duca di Ossuna, Viceré di Napoli dal 1616 al 1620. Attuò la cosiddetta
«politica democratica», di cui l’episodio più clamoroso fu l’abolizione della gabella sulla
frutta, politica, questa, sostenuta da Giulio Genoino e, più tardi, ispiratrice della rivolta di
Masaniello (stampa tratta dal «Teatro heroico» di D. A. Porrino, Napoli 1692).
Ciò è vero, ma bisogna anche tener presente che in quel tempo le altre monarchie europee
operavano in campo economico con non minor balordaggine. Gli Spagnoli, per altro, anche se
non riuscirono a fare del loro impero un efficiente organismo unitario, si sforzarono sempre di
adeguare le condizioni delle province loro soggette a quelle della madre patria; essi «lungi dall’aver
mai vibrato il minimo tratto di penna contro gli abitatori divenuti loro sudditi - dice il Bouchard -
hanno al contrario dato loro le maggiori prove di amorevolezza, di eguaglianza, di fratellanza; han
diviso i piaceri ed i malanni, le miserie ed i vantaggi con porzione tanto uguale che la prosperità
e l’infelicità della madre patria sono state, secondo le diverse epoche, senza differenze comuni a
queste sue province» (12).
Proprio in questo senso di tolleranza, in questo sforzo di porre su un piano comune la popolazione
metropolitana e quella dei territori conquistati è il punto di partenza per una più realistica
valutazione dell’opera della Spagna. Questa fu resa negativa da tutti gli errori ai quali abbiamo
fatto cenno; tuttavia ebbe un merito che, a ben riguardare, non è di poco conto: quello di aver
dato inizio alla trasformazione dello Stato, avviandolo alla moderna concezione. Forse a ciò
pervenne inconsapevolmente, più per motivi contingenti, determinati dall’estensione dei domini,
che per reale volontà, ma sta di fatto che cominciò allora la spersonalizzazione dello Stato, la
formazione di una burocrazia responsabile, tenuta ad applicare la legge e perciò non più vincolata
ai capricci di signori più o meno potenti, il ridimensionamento dei diritti della nobiltà, il tentativo
di estendere a tutti i cittadini norme comuni e generali. E’ certamente il primo passo per una
innovazione profonda nel tradizionale concetto dello Stato, innovazione dalla quale deriva «il suo
dissociamento dalla figura del singolo sovrano, dai legami di fedeltà e onore, devozione e bravura
personali, con cui esso era rimasto avvinto sino a quel momento: con un processo, certo lento e
progressivo, ma costante e conclusosi nello Stato impersonale, razionale, legalistico, burocratico,
livellatore, che l’assolutismo illuminato prepara e la Rivoluzione francese e l’impero napoleonico
concludono» (13).
Il tentativo di costringere gli insubordinati e prepotenti nobili italiani al rispetto delle leggi fu
particolarmente notevole a Napoli, ove «i re di Spagna non solo impedirono che persistesse o
si rinnovasse la potenza politica del baronaggio nel Regno ..., ma per mezzo dei loro viceré, si
adoprarono a ridurli a condizione di sudditi, adeguandoli a quelli delle altre classi
sociali» (14).
Destarono non lieve stupore a quel tempo i provvedimenti del viceré Pompeo Colonna, il quale
ingiunse al potente principe di Salerno la consegna di un malvivente, da lui celato nel proprio
palazzo, minacciandolo, in caso di rifiuto, della confisca di tutti i beni, ed ottenne la condanna
del barone d’Alois al taglio di una mano per punirlo delle molte prepotenze da lui commesse.
Dalla spersonalizzazione dei poteri dello Stato e dalla limitazione delle prerogative baronali derivava
una maggiore possibilità per le classi più umili di trovare ascolto presso le autorità di governo e
protezione dalle angherie dei signori. Ciò spiega le gravi lagnanze che la vendita dei comuni
provocava nei cittadini interessati, i quali si vedevano privati delle garanzie che loro offrivano le
leggi dello Stato ed erano lasciati in balia di un tirannello avido e borioso.
Proprio nelle procedure di vendita, però, possiamo rilevare il senso nuovo dello Stato, del quale
abbiamo parlato, l’importanza nuova riconosciuta al diritto, perché a tali vendite si giungeva
attraverso una procedura minuziosa, nel più assoluto rispetto di precise norme.
Decisa la cessione, si dava corso all’affissione delle «cedole di vendita» sia nel casale da alienare,
sia in tutti i luoghi ove si pensava vi fossero persone interessate all’operazione. Per la vendita di
Casalpusterlengo, ad esempio, le cedole furono pubblicate a Milano «in Regia Curia ... ad ianuam
Curiae Magnae, ad Valias Ecclesiae Metropolitanae ... ad Plateam Mercatorum, e ad alia loca ...» (15).
Tale affissione aveva valore di notifica ufficiale, in quanto da quel momento potevano essere
proposti ricorsi avversi alla vendita, sia da parte dei cittadini interessati, sia da parte di uffici
della pubblica amministrazione, che avessero eventualmente giudicato la vendita illegale, sia per
precedenti vincoli, sia perché non reputata veramente utile all’erario. Gli eventuali ricorsi venivano
esaminati da un Magistrato straordinario.

Una caricatura del 1646-47: lo Spagnuolo ed il Milanese
(Raccolta delle Stampe storiche del Castello Sforzesco, Milano)
I potenziali acquirenti non erano obbligati ad accettare delle condizioni già predisposte, ma
potevano avanzarne essi stessi, nel qual caso l’autorità competente formulava delle controdeduzioni,
le quali, se respinte, portavano ad un ulteriore esame da parte di un organo collegiale, i Magistrati
della Consulta, organo al quale toccava la decisione conclusiva.
Fissati i termini dell’accordo, venivano pubblicati gli atti per la vendita del feudo: con ciò le
condizioni stabilite erano portate a conoscenza di tutti, di maniera che chiunque avesse avuto
in animo di offrire di più poteva farsi avanti nel luogo e nei giorni fissati (normalmente tre). In tali
giorni, il banditore faceva squillare la sua tromba dinanzi alla sede prescelta, nella quale il notaio,
il questore ed il coadiutore attendevano i possibili nuovi concorrenti. Dopo di ciò, si procedeva
alla stesura dell’atto di compravendita; il nuovo feudatario versava la somma stabilita alla regia
tesoreria, prestava giuramento di fedeltà e si recava, quindi, a prendere possesso ufficiale del
suo dominio.
Una misura irrazionale, impopolare ed antieconomica quella della vendita dei casali, ma che gli
Spagnoli ebbero cura di inquadrare in una procedura uniforme, tutelata da precise garanzie di
legge, garanzie che non giungevano sino a tener conto preventivamente della volontà dei soggetti -
ed i tempi erano ancora molto lontani da una siffatta concezione - ma che non impedivano loro
di ottenere il riscatto, per giungere al quale non era proibito indire assemblee e chiedere il
sopralluogo dei pubblici funzionari competenti.
E’ il caso del comune di Frattamaggiore, in provincia di Napoli, venduto con atto del 25 ottobre
1630 dal viceré duca d’Alcalà, costretto a fronteggiare le pressanti richieste di denaro da parte
della corte madrilena ed a ridare qualche consistenza all’erario partenopeo completamente esausto
a causa delle ingenti ed inutili spese sostenute per festeggiare pomposamente la regina Maria,
sorella del sovrano Filippo IV, di passaggio per Napoli e diretta in Germania, ove l’attendevano
le nozze con Ferdinando d’Austria, re d’Ungheria. I Frattesi non si piegarono mai al servaggio
baronale, tanto più che il feudatario assegnato loro dalla sorte, don Alessandro de Sangro patriarca
di Alessandria, fece di tutto per rendersi odioso: imposizioni oppressive, balzelli e gravami di
ogni genere, sino alla tassa sull’uso del bastone. Fu proprio la minacciosa richiesta avanzata
dagli sbirri del feudatario ad un vecchio novantenne, Giulio Giangrande, cittadino circondato da
molto rispetto, il quale compiva ogni giorno una breve passeggiata appoggiandosi ad un bastone,
che fece colmare il vaso ed affrettò l’affrancazione.
Una supplica fu immediatamente rivolta da tutta la popolazione del casale al viceré, perché
consentisse la ricompera. Il 30 novembre una pubblica assemblea procedette all’elezione di un
comitato d’azione, il quale seppe lavorare con diligenza e discrezione, tenendo riunioni segrete
in località sia fuori del casale (nel monastero degli Alcantarini di Grumo Nevano ed in quello di
S. Maria di Atella, nei pressi dell’odierna S. Arpino), sia all’interno di esso (nell’oratorio della
Madonna delle Grazie).
Il feudatario tentò di compiere azioni intimidatorie; impose l’arresto a domicilio dei due più attivi
componenti il comitato d’azione, ma ciò non impedì che il viceré concedesse la richiesta
autorizzazione. Già i cittadini benestanti avevano elargito notevoli somme per rendere possibile
il riscatto ed i meno abbienti, mostrando alto senso civico, avevano offerto quel che potevano,
povere cose magari, ma che erano autentica testimonianza di una solidarietà vivamente sentita;
tuttavia, in una nuova assemblea dell’8 dicembre 1630 veniva deciso di chiedere all’erario un
prestito da coprire mediante imposte straordinarie, e ciò sia per offrire al patriarca sicure garanzie
di rimborso, sia per rendere più equo il carico fra tutti gli abitanti del comune.

Napoli intorno al 1600 (da un’antica stampa)
Tale prassi era consueta in casi simili; essa naturalmente era gradita ai benestanti, ma non ai più
poveri, i quali finivano per essere gravati da nuove imposte. La richiesta di prestito all’erario
consentiva, per altro, alla pubblica amministrazione un esame minuzioso delle reali condizioni
economiche del comune, stabilendo la sua effettiva capacità a sostenere il nuovo gravame fiscale,
che veniva minuziosamente elaborato.
Effettuato da parte dei Frattesi, nei termini di legge, il deposito di ducati 23.743, che avrebbe
dovuto essere sufficiente al rimborso, il patriarca si affrettò a presentare alla Regia Camera della
Sommaria un’istanza con la quale chiedeva che la somma venisse integrata, essendo le condizioni
del casale migliori di quanto non fossero apparse all’atto dell’acquisto. Ciò portò ad un sopraluogo
ordinato dalla Regia Camera, sopralluogo che fu effettuato dal presidente stesso della Sommaria e
dal fiscale, i quali, convocati i cittadini in assemblea, procedettero ad una pubblica votazione, nella
quale la quasi totalità dei voti fu in favore della ricompera.
Il feudatario non si scoraggiò per questo: egli sostenne, tramite il suo legale, che le nuove gabelle
sarebbero state eccessive per la popolazione frattese, tesi che fu energicamente confutata
dall’avvocato di fiducia dei cittadini. La polemica costrinse il fiscale a tornare nel casale ed a
riconvocare gli abitanti in assemblea, stavolta nella chiesa parrocchiale, per ottenere, come ottenne,
le più esplicite assicurazioni circa la buona volontà e la effettiva possibilità di far fronte agli impegni
assunti.
Ormai tutte le difficoltà sembravano superate per i Frattesi, quando il patriarca compì un estremo
tentativo per mantenere la signoria del feudo: l’offerta all’erario di una «ultra sexta» di diecimila
ducati.
La questione veniva così praticamente riproposta e l’offerta fu oggetto di ampia discussione
da parte della Regia Camera e del Collegio del Collaterale, in seduta comune. Il patrocinatore
dei Frattesi tacciò di illegalità l’offerta del De Sangro ed il fiscale si dichiarò dello stesso avviso,
ma la faccenda era davvero delicata, per cui si ritenne opportuno rinviare ogni decisione. Il 24
novembre 1631, dopo un nuovo acceso dibattito, fu definitivamente respinta l’offerta del patriarca,
il quale presentò ricorso al sovrano, accusando i funzionari regi di Napoli di aver arrecato la
perdita di diecimila ducati all’erario. Filippo IV ritenne valide, però, le controdeduzioni del fiscale
e rigettò in definitiva il ricorso.
La lunga vertenza poteva, così, considerarsi conclusa, anche se molti atti restavano ancora da
compiere: numerazione dei fuochi, determinazione degli interessi dovuti al De Sangro, stesura
degli strumenti di ricompera, tanto che solamente nel 1634 la vicenda giungeva al suo epilogo
effettivo.
Ora, nella vendita e successivo riscatto del casale di Frattamaggiore, si rilevano proprio le
caratteristiche alle quali abbiamo fatto cenno in precedenza: tutto si svolge secondo norme
precise e mediante il cosciente lavoro di funzionari che, si badi, si mostrano buoni servitori dello
Stato, nel senso che sono vigili custodi delle leggi, buone o cattive, che esso ha emanato; sono
pronti ad accogliere i ricorsi che vengono loro presentati ed a studiarli con attenzione; non sono
alieni dal presenziare assemblee di cittadini ed a tener conto dei desideri della
maggioranza.
La magistratura, poi, si mostra veramente imparziale e superiore, già dotata di ampia visione
dei propri doveri, posta in condizioni di agire con obiettività, senza subire imposizioni da parte
dei tirannelli locali. «I magistrati - scriveva Francesco D’Andrea - rendono conto delle loro
azioni solo al re, che è lontano, e il viceré non vi ha giurisdizione, onde furono denominati dei
terreni» (16). Ed il Giannone aveva definito proprio il d’Andrea, anch’egli magistrato, «uomo
veramente senatorio ... degno di sedere fra romani senatori, della cui virtù e sapienza rendeva
viva immagine» (17).
Si pensi alla decisione di rifiutare l’offerta dei diecimila ducati quale «ultra sexta» avanzata dal
de Sangro: si trattò veramente di un gesto pieno di responsabilità, dettato dal desiderio di non
consentire una illegalità, anche se poteva tornar comoda all’erario.
Malgrado, quindi, errori innumerevoli e funeste iniziative, è con gli Spagnoli che lo Stato comincia
a staccarsi dalle sue tradizionali strutture feudali, a spersonalizzarsi, ad elevarsi come entità astratta
basata sul diritto e non sulla cervellotica volontà di un despota. Certamente la via da percorrere
è lunga, la rivoluzione francese è ancora lontana, ma il cammino intrapreso, ancorché lento,
non troverà soste.
* * *
Non mancò il tentativo da parte degli Spagnoli di raddrizzare le finanze comunali, allora, come
oggi, in condizioni rovinose. «L’amministrazione dei comuni, in gran parte indebitati e rovinati,
fu raddrizzata come si poteva, dal duca d’Alba con i cosiddetti stati discussi del Tappia, cioè
coi bilanci che per opera del reggente Carlo Tappia si formarono delle rendite e delle spese di
ciascun comune» (18).
Naturalmente queste iniziative contrastavano con la frequentissima decisione di vendere i casali,
ma evidentemente le buone intenzioni restavano bloccate dalle pressanti continue richieste di
denaro, provenienti dall’insaziabile governo centrale.
Il Tappia ed il Rovito tentarono anche una completa sistemazione della normativa generale,
ma con scarsa fortuna. Inoltre, nel 1669, venne effettuato il nuovo censimento degli Stati
napoletani ed i comuni ne trassero non poco sollievo, perché ottennero la revisione del «focatico»,
cioè dell’imposta che colpiva i nuclei familiari, fin allora pagata in base a dati del tutto
approssimativi e perciò quanto mai ingiusti.
La vendita dei casali, pur riprovevole quale metodo per procacciare quattrini all’erario, pur
antieconomica sotto ogni riguardo, perché impoveriva ulteriormente popolazioni già misere
attraverso i molti balzelli imposti dal feudatario per rifarsi della somma spesa, portò, però, a
due risultati veramente positivi: l’inizio dell’ascesa nell’agone sociale di una classe di fortunati
mercanti, come abbiamo già detto, desiderosa di nobilitare la propria nuova ricchezza con un
titolo baronale, e ciò rappresentò la prima apparizione nella vita pubblica di quel ceto che, più
tardi, costituirà la borghesia, destinata ad avere tanto peso proprio nell’elaborazione dello
Stato moderno, e l’insorgere nei ceti più umili dell’ansia di liberarsi dal giogo dei signorotti, che
venivano loro imposti non perché aureolati di gloria, ma solamente perché capaci di versare
cospicue contribuzioni alle casse senza fondo del regio demanio.
Certamente ha errato chi nei molti tentativi popolari fortunati o meno, di riscattarsi dalla tirannia
feudale, ha voluto vedere l’inizio del nostro Risorgimento: esso non fu neppure nei più vasti e
profondi moti di rivolta del 1647 a Napoli e del 1674 a Palermo e a Messina, il concetto di
Italia libera ed indipendente essendo allora inconcepibile. Piuttosto concordiamo col Morandi
sul fatto che nel ‘600 non era il problema dell’indipendenza che si poneva, bensì quello della
costruzione dello Stato assoluto e del risveglio del pensiero critico e scientifico (19).
Accanto alla nuova scienza del Galilei, alla storiografia fondata sull’esame diretto dei documenti,
iniziata dal Sarpi, al pensiero profondo e geniale del Vico, il misconosciuto Seicento vide le
prime manifestazioni di un concreto rinnovamento dello Stato, anche se esse furono spesso
offuscate da errori grossolani politici ed economici, tra i quali molto grave è da considerarsi
quello della vendita dei comuni.
BIBLIOGRAFIA
Alle opere già citate nelle note, aggiungiamo quelle fondamentali per l’approfondimento
degli argomenti trattati.
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PIAZZA MERCATO,
CUORE DI NAPOLI
Vita Corradini mors Caroli, mors Corradini vita Caroli: così il papa Clemente IV avrebbe
espresso il suo punto di vista circa la sorte di Corradino di Svevia dopo la sconfitta da questi
subita il 23 agosto 1268 nella battaglia del Ponte del Salto, ed il suo arresto ad opera di Giovanni
Frangipane.
Non sappiamo se la frase attribuita al pontefice risponda a verità (il popolo napoletano vide
l’intervento della giustizia divina nella morte di Clemente IV avvenuta solamente un mese dopo
quella del giovane principe); fatto certo è che il vincitore Carlo d’Angiò aveva certamente già
deciso per proprio conto la sorte del vinto, al fine di assicurare tranquillità al proprio regno.
Tuttavia, se la feroce persecuzione dei sudditi che avevano parteggiato per l’invasore poteva essere
giustificata facendo ricadere su di essi l’accusa di tradimento, ben più difficile era ammantare di
legalità la condanna a morte di un prigioniero di guerra. Perciò, Carlo riunì in assemblea i maggiori
giuristi del regno ed i sindaci dei casali del Principato e della Terra di Lavoro e ad essi chiese di
essere illuminato circa la sorte di Corradino. Naturalmente i convenuti fecero a gara per compiacere
il sovrano e furono tutti d’accordo sulla necessità di applicare la pena di morte. Corradino di Svevia
e suo cugino, Federico d’Austria, furono giustiziati il 29 ottobre 1268, fuori le mura della città di
Napoli, nella località detta Campo Moricino, poco lontano dal Monastero degli eremiti, che
sorgeva accanto al Cimitero degli Ebrei.
* * *
Parte dell’antico Campo Moricino è l’attuale Piazza del Mercato (20). Al tempo dell’esecuzione di
Corradino - primo tragico evento di una lunga serie che in quel luogo si sarebbe succeduta nel
volgere dei secoli - le mura della città, dal solido castello di Capuana (l’odierna famosa porta),
si dirigevano verso la Maddalena, costeggiavano il Moricino, proteggendo il così detto «Molo
piccolo», cioè l’arsenale, per ricollegarsi, presso S. Maria La Nova, alla cerchia muraria
preesistente.
Carlo I d’Angiò, intorno al 1270, dispose che il mercato fosse spostato da S. Lorenzo e S. Gennaro
dell’Olmo al Campo Moricino, entro il perimetro delle mura, e ciò per accostarlo al porto, tenendolo,
nel contempo, in una zona d’indubbio sviluppo urbano e commerciale. Più tardi, egli ordinò che
si trasferissero qui i conciapellai, vi si erano già sistemati i calzolai. Era il tempo in cui le varie arti
erano saldamente organizzate con propri Consoli e fu uno di questi, precisamente Domenico Punzo
conciaio, che 83 anni dopo la tragica fine di Corradino, nel 1351, provvide all’erezione di una
cappella votiva, dedicata alla S. Croce, ove venne conservata una pietra che la tradizione popolare
indicava come quella su cui era avvenuta la decapitazione del giovane. La cappella era ornata di
affreschi che effigiavano vari episodi dell’immatura fine del principe svevo e che, rifatti nel ‘500,
scomparvero, con la distruzione del tempietto, a seguito di un incendio nel 1781; essi però
fortunatamente ci sono noti, perché tramandati dal Summonte, il quale li riprodusse nell’edizione
del 1675 della sua Storia della Città e del Regno di Napoli.

Presunto ritratto di Masaniello
(Napoli, Museo di S. Martino)
I resti mortali di Corradino e di Federico, invece, per il vivo interessamento dell’arcivescovo di
Napoli, Agglerio, presso il sovrano, non molto tempo dopo l’esecuzione che tanta commozione
aveva suscitato nella pubblica opinione, avevano ricevuto onorata sepoltura dietro l’altare maggiore
di una piccola chiesa tenuta dai Carmelitani e destinata a diventare, negli anni successivi, il famoso
tempio del Carmine Maggiore, lustro e decoro di Piazza Mercato. Ed è sempre del 1270 la Bolla
con la quale Carlo I d’Angiò concedeva ai Carmelitani il suolo per l’ampliamento della loro chiesa
e del loro convento. Ma da quando in realtà i Carmelitani erano presenti nel Campo Moricino?
Purtroppo non è possibile precisare la data, giacché i molti cruenti avvenimenti che si sono svolti
in quella piazza, e che hanno sempre coinvolto il convento, sono stati causa della distruzione
dei più antichi documenti dell’archivio.
Se si deve dar credito a quanto si legge in una Bolla di Sisto IV, già nell’anno 1175 i frati del
Carmelo sarebbero stati presenti nella zona. Con altra donazione del 2 luglio 1270, stavolta a
favore di tre francesi, Carlo I concedeva, sempre nel Campo Moricino, una vasta superficie,
perché fosse edificata una chiesa, in onore dei Santi Dionisio, Martino ed Eligio, con annesso
ospedale per assistervi i poveri.
Nel 1439 Alfonso d’Aragona cingeva Napoli d’assedio; egli aveva già occupato la maggior parte
del regno e contava ora di impossessarsi della capitale. Mentre Alfonso si era attestato ad oriente
della città, suo fratello, Don Pietro, aveva schierato le proprie truppe lungo il fiume Sebeto; da
qui egli spostò parte dei suoi soldati e dei suoi mezzi, soprattutto le bombarde, nei pressi di S.
Michele Arcangelo all’Arena, a breve distanza dal Carmine, sul cui campanile si erano appostati i
Genovesi, venuti in soccorso degli Angioini. Un tremendo colpo di bombarda, diretto al campanile
per diroccarlo, finì in chiesa e miracolosamente non frantumò il grande Crocifisso ligneo, capolavoro
del ‘300. Qualche giorno dopo, dal campanile, un altro colpo di bombarda angioino fulminava Don
Pietro. La città resistette lungamente e non si arrese agli Aragonesi che nel 1442. Il campanile del
Carmine, una delle note più caratteristiche di Napoli, veniva così a trovarsi, per la prima volta, al
centro di un tragico avvenimento. Esso ha subito varie trasformazioni lungo il corso dei secoli, per
cui oggi risulta un insieme di stili vari: ionico, dorico, corinzio; la parte terminale, a forma di piramide,
è del 1631 ed è dovuta al domenicano Fra Nuvolo, autore della celebre basilica napoletana di
S. Maria della Sanità.
* * *
«Questa sollevazione ebbe principio da venticinque in trenta fanciulli, ciascheduno dei quali non
passava li quindici anni, e che si erano uniti nella piazza del Mercato, con le canne in mano, con
alcuni giochi puerili, in onore della Beatissima Vergine.
Detti fanciulli, trovatisi a caso presenti al luogo dove si pagava la gabella dei frutti, mentre per certa
differenza occorsa col gabelloto ne furono gettati via alcuni sportoni, presane buona parte, ne facevano
allegrezza grande fra loro. Un tal Masaniello pescatore, giovane di vent’anni, ch’era anche lui presente,
fattosi capo di detti fanciulli e di altri che accorsero e s’unirono, e montato sopra di un cavallo che
stava nella piazza, disse che si levi la gabella dei frutti: ad un batter d’occhi si unirono con lui migliaia
e migliaia di persone di popolo, e tutte, sotto la sua guida, s’incamminarono verso il palazzo del Viceré;
per la strada givano sempre crescendo, onde in poche ore, arrivarono al numero di cinquanta in
sessantamila, e si sollevò tutta la città, e fu domenica 7 del passato, conforme scrissi a Vostra
Santità ...» (21).
Così il cardinale Ascanio Filomarino, arcivescovo di Napoli durante il vicereame del Duca d’Arcos,
illustrava al pontefice Innocenzo X l’inizio della rivolta di Masaniello del 7 luglio 1647.
Tommaso Aniello d’Amalfi era nato a Napoli, e precisamente nel popolare rione del Lavinaio, nel
1620; era stato battezzato nella chiesa parrocchiale di S. Caterina in Foro Magno (22),
in Piazza Mercato, ed ivi aveva contratto matrimonio il 25 aprile 1641: al tempo quindi della celebre
insurrezione, della quale fu suscitatore e capo, aveva non venti ma ventisette anni.
Come mai un modestissimo pescatore, privo di qualsiasi preparazione, poté avere una parte tanto
importante in uno degli eventi storici più notevoli della storia di Napoli, un evento al quale è per tanta
parte legata la fama dell’antico Campo Moricino e che ebbe riflessi di portata internazionale? Si
afferma da più parti che la «mente» di Masaniello fu quel Giulio Genoino, nato a Cava dei Tirreni
nel 1567, il quale per tutta la sua vita, per altro agitata e non sempre chiara, perseguì il fine di ottenere
dal governo vicereale la parificazione dei diritti fra nobili e plebei.
Il Genoino discendeva da famiglia economicamente prospera, la quale praticava da oltre un secolo
l’arte della seta e che si era trasferita a Napoli, propriamente nella zona fiorente di attività artigiane
di S. Giorgio a Forcella; una delle famiglie, quindi, appartenenti a quella classe borghese che andava
sempre più prendendo corpo e che già mal sopportava di non godere della pienezza dei diritti, in
quanto considerata, sotto il profilo costituzionale, parte del terzo stato. Giulio aveva preso gli ordini
ecclesiastici minori e si era addottorato in legge. La riforma costituzionale da lui auspicata, fondata,
a suo avviso, sull’esistenza di un preciso impegno giuridico in un privilegio sancito da Carlo V, sembrò
trovare possibilità di conferma quando il viceré duca di Ossuna lo nominò «eletto del popolo» nel 1619.
Egli pubblicò, allora, un manifesto al «fedelissimo popolo» e rivolse una supplica al sovrano Filippo III
per ottenere la desiderata perequazione fra ceto popolare ed aristocrazia, parificazione che sarebbe
tornata a tutto vantaggio della borghesia, la quale disponeva di cospicui mezzi finanziari e già poteva
contare su propri esponenti ben preparati. Una delle più lucrose attività era allora l’incetta del grano,
cui era legata la fortuna di moltissime famiglie, specialmente in Puglia. Su tale argomento il Campanella
dal carcere aveva scritto nel 1605 una memoria diretta al viceré Bonavente: «Arbitrii sopra le entrate
del regno di Napoli», chiedendo il massiccio intervento dello Stato al fine di impedire le gravi
conseguenze di ordine sociale, che dall’incetta derivavano. Più tardi, nel 1612, il viceré conte di Lemos
aveva tentato di arginare la grave crisi che travagliava il reame concedendo ogni possibile facilitazione
ai banchieri ed ai mercanti genovesi disposti ad investire denaro nel Napoletano. I Genovesi erano,
peraltro, già notevolmente presenti, anche se non sempre graditi ai commercianti locali; la loro attività
si rivelava tanto più necessaria quanto più i banchi pubblici napoletani si mostravano incapaci di
assolvere una efficace funzione creditizia.
Nel 1613 una voce nuova, anch’essa dal fondo di un carcere (quello della Vicaria) si inseriva nella
complessa polemica economica che, senza successo, si andava agitando da anni: quella di Antonio
Serra con il «Breve trattato delle cause che possono fare abbondare li Regni d’oro e d’argento dove
non sono miniere con applicazione al Regno di Napoli». Egli poneva in evidenza la necessità di attuare
un processo d’industrializzazione del Meridione incoraggiando la libera iniziativa, eliminando ogni
forma di sfruttamento, sia di natura feudale, sia di carattere fiscale da parte dello Stato, perché da
esso non derivava altro che miseria (23). Ben a ragione il Serra è indicato come «il primo
meridionalista moderno» (24). Naturalmente l’avvio di una efficace riforma, capace di
sollevare lo stato dell’economia e di avviare un effettivo processo di evoluzione, era quanto mai difficile, tenuto
conto dei molteplici, complessi e contrastanti interessi in gioco. Le iniziative del Lemos facevano perno sulla
borghesia più pingue e sui mercanti forestieri, ma ignoravano gli interessi della nobiltà cittadina e di quella
provinciale, feudale, la quale resisteva imponendo il proprio predominio nelle campagne mediante il terrorismo
imposto da bande di briganti, da essa organizzate e finanziate.
D’altro canto i tentativi dei viceré di Napoli per arginare le gravi carenze economiche del regno non
trovarono mai il pieno appoggio del Governo di Madrid, il quale conseguentemente, si astenne sempre
da ogni intervento inteso a coordinare ed a guidare le varie iniziative. Il frequente mutamento dei
viceré, dettato evidentemente dal desiderio di evitare lunghe permanenze in una carica tanto
prestigiosa (permanenza che avrebbe potuto rivelarsi pericolosa per la tranquillità della corona), era,
peraltro, di serio ostacolo ad una politica economica costante con obiettivi precisi. Dopo il Lemos,
infatti, il duca di Ossuna, perseguendo un suo disegno filopopolare, nel quale taluni vedranno persino
una segreta aspirazione al distacco di Napoli dalla Spagna ed alla costituzione di una monarchia
meridionale basata sulla sua persona, procederà, nel 1618, al sequestro dei beni dei mercanti genovesi
e li terrà bloccati per dieci mesi, malgrado le esortazioni e le pressioni di Madrid. E’ evidente che
l’Ossuna ripudiava i principi che avevano guidato il suo predecessore e tendeva ad ingraziarsi
l’aristocrazia e la plebe.

Piazza Mercato (l’antico Campo Moricino), com’era nel 1799,
quando vi furono giustiziati numerosi patrioti napoletani

Napoli - Il campanile della basilica del Carmine, la cui cuspide barocca
è rivestita di mattonelle maiolicate. Il monumento contrasta oggi fortemente
con gli enormi edifici di cemento armato sorti nella storica piazza.
E’ in questa atmosfera che si colloca la scelta del Genoino quale «eletto del popolo» e l’annuncio
delle sue linee programmatiche espresse nel discorso del 6 maggio 1620 a Palazzo Reale, con le quali
egli si proponeva di far cadere sui nobili il peso del deficit cittadino e, per giungere a un più diretto
contatto fra il popolo ed il viceré, di costituire una giunta di Governo formata da esponenti della
borghesia. Il richiamo in patria dell’Ossuna segnò, ovviamente, la fine delle speranze del Genoino,
il quale fu anche costretto ad allontanarsi dal regno. Ma la situazione economica non migliorò, né
con il viceré cardinale Antonio Zapata, costretto ad autorizzare i banchi a vendere i pegni, per
ricostituire una certa liquidità monetaria, ed a sospendere i pagamenti, per cercare di arginare il
processo di svalutazione; né con i successori di questi, i quali passarono dai tentativi di riforma
all’attuazione di principi autoritari, vale a dire andando di male in peggio: le costanti gravi richieste
di contributi da parte del Governo centrale, l’arruolamento forzato dei contadini, l’imposizione di
sempre nuovi balzelli esasperavano il già vivo malcontento di tutte le categorie sociali, dalla plebe
all’aristocrazia, dalla borghesia mercantile alla nobiltà cittadina.
Tale generale malessere, diventato sempre più acuto col passare degli anni, spiega il successo
dell’insurrezione del 7 luglio 1647 e la prestigiosa ascesa di Masaniello, assurto nel giro di poche
ore da povero pescivendolo a supremo arbitro delle sorti del vicereame. Napoli era diventata
una polveriera pronta ad esplodere per iniziativa di chicchessia. Immediatamente, intorno al
popolare personaggio s’intrecciano gli interessi più vari e contrastanti; ci sono coloro che mirano
esclusivamente allo sgravio fiscale e che ritengono conclusa la rivoluzione dopo il colloquio di
Mase Carrese, capo di una delegazione popolare, con il viceré duca d’Arcos e dopo la grossa
manifestazione del pomeriggio dello stesso giorno dinanzi al Palazzo Reale; ci sono quelli che,
come il Genoino ed i suoi più fedeli seguaci, quali Francesco Antonio Arpaia e Giuseppe
Sanvincenzo, ripropongono la riforma costituzionale, sulla base del «privilegio di Carlo V», e
ritengono, perciò, appena iniziata la lotta; germogliano, infine, coloro che intessono trame con i
Francesi e sono già, come il famigerato bandito Perrone, in contatto con il duca di Guisa, che si
trova a Roma.
In tale intricatissima situazione assume un ruolo di primo piano il cardinale Ascanio Filomarino,
arcivescovo di Napoli, indubbiamente simpatizzante dei Francesi, ma impegnato nel seguire un proprio
disegno autonomo, tanto da indurre Masaniello a designarlo capo dell’Unione Popolare nella
memorabile giornata dell’11 luglio, nella chiesa del Carmine, nel corso di un’imponente assemblea
popolare convocata per la ratifica dei capitoli concordati con il viceré. Tale atto significherà anche,
per Masaniello, la rottura con il Genoino, il quale passerà dalla parte del duca d’Arcos e costituirà
la premessa per la fine violenta del pescivendolo-capitano generale del popolo; egli sarà massacrato,
nel convento del Carmine in Campo Moricino, il 16 luglio 1647, mentre nella chiesa adiacente il
cardinale celebrerà la festività della Madonna.
* * *
La scomparsa del Masaniello però non determina la fine dell’insurrezione, come da più parti si era
sperato, né sposta l’epicentro del movimento dall’attuale Piazza Mercato. E’ del 12 agosto seguente
la vasta dimostrazione operaia che rivendica il diritto della libera esportazione della seta greggia,
praticata sinora da poche comunità religiose controllate dalla più potente borghesia: si tratta, in
sostanza, di una vera e propria sollevazione intesa ad infrangere antichi privilegi, scavalcando anche
i recenti accordi con il viceré ed emarginando totalmente il Genoino, il quale, per altro, è già passato
dall’altro lato della barricata, come s’è già detto.
Il 21 agosto 1647 hanno luogo i primi scontri fra popolani e truppe spagnole; il giorno dopo Giannettino
Doria tenta di bloccare la città dal mare, provocando una violenta reazione popolare contro i
Genovesi e Francesco Toraldo principe di Massa è nominato successore di Masaniello nella carica
di capitano generale. Troppe divisioni si agitano in seno agli insorti; nelle loro mani sono due potenti
edifici fortificati: il Torrione del Carmine, governato dall’armaiolo Gennaro Annese, e S. Lorenzo,
sede dell’autorità cittadina. I vari capi, però, seguono ciascuno un proprio disegno; anche coloro
che guardano alla Francia non sono concordi, auspicando chi la pura e semplice protezione di
Luigi XIV, chi una repubblica retta dal duca di Guisa.
La situazione così aggrovigliata è resa ancora più irta di pericoli dall’improvviso arrivo della flotta
spagnola, il 1° ottobre 1647, guidata da don Giovanni d’Austria: è evidente che Madrid si orienta
verso una soluzione di forza, ma di contro si profila la possibilità di una mobilitazione popolare in tutto
il regno in soccorso dei ribelli di Napoli. Trattative affannose hanno luogo con il viceré; per poco
i principi riformatori del Genoino sembrano tornare a galla, ma il 15 ottobre le truppe spagnole
sbarcano a S. Lucia e si spingono sino a Pizzofalcone, a porta Medina, a Toledo; il forte S. Elmo
e la flotta bombardano la città; l’Annese, dal torrione del Carmine, risponde ed il Toraldo si trincera
con i suoi nel Largo S. Domenico. Il 7 ottobre il popolo è dappertutto alla controffensiva; l’Annese
respinge la flotta spagnola, impadronendosi anche delle fosse del grano; il carcere della Vicaria è
espugnato ed uno dei maggiori esponenti del partito francofilo, Luigi Del Farro, è liberato.
Gli avvenimenti si seguono con ritmo affannoso: nuovi tentativi di accordo sono ostacolati dalla parte
più conservatrice dell’aristocrazia asserragliata a Castel Nuovo. Il Del Farro, lo Annese e Vincenzo
D’Andrea rivolgono un appello, a nome del popolo napoletano, a tutte le potenze della cristianità
per ottenere «aiuto, difesa et protettione» contro l’odioso fiscalismo degli Spagnoli; il Toraldo,
accusato di intesa segreta con il nemico, è giustiziato con esecuzione sommaria. Si giunge così alla
proclamazione della repubblica; alla non veritiera dichiarazione di Del Farro, il 25 ottobre 1647
nella chiesa del Carmine, dell’ottenuto pieno appoggio da parte della Francia; all’attacco generale
degli Spagnoli, nella notte del 28 ottobre, attacco ancora vittoriosamente respinto dai popolani; alle
sollecitazioni dell’Annese al duca di Guisa di raggiungere subito Napoli.
Tutto ciò non scoraggia i fautori di un accordo con gli Spagnoli ed i tentativi continuano, soprattutto
ad opera degli esponenti del capitalismo forestiero, specialmente i Genovesi: ciò induce don Giovanni
d’Austria a trasferirsi a Palazzo Reale per mostrare la sua disponibilità. Ma il 15 novembre giungo
Enrico di Lorena, duca di Guisa; il 17 egli presta giuramento nel duomo di Napoli, nelle mani del
cardinale Filomarino, assumendo il compito di difensore e protettore della repubblica; il 24 riceve,
nella sede ove si è installato, al Carmine, la promessa di fedeltà da parte dei cavalieri di seggio.
Nelle campagne, intanto, i grandi feudatari continuano a spargere il terrore ed Acerra, centro
importantissimo per i suoi mulini, cade nelle mani del principe di Montesarchio. Il 14 dicembre il
Guisa pone il campo a Giugliano, ufficialmente per impedire il blocco della città e garantirne i
rifornimenti, in effetti per trattare proprio con la nobiltà feudale; alle sue spalle, però, coloro che
lo hanno sollecitato a venire sono in aperto conflitto, soprattutto l’Annese contro il D’Andrea ed
il Filomarino, alla ricerca di un suo preciso ruolo politico.
Poi, d’improvviso, un nuovo colpo di scena: la flotta francese si schiera al largo del porto di Napoli;
il suo ammiraglio, duca di Richelieu, si pone in contatto con i maggiori esponenti filofrancesi del moto
popolare, ma ignora volutamente il cardinale. Per il 23 dicembre è annunziata la proclamazione del
duca d’Orleans, fratello di Luigi XIV, a re di Napoli, proclamazione che dovrà avvenire in S.
Agostino, ma il duca di Guisa, informato tempestivamente, rientra trafelato a Napoli, occupa il
Carmine, costringe le poche truppe francesi sbarcate a tornare a bordo, batte l’Annese ed il 24
dicembre, sempre a S. Agostino, si fa nominare duca della repubblica e si installa a S. Lorenzo,
prima, e poi al palazzo Santobuono, a S. Giovanni a Carbonara.
La causa degli Spagnoli va ormai rapidamente guadagnando terreno; i poteri vicereali sono passati
dal duca d’Arcos a don Giovanni d’Austria, il quale ha intrapreso una saggia politica distensiva, sia
verso gli aristocratici, sia verso i ceti più umili, promettendo sgravi fiscali ed indulto; viceversa, il
duca di Guisa viene sempre più isolato, la nobiltà si allontana da lui e le masse popolari non
ubbidiscono che ai propri capi, come dimostra la fallita mobilitazione armata dell’odierna Piazza
Mercato il 14 febbraio 1648, da lui ordinata ma non appoggiata dall’Arnese e dai suoi amici. Il 28
febbraio ha luogo addirittura una manifestazione ostile dinanzi al palazzo Santobuono. Giunge, intanto,
il nuovo viceré conte di Onate, il quale porta a buon fine le trattative con le varie componenti cittadine,
domate anche dalla stanchezza e dalla carestia. Ciò induce il duca di Guisa a partire per una fantomatica
spedizione militare contro l’isola di Nisida, mentre i pochi che ancora lo sostengono si disperdono o
cadono sotto i colpi degli avversari.

La rivolta di Masaniello (celebre quadro di Domenico
Gargiulo conservato nel Museo di San Martino).
Con la Pasqua del 1648 Napoli è tornata ad essere saldo possesso degli Spagnoli: la rivoluzione di Masaniello è adesso veramente finita. Resta solamente l’Annese, il quale, asserragliato nel munitissimo torrione del Carmine, si prepara a resistere a tempo indeterminato.
* * *
Doveva trascorrere oltre un secolo e mezzo prima che a Napoli si tornasse a parlare di repubblica.
E’ del gennaio 1799 la nascita della Repubblica Partenopea, frutto delle vittorie napoleoniche, che
sembravano tali da travolgere tutto il vecchio mondo di privilegiati e di servi, tutte le pesanti barriere
che da sempre dividevano le classi sociali, ed instaurare anche nel Mezzogiorno d’Italia i principi
di libertà e di uguaglianza portati in trionfo dalla Rivoluzione francese.
Uomini d’altissimo sentire reggevano le sorti della rinnovata nazione napoletana, quali l’ammiraglio
Francesco Caracciolo, Eleonora Pimentel Fonseca, Francesco Conforti, Domenico Cirillo, Mario
Pagano, Vincenzo Russo, ed altri ancora. Ma essi erano degli isolati; i loro ideali non erano
condivisi dalle masse popolari. I club nei quali si riunivano e dai quali tentavano di «diffondere i
principi della rivoluzione repubblicana e della morale pubblica» (25) erano ritrovi per una
ristrettissima cerchia di intellettuali, senza eco alcuna all’esterno, per cui finivano col diventare sedi di
astratte discussioni, tanto che più tardi il Cuoco ed il De Nicola addosseranno addirittura alla inconcludente
attività di questi circoli il crollo della Repubblica.
In effetti, i tempi erano immaturi e le plebi tanto abbrutite da secoli d’ignoranza e di miseria da non
saper neppure discernere da quale parte fossero i propri reali interessi: da ciò la facile vittoria del
cardinale Ruffo e del Nelson. Il forte del Carmine fu tra gli ultimi baluardi repubblicani a cadere,
il 14 giugno 1799. L’occupazione della città da parte delle soldataglie sanfediste fu seguita da
stragi e da saccheggi senza precedenti. Al Mercatello «l’albero della libertà, che sorgeva in mezzo
a quella piazza, era stato spiantato e atterrato dai calabresi e dai lazzaroni, ...; a piede dell’albero
erano portate frotte di prigionieri, come bovi al macello, e fucilati alla peggio; e quei feroci morti o
semivivi li decapitavano, e le teste mettevano sopra lunghe aste o le adoperavano per divertimento,
rotolandole per terra a guisa di palle» (26). Potettero essere sottratti al furore della
plebaglia solamente coloro che furono trascinati dinanzi al cardinale Ruffo, il quale, mostrando a bella posta
la maggiore severità, ordinava che fossero chiusi in carcere. In quelle ore di sangue, atti di viltà e di eroismo si
susseguivano; tradiva la fede giurata alla Repubblica il duca di Roccaromana, che passava al nemico
con i reparti di cavalleria da lui comandati, ma, quasi contemporaneamente «in una sala detta
patriottica, dove ogni dì si accorreva a far fede di libertà, vi era un libro pubblico, dove ciascuno,
a gara, apponeva il suo nome; e quando le cose volsero in rovina ... i più timidi supplicavano che il
pericoloso libro si nascondesse, quando fu veduto un giovane di sedici anni avanzarsi e scrivervi il
suo nome, Guglielmo Pepe ...» (27).
Sono noti gli sforzi del cardinale Ruffo per salvare la vita dei maggiori responsabili della repubblica.
Egli aveva, infatti, stipulato con essi un accordo, controfirmato anche dai rappresentanti dell’Inghilterra,
della Russia e della Turchia, in virtù del quale quanti fra loro avessero voluto restare nel regno
avrebbero potuto farlo senza pericolo, mentre coloro che avessero preferito l’esilio avrebbero
potuto imbarcarsi su navi fornite dalla stessa parte borbonica. Ma l’ammiraglio Nelson si dichiarò
subito contrario all’accordo ed i Sovrani dalla Sicilia furono del suo parere. Il Ruffo inutilmente
offrì ai repubblicani salvacondotti perché si allontanassero subito da Castel Nuovo e da Castel
dell’Ovo, ancora in loro possesso, e si dileguassero via terra: non fu creduto; i patrioti preferirono
imbarcarsi e dalle navi furono prelevati, incatenati ed imprigionati. Forse il generale francese Méjan,
il quale ancora teneva Sant’Elmo e nelle cui mani erano gli ostaggi regi consegnati quale pegno della
leale esecuzione dell’accordo, avrebbe potuto salvare quegli infelici, ma al momento si rivelò inetto e
vile, accettando una capitolazione vergognosa. La parola adesso era a quel giudice Vincenzo Speciale,
strumento della più disumana e stolida vendetta, voluta essenzialmente dalla regina Maria Carolina.
Teatro di tale vendetta? Piazza Mercato, ove il patibolo avrebbe funzionato quotidianamente con tale
intensità da far ritenere opportuna la riduzione dell’onorario al carnefice, perché non diventasse
eccessivamente ricco (28). Ancora una volta quindi l’antico campo Moricino diverrà luogo di
esecuzioni sommarie e vedrà accatastarsi cadaveri sepolti poi alla rinfusa sotto i pavimenti delle varie chiese
circostanti, soprattutto di quella del Carmine. In un certo senso, sarà come rivivere i giorni lontani
della terribile pestilenza del 1656, quando buona parte degli innumerevoli morti furono gettati alla
men peggio nelle quattro ampie fosse dell’annona nella stessa piazza; ma allora, almeno, non era
la mano dell’uomo a compiere la carneficina.
Cadono a decina sotto la mannaia o strozzati dal capestro, tra il tripudio incomposto del popolaccio:
Mario Pagano e Domenico Cirillo, Ignazio Ciaia e Francesco Conforti, Eleonora Pimentel Fonseca
e Vincenzo Russo, il prete Nicola Pacifico ed il frate Giuseppe Belloni, Gabriele Mantoné ed Ettore
Carafa, Pasquale Matera e Nicola Fasulo, Gennaro Serra duca di Cassano e Oronzo Massa duca
di Galugnano, il generale Francesco Federici ed il sacerdote Ignazio Falconieri, i cinque Pignatelli,
il prelato Troise ed i vescovi Sarno e Natale, per non nominare che i più noti. Ultima a cadere, dopo
quasi due anni di agonia nel disperato tentativo, da parte dei medici, di salvarla adducendo una
inesistente gravidanza, fu Luisa Sanfelice. Lo stesso Ferdinando dovette certamente avvertire il
peso dell’infamia di cui si era coperto se nel 1803 ordinò che tutti gli incartamenti processuali di
quella barbara persecuzione venissero distrutti. Non dovette, però, sfiorargli la mente l’idea che,
consentendo quelle stragi, egli aveva dato l’avvio alla fine della sua casa che sarebbe stata costretta
d’ora in poi ad appoggiarsi alla parte più abbietta della popolazione, giacché il ceto colto ed illuminato
le avrebbe voltato definitivamente le spalle. Di tanto egli ebbe capacità di accorgersi solo qualche
anno dopo, quando i Francesi tornarono e, pur tra resistenze e difficoltà, trovarono una base ben
più ampia di consensi. Essi lasciarono un seme ferace, destinato a generare i moti del 1820, del
1848 ed, infine, il crollo della dinastia borbonica.
* * *
Oggi Piazza Mercato è costellata di enormi edifici di cemento armato, ma rimane pur sempre il centro fervidamente operoso della città di Napoli, una delle sue zone più caratteristiche, con il brulicare di gente e di voci, e percorsa dai più svariati mezzi di trasporto. La chiesa del Carmine ed il suo caratteristico campanile sono là, meta costante di pietose rievocazioni storiche. Napoletani e stranieri sostano commossi dinanzi all’effige di Corradino nel tempio monumentale; pochi ricordano le gloriose vittime del 1799, alcune delle quali riposano poco lungi, nella chiesa annessa all’antico convitto del Carminello, che contribuì per oltre tre secoli all’educazione civile e morale dei fanciulli delle più umili famiglie di quel rione. Tale complesso di edifici è ora affidato all’Amministrazione dei Collegi Riuniti e la chiesa è stata chiusa al culto. Ci si ricorderà ancora dei martiri della rivoluzione partenopea ivi sepolti, quando quel posto sarà occupato, come già si vocifera, da negozi e vani destinati ad uso commerciale?
BIBLIOGRAFIA
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Note:
(1) C. DE TOCQUEVILLE, Ancien régime, Parigi, 1856.
(2) F. CATALANO, La fine del dominio spagnolo (1630-1706), in «Storia di
Milano», vol. IX, Milano, 1958.
(3) Della vita di Antonio Serra, «primo scrittore di economia civile», come lo definì
Franco Salfi in un suo «Elogio» del 1802, si conosce ben poco. Quando pubblicò il «Trattato», nel 1613,
si trovava nel carcere della Vicaria, in Napoli, ed ivi era ancora nel 1617. Pare che egli avesse preso parte
alla congiura ordita da Tommaso Campanella per liberare le Calabrie dal dominio spagnolo; a seguito del
tradimento di due affiliati, i promotori del moto furono arrestati e molti mandati a morte. Il Campanella,
come si sa, rimase in carcere ben 27 anni e fu liberato solamente nel maggio 1626, per l’intercessione del
papa Urbano VIII. Del Serra si sono occupati i maggiori scrittori di Economia Politica, quali: Galiani, Say,
Ferrara, Fornari, De Viti-De Marco, Graziani, Arias, Fanfani.
(4) F. TRINCHERA, Di Antonio Serra e del suo libro, in «Atti dell’Accademia di
Scienze Morali e Politiche». Società Reale di Napoli, vol. II, Napoli, 1865.
(5) L., BIANCHINI, Storia delle finanze del Regno di Napoli, Palermo,
(6) B. CROCE, Storia dell’età barocca in Italia, in «La Critica», 1924-1928.
(7) B. CROCE, Storia dell’età barocca in Italia, op. cit.
(8) G. ARIAS, Il sistema della costituzione italiana nell’età dei Comuni, Torino,
Roma, 1905.
(9) A. FANFANI, Storia del lavoro in Italia dalla fine del sec. XV agli inizi
del XVIII, Milano, 1943.
(10) F. DE SANCTIS, Storia della Letteratura italiana, Milano, 1961.
(11) B. CROCE, Storia del Regno di Napoli, Bari, 1931.
(12) Da B. CROCE, Storia del Regno di Napoli, op. cit.
(13) F. CHABOD, Lo Stato di Milano nell’impero di Carlo V, Milano, 1961.
(14) B. CROCE, Storia del Regno di Napoli, op. cit.
(15) F. FRANCHINI, Un feudo per meno di duecentomila lire, in «Rassegna
Storica dei Comuni», n. 1, 1970.
(16) B. CROCE, Storia di Napoli, op. cit.
(17) P. GIANNONE, Vita, Milano, 1844.
(18) B. CROCE, Storia del Regno di Napoli, op. cit.
(19) G. MORANDI, La politica dell’età dell’assolutismo,
Pavia, 1930.
(20) Il presente articolo, pur seguendo un proprio autonomo indirizzo, prende spunto
da due interessanti libri recentemente apparsi: quello di GABRIELE MONACO, Piazza Mercato, sette
secoli di storia (Athena Mediterranea Editrice, Napoli) e quello di VITTORIO GLEIJESES, La Piazza
Mercato in Napoli (Edizioni del Delfino, Napoli); il primo particolarmente documentato per il lungo ed
attento esame condotto dall’A. sui documenti conservati nell’Archivio del Carmine, il secondo di pregevole
edizione e di piacevole lettura.
(21) MOISE’, Storia dei domini stranieri in Italia, Vol. VI, pag. 254, in G.
MONACO, op. cit.
(22) La chiesa fu quasi distrutta dai bombardamenti durante la seconda guerra
mondiale.
(23) S. CAPASSO, Vendita dei Comuni ed evoluzione politico-sociale nel
Seicento, in «Rassegna storica dei Comuni», 1970.
(24) R. COLAPIETRA, Il governo spagnolo nell’Italia meridionale, in «Storia
di Napoli», vol. V, tomo I, Napoli, 1972.
(25) J. GODECHOT, La Grande Nazione - L’espansione rivoluzionaria della
Francia nel mondo (1789-1799), Bari, 1962.
(26) B. CROCE, La rivoluzione napoletana del 1799, Bari, 1927.
(27) F. DE SANCTIS, Saggi critici, Vol. III, p. III, Milano, 1921.
(28) V. CUOCO, Saggio storico sulla Rivoluzione di Napoli, Firenze, 1865.